Il congresso dei cantastorie

Caro Cirese,

andai dunque in Via Reno, alla trattoria Profeti, domenica mattina verso le 9. Il giorno era chiaro ma un poco ventoso; proprio di fronte alla trattoria (dall’altra parte del canale) le macerie ormai vecchie e stanche dell’Ospedale Maggiore; e molto silenzio, come in campagna.

In un cortile, stretto e simpatico, con qualche sbuffo di verde a fiore del muro, erano raccolti a congresso, per la prima volta, i canzonettisti italiani. C’erano anche fotografi, giornalisti, qualche curioso come me o l’amico Leonetti.

La storia è nota. L’A.I.C.A. (Associazione Italiana Canzonettisti Ambulanti) fu fondata molti anni or sono, nel 1947, da Marino Piazza (che è delle mie parti), e lentamente si allargò fino a raggiungere i duecento soci attuali; domenica dunque si radunavano per la prima volta in forma ufficiale per discutere intorno ai problemi che più li interessano, o li angustiano.

I quali, come fu dato intendere, sono principalmente due: l’esigenza di una mutua malattie e di una pensione invalidità e vecchiaia (come tutti gli altri lavoratori), e di un riconoscimento giuridico che li preservi – come per lo più accade – dall’essere confusi con i mendicanti, i suonatori ambulanti e perciò spesso allontanati dalle fiere come elementi petulanti e indesiderati. Domandano (legittimamente, mi pare) che anche ai canzonettisti sia riservato – in tutte le sagre, le fiere, etc. – parte del suolo pubblico, come ai venditori di stoffe, indumenti, scarpe, gelati, torrone.

Si alternavano al tavolo della presidenza e parlavano con semplicità, ribadendo questi desideri che – in forma assai vivace e convincente – aveva illustrato Callegari di Pavia; un giovanotto grande e grosso, lucido di brillantina e con due baffetti gaglioffi. Rosso in viso (eccitato ancora al ricordo) disse che era stato cacciato, nei giorni addietro, dai bastioni di Porta Venezia a Milano; che era stato cacciato da Domodossola, dopo avere speso 980 lire in treno; e lo stesso accidente gli era capitato a Genova dove, per l’articolo 21 del Regolamento Comunale, i canzonettisti sono tenuti come suonatori ambulanti.

Tutti applaudivano; il presidente del congresso, il cieco Gaetano Cagliari di Reggio Emilia (perse la vista e un figlio durante un bombardamento, nel 1944) assicurò che sarebbe andato a Milano, dal sindaco; a Cremona, dal sindaco; a Pavia, dal sindaco.

Non c’era altro. Parlò anche Enrico Fella, della provincia di Frosinone; e il suo racconto fu bello. Disse che la vita del cantastorie è grama e difficile; che ci sono i figli, la moglie da mantenere. Durante la guerra, quando Cassino era minacciata, e poi sferzata e picchiata, fu costretto ad allontanarsi; ma per non perdere la fisarmonica (con la quale lavora), perché non gliela rubassero, la nascose in una cassa da morto e la seppellì al cimitero. Finita la guerra (o, meglio passata la guerra dalle sue parti) ebbe i suoi guai per disseppellire lo strumento; e infine fu aiutato da un ufficiale francese. Così riprese ad andare per le strade d’Italia, dal Piemonte alla Calabria, per guadagnarsi il pane.

Bravo Fella – gridavano; e ognuno si riconosceva in quel racconto. Era ormai tardi e io me ne andai. Restarono gli altri, a votare per le cariche del consiglio direttivo; a mangiare e a suonare. L’appuntamento era per le ore 15 e 30 in piazza VIII Agosto, grande e polverosa: dove ogni settimana (venerdì e sabato) abbiamo il mercato, a Bologna.

 

La ressa, quando giunsi, era grande attorno ai cantastorie. Cominciarono quindi a suonare, alternandosi, e vendendo le canzoni stampate. Per dieci lire ringraziavano soltanto, per cinquanta regalavano il foglio, il quadernetto. In un angolo della piazza c’erano le automobili di questi uomini; topolino giardinetta o furgoncino; alcuni – come per una ditta – avevano stampigliato il nome sui due lati delle macchine. Molti erano accompagnati dalla moglie, dai figli, e anche questi suonavano. Le donne non avevano il viso sciupato e stanco, ma erano belloccie; e le figlie giovani lanciavano sguardi franchi, senza malizia. Si capiva che il contorno di tanta gente, e gli applausi, le lusingava e un poco le esaltava. Si sentivano al centro di  una festa.

(Bollati, al mattino, dal tavolo della presidenza aveva gridato: «E bisogna che si sappia che le nostre donne sono brave mogli di famiglia e brave figlie, e non fanno l’altro mestiere, mentre noi suoniamo sulla piazza. Anche esse suonano e cantano, e ci aiutano; e non alzano la gonna». Era una difesa sincera, questa).

