Da Scotellaro a Pasolini, a Buttitta: quelle poesie nate con l’impegno di rifare l’uomo

Un fascicolo speciale de «Il Calendario del Popolo», curato da Antonio Catalfamo, dedicato alla poesia sociale nella letteratura italiana

 

Sono 16 i poeti raccolti, presentati e discussi da Antonio Catalfamo in Poeti contro. La poesia sociale nella letteratura italiana, a cura di Antonio Catalfamo, fascicolo de «Il Calendario del Popolo» (n. 714, dicembre 2006, euro 2,50), rivista leggendaria (61 anni di vita). In mezzo all’attuale frastuono mediatico e di fogli che svolazzano nell’aria pomposi o dimessi, una durata e una presenza che aiuta a capire e a capirci.

Da Gioacchino Belli a Pier Paolo Pasolini, tutti poeti scomparsi dalla vita ma non dall’impeto travalicante e sconvolgente dell’arte. I testi di ciascun autore, trascelti, sono accompagnati non da una semplice presentazione ma da una succosa rilettura critica-analitica molto acuta. Tanto che autori, una volta discussi con furore o applauditi con passione ma infine (non tutti) accantonati per il travalicare periglioso del tempo, si può dire che si ripropongono vivi, da rileggere e da riconsiderare non con la supponenza di una critica arrogante o sopraffattrice. Mi riferisco, ad esempio, a Rapisardi, a Guerrini, ad Ada Negri qua presenti.

E per un autore più vicino nel tempo, mi riferisco a Rocco Scotellaro (nato nel 1923), accanitamente dentro alle tempeste della vita, nel 1946 sindaco di Tricarico e che in occasione della campagna elettorale per il referendum istituzionale «conosce Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, che gli faranno da guida intellettuale per tutta la sua breve esistenza». Anche questo ricorda, bene, Catalfamo. E che sia qua, in rilievo, rassicura e conforta.

Scotellaro è giusto, non soltanto sentimentalmente ma soprattutto criticamente, considerarlo uno dei poeti più autentici quindi più importanti e «necessari» del secondo Novecento italiano (direi, non solo italiano). Pochissimi, come lui, sono così direttamente e concretamente incisivi e partecipi della realtà che lo circondava (era una lama tagliente): «L’uomo che vide suo padre calzare / gli uomini e farli camminare / imparò da quell’arte umile e felice / la meraviglia di servire l’uomo». Versi che anche oggi prenderei come una poetica coinvolgente e sconvolgente. Un impegno da perseguire, seguendo Scotellaro, come l’affanno pieno della volontà.

Scrive Catalfamo: «Le ragioni dell’oblio odierno riguardo all’opera di Scotellaro paradossalmente coincidono con quelle che portarono al suo successo negli anni del neorealismo: l’impegno politico dello scrittore e il suo legame col mondo contadino”. Ma è da aggiungere, a mio parere, che la poesia di Scotellaro non affonda con la fine di quel mondo ma ne ha ricavato un alimento duraturo. I tredici testi antologizzati, a mio parere, lo confermano: «Scotellaro non vuole preservare i rapporti economico-sociali di stampo feudale, ma la sostanza umana, i valori e i sentimenti autentici di cui esso è portatore» e li trasferisce, aggiungo, direttamente nel linguaggio della poesia (che non tramonta).

A seguire, altri autori. «L’impegno di rifare l’uomo» ci riporta al confronto con le sette poesie di Salvatore Quasimodo, certamente adesso il meno frequentato e citato dei poeti premi Nobel del nostro Novecento. Poi l’emozionante vibrante Ignazio Buttitta, che rendeva suono musica brivido poetico ogni parola in lingua o in dialetto appena la sfiorava, quasi sfiorasse corde di una chitarra celeste: «Ancilu era e non avia ali» canta nel «Lamentu pi Turiddu Carnivali». Lui fa ombra a tutti noi, ci ripara dalla tempesta e ci concede il sollievo alto del sole. Non finirei di annotare, con lo stimolo di queste pagine che riportano, intanto, la poesia fuori dagli spazi chiusi solenni e in realtà troppo spesso molto aridi delle accademie e la rimettono in giuoco con le parole di autori che con una spada hanno saputo incidere parole su un marmo.

Antonio Catalfamo, con questo lavoro accurato e paziente e lucido ci ha saputo proporre una lettura emozionante per tutte le 64 pagine di questo fascicolo (di questa antologia) che vorrei, concludendo, definire lettura indispensabile per chi crede ancora (e la cerca) che la poesia sia soprattutto uno scavo continuo, drammatico di pelle e cuore nella realtà. Che tende sempre a sommergerci fuggendo.

 

 

 

l’Unità, martedì 15 maggio 2007.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: martedì 15 maggio 2007
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