Non sono streghe, diavoli, ossessi

Sul Cassero di porta Saragozza si è aperto nella nostra città non tanto un dibattito (sia pure contrastato) ma una battaglia. Con preoccupante rigurgito di perbenismo anche in e da settori imprevedibili; con motivazioni che sembravano, in assoluto, non più utilizzabili. Non posso entrare nel merito delle dichiarazioni ascoltate, in quanto il moralismo che ha paura e si chiude in sé non ascolta, non vede, ha paura non del buio, non dell’ignoto ma perfino dell’ombra sotto casa, non offre appigli – in chi ascolta e legge – se non quelli, appunto, di umori inveleniti. Piuttosto vorrei fermarmi un minuto solo per ricordare che questo problema è uno fra i tanti e urgentissimi che ci stanno davanti. E che, impostandolo e affrontandolo, non si fa altro che aprire un primo spiraglio argomentativo in un groviglio entro il quale si deve avere il coraggio di insinuare e di lasciare la mano. Gli omosessuali al Cassero anche per me devono andarci e restarci, come un servizio che una città giusta e attiva deve riconoscere alle necessità operative e culturali di gruppi che ne hanno il diritto e che escono da una emarginazione secolare. Inoltre perché essi stessi garantiscano di sé, dopo avere voluto esigere questo diritto. Non succederà dunque niente, perché gli omosessuali non sono le streghe, i diavoli, gli ossessi, ma non sono altro che noi stessi, una parte della nostra faccia. Aiutandoli ad agire, aiutiamo i nostri problemi ad uscire dal buio concettuale dei luoghi comuni e della cattiva coscienza. Mi sembra debba essere la ragione di impegnarci su questo e per questo.

 

 

l’Unità, 20 aprile 1982.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 20 aprile 1982
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