L’Italia sepolta sotto la neve

Roberto Roversi

 

L’ITALIA

SEPOLTA

SOTTO

LA NEVE

 

 

 

 

Se la foto non è buona,

vuol dire che tu non eri abbastanza vicino

Robert Capa

(fotoreporter di guerra, morto in azione)

 

 

 

Premessa [1/81]

Il tempo getta piastre nel Lete

 

I testi di questa “Premessa” tentano di raccontare un momento di tempesta con progressiva lotta per sfuggirla fino ad assestarsi su un approdo sottratto a ogni nebbia – e forse, perfino, in un calore di sole.

L’uomo lì dentro comunque si salva da un inizio di naufragio. Senza il miele delle sirene. Fra il fumo dei mondi. Avendo imparato ancora una volta, dopo tanta vita consumata, che si deve ascoltare tutto, non tacere niente, per vivere non come conviene ma come gli è assegnato.

In realtà i poveri scrittori di versi sono indispensabili solo quando si deve ricominciare dopo una sconfitta.

Ecco perché prima di nascere devono morire.

 

 

1.

 

Poiché non c’è occasione per un solo grande dolore

assumo mille rimedi e medico le ferite della speranza

lascio cadere i miei occhi sulla brace

mi confronto con la spada del mondo.

Fondi burroni. Crepe. Mari improvvisi.

La colorazione della pianura è un giallo fradicio

un rosso gridato

talvolta si perde nel verde nel nero vacuo un nero grigio

il nero nero

nero sapiente e

prelude alla notte

 

2.

 

Poi stretto fra i due muri di ieri e di oggi

l’uomo quest’uomo partecipa alla guerra

dei mondi

È l’alba          Voci di trombe         Il

sonno di ognuno è spazzato via

La pianura dal mare alla città si riempie di polvere

I cavalli fumano sciabolano l’aria volando

 

3.

 

Parto da zero.

Le chiatte brulicano di luci mentre sul fiume è caduto l’inverno.

Là dove ottobre un tempo…

là dove ottobre staccava i rami con un sorriso e

l’io errante di me

poteva lasciare orme non labili contrassegnando il percorso

occhi di cervo abbandonati sulla riva

guardano le voci di un altoparlante davanti al bar.

Qui ci sta un soldato che non ha meta e ride.

La forza taumaturgica delle maschere è grande se appena

dieci minuti fa ho visto Colombina pas-

sare in un treno per Basel

 

4.

 

Ma in questo stupendo intrico del vivere

c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione

mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta

e io – io confesso che sono stato felice in qualche momento.

Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da un vecchio

fuoco

escono fra le foglie gli uomini del futuro

e un ragazzo albino siede davanti alle

pietre

accecato dalla luce

 

5.

 

Il suo essere vivo il suo essere vero il suo

destino incerto

con spasimo

nessuno poteva ancora sapere

quanta tremenda fosse l’opera del vivere negli anni

che corrono

ma non è detto che tacendo si riconosca la realtà più a fondo

sfioro la verità se riesco a soffrire senza morire

 

6.

 

Così un racconto ho cominciato qua

con tre orsi (che ballano) di pelle nera

ballano vicino a un fuoco circonflesso

da una luce rotta e

lasciano orme lasciano impronte la-

sciano

sulla

neve

orme

di sa

sangue

i bevitori d’acqua

i bevitori di lacrime

i bevitori di parole

 

7.

 

L’erba cammina sulla faccia dei monte e

i campi di girasoli esplodono contro nuovi palazzi già consumati.

Le pecore mangiano fuoco dentro all’occhio del sole

anch’io bruco sono cenere calda i

paesi sospesi sui crinali cadono

gli amici mi appoggiano la mano sopra gli occhi

io dico adagio guardando lei le ripeto adagio

noi che siamo immortali viviamo

noi che non siamo immortali pos-

siamo vivere ancora un poco ma per

vivere occorre coraggio e il coraggio è una cosa

io a lei blonde dico adagio guardando

ti prego canta una canzone un’altra canzone cantami

oh cavalluccio bendato una canzone d’

amore

noi che scontiamo la fortuna di vivere ancora un poco

ascoltiamo e

possiamo anche morire. Ancora un poco. Io a lei

blonde dico adagio guardando le

dico adagio

guardando dico

adagio blonde

blonde Catharina

 

8.

 

È fantastica la situazione in quel momento.

