Interventi

C’è tanto da imparare, sempre (ma specialmente adesso), che converrebbe starsene zitti a studiare, e a lavorare se riesce. Il sottoscritto è fino in fondo convinto di questo; ma dovendo, per questa occasione particolare, preferisce indicare che i testi qui presentati lo coinvolgono in un ordine di problemi e di ricerca più organico e severo, almeno nel senso culturale, di quello fin qui seguito.

È evidente che c’è stata una frattura, negli anni sessanta, e fatti o problemi o uomini “rappresentativi” che prima incombevano (e, pareva, con una certa dose d’urgenza) adesso sembrano storicizzati o arcaici o terribilmente stanchi; altri decaduti in una loro longeva senescenza. Si veda ad esempio Pavese. Era il marmo del nostro cuore e ci feriva gli occhi; oggi lo amiamo remoto da noi, strappato, e senza più quella tensione tutta “particolare” che lo rendeva sconvolgente – e unico. Non è una ingiustizia. Anche Gramsci, il Gramsci tradizionale, iconografico (che ci bastava), ci sfugge; la sua formidabile retorica, l’ossessione della sua vita costretta e incatenata. Ci sfugge un poco della sua grandezza (il senso, dico, il significato che si fa dramma dentro di noi). Ci occorre un Gramsci autre, che stiamo scoprendo. Il mondo stride, non come l’upupa della leggenda ma come un organismo che si muove, si svolge e rivolge, non dà tregua spietato. Pertanto, e proprio per questo, esige da tutti una tensione nuova, cioè diversa; una diversa prospettiva di programmi e di impegni (e anche di rimembranze); una disposizione culturale che sottenga il proposito, e molta necessità, di liberarsi da ogni scadenza e da ogni precedente accordo. Ci si accorge, mutando le prospettive del mondo e distaccandosi dai tramiti tradizionali o acquisiti che lo pacificavano oscuramente, che anche i nostri strumenti, che addirittura si rifanno a Dante, è nella realtà dell’operare che non servono più, o non servono affatto. Che cosa ci manca? di che cosa abbisognamo? Di tutto, direi; e non è una constatazione di comodo, una constatazione di oggi (per un esempio: ne parliamo fra noi da anni e “Rendiconti” fu avviata per questo). Ad ogni modo; si è in parecchi a cercare, da più parti e con progetti diversi, o alterni – ma con un rigore (che è soprattutto severità verso di sé e cautela e attenzione nell’accepire) e con una tensione dei problemi (che non coinvolge più, affatto, la speranza “metafisica” di risolverli) che danno adito a qualche speranza. Anche se, a ribadire l’incertezza che sopravviene, quando gli strumenti sembrano e sono in realtà ancora deboli e falsificati (falsificanti) di fronte alla violenza della novità, c’è ancora chi oppone, per diverse vie e sotto abiti austeri, il bel giuoco del cuore o l’ossessione degli sgomenti, riproponendo da una parte i pratidiarcadia (l’ideologia del vago e dell’effeminato), dall’altra il misticismo cauto e canuto che demanda alla speranza della sopravvivenza – e al narcisismo del peccato – l’impegno di surrogare la brevità della vita e la difficoltà, che nei nostri anni si è fatta suprema, di dovere imparare in così breve tempo tante pagine diverse, e di farsi ancora maturi con fatica.

È certo che la situazione, e lo svolgersi dei fatti, va “contesa” in questi anni ed è da ritenersi una fortuna delle circostanze di potere operare, ciascuno dal proprio angolo, con questa prospettiva. Ci sono parecchi per fortuna, disseminati nei campi operativi delle scienze nuove o delle nuove ricerche, che hanno il rigore, che hanno subito quel rigore che in parte a noi mancava in passato (sbattuti un po’ dagli avvenimenti e molto dalle delusioni “perpetue” di una educazione che si svolgeva quasi davanti allo specchio), e hanno la giusta temperanza, anche nelle ambizioni; interamente coinvolti nella novità dei tempi, che non consente entusiasmi ma soltanto la difficoltà e l’impegno di capire (che cosa conta più l’esperienza?). Così anche la poesia, lasciate le propaggini di parnaso (magari adattate con un ritocco scenografico) siede a un tavolo e ascolta; impara e scorda di cantare. Si è fatta conoscenza e intelligenza, retorica delle idee, conguaglio dei problemi, scienza del linguaggio. L’estensore di versi otterrà finalmente una qualifica specifica che non lo immiserisca e che, nella sostanza, divergerà da quella tenue odiosa oratoria ontologica e provocatoria tradizionale. Nella disposizione e predisposizione del nuovo, cioè nel suo inserimento qualificato e qualificante nel contesto delle operazioni culturali (non più abbandono disarmante, inutilità nella sostanza e sogni nel cassetto), la poesia si assume l’impegno di partecipare, con gli strumenti linguistici strutturalmente integrati, alle contestazioni continue dell’equivocità delle operazioni di ammorbidimento e cooptazione che i sistemi “ordinati” compiono contro lo svolgersi delle ricerche, la libertà delle strumentalizzazioni e dei specifici interventi. Conoscenza del mondo (possibile) nella sua organicità; contestazione dei sistemi e degli istituti integrativi da qualsiasi parte si svolgano; ribadimento delle responsabilità pubbliche, cioè sociali, che tale strumento di comunicazione comporta – e non secondo il rigore prevalente della “morale” ma con quello, più operativo e più “utile”, della ricognizione strutturale del proprio lavoro. Questa plurivalenza di operazioni, che si risolve in una uniformità tuttavia autonoma e conclusiva, offre margini eccitanti per chi usi o intenda usare questo strumento comunicativo secondo i termini descritti. Senza lasciare margini all’equivoco di situazioni singole o escatologiche. Si carica il lavoro poetico di un impegno formidabile (ma sono formidabili gli impegni che stanno davanti a ciascuno). L’intransigenza deve conseguire ad ogni presa di conoscenza razionale del reale. Noi non crediamo più di dover sopravvivere. Abbiamo (il sottoscritto parla a mezza voce per sé) dormito sui miti – e un po’ involgariti nell’affanno di una resistenza passiva; è giusto pensare, è giusto sperare, senza alcuna euforia (del tutto fuor di luogo e francamente superficiale) che si apra anche per l’operare in poesia, dopo un discreto interregno di sonno smosso da singhiozzi, di remore e di sbalzi da canguro, il tempo di una organicità pragmatica, cioè centrato sui problemi non sulle poetiche. Una poesia semantica contro, o sostitutiva, della poesia sentimentale. Si richiede una tensione faticante, che non è curiosità ma determinazione, per capire il mondo che viene, non il mondo che va – che pare abbandonato per sempre.

 

 

 

Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 182/2, aprile 1965.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVI, n. 182/2, aprile 1965
Letto 2251 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Marzo 2013 16:41