Domenico Tempio. La Carestia

Percorrendo il secolo XVIII da cima a fondo, sembra che ogni regione abbia una propria Arcadia, anche diversificata all’interno della stessa regione. È vicina l’Arcadia veneta a quella lombarda? Eppure sono a un tiro di schioppo. L’accidia vibratile e costante, il sottilissimo filo rovente nel petto, di Gasparo Gozzi sono vicini alla bonomia bofonchiante e astuta (con l’occhio semichiuso come a far filtrare la luce) del Balestrieri, che sfinge di sforzarsi e invece senza sforzo riesce a vedere tutte le cose, o quasi tutte le cose che non sono tragedia? O l’Arcadia emiliana alla siciliana? Il Savioli al Meli? Si possono tracciare alcune sospette linee comuni solo restando sulle generali, circumnavigando il pelago arcadico sul naviglio di concetti o preconcetti già rincalzati da tanti apporti critici assunti come conclusivi. Ancora: cosa ha a che fare Tempio con Parini? Tutti e due in orbita, ma uno sembra sulla Luna l’altro su Marte.

Eppure sono nello stesso secolo, nella seconda parte del secolo e l’uno scrive in lingua l’altro in dialetto. Comunque, alla base, hanno il suono della stessa lingua che chiama. Cos’è, allora, che li fa accogliere, magari in una successione alfabetica oppure in una disposizione regionale, in una stessa antologia? Parini, con quei nobili, detestati ma non disprezzati, fra il gretto e l’illuministico, propensi in varie occasioni a restare in qualche modo attenti al progresso delle nuove idee; fra accademie e salotti, tante a Napoli come indica il dottissimo Nicolini, tante a Bologna (ne ho contate ventisette, salvo errore) e a Venezia (Gasparo Gozzi è protagonista nella costituzione quasi esilarante e nella prosecuzione quasi clownesca di una di queste), e a Milano, dove occorre sempre essere un po’ritenuti, conservare un paravento quasi riservato pure in mezzo alla più disparata libertà di comportamento.

Cos’è che li fa coesistere, senza lacerazione, in una stessa antologia, in successione alfabetica, come sotto una campata di una grande certosa con le lapidi brunite? Tempio, vicino a quei marinai barbuti appena sbarcati, con la plebe affamata e incanaglita, con il terremoto, l’eruzione del suo grande e leggendario vulcano, con uno sconquasso geologico e fisico di una terra che sembra splendida e invece sembra sempre perduta, con uno sconquasso geologico e fisico, con il rombo continuo nella notte del vulcano che non si rassegna. Balestrieri con il suo gatto e le vacanze nelle ville sui laghi, che lo ospitano non pietose ma tradizionalmente garbate. Le osterie del tempio piene del fumo di pipa e d’arrosto, odori di cibo forte e di sudore. Il sudore, ad esempio, in Parini non c’è; non c’è negli altri milanesi, semmai qualche profumo leggero e l’odore d’incenso, che sorvola.

Noto poi che sonetti per monacazione non ne girano molti da Napoli in giù mentre sono esercizio vorticoso e assillante da Roma in su, andando oltre il fiume superbo d’Italia. Insisto, che rapporto fra il dialetto del Tempio, ispido come un fuso e grondante, nella Caristia, sangue e lacrime, e in cui ogni verso sembra una incisione sulla pelle del braccio, e l’italiano agrodolce sapientemente modulato, seccamente disperato, insofferente e irritato, anche irritante, del Parini, che digrigna adagio i denti con una smorfia di disgusto fra i lumi e le cornici dei palazzi riscaldati? Fra le notti del Tempio, squattrinato e dolente ma a letto con la amatissima (anche riservata e costante) serva, e la solitudine secca del Parini, nel freddo cauto e nel silenzio delle sue stanze illuminate dalla lucerna appoggiata su un tavolo accanto agli ultimi fogli appena vergati?

Oppure, e concludo, fra i giacobini toscani: il Crudeli, il Fantoni o il Batacchi (e uno diverso dall’altro) e i bolognesi, un po’ tristi e un po’ solenni, che cercano sempre di schizzare un sorriso dentro l’amaro della vita, forse per salvarsi da una tristezza completa? E il dialetto? Dialettali i siciliani (ma il Meli è come parlasse in lingua), i Napoletani (e De Liguori fa cantare con parole d’angelo e non dei trivi, cioè ripulite e angelicate); bilingui i veneti, i bolognesi, i milanesi, in una ironica e rapida, non affrettata, appropriazione di linguaggi, di linguaggio da riformare.

Domenico Tempio nasce a Catania il 22 agosto 1750, muore a Catania il 4 febbraio 1821. Ripeto: fatica a districarsi dal moralistico dispregio dei benpensanti. Rapide secche annoiate invettive lo colpiscono con le frecce puntute tutt’ora, né gli danno tregua. Fra mille tascabili che invadono le autostrade della poesia, non uno è dedicato alla voce alta di questo imperterrito malizioso triste stravolto violento profondamente vivo poeta in lingua siciliana.