Un’oca enorme con le ali aperte

un’oca bianca trascina urlando la coda dei sole in

una sera fantastica

il sole schizza sangue prima di inabissarsi

con ali aperte un’oca bianca dicevo

noi che non siamo immortali viviamo

 

9.

 

Blonde.

Catharina.

Cauchy cavalerius gams

olbers olivium parrot

anaximander andel airy alamon

barrow befrain buch

mallet peirex zagut. Per fortuna

la canzone del futuro sarà semplicemente

una nuova canzone napole-

tana sulla luna.

Che hai fatto dei tuoi anni?

Non ho ancora parlato dell’uomo.

Non ho

ancora parlato

dell’

uomo. Il

tempo ferisce le dita le fa sanguinare

ma la pazienza è del tempo.

Il tempo si ferma aspettare

 

10.

 

Dico poche cose con dolcezza.

Amore a te. Ahi, te, me,

a-mo-re, more.

Mai più. Per le lunghe strade

dove vai, ubu roi, coolbridge, more, amore,

mai più. Mai. Se la giovinezza

può ritornare

coi capelli che l’aria fascia aprendoli,

belive.

Sono tornato e ra-

pido come un tuono

ascolta le parole belive, ascolta il suono.

Nessuno riposa. Il suono di una parola, dico.

Accenderemo i fuochi sui monti accenderanno il fuoco

i fuochi.

Per me, per te.

La violenza attuale è una tartana inutile ferma per mancanza di

vento. Un giorno

sui monti

 

11.

 

Ricordo la giornata le giornate

nella città senza trasporti.

La ciminiera dei silenzio vigilava la danza delle spade

fra un angelo e il lupo della montagna.

Quel libro fa paura dice

la verità e la verità è impossibile

la verità è possibile la verità

è una bugia dei sentimenti è

un errore decapitato è la morte apparente è

il temporale senza tempo non indicato dal barometro dell’estate.

Non mi lascio tempestare

anche se ogni uccello è interferito dal fucile di un inquisitore

e io ricomincio da capo. Fa la neve.

Così scrivo un racconto qua

con tre orsi (che ballano) di pelle nera.

Una sera la navicella della vita sfuggita a una tempesta rientra e

tutto è ancora da raccontare.

Comincio a parlare in un deserto. Fa

la neve. Un odore di mele.

Dalla spada non volle mai separarsi

neanche nell’istante della morte

e questa della spada è una speranza

 

12.

 

La neve è calda come il tempo della neve.

Da una finestra in aperta campagna

il palmo della mano di un ragazzo

cerca di stringere un poco d’erba distesa sotto la neve.

Guardare è un sogno.

Quante cose avrei potuto fare se fossi stato diverso

povero passero uccello gramo

arrivato a questo punto del volo

mi rendo conto della fragilità del ramo

e ricomincio a volare

 

13.

 

Agosto brucia settembre consola.

Agosto grida raccoglie investe

settembre ha la parola

novembre

nuvambar venus in zil ch’al s’aslumiva

novembre resta e sembra aspettare

 

14.

 

Un racconto ho cominciato qua con i tre orsi che

ballano di pelle nera ballano dentro a un fuoco

circonflesso da una luna spaccata e lasciano

orme lasciano orme lasciano sulla neve

orme di sangue.

Così la neve è rossa.

Rossa. Bianca. Neve di sangue. È neve di sangue. Rossa.

Prima di sera, prima di sera dice una voce

sarà spenta l’inquietudine delle città che

bruciano. Non sempre si può scegliere il

tempo per il ritorno.

Empedocle segnava col piede sul bordo del

vulcano una linea che parla una linea che

non finisce (è il corso delle stelle è l’umano

destino).

Lohengrin girovago per vecchia consuetudine

si accascia mentre la città

abbaia legata al canile da un cerchio di

cuoio indurito dal freddo

 

15.

 

Tag um Tag

Arbeitest du an der Befreiung

Sitzend in der Kammer schreibst du.

Noi vi faremo da scudo, d’ora in poi

entreremo in battaglia

noi entreremo nella battaglia e

Catharina

fuma in silenzio mentre guarda il mondo girare secondo un’antica

armonia.

Giorno per giorno lavoro alla mia liberazione.

Catharina fuma Marlboro in silenzio

 

16.

 

Ho passato settimane vuote mi sono sentito

senza più anima mi sono sentito senza

il vento della vita del tutto appassito

mi sentivo mi sono sentito tutto appassire

sfiorivo fra il canto delle rose esplodenti

era la voce delle cose a consumarmi.

