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L’urlo della farfalla

Sempre più frequentemente assistiamo al ritorno sulle scene dei gruppi o dei protagonisti del grande momento della musica rock, da contrassegnare all’incirca nel quindicennio ’60-’75. Ma in effetti, a quale pubblico reale intendono davvero riproporsi questi artisti dai capelli grigi?

Dopo il lungo declino o le prolungate assenze, è solo la necessità economica che li spinge a questi rapidi conclamati inattesi rientri? Oppure pesano elementi esistenziali, cavilli sentimentali? E a chi intendono più direttamente proporsi? Alla giovane tribù dei nostri giorni, oscillante astuta frenetica e poco decifrabile nei gusti particolari; oppure a coloro che li conobbero già al tempo delle prime vittorie e che li seguirono per l’arco intero della loro vicenda artistica?

Nell’ottobre scorso si mise in moto il giro europeo di Paul McCartney, legato alla promozione di un nuovo Lp squisitamente ovvio ma professionalmente ineccepibile. Sempre per la distribuzione al commercio di un nuovo album, è del mese scorso il concerto di Phil Collins a Parigi. In questi giorni tocca ai Rolling Stones. Se Collins ha lucrato a Parigi tantissimi applausi da un pubblico non da calcio ma raffinato, la serata di Paul McCartney in Germania, in contemporanea a una partita di Coppa delle Coppe distante neanche mezzo chilometro, radunò non più di dodici-quindicimila persone, mentre allo stadio lì vicino erano in più di cinquantamila. Ma i giovani di oggi, i giovanissimi, come possono masticare, in che modo possono deglutire questo Beatle redivivo, questo Collins inesauribile che mescola e confeziona con arte sopraffina, nell’alambicco, squisitissimi sciroppi musicali?

I Beatles erano nel pieno fulgore di lavoro e di consenso, correva l’anno 1965, quando Filippo d’Inghilterra, durante un viaggio di Stato in Canada, a una domanda precisa in pubblico ebbe a rispondere che il gruppo inglese era irrimediabilmente sulla via del tramonto. La sorpresa di tutti – la frase fece il giro di mezzo mondo – fu più ironica che preoccupata; ma non passò un anno e i Beatles si presentarono a San Francisco per proporre il loro ultimo concerto in pubblico. In seguito, fra loro, solo Lennon restò un protagonista isolato e assoluto; gli altri tre si fissarono nella memoria dei giovani e cominciarono a invecchiare con loro. McCartney è tornato allo scoperto solo dopo la scomparsa del vero protagonista del gruppo, proponendosi con il garbo e l’intelligenza necessari alla circostanza ma senza novità, senza tornare a scuotere il mondo. In questi casi l’aggancio abbastanza immediato è con il pubblico anagraficamente datato; segue poi la tribù tempestosa dei molto giovani, che si muovono in tutte le direzioni per conoscere, confrontare, potersi ritrovare. Le alte tirature di vendita, spesso non collegate alla grande novità del prodotto, sono da riferirsi a questa eccezionale squilibrata vitalissima forbice generazionale. Se si vuole: il ricupero costante e l’apprezzamento di questa alta montagna di materiale musicale, fra cui le scorie radioattive dei passati decenni, avviene non nell’ambito della necessità ma in quello ben più definito della curiosità immediata e della memoria – per classi di ascoltatori, così si potrebbe dire, ben definiti. Inquieti imprecisi infedeli ma entusiasti e imprevedibili gli uni, ormai quieti e fedeli spasmodicamente agli idoli della propria gioventù gli altri.

Allora forse è più vero che, al di fuori di questi ritorni calcolati e preparati in carne e ossa, il maggiore e più giustificato interesse musicale è da ritrovare nelle proposte discografiche, collegate a una precisa filologia, che rimettono in circolo testi pregiati, preziosi per la difficoltà di reperimento, quasi mitici ormai.

