Ricordo di un’amica

Per lo più era Maria che parlava; fitta fitta; inesausta; direi inesauribile; con un modo concentrico di approssimazione in apparenza distratto ma che procedendo si rivelava molto attento (acuto).

In ogni occasione, e quale fosse l’argomento, colpiva il suo bisogno del particolare; e anche l’insoddisfazione minuta, continua, un poco frenetica però sempre calata dentro, in profondità, per le idee in corso; per le nuove idee sopravvenienti. Mi colpiva anche, condividendolo, il suo bisogno di staccarsi responsabilmente da ogni ovvietà istituzionale; o comunque da ogni verità ufficiale; quindi anche, come conseguenza, la sua scelta di rinunciare definitivamente alle «cose fatte, alle cose già fatte»; un modo tragico e giusto di azzerare la propria vita e non solo il proprio lavoro; la sua scelta di cancellare, di non perpetuare, di non ripetersi, di non volere proseguire. Cioè di fermarsi ma per scavare in modo diretto, con fatica, con perspicuità nella pazienza necessaria e puntigliosa. Questa scelta la relegava a «stare» (essere, vivere) senza nessun consenso, senza nessun legame, senza nessun aiuto – e senza nessuna utilità immediata e apparente nel lavoro. Avendo accantonati i cumuli della propria storia privata e i frammenti del proprio rapporto col mondo per dissiparli col fuoco, facendone utile cenere.

Mi convinceva tutto ciò che era in atto, sopra e dentro di lei, proprio nel momento del nostro primo incontro; quando aveva ripigliato dopo una lunga interruzione il suo rapporto col colore (non dico i colori). Questo momento non breve nella vita di Maria è stato sì tragico, come ho detto, ma anche sublime, straordinariamente vitale sia pure nella sua difficoltà (nella sua complessità); per il coraggio richiesto, per la determinazione nella ricerca e l’insistenza nel rifiuto dei comodi o utili appigli; e anche per la costanza nelle verifiche quotidiane, cioè nella pratica. Aggiungo e privilegio anche l’insistenza, che poteva sembrare quasi maniacale ed era invece assai lucida, nel dubbio; un dubbio persistente, maligno e magnifico.

Su grandi fogli, in quei giorni, stendeva col pennello lunghe righe colorate, non troppo dense ma ben rilevate; righe slabbrate, un poco vischiose, alcune leggerissime; poi le approssimava, le ravvicinava, le scomponeva, le ricomponeva, le interrogava; cercando – con un atto che sembrava, poteva sembrare compiuto per la prima volta nel mondo – un nuovo rapporto col segno colorato. Lo cercava perché lo voleva. Ma appena percepiva che questo rapporto, sia pure fra cento dissidi, era possibile avviarlo, allora lo troncava, lo bruciava – con una insistenza, nel rifiuto, che nascondeva appena la speranza di riuscire con altro lavoro e altra pazienza, in una diversa condizione e in un punto un poco più avanzato, a ottenere un risultato più convincente, una sorpresa maggiore.

Dunque: ripartire a leggere il colore; non tanto ripartire a dipingere il colore; o ripetere il colore. Leggere era anche il modo cercato e voluto da Maria di pensare il colore, mentre lo stava trovando; di riferirlo a un’idea più che a uno sguardo; di volerlo affidare alla mente/ragione più che all’occhio/padrone. Cercava un rapporto più complesso, soprattutto che insistesse e durasse più a lungo con le cose. In una lettera del ’73, inviata all’Assessorato del nostro Comune, aveva scritto: «si tratta di un discorso elementare, il più semplice possibile, anzi sintetico, da parte mia». Io ero già convinto allora, non da amico ma come uno che vede e sente (anche senza l’autorità autorevole degli addetti ai lavori che stabiliscono pagelle e futuro, beati loro) che quel discorso elementare, il più semplice possibile, fosse parecchio avanzato rispetto alla norma chiacchierona della cultura coeva – perduta tra i fumi di ciarle infinite e di pochissimi arrosti. Sono insomma convinto, con gratitudine, che Maria lavorasse sull’acqua della pittura con un occhio più lucido, più ansioso, più insistente degli altri; e con un cuore che era pronto anche a morire, nella sua convinzione. E che pertanto sia giusto decretarle onore e dedicarle riconoscenza. Celebrandola con dignità e convinzione per i suoi meriti autentici, ancora pienamente attivi.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Maria Petroni. Mostra antologica, a cura di Silvano Ceccarini
  • Editore: Assessorato alla Cultura del Comune di Bologna
  • Anno di pubblicazione: 1980
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