Come il sapiente antico mi sono stancato di contare le ore

ho cercato il vulcano.

Con un dito sfioravo la frammentaria luce della vita che passava

non ascoltavo altra voce che

un modesto borbottare

con un dito seguivo il volo di alcune anatre dentro

all’occhio dei sole. Alzavo cerchi di polvere.

Il vento freddo della sera scivolato via da un campo

il suo brivido

non ha spento il mio cuore

 

17.

 

Ma non ha spento il mio cuore.

Un brivido io. La

vita mi perseguita è magnifico

vivere, un’errabonda luce

toccando le cose col ricordo

conduce a me il fiato del desiderio.

Si appanna lentamente ciò che è stato.

Adesso mi impiglio contando fra i

rami di alberi sapienti.

(Baci e abbracci.

È d’obbligo l’entusiasmo).

Ci sono accadimenti

in sedi acconce

e per personaggi di rilievo

l’applauso a cuore aperto è di rigore.

Se non sei d’accordo

rischi l’ergastolo

“Ricordi, quando venisti, che io ti dissi?”

 

18.

 

La scena era la seguente (ripetuta)

a sinistra una strada alberata con alberi

disossati alberi per l’inverno suoni schermati

dalla meraviglia e l’inverno che eccedeva

e per ogni altro inferno imminente c’era

la paura immobili e simmetrici

a sinistra stavano i campi innevati.

 

Il transito dei veicoli con catene

il grigiore stazzonava con piccole cornate il

cartellone pubblicitario del vermuth Cinzano o delle sigarette Ca-

mel oppure le sigarette Marlboro.

Le gocce cristalline della neve si potevano toccare

o assaggiare con le labbra.

La scena era la seguente ripetuta ma di questo tempo resta lo

sguardo della gente che guardava in faccia con curiosità ma senza

guardare ‑ mentre c’era una guerra. Oh la guerra.

Una guerra è finita per sempre la generosa gara di chi chiudeva gli

occhi nel sonno o di chi al contrario gli occhi

li apriva solo per

guardare un

mare enorme senza vita

i pesci immobili come vecchi tremolanti davanti alle case

nei paesi bassi della pianura.

Il fuoco bruciava? La scena era la

seguente (ripetuta) a destra il fuoco

non bruciava anzi la prima impres-

sione era una impressione di felicità

 

19.

 

Gli amici nel caffè respirano contro i vetri

per guardare e io sono solo

scruto ammiro penso chiamo spero

guardo posso anche cantare sotto voce

il paese è giallo dentro al mare di neve

gli altri sono nebbia dentro ai vetri verdi

del bar si sollevano alcune farfalle di pietra

aspetto con pazienza

dentro al blando riposo di latta e cartone

e m’accorgo di sapere ancora aspettare

 

20.

 

Non posso non posso più non posso ancora o forse

non so più rappresentare la morte

come un fatto impossibile la

morte è senza vita dentro la vita

gli occhi sono chiaramente aperti

dentro alla piccola tempesta di buio che sopravviene e sono

occhi

galoppanti

con strani freddi pensieri sui

prati circostanti.

Il viaggio non è ancora finito.

Mi interrogo sul mondo.

Improvvisamente mi sono svegliato

non posso non posso più o forse

non so più rappresentare

 

21.

 

Era lei che ferì il mio cuore che già doleva

Catharina di Spagna

blonde dai campi fioriti alle cime fra nembi

oh i prati di ondulata memoria del Würtemberg lei

blonde si china lei promette lei

che sa anche convincere dice

io sono io posso in me rientrare

tu sospira un poco tu puoi aspettare sei così

stanco.

Rispondo che l’attesa è il silenzio che si prolunga.

Sento la tua mano dicevo.

Sento il sole della tua mano il

freddo della mano per un momento mentre guardo la strada che

si prolunga.

Mi aspetto di tutto.

Ma i momenti di ricerca più assidua e

confusa compromettono (sempre)

l’immagine di me stesso nel

cuore

troppo giovane per avere paura troppo

giovane per ascoltare

 

22.

 

Piacente primavera. Era cocente primavera

una primavera che scuote. Così

piazente primavera. Era

questa cosa in quell’ora così piacente e calda

io potevo affermare

mi piace di più di ogni rosa quella

quella piacevole calda primavera diluita

dentro al mare della vita. La primavera

sconfinava in lande anche paurose (talvolta)

che non avevo conosciute.