E fu proprio una ragazza, assai giovane e carina, che si esibì nel «numero» più suggestivo – o, come essi dicono, nella «spiega».

La giovane Bampan, dall’alto di una cassa, raccontò la lacrimevole storia (che poi avrebbe cantata e suonata) di Sacchi Arturo il sergente – lo smemorato di Varsavia.

E recitò con passione, alternando dolcezza a violenza; ora tiepida in viso, ora rossa come per forte emozione. Non perdeva una battuta; incalzava col suo racconto che durò a lungo. E tutti, poi, comperarono il foglio e ascoltarono la canzone. Anch’io, infine disarmato, comperai, per cento lire, il racconto.

 

M’è rimasta tuttavia un poco di tristezza. Al congresso, la mattina, il rappresentante dell’Ente del Turismo che aveva patrocinato il convegno, Umberto Beseghi, rivolgendo alcune parole di saluto, aveva ricordato – e non poteva mancare – Giulio Cesare Croce. Sui giornali, prima e dopo il convegno, gli articolisti si erano sbizzarriti nei titoli più suggestivi; ne cito alcuni: I bardi dei nostri giorni fanno assise in una osteria. – Il congresso a Bologna degli ultimi «trovatori». – I bardi chiedono un posto al sole. – Si riuniscono a Bologna i cantastorie, gente che vive di pane, vino e poesia. – I motivi più cari al popolo nella musa dei moderni giullari.

E i bardi avevano parcheggiata l’automobile dinanzi alla porta dell’osteria, accanto al canale o in un angolo della piazza; erano ben vestiti (e non è un male), lucidi di capelli; ma, soprattutto, avevano un solo dio: Luciano Tajoli. Cantavano le sue canzoni, ne illustravano la vita, ne imitavano, cantando, la voce. Sicché se un protettore – o come diavolo si chiama – dovrà essere riconosciuto alla giovane associazione (alla quale per altro auguriamo lunga e prospera vita) questo non sarà il grande Giulio Cesare Croce, ma il commovente, insinuante, popolarissimo cantante della radio. Le sue canzoni, d’altra parte, e come ho visto, sono ascoltate a occhi socchiusi, avidamente; gli opuscoli che narrano la sua vita, o la storia di una canzone, sono afferrati da cento mani che protendono il danaro. La piazza è di Luciano Tajoli, e i bardi, i trovatori, gli aedi per vivere hanno buttato in un canto la «lira» e servono la piazza. Non un lazzo, non una macchietta, non una improvvisazione; solo canzoni, melodie, che un poco tutti conosciamo.

Questi uomini di piazza mancano a mio parere di fantasia; dominati piuttosto che dominatori del pubblico.

Per fare un esempio: un grande cantimbanco bolognese – Giuseppe Ragni – morto nel 1919, portava il pubblico dove voleva; lo suggestionava, lo insultava, lo accarezzava, lo incantava; era il padrone della piazza; per ogni avvenimento suggeriva una propria interpretazione, una propria morale; e per ogni avvenimento scriveva, stampava, cantava e vendeva la canzone I cittadini, i campagnoli, gli operai lo ascoltavano e lo applaudivano; e lo amavano. E, almeno dalle nostre parti, quelli non erano tempi più felici, o più sereni.

Ma questi uomini sono scomparsi; ed erano veramente gli ultimi di una gloriosa tradizione. Oggi i canzonettisti viaggiano da una piazza all’altra, da un paese all’altro, con grancassa, flauto, tromba e clarino e suonano e cantano; seguono la moda, ripetono le canzoni di successo; qualche volta cambiano le parole, le adattano a un argomento attuale. (Così per la canzone «La bomba H» che, proprio lo scorso mese, ha portato Marino Piazza in tribunale, sotto l’accusa di oscenità). Ma generalmente tutto è fatto senza troppo impegno e con poca immaginazione. La gente ascolta (questo meraviglioso pubblico della piazza, che meriterebbe davvero d’essere rallegrato da un Croce redivivo) e poi se ne va, e dimentica. È un incontro occasionale, non uno spettacolo che si cerca e si ricorda. Non una festa, infine. Ma, caro Cirese, io non sono un giornalista che deve per forza trovare titoli suggestivi e scrivere per sorprendere; e non sono, si intende, uno studioso che deve andare al fondo della questione. Io ne resto ai margini; un poco scettico. E ho scritto quel che ho veduto e pensato in questa domenica d’aprile.

Bologna, aprile

 

 

 

La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare, n. 2, 1954.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare
  • Anno di pubblicazione: n. 2, 1954
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