Con una postilla particolare e marginale: che questa sempre più attiva spinta a riaffondare le mani nel passato per trovare vere emozioni, può anche testimoniare il momento di grigiore nella comunicazione musicale dei nostri giorni, molto stravolti dentro un proliferare di approssimazioni e di tante piccole ma inesauribili volgarità. Immergendoci nel brivido sonoro del passato, verifichiamo che è soprattutto anglosassone. E, ancora, più americano che inglese. Un confronto con noi? Allunghiamo a caso una mano nello scaffale. Italian Graffiti 2, anno 1964. Titoli delle canzoni: Con te sulla spiaggia; Sul cucuzzolo; Ti ringrazio perché; E più ti amo ecc. Idem, anno 1968: Un angelo blu; Il gioco dell’amore; Se perdo te.

L’America è già dentro a un turbine totalizzante di problemi vitali che stravolgono il vecchio e che ne avrebbero rovesciata la faccia e la pelle; noi sediamo al piede del vulcano ma il naso di chi canta e chi scrive sembra essere ancora perso nella luna. Mescoliamo Sergio Bruni a De André, mentre si è appena concluso il genocidio della civiltà contadina. Poco prima, nell’ambito della scrittura e per esemplificare ancora, noi avevamo appena avuto Quer pasticcaccio di Gadda, l’America invece Sulla strada di Kerouac. Correva l’anno 1957. I grandi libri da noi sconvolgono, semmai, la letteratura – quindi restano un problema interno alle minoranze rigidamente, specificatamente acculturate; in America sconvolgono la società; tanto che si potrà dire in seguito che niente è stato più come prima. Quelle pagine hanno aperto una profonda ferita da cui è sgorgato sangue esistenziale nel corpo della gioventù americana. Anche per quel libro l’America è tornata a essere una terra da riconquistare, un West la cui infinitezza faticosa pericolosa e impervia dava i brividi. E un modo, dietro quella spinta, negli anni seguenti, per molti giovani fu di cominciare a cantare, a suonare – partendo dalle trombe di alcuni padri, anche di pelle nera.

Si può prendere a esempio uno di questi giovani, non fra i molto amati, i troppo lodati dalla storiografia ufficiale, dai critici di ieri e di oggi. Un giovane non facile, controverso: Jim Morrison. Che parecchi tengono ficcato solo dentro al gruppo dei Doors. Giovane tragicamente sventato o avventato dentro a una inesauribile irrequietezza culturale. Un autentico testimone di quegli anni che cominciavano a rovesciare un’epoca.

Quando Kerouac pubblica Sulla strada, Morrison ha quattordici anni e si sta già scontrando con la famiglia, il sistema, le regole della vita come tradizione di buone maniere. Figlio di un alto ufficiale della marina, usa una violenza ispida e sregolata per difendersi dall’ovvietà famigliare insinuante e costante come un rettile. Dieci anni più tardi scriverà il testo e canterà la canzone The End, porto d’arrivo di un infernale itinerario dei sentimenti. La struttura, con il rispetto delle esemplificazioni, è da scena di una tragedia classica; ed è poi la conclusione della lunga canzone quasi dodici minuti a portarci dentro al cuore di questa storia sognata sperata: mentre si alza il sole il figlio si sveglia, calza stivali, si ripara con una maschera, per una lunga galleria si avvia verso la stanza dei genitori, apre la porta “padre?”, “sì, figlio!” “ti voglio uccidere”, “madre, io voglio…” e la rabbia e il terrore del cuore uccidono anche le parole. Quasi all’inizio aveva cantato: “Scene terribili dentro la miniera d’oro. Bambina, cavalca verso ovest sull’autostrada del re”.

