Un salix sfrigola

Un salix sfrigola come se bruciasse carne umana. L’incendio totale in una pagina da “I diecimila cavalli”

L’incendio totale che devasta in questi giorni alcuni luoghi tra i più belli d’Italia è stato già descritto con terribile efficacia in uno dei romanzi più importanti delle ultime stagioni, I diecimila cavalli di Roberto Roversi (Editori riuniti, 1976). La lettura di questa pagina non sostituisce, ma certo arricchisce cronaca e commenti del momento. L’Italia Far West del romanzo di Roversi è lo stesso paesaggio di oggi – lo è, anzi, sempre di più.

 

A metà strada mentre scendevano a piedi sentirono l’odore del fuoco, dopo videro una vampata a mezz’aria e il fumo svitarsi da terra; alcune foglie scoppiavano come pallottole in un boschetto di populus canescens, stretto alla base da sterpaglia e da mucchi di edera ripugnante, e dentro alla tenuta chiamata Gaiana del marchese di Cessalto; qui, nel parco a monte in un declivo all’inglese così colorato da doppiare la malinconia di Losay erano raccolti esemplari di larix decidua ingemmati di strobili che dopo poco cominciarono ad annerire prima di bruciare. Il fuoco progrediva di circa quindici metri all’ora su un fronte di due chilometri; non c’erano pompieri, la zona è senz’acqua in quel momento, gruppetti di contadini e qualche operaio sul bordo della strada; se non altro è evidente che l’incendio si sarebbe fermato lungo la provincia ma la fetta di collina e di terreno levigato dai secoli e fatto boschivo coi querceti di farnia (di cui una colossale, dell’altezza uguale all’esemplare che è nel bosco degli Astroni Campi Flegrei, così aperta e divincolante) andrebbe strinata. A vantaggio di chi? Un fuoco è un fuoco e un fuoco; sopra ci volano con apprensione gruppi di uccelli; alcuni uccellacci che hanno perso la tramontana cercano uno scampo senza trovarlo e si sentono perduti. Un operaio accenna a destra, in fondo valle, nel bosco di Masia di proprietà dello stato, una selva a un tiro di schioppo dal mare; terreno vergine; anche lì due tre fumi da punti diversi in direzioni opposte, sciabolate che avvolgono la base dei tronchi degli aceri del Libel e infine le lingue di fuoco salgono strisciando lungo la corteggia grigiobiancastra, quasi liscia; tutto tra fumo e scintille comincia a bruciare. I due incendi non lasciavano scampo alla terra né ad altro oggetto e continuando ad avanzare combaciarono completamente. Si riusciva a vedere che la gente era testimone passiva, non solo ma rassegnata e un po’ ironica; non muoveva un dito; impassibili, gli spettatori di quel vilipendio sapevano tutto e avevano giudicato. Campi, i cerri (alcuni di maestosa statura), sponde di confine o prode sembravano inondate di napalm con gettate di striscio dall’alto. Chi è che può e vuole resistere? Se ne prende nota bastando alle volte il breve anticipo d’averlo preveduto. Quel fuoco è anche il nostro fuoco; ciascuno degli spettatori, se non sa né vuole opporsi, ci brucia in mezzo. Nella miseria attuale, in uomini e cose, ciascuno è conficcato in fila ben allineato fino al collo. Non occorre Dante. A una domanda di Marcho Marcho la risposta è (abbastanza) ovvia

«tornate fra un mese, vedrete un deserto carbonizzato dove»

«là, per meglio dire, esisteva un bosco, alberi vale a dire farnie cerri abeti e di alto fusto»

«c’era una necessaria riservatezza un silenzio necessario che tutelava il futuro, vi dirò poi»

«utile al fine di tutti»

«tornate tra sei mesi ci saranno le ruspe, tornate fra un anno ci saranno case e casette di pietra in un lottizzato villaggio Esperia o Amapola, ammortamenti a lungo termine, bicamere e servizi, con mutuo, col tennis, con la piscina, con il comfort per il signor Speranza in un’ora da Melano, per la quiete del signor Mona in due ore da Turin a cà»

«questi fanno il buono e il cattivo tempo»

«alle volte uno zolfanello di Pisa può accendere le speranze e può dare una spinta alla voglia di oro»

«i galantuomini fanno ciò che vogliono, i risultati sono sotto gli occhi».

Da una masseria partono le bestie e urlano urlano, un salix alba sfrigola come se bruciasse carne umana; i due fuochi procedono appaiati mentre si unisce lo spettacolo del fuoco a quello della morte. Entrambi rumorosi fuori dal silenzio; in entrambi predominante la menzogna. Sul litorale la gente è per le strade, zaffate di fumo tolgono il fiato. La polizia aveva bloccato il traffico mentre l’aria per chilometri e chilometri, irrorata di cenere tanto fine da parer sabbia, è trasformata in un calderone.

Per la distanza orizzontale di quattro chilometri sui fianchi delle colline e per tutto l’ondulato del Reno fino al mare il paesaggio fu nero e bruciato; come dopo un bombardamento mozziconi fumavano, travi di cenere scavate dal tarlo del fuoco rotolavano rotte, puzzo fumo e il silenzio che è prodromo o epilogo delle disgrazie. Intanto ciascuno sapeva di doversi rassegnare in fretta e di dovere anziché muovere un dito aspettare gli eventi – che altri avevano disposto e che si sarebbero compiuti. Fraulissa e Marcho Marcho lasciarono un paesaggio che aspettava soltanto le ruspe – come una liberazione, saltarono su un camion che li portò circa quattro chilometri lontano (o più avanti) e trovarono ivi, imperturbabile, la indifferenza e la insofferenza dell’autorità burocratica che bivaccava; strade bloccate, ammassi di viveri e vestiti, automezzi dell’esercito a cui quella calamità serviva come una esercitazione in corpore vili. Soldatoni pencolanti e autorità altissime che andavano venivano su giù sopra sotto. Fanno un cenno subito dopo una curva a una macchina dalla sagoma veloce e dall’andatura scattante su cui erano due giovani, la macchina si ferma e sembra – anche in questo caso – una contrastata decisione.

 

 

 

il manifesto, 28 agosto 1981.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 28 agosto 1981
Letto 1809 volte