Vicini e lontani

Ho orrore per quel che sta accadendo. Non un solo orrore ma cento orrori. Mai come oggi ho provato tanto orrore per quello che sta accadendo. Ho, naturalmente, schifo, come a toccare con mano una topa di fogna, per la violenza in atto qua da noi, che uccide cieca e stupida, vile e senza testa. O con una testa grande grande. Ma ho orrore per la manfrina, fra il becero e il bellicistico, che è esibita a livello ufficiale, anche in questi giorni. Il giuoco della guerra che produce solo morte e vergogna, perseguito con bambinesca furia da generali che nelle tute mimetiche esplodono di grasso e di medaglie, sembra esultare tra le mani di donne isteriche e di uomini in fregola d’avventura e brandelli di una gloria strapazzata sul campo. Dentro questo mondo, voglio riferirmi a una notizia scritta e a una notizia detta, con dentro due giovani, protagonisti incolpevoli e disperati di questo mondo di morte e che deve essere in fretta rifatto.

La prima notizia era sui giornali del 27 aprile e si riferiva al primi attimi di una guerra non ancora dichiarata e che sta insinuandosi come un incubo. Diceva: “l’attacco inglese è costato agli argentini la perdita di un vecchio sommergibile… l’unica vittima degli scontri è un marinaio argentino che ha dovuto subire l’amputazione di una gamba”. Un anonimo cenno di passaggio. L’altra notizia, trasmessa a voce, è che Crespo, il compagno giovane fra i fondatori di Radio Città, è morto per overdose giorni a dietro, nel suo letto, nella sua casa, nella stanza accanto dove stavano suo padre e sua madre.

Non lo conoscevo. Non conosco neanche il marinaio argentino. Eppure sono pieno di un freddo dolore, perché mi sembrano due destini da accumulare, il destino di due fratelli; due vicende del nostro tempo, che si annidano attorno al nostro collo come serpenti. Quel soldato laggiù, nel vento, a 120 chilometri all’ora, nel cielo di un inverno che sta arrivando, sotto un cielo di ferro, a migliaia di chilometri da tutto, deformato per sempre, colpito per sempre, senza sapere bene. Senza sapere bene per che cosa. Vittima incolpevole delle false coscienze e dei sentimenti bassi e feroci che nessuno osa rimuovere e colpire. Anzi, sono trattenuti ed esaltati. Qua, questo ragazzo bolognese che viveva fino a ieri stentando a trovare una strada e la ragione non solo di camminarci sopra ma di continuare a farlo. Così che l’eroina non era neanche più un rifugio ma una scommessa. Una scommessa naturalmente perduta e in quel modo atroce. Come non scommetteva ma subiva il marinaio argentino ormai legato alla sua gamba perduta, proprio simile a Filottete sopra l’isola deserta.

Il fatto è che sono passati appena pochi giorni e di queste due vicende di giovani feriti e uccisi neanche uno si ricorda più. Tutto è stato detto, riferito e lacrimato (nel caso) per brevissimo tempo, mentre andava a annegarsi nel mare della comunicazione caotica e virulenta. E invece avrebbe dovuto andarsi a legare al destino di tutti i giovani che non sembra ancora segnato. Ancora da salvare. Basta poggiare l’orecchio per sentire il rumore (lontano) di chi ha ripreso a camminare. Sembra il tonfo dei bisonti in corsa. Che indica che si può già aspettare qualcosa. Ma che hanno bisogno di conoscere il cammino. Nell’attesa che un po’ di cammino si compia, sarà bene non smarrirsi dietro alle memorie né disperdersi dietro il richiamo delle trombe di guerra. Quel mondo nel quale il marinaio non perderà la gamba per una battaglia alla Folengo; e Crespo non tornerà a perdere la vita per eccesso di disperazione dentro alla solitudine; potrà essere toccato se non avremo scrupoli non solo a condannare, ma anche a ricordare; con puntigliosa minuzia, con una tensione feroce (indelebile). Altri giovani né feriti né morti ma certo offesi vagolano nella città, quindi anche a Bologna, bruciano i cassoni del grusco, monopolizzano la piazza dell’università, la mensa universitaria, esercitano piccole continuate angherie. Propongono non tanto violenza ma virulenza (mentre da dietro le spalle proviene un borbottare cupo, come di esercito in massa) e sembrano non in cerca di gloria o di vittoria ma di battaglia. Meglio giocarci il futuro proponendo qualcosa di nuovo e di più decente; lasciando subito chi non sa altro a favoleggiare dietro le smanie degli orpelli, delle sciabole e dei traffici di morte.

 

 

 

“Società”, il manifesto, 5 maggio 1982.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 5 maggio 1982
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