Dicono che è matto

Quello che canta sui tetti le cose della strada.

Guarda la fotografia. La guardo. Cos’è? Un indiano Sioux, con altri, dentro a una riserva? O è Jannacci con un bicchiere in mano? E quelli intorno sono suoi figli o i figli dei suoi figli, o anche i figli dei figli dei figli in un proliferare che porta nello spazio? Perché Jannacci è mitico; lui solo. Fra tanti bravi bravissimi che hanno cantato a squarciagola in questa metà di secolo furente, lui è rimasto come a parte, un capo tribù invasato che al confine del campo fa gesti cauti, sempre gli stessi, per invocare la pioggia. E la pioggia prima o dopo cade, a bagnare i campi; o anche soltanto le scarpe.

Jannacci con Gaber, Jannacci con Fo, Jannacci con Jannacci; perché una cosa mi sembra vera, che non è mai solo. Jannacci e la sua ombra, ma mica in pace, si guardano in cagnesco, sono conflittuali, si guardano in bocca. Quindi Jannacci terrone milanese, Jannacci milanese terrone, Jannacci milanese che di più non si può, Jannacci cantante e autore, Jannacci medico di una USL, Jannacci che suona e cammina, Jannacci che guarda che canta che pensa. Pensa guardando o se guarda pensa. E non si fa certo pensieri da poco. Le sue canzoni, quali che siano, non sono mai canzonette.

Dicono che è matto (un matto savio, la sua follia) almeno nelle canzoni; dicono che quando parla neanche sa parlare; anzi, neanche vuole parlare parlando; perché perde il filo del discorso, si arrampica sul muro, sale i gradini passo a passo di una fantasia che si sperde sui tetti, oltre i tetti. Perché i tetti sono la sua buona caverna, non la strada, nonostante le apparenze. Lassù guarda tutto e poi si immedesima nel particolare, nei particolari; partecipando così alla vita del mondo, direttamente; e mai giudicando il mondo. È così che può disperdersi per i ricettacoli di tanti sentimenti precisi fino al brivido. Non è il santo superbo di sapienza ma il santo rinsecchito e intrepido, in qualche modo, che arrostisce sulla graticola. Ma è poi così matto come sembra? Così giocoso e surreale, così re del non senso da gareggiare con Lear, con Morghenstern o con Toti Scialoja? È vero che, come dicono o hanno detto, propone il disordine e ti vuole tirare dentro con simpatia? O invece si dibatte dentro al disordine e ci sguazza dentro smanacciando con brivido lucido per non lasciarsi sopraffare? Non canta i disgraziati ma canta, ed è ben più profondo, la disgrazia dei disgraziati. Sembra un san francesco nudo, sulla piazza di Verona o di Milano. Il poveraccio sembra sempre sul punto di cambiare pelle, proprio la pelle vera come un serpente, e diventare un killer; per compiere una giusta vendetta. Perché i dispiaceri accompagnano in posti che fan paura ai diavoli. È mitico, è solido, racconta storie, le distribuisce parlando con la gola. È sempre, quasi sempre, divertente, anche. Ma, attenzione (vedi per esempio Mexico e nuvole): che voglia di piangere ho. Non si è mai nascosto dietro niente. Grande Jannacci. In questi giorni: domanda, Cosa facciamo? risposta: In montagna, coi fucili, non bastano le canzoni.

 

 

 

Mongolfiera – Bologna, serie II, n. 1, 15-21 novembre 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Mongolfiera – Bologna
  • Anno di pubblicazione: serie II, n. 1, 15-21 novembre 1991
Letto 5893 volte Ultima modifica il Mercoledì, 17 Luglio 2013 15:34