I suoni, i segni della musica, della poesia

Mi limito, non potendo far altro, a sottoscrivere alcune convinzioni e considerazioni, così. Il rapporto fra poesia e musica; o, se si vuole, fra musica e poesia; è un rapporto d’amore fortemente contrastato e fortemente contestato da entrambe le istituzioni linguistiche e strutturali, che tenderebbero non a coincidere, ma a scontrarsi. Eppure, sempre in dinamica contraddizione, è loro destino tendere a cercarsi, ritrovarsi, colloquiare, stridere, confondersi. Anche se nel rapporto sembra dover essere privilegiata, per necessità, la posizione primaria della musica; naturalmente quando il rapporto tenda a una omologazione diretta, sia pure parziale. Perché il sottordine che in altre occasioni vede la musica disposta nell’atto di accompagno per esempio, di una dizione poetica, corrisponde esemplarmente e all’incirca alla presenza amichevole o amorevole o ironica o professionale della spalla nelle scene immediate e sferzanti dell’avanspettacolo. Tanto che, nell’ambito della composizione musicale delle canzonette, l’integrazione o il supporto testuale viene indicata/o con il termine metricare. Per stabilire, cioè, una snodatura di versificazione coatta all’interno della gabbia rigorosa costruita e costituita dai suoni. Eppure quanto detto, potrebbe obiettare qualcuno, non è poi del tutto vero, potendo, con citazione diretta e immediata, ad esempio, far riferimento all’ultimo Springsteen visto e ascoltato a Sanremo con canzoni in cui la gabbia armonica era ridotta all’osso mentre il testo era ed è sovrano. Ma non fa testo, tenderei a rispondere, proprio per la particolare eccezionalità della proposta; infatti quel gruppo di canzoni stende una lineare sterpaglia di suoni buoni e quieti come servizio per reggere il cuore ferito e adirato delle parole che incidono. Ma stravolgiamoci per un momento prendendo in rapido esame l’ultimo CD dell’acclamatissimo Ramazzotti che gira tutto il mondo: e da lì una breve estrapolazione da Stella gemella: «Tutto il mio dentro che conosci, che tu sai / vive un momento più difficile che mai / non è bastato aver tagliato i ponti / non è servito aver pagato i conti / se poi resta questa maniera d’essere ancora fragile / io vorrei sapere se ci sei / o se sei soltanto un volo inutile…/». Questo è tutto, per le generali. In una buona nota riflessiva sul libro recente di Ferrarotti pubblicato da Liguori Rock, rap e…, Gabriele Ferraris annotava su «La Stampa» di Torino del 15 agosto 1996: «Anni fa l’acuto Frank Zappa definì i giornalisti musicali gente che non sa parlare per gente che non sa leggere. E ai giornalisti si sono affiancati, con altrettanto pressapochismo, i professori universitari ansiosi di stare al passo con i tempi occupandosi di temi giovani & moderni».

Rispettare la musica, dunque, e rispettare la poesia, non come due atleti in forsennata e alterna ricerca di reciproci primati, ma come due momenti dell’umana vitalità sempre alla ricerca drammatica di calore, di esaltazione generosa e di partecipazione. Gli obblighi attuali della mercificazione selvaggia e dell’inseguimento fatale straziante del successo come obbligo vitale – e, se ottenuto, dell’ancor più faticoso impegno di mantenerlo custodito e semmai allargarlo a tutti i costi – hanno di necessità ricoperto il mondo della comunicazione con uno spessore alto di ghiaccio, come al seguito di una glaciazione in atto. Così la musica sembra aver perso, in generale, il furore che esplode o la sovrana leggerezza per la ricerca dell’armonia ancestrale; e ha perso la spinta indotta alla ricerca dell’uomo, della donna e del loro bisogno lucido e turbolento, profondo e costante, di verità d’amore. Essa musica si rivolta per lo più contro se stessa, straziandosi a brani con i denti come un cinghiale assalito da vespe infuriate; e si esalta esclusivamente dentro al proprio drammatico baule dei suoni, isolandosi dal mondo. E così a me pare anche la poesia, rintanata impaurita dentro una caverna dove si rifugiano – e temono – i sentimenti inquieti o dilacerati. Non più tumultuose risse e ricerche ma rigidi manufatti che scalfiscono segni e suoni tentando di ridurli in scaglie. Il recitativo secco secentesco… Ma devo concludere. La musica è il fuoco del mondo, la poesia su questo fuoco può, sa e deve camminar a piedi scalzi. Ma non può neanche gridare, dopo le ferite del fuoco. Perché, come ha detto Eliot nei suoi Quartetti, «le parole si muovono, la musica si muove / solo nel tempo; ma ciò che soltanto vive / può soltanto morire. Le parole, dopo il discorso, giungono / al silenzio. Solo per mezzo della forma, della trama / possono parole e musica raggiungere / la quiete…».

 

 

 

Bollettino ’900, n. sei-undici, 1997.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Bollettino ’900
  • Anno di pubblicazione: n. sei-undici, 1997
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