Per la Ferrari cinquant’anni sono un giorno

Quando si celebrano le nozze d’oro di solito, e per fortuna, si è circondati da parenti festanti – soprattutto dai nipoti e dai pronipoti, che sono giovani e rallegrano la festa. E quasi sempre, con i confetti ancora sul tavolo si sfoglia l’album delle fotografie di famiglia, per immergersi per un giorno, per un’ora, per un attimo nei ricordi come in un’acqua che scorre e ridà buona lena alla voglia di vivere. Quante persone si scoprono o ritornano, quante occasioni di giusta o meno giusta sorte si ritrovano negli anni ormai passati. Cinquant’anni, è stato detto, sono un giorno o possono contare per secoli, scomparire nel ricordo, sperdersi in una nebbia fitta o restare una semplice riga d’enciclopedia. Ma non per la Ferrari, senza retorica. Per la Ferrari cinquant’anni sono un giorno, si può dirlo. Sono ancora un giorno. E un giorno sono anche per lui il grande Drake: Enzo Ferrari, sempre presente.

Qual è, dov’è, lo zoccolo duro di questa durata? Per esempio anche la Bugatti è un marchio disegnato, con le ali, da un angelo invasato ed errante; così celeste, ricorda un cielo spazzato dal primo vento di primavera. Anche la Bugatti è un mito, eppure non è la Ferrari. La Ferrari ha il rosso sangue di una giovinezza sempre ripetuta e sempre in viaggio per cercare; la sua voce soffia sul collo dello spettatore e lo avvolge; e anche quando è quieta e riposa la senti pronta a scuotersi e ad azzannare. La sua forza, la sua durata contro il tempo e l’oblio, è che si fa amare, temere e non tollera di essere soltanto ammirata. Chiede di più, molto di più.

Accende fuochi, non consente riposi. Il motore della Ferrari bisogna volerlo ascoltare; e per ascoltarlo bisogna volerlo aspettare, con emozione. Perché si annuncia, come un galoppo serrato su erbe e polvere nelle strade del tempo.

Per questo pacchetto di minute emozioni per nulla retoriche, potrei anche rifarmi alle mille miglia degli ultimi anni Quaranta e degli anni Cinquanta; quando, a me seduto su un muretto davanti ad una villa vicino a Bologna, all’inizio di un lungo rettifilo per Modena, le rosse sconvolgenti e diaboliche si annunciavano in fondo alla curva, con la voce di un motore che risvegliava le foglie facendole dondolare. Al volante magari un Biondetti scatenato. Era come l’urlo della farfalla nella canzone di Jim Morrison. A vederle sfrecciare veniva voglia di allungare la mano per una carezza. Sembravano di carne viva.

Guardare, per credere, la prima Ferrari 815 (la primissima Ferrari senza marchio del 1940). Una linea che è un’onda ordinata fremente di mare; ne ha il rigore, la bellezza e una lucentezza composta che non concede confidenze. Chiede subito d’essere ascoltata e creduta.

O si può guardare, per credere, la prima Ferrari con marchio, la 125 del 1947. Il muso si è contratto e fatto più aggressivo (visto di fronte sembra il muso della balena di Pinocchio), eppure ancora insiste e persiste la eccezionale sobrietà lineare, che diventa definitiva.

E tutti questi elementi costitutivi li ritroviamo, via via in macchine o prototipi studiati e realizzati negli anni. Di questi ultimi, vorrei solo indicare la berlinetta speciale 312/S del 1969 e la PE modulo del 1970, da collocare in un grande museo aprendo una sala speciale.

«La mia vita, che non esito a definire un ansimante cammino» disse una volta Enzo Ferrari già avanti negli anni. E ancora: «le ragioni per le quali si corre e per le quali fabbrichiamo macchine da corsa sono quattro: tecniche, sportive, politiche, morali». Ecco perché la Ferrari non è mai stata, soltanto, una scuderia di macchine da corsa e le rosse di Maranello, dal motore potente, sono una realtà che non si oscura.

 

 

l’Unità, domenica 1 giugno 1997.

 

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: domenica 1 giugno 1997
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