Primavera e inverno di un protagonista

A vent’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, un poeta e amico riflette su alcune stagioni della sua ricerca

 

Tante pagine si vedono stampate su Pasolini, in questo momento; tante conclusioni, talvolta affrettate, si leggono; e ciascuno ha da dire la sua, aggiungendo parole a parole. Sarà anche giusto, nella libertà dei singoli, ma ho scrupolo ad accodarmi, se non fosse questa occasione che è buona e amichevole, e a me consente solo un cenno meditato.

Per entrare dunque in un merito specifico, mi va bene ripetere una convinzione, una vecchia convinzione, via via aggiornata ma mai modificata, e cioè che per me sono quattro gli approdi fondamentale nel percorso tormentoso e tormentato della ricerca artistica di Pasolini: 1942 Le poesie a Casarsa;1957 Le ceneri di Gramsci; 1968 Teorema; 1975 Gli scritti corsari.

In dettaglio: una raccolta di poesie nel dialetto/ lingua friulano; un gruppo strettissimo di poemi vincolati a straziare il reale in lingua italiana; un resoconto, secondo la definizione dello stesso autore e che io direi fulminante, in contemporanea con la scrittura del film; di interventi scritti, nei due anni estremi, quasi in diretta sulla strada, in mezzo al fumo dei gas lacrimogeni, anche se pubblicati, prima che in volume, su grandi giornali e riviste.

Quattro momenti che corrispondono ad altrettanti momenti capitali della vita di Pasolini; vita, quale che sia il giudizio complessivo a cui ogni singolo lettore della sua opera vorrà approdare, di sferzante, desolante, talvolta epica talvolta frammentata e dispersa drammaticità (disperata sempre, alimentata, direi meglio: illuminata da un cupo rancore e da una cupa avidità inesausti). Una vita comunque intensamente vissuta, goduta, sofferta. Una vita che altri, il potere reale, hanno contrastata con una violenza progressiva, prima esplicita e insofferente poi quasi macabra nella sottile perfidia degli atti. È utile anche oggi ricordare, o non dimenticare, che Pasolini è stato colpito, aggredito e ferito dall’arroganza culturale di un tempo e di una ufficialità culturale che, in realtà, non lo tollerava; non l’ha mai tollerato (non dico: capito). D’altra parte neanche poteva. Tale intolleranza complessiva e di fondo è riscontrabile anche ai nostri giorni, in mezzo al frastuono delle pubbliche cerimonie; ed è verificabile, a me pare, in quel sotteso fastidio da brivido che fuoriesce come un filo rosso da molte, da troppe parole, frasi di circostanza. Infatti, in quella progressione di tempo, nell’arco di quegli anni, Pasolini come autore con la propria opera si andava confermando al centro di un nodo aggrovigliato di problemi da contrastare, poi da liquidare direttamente. Anzi, sinistramente.

Quindi si può collocare subito, per una corretta comprensione, nella posizione centralizzata di avversario pubblico e accanito del sistema di potere allora in atto; e per questo, nonostante un successo cinematografico assordante e un poco cupo, ogni volta si cercò di ributtarlo ai margini, e di intralciare ogni organico contatto che con accidiosa fatica e pazienza (o anche intemperanza) cercasse o fosse stato capace di intrecciare. Quando si proponevano di inglobarlo era per inquinarlo, comprometterlo, infiacchirlo. Se non impaurirlo, preoccuparlo costantemente.

Tuttavia, dentro a queste quotidiane offese e forti amarezze, Pasolini non tollerò, non accettò mai questa opposizione che lo escludeva; cercando nelle scelte e nelle conclusioni del proprio lavoro, spazi e modi per contrastarla, per ribatterla, argomentandole contro con lucida violenza. Ma è anche vero che partecipò (sì, partecipò) al dolore di questa esclusione solo in parte come un’offesa rivolta contro se stesso; perché, aumentando la sua acre disperazione, la intese soprattutto come una prepotenza più generale, che lo oltrepassava e che riteneva andasse a colpire la ragione e la “purezza”, intesa come una ebbra ilare incantata giovinezza del mondo.