Magri uccelli sull’unico filo

steso sui

campi innevati

su questi campi si proponeva la sera

faceva anche sperare strane canzoni di venti

il cuore era un libro aperto.

La primavera vagava purtroppo ancora molto lontana

frenata dagli ossimori che liutavano

per lamentare questa occasione perduta. D’altra parte neanch’io potevo aspettare

 

23.

 

Passo dagli alberi ai sassi all’uomo

basta un suono o un piccolo stravolgimento per passare

dalle lucciole indifese agli uomini e navigare

o (dico) per passare dagli uomini a lui.

Ascolto con tanta attenzione che beccheggio.

Vulcano non c’entra. Però

bruciarsi le navi alle spalle non è un male.

Si può scampare alla vita nella terra dei morti?

il futuro non è già passato?

 

24.

 

La dimenticanza (non l’oblio) è conoscenza

ho una speranza e in data odierna parto

sulla groppa di un delfino cerco il prato del mare

do un addio

mai più ritornerò

conto i piccoli fiori d’acqua fresca la salute

dei cielo raduno nuvole così disastrose e inquiete

non so a quale approdo m’avvio ma sarà di sicuro

in isole fortunate lì

fra suoni sussurrati posso giocare a cricket

con il campione in carica dell’ex impero britannico.

Non avrei mai pensato

che si può essere così ferocemente felici liberi so-

li sulla groppa di un delfino che naviga naviga in bassi fon-

dali e si solleva e affonda sul cuore del mare un mare

glauco sul mare che è insonne

sul mare.

Documentazione dell’avvenimento è stata in-

viata a tutte le guardie costiere.

Addio

 

25.

 

Nevica. Catharina blonde è sui capelli miei

con la mano d’oro degli Sciti

la Mini Morris cammina nel fango auricolando

tratteniamo il respiro.

Implacabili perché il futuro è alle porte.

Quando arriviamo?

Il viaggio procede con normale tristezza

per un momento il mio cuore è per terra. Per terra. E

ha l’ombra di una vela.

Altri sono partiti oggi su veloci siluri bicolori

per la montagna. Che è luogo di streghe in amore

 

26.

 

Sono liscio come il marmo.

Ho solo alcune parole da dire ho alzato la testa

mi dispongo a guardare

appaio presente e futuro

immedesimato con le puttane del cielo e il loro notturno pallore cerco il cuore il pensiero di un uomo dell’uomo.

È una grande speranza. Con fatica non ho altra stazione.

Voglio godere la mia parte d’errore

partecipare al diserbamento

ascoltare

 

27.

 

Cosa posso raccontare. Progressivamente ho visto

distruggere il mondo e il mondo ritornare comporre

le penne stendere

il grande lenzuolo dei mattino sulle montagne e

aspettare. Anch’esso aspettare.

L’ho visto.

Certamente ho veduto l’ultimo barlume di una sera qualunque

ho stretto in mano un’alba che palpitava bagnata il mattino di

martedì 28 novembre

prima che nella circonvallazione stretta da una nebbia feroce

spegnessero i lampioni

ho letto da qualche parte che forse è necessario aspettare.

Non con pazienza però

 

28.

 

Affrettati cane della memoria abbaia insulti.

 

Tacitare le astrazioni.

 

Cosa posso raccontare?

 

Progressivamente ho visto distruggere il mondo e

il mondo ricomporsi

 

ho visto il mondo in vetrina stendere il suo

lenzuolo e aspettare.

 

Non è felicità sotto la luna ma soltanto un gran bisogno d’amore.

 

Gelate notturne in pianura padana.

 

Giovani pixies ballano sopra il cofano

 

29.

 

È in atto la scancellazione del presente.

O del passato prossimo.

È in atto la scancellazione del passato tutto intero.

Quindi vecchio. Absolument. È in atto

la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’

armatura di un linguaggio comune

mimetizzato da giovane grido

un linguaggio disincantato.

Piacente primavera.

Pixies sortivano leggere.

 

30.

 

Sul cofano della Mini Morris in corsa

il micidiale gelo dei nord portato sul carro di vincitori impetuosi

è approdato in questa pianura con i fiori di vetro.

Il cuore è un guerriero con la lancia in mano

appassita dal vento di una tomba etrusca

 

31.

 

Il piccione è un piccione alto maestoso

con la sua ombra riempie la neve

la neve scivola s’inchina mormora in una lingua antica

il piccione apre le ali

da città a città

affonda il becco colpisce i delfini in amore.