Ascoltando la voce equilibrata, quasi calma, che striscia come un dito, tentandola, sulla lama di un coltello affilato, si ha anche oggi il senso della terribile concentrazione di questi ossessionanti e ossessionati abitatori del suono, i quali si sono uccisi o sono stati uccisi quando hanno perso la voce insieme alla speranza. Letteralmente travolti dalla morte. Nell’altro lungo poema cantato, Quando la musica è finita, Morrison dirà: “Prima di affondare nel grande sonno, voglio ascoltare voglio ascoltare l’urlo della farfalla”.

 

Obiettano che, a fronte di grandi parole e forti impegni questa generazione di grandi autori musicali, per lo più maledetti, ha aperto la strada alla valanga della droga; che è stata il tramite per la trasmissione della peste del secolo. Una risposta potrebbe forse essere: la droga allora era un muro opposto alla società; aiutava a scontrarsi non a incontrarsi. La droga era l’olocausto che una generazione eseguiva con se stessa per cercare di trovare la via di una verità che le era negata; o continuamente sottratta. Ma è solo una risposta.

Altri testi, naturalmente, e di altri autori, sono esemplari di quel momento e di quella condizione; Morrison ha avuto in destino di essere fra quelli che hanno ottenuto il grande consenso e di scomparire in un rapido incendio. Di bruciare tutto in un pugno d’anni, non più di dieci. Certo, non un profeta grande o piccolo; ma come un camminatore dentro la realtà, che apre anche solo una piccola strada, non ha potuto che andare avanti, e avanti, su terreno impervio, consumando nel viaggio non la parte migliore di sé, ma tutto se stesso. Gli ultimi suoi giorni a Parigi, nel luglio 1971, sono una progressione minima di atti e di fatti, di depressione senza speranza e di minute squallide violenze private che avvicinano il momento e l’occasione della sua morte (l’ora notturna, la piccola strada, la cappa di mistero e di silenzio) a quella che poi seguirà, di Belushi.

È lo scollamento progressivo della vita per accumulo di acidi risentimenti, di fantasie sminuzzate; l’incapacità ormai quasi voluta, dentro a una nevrotica indifferenza di osservarsi, anche soltanto di vivere e di avere la pazienza di aspettare per potere uscire, almeno una volta ancora, dalla prigione delle ore. Per la morte di Morrison, questo accumulo di complicazioni, come un peso trascinatosi dalla prima giovinezza, è più incalzante, più pesante, alla fine forse più determinante della droga.

Si muove molto, nelle ultime settimane. In giro più volte per la Francia, poi in Spagna, Marocco, Corsica. Ma ogni ritorno è senza pace. Poche persone, sembra il caso di poter dire, hanno coltivato così poca pietà per sé come Jim; la progressiva devastazione è stata offerta in pubblico, come l’ultimo sacrificio a cui non poteva sottrarsi.

Anche se altrettanto violentemente esibita, è diversa tutta la storia dei Rolling Stones, felicemente in corsa anche oggi; difesi da una corazza ibrida di satanismo ironico e di violenza isterica e anche scenografica, che ha permesso alla “banda Jagger” di sopravvivere e durare fino a oggi, intenerendosi sempre un poco via via fino a diventare quasi gioiosa; sicuramente giocosa. Uno spettacolo nello spettacolo. Ricchi da morire, sazi da morire, bravi da morire, inquieti nonostante tutto fin quasi a morire, eppure non sono morti. Mick Jagger, ormai cinquantenne, sembra un nonno aitante che racconta le storie ai nipoti mimando con voce forte maghi e streghe. Altri invece sono morti giovani, con le mani nel fango. Non per fatalità ma per l’implacabile violenza, non ancora compiuta, della storia di questo secolo. I superstiti molto spesso sono soltanto i più fortunati, non quelli che hanno più talento.

 

 

 

L’Espresso, n. 24, 17 giugno 1990.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: L’Espresso
  • Anno di pubblicazione: n. 24, 17 giugno 1990
Letto 6369 volte Ultima modifica il Mercoledì, 06 Marzo 2013 10:42