In altre parole, un’offesa a tutto ciò che era ancora un poco lontano dalla corruzione volgare degli anni (quegli anni), dall’intrigo viscido del potere (di quel potere), dall’interesse avido (che sopraffaceva ogni speranza), per affidarsi alla sorpresa di una fantasia libera e ancora non inquinata; alla volontà di giustizia, al desiderio stimolante di riservarsi il futuro e al desiderio, alimentato ad alto livello di tensione, di agire, conoscere, comunicare, dubitare, perdersi e ritrovarsi. E anche di amare, nella grande forte libertà del cuore.

Parlando con Ferdinando Camon, Pasolini aveva detto: «il fondo del mio carattere non è il malessere, bensì la gaiezza, la vitalità, e questo io paleso non solo nell’opera letteraria ma nella vita stessa. E gaia, vitale, affettuosa è nell’intimo la mia natura; son le continue angosce oggettive che ho dovuto affrontare che hanno esasperato gli aspetti del mio malessere».

Le angosce oggettive, suscitate – l’ho ricordato – dall’esemplare incalzare delle istituzioni ufficiali del potere reale, intente a maciullare e sgomentare quell’amor di vita che in Pasolini giovane era, in verità, stupendo; e che coincide con una “lietezza” che è autentica libertà. Una esclusione e una concomitante tensione angosciosa a partire dalla vicenda friulana, subito nel dopoguerra, che lo vide emarginato e pubblicamente vilipeso come “diverso”, infine espulso dalla scuola in cui insegnava, poi dal Partito comunista, poi dal proprio paese, con la conseguente fuga a Roma, come approdo di un naufragio; sempre inseguito da una polemica rissosa e paesana, tipica di quegli anni incarogniti.

L’episodio è centrale, nella vita di Pasolini; e si aggancia anche alla morte barbara del più giovane fratello partigiano. Perché, accusato in pubblico come corruttore di giovani, Pasolini sottostava all’improvviso (con l’angoscia stupefatta e improvvisa di chi passa da un sentimento di libertà felice a una costrizione impaurita e opprimente) al saldarsi di una duplice condanna-croce che si trascinerà addosso per tutti gli anni romani.

Una era la sua definitiva esclusione dalla parte cattolica, che lo considerava un transfuga (adesso infetto) non più recuperabile e lo cominciava a combattere come un doppio avversario. L’altra, di essere considerato come inquinato e infetto dalla parte comunista e violentemente scaricato.

Per precisare, si può anche ritenere che il marxismo di Pasolini fosse soltanto una sua personale e originale rivelazione; una sfolgorante contaminazione di vari nodi culturali e politici; anche sentimentali. Una sua originale intuizione, da fruire senza accademici scrupoli di rigore. La composizione di queste due parti del mondo, o di mondo, è certamente stata depositata come scrittura alta e forte ne Le ceneri di Gramsci e poi resa attiva e contrastante nelle opere seguenti.

Il marxismo è la ricerca di una innocenza perduta non solo del singolo ma anche in generale; innocenza che deve o dovrebbe essere ricercata e ritrovata a ogni costo, per alimentarsene ancora come necessità di vita. Come verità di vita. E nella verità sono compresi soprattutto cercare e capire. Al contrario, mai deve o dovrebbe essere richiesto un obbligo di sistematicità, un rassicurante sistema chiuso da norme delegate e da deliberare. Il cattolicesimo è la ricerca di verità perduta, dentro a una grande speranza che si chiude nel sangue e nel cuore, proprio dentro di sé. Entrambe le parti chiedono e concedono; ma erano (sono ancora) inesorabili, a tutela di precisi pregiudizi.

Tale ricerca si traduceva in una sperimentazione continua di vita (una verifica) ossessiva, anche nella sua insaziabilità pubblica di fare, cercare, scrivere, parlare, esporsi e anche esibirsi. Un’apertura di mano famelica (da leone affamato) su tutto l’arco delle cose.

In questa disposizione si colloca, a mio parere, Pasolini in Teorema

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Cineteca. Mensile di informazione cinematografica
  • Anno di pubblicazione: anno XI, n. 7, novembre-dicembre 1995
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