“Giovanni Agostino De Cosmi, il maggior maestro del democratismo siciliano, in una lettera del 1808, così scrive: Io ho sempre ammirato e letto le Poesie di Tempio, unico Poeta a mio credere del nostro secolo, e della Nazione, ed originale nella sua maniera. La nazione nel linguaggio del Cosmi è naturalmente la Sicilia o, meglio, sono i siciliani, e perciò è di grande importanza il suo riconoscimento del Tempio come poeta nazionale”. (Cito dal saggio di Niccolò Mineo: Aristocrazia, borghesia e plebe nella “Carestia” di Domenico Tempio, nella miscellanea “Domenico Tempio e l’illuminismo in Sicilia”).

Ha scritto Nino Pino in un suo saggio, del saggio del 1968 pubblicato nel volume XVII, serie III dell’Archivio Storico Siciliano, Domenico Tempio tra Voltaire Rousseau e Giovanni Meli: “Nacque, crebbe, visse, scrisse, vagabondò, sempre a Catania. Vi si spendé. Vi scoprì giorno per giorno il suo mondo, nel brulicare limaccioso della realtà cittadina, nella sperimentazione caleidoscopica dell’esistenza propria e degli altri, negli orizzonti e nei fantasmi della sua cultura della sua arte, del suo sarcasmo, della sua trivialità plebea. Non se ne allontanò neanche quando con decreto reale fu nominato notaio del casale di Valcorrente (1791). La sua è l’esistenza legalitaria del disadattato, del refrattario geniale, un tipo d’infingardo non comune e non conseguente bloccato sulla soglia del quieto vivere che ne alimenta la venatura mordace e idilliaca: il dolore per la perdita della moglie e della figlioletta, la dedizione totale della gnura Caterina, vi avranno inciso la loro componente”.

Non riesce ad inserirsi nel contesto sociale, né questo d’altra parte, involuto e rigido com’è, ne permette l’utilizzazione appropriata. Diviene studioso e poeta di professione, inutilizzato come tanti dalla struttura arretrata dell’ambiente. Sua unica e costante evasione perciò i libri, la cultura letteraria, e filosofica, e soprattutto la poesia – una dilagante tavolozza lirica che assomma i motivi più vari e sconcertanti – la spregiudicatezza, il gusto caricaturale, la tematica turpe, il motteggio, la denunzia fustigante. Negato a qualsiasi altra attività, vive in croniche strettezze: tuttavia ha dimestichezza e amicizia con uomini di cultura, prelati, aristocratici, ne è stimato, protetto, sovvenzionato, ad un certo momento giubilato con vitalizi… Non mi sembra pertanto che si possa schematizzare troppo, come alcuni vorrebbero. Intendo riferirmi al cliché piuttosto abusato di un Tempio analfabeta, autodidatta, blasfemo, ringhioso, sfuggito da tutti, a tu per tu con l’indigenza più cruda, che a un certo momento si degrada a sfruttare l’abnegazione della gnura Caterina la quale si da a fare la sguattera per sfamarlo. E alle pagine 178 e 179: La Carestia. Ambiente e scenario: la Catania del 1798 e i tumulti popolari di quell’anno. Domenico Cicciò ha definito La Carestia “l’epopea della fame”; ed essa, la fame, è in realtà la grande protagonista; e con essa, “il malgoverno, l’intrallazzo, il malcostume, i nodi al pettine per una classe dirigente corrotta e parassitaria, l’esplosione del sottofondo torbido e piagato di una società in crisi di decadenza con le sue contraddizioni laceranti”.

La Carestia è in quartine di versi settenari misti ad ottonari, riuniti in venti canti. L’autore vi lavorò intorno per due decenni, a partire dal 1800. Pubblicata postuma la prima volta, in due parti negli anni 1848 e 1849 a Catania, dall’editore Giannotta.

“Una cosa mi pare si possa ammettere – ha scritto ancora Nino Pino – nella Carestia c’è tutto Domenico Tempio, con la sua biotipicità, le sue bizzarrie. Quello autobiografico e decadente, quello smaccato antiarcaico e antiretorico, quello ironicamente fustigatore e paradossale, sensuale e lirico, quello piuttosto inchinevole e cortigiano, quello aspro e licenzioso anche per una certa quale rivincita verso se stesso e gli altri, l’erudito, il neoclassico, il fantasioso, l’allegorico, il verista e modellatore di tipi stagliati: tutta una vasta, poliedrica gamma di addentellati che, se spiega gli apprezzabili tentativi di sfaccettarlo, non si presta tuttavia a catalogazioni e a classifiche…”.

 

 

Poesia, anno XXI, n. 230, settembre 2008

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica
  • Editore: Crocetti
  • Anno di pubblicazione: anno XXI, n. 230, settembre 2008
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