Mare forza nove

Questo è un momento brutto della storia del mondo; ma attenzione, mi dico, perché siamo in piena corsa verso qualche cosa di pessimo. Anzi, già ci siamo dentro, in questo paese di Pulcinella.

Un pessimo che si vede e non si vede, come il cadavere di un annegato, ma la cui vera sostanza ci viene ancora negata. Noi, adesso, dobbiamo solo intravedere e non ancora sapere; spaurirci insieme e molto indignarci, dato che chi amministra il mondo sa bene che l’indignazione pubblica è un cestone senza fondo e aiuta ad arrotare solo i denti, come fanno i cagnoni dei pastori.

La verità è che la destra è tornata alla grande in Europa e si sta squamando in cento in mille rivoletti, i quali via via si conformano, adattandosi per tattica ai vari casi. Qua da noi si copre ancora il volto con la maschera di personaggi abbastanza andanti e senza retorica, eppure anche costoro, in rari momenti di verità diretta, svelano gesti bruschi che fanno rabbrividire. Mentre la sinistra ancora una volta, come sempre càpita nei momenti di diretta ed esemplare necessità, è dispersa, oscillante, incapace di rassodarsi, anche solo per un momento.

Così che nessuno, credo nessuno con la testa sul collo, può avere e può fare oggi (contrassegno questa nota in data domenica 14 marzo) una qualche previsione del futuro, e sul futuro. Né, soprattutto, può farne una buona. Come se fossimo in guerra? Sì, come in una guerra; ma in una disposizione più ambigua e più difficile, più complessa, quindi anche più dolorosa in ordine ai sentimenti e alle speranze. In quanto in una guerra si presume, dopo lo scontro e i sacrifici spesso terribili, una qualche vittoria che sia conclusiva del male e non sfavorevole ai propositi enunciati.

Ma qui, da noi, nel correre di questi giorni, c’è poca gente affidabile, nessun carisma particolare, e idee di pratica politica e amministrativa che sembrano palloni tanto leggeri da scoppiare in mano ai bambini. Il nuovo oppure il meglio che dovrebbe sostituire lo stravacco ancora incombente dal passato, ha la faccia modesta irosa, surgelata di Bossi o del cavaliere di Segrate, pura periferia della storia (Bossi sta a Guglielmo Giannini dell’Uomo Qualunque, per esempio, come un saltimbanco di periferia in un paese d’Italia a Charlot). È aneddotica politica di passaggio; anche se impolvera e inzacchera.

Eppure questa volta, e dopo cinquant’anni, sento di essere seduto non vicino, non sul bordo ma sopra un vulcano che ha cominciato a soffiare, a bollire. A bruciare. E che tutto l’occidente è ben dentro a questo movimento. L’occidente ieratico, avviluppato nel panno ricamato della sua democrazia, ritenuta buona scorta e buona armatura contro i mali del mondo. Invece anche lei è ormai un’armatura consunta, sbrindellata. I padri della patria fanno tenerezza, commuovono sul serio quando a lei si riferiscono come al lucido unico campo della moderazione e della risoluzione di guerre, terremoti etnici, fazioni. Non possono sapere (non frequentando più le strade e i vicoli, gli stadi e le fabbriche, i campi e i boschi) che la moderazione, come la pietà, è morta. La moderazione oggi la propongono e la impongono come ostentazione i non moderati, nuovi gestori, nuovi protagonisti della cronaca (della realtà) politica. La moderazione (che è compromissione minuta, subdola, sottilmente vischiosa) è collegata in simbiosi all’istituzione ormai obsoleta della democrazia ottocentesca. La quale allora apriva le porte della storia e della società ai diritti degli uomini e, con un vergognoso ritardo non ancora riassorbito, ai diritti delle donne. Ma non ancora a quelli dei bambini e delle persone vecchie. Mentre oggi sarebbe urgente sottrarre all’imperiosa prevaricazione delle nuove destre la gestione e la premura necessaria e correlata dei doveri, entrati invece e dispersi in una nebbia indecifrabile. Solo una democrazia rinnovata implacabilmente, che proponga senza affanno e con il giusto rigore la mappa sempre più impegnativa dei doveri a cui ciascuno de­ve sentirsi vincolato, può avere la forza, il prestigio, la sostanza per contrastare l’invadenza progressiva delle destre.

Ma questo necessario riordino è legato stretto stretto a una vigorosa difesa della lingua – il grande affascinante mezzo di comunicazione che l’uomo conquista crescendo e che oggi, da noi, è abbandonato nell’indifferenza quasi generale in un vergognoso disordine. Così come è scompaginato il nostro patrimonio culturale-artistico; l’ultimo bene ancora posseduto (mal posseduto); dopo che abbiamo annientato la natura, con una incoscienza rabbiosa neppure riscontrabile nei secoli più neri.

Non dobbiamo inoltre mai dimenticare le promesse e le affermazioni dei sapienti e dei cervelloni degli anni passati, i quali – per esempio – garantivano che le guerre tradizionali con milioni di morti non ci sarebbero più state, sostituite dalle guerre tecnologiche, con soldati-ingegneri, soldati-scienziati e bombe bombette bombone intelligenti, sapienti, precise al millesimo. Invece assistiamo (patendo) al riproporsi delle guerre più tradizionalmente sanguinarie, spietate. La regressione in una neobarbarie sempre più feroce sembra il destino dei prossimi anni, per i nostri nipoti.

La fame di terra e l’odio razziale tornano come l’occasione prima dei conflitti; l’ipocrisia ufficiale e particolare torna a condire il corso delle nostre giornate rendendole tetre.

La verità di questo tempo è stata sintetizzata non dal blabla dei politici ridondanti e rissaioli, ma dal titolo di un settimanale (Cuore) a pagina intera: «Siete poveri? Cazzi vostri!». Andrò a votare con questo appunto in testa. Nient’altro, per il momento.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VII, marzo 1994.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno VII, marzo 1994
Letto 1623 volte Ultima modifica il Giovedì, 14 Febbraio 2013 17:13