Nevica. È inverno. La Mini Morris è parcheggiata

in un angolo vicino a un galeone spagnolo con spezie

sorpreso dalla tempesta nel golfo.

Sull’argine in attesa tutti partono in questa epoca d’angoscia.

Voglio essere paziente per restare

 

32.

 

Poi è venuto il tempo in cui non è bastato più aspettare. Non era

mai successo. Mi sento contro un muro.

Ma lo sai che ci sono almeno 746 modi migliori

di questo per vivere la vita? Il piccione torna in

cielo su ali che l’inverno gela.

L’auricolare

mi porta notizie di Davis Okland

e intanto si intiepidisce l’acqua per il bagno

purificatore. Lavo occhi e orecchi

per il momento

adempio all’impegno di scrivere

pour toi François. Muovo la leva dei tergicristallo

per riaprire la visione dei mondo.

La rotazione dei mesi è diventata impossibile

non ineriva a nulla di poetico quello spettacolo subliminare.

Si lascia osservare con indifferenza

 

33.

 

Becca becca

                  piccione gomma

                  piccione figlio piccione miglio

piccione giallo

                  piccione torre

piccione ventre di vino piccione vento di onda

piccione che non si consuma

in questo campo innevato. Campo senza reticolato.

Il piccolo piccione sconsacrato cosa nasconde sotto le ali?

Pensa: la prossima settimana siamo in gennaio.

Ingemmati sono gli

occhi dei due caprioli uccisi

da cacciatori di frodo vicino all’aeroporto militare

 

34.

 

Poi è arrivato il tempo. Quando non

non bastava più aspettare.

Raccolgo nel campo della memoria

alcune parole d’amore. Canto questa

                                            canzone.

Le carte sono riottose.

Vanno letti tutti i libri che si scrivono nel mondo.

Vanno letti con pazienza poi dolcemente

teneramente…

dimenticati

 

35.

 

È arrivato il tempo in questo tempo non mi

bastava più aspettare e nel tempo

 

il nostro è un grande paese

a camminarlo vien sete.

Questo paese la sete la caccia via.

“Mamme, sapete cosa cantano i vostri bambini?”

Nuvole accartocciate ancora dentro a una pioggia pigra.

Più grande è la Merica.

Ma anche questo paese su cui cade la neve nel silenzio

è grande.

Non lo cammini in un giorno.

Mentre righe d’oro si imprimono

sul cuore della lontana California

Catharina è nel bar attraverso il vetro sfoglia una merendina in-

cellophanata

qua la piazza del mercato è vecchia

e interroga il passato.

Insistere con pazienza sulle parole

anche dentro le parole

trapassate da cinque

fulmini.

Questo inverno canta con i lupi in solitudine.

Colombina e Pierrot lunaire

tracciano ghirigori assiri sulla neve

 

raccolgo nel campo della memoria alcune parole d’amore

 

passeri grigi scendono e beccano la mia spalla nell’ombra

 

la fortuna chissà

 

chissà dove.

 

Mi sono messo a vivere

 

36.

 

Tace verbigrazia il dispensatore di suoni.

Intreccio alla tua la mia…

Piccole ferite sono piccole verità.

Non mi stanco di guardare attentamente il mondo

anche attraverso un vetro.

Il piccione leone becca dalla mano (mia).

 

Produrre concitazione

 

37.

 

Il suono delle esse emiliane sfrecciava

via dagli archi via dalle frecce degli indiani (a colpire)

la dottoressa Materai lei dispensava

sapere

negli anni scorsi

forse poco beati ma naturalmente necessari.

Erano gli anni.

Adesso incanutita la dottoressa osserva le mosche

sul vetro appannato

 

Ehi tu cocotte degli anni ’20 quali

ricordi conservi nel fondo della memoria? La tua

esperienza ci aiuti. La storia non è ormai

semplice (totale) iconografia?

Fissare un foglio coperto da segni intelligibili

e concreti

raccogliere l’angoscia della sera in pugno

trasferirla adagio (oh adagio) verso la finestra

lasciarla libera simile a uno scarabeo dai cento riflessi

lì l’aria lì il cielo quando

quando tutto è silenzio dopo il sole

 

38.

 

Per quello che non troviamo

ci concediamo del tempo è detto.

Sempre immobile prima di partire questa volta il cielo

è molto ingiallito per la pressione della massa nevosa che non rie-

sce a bruciare

 

lontano, le luci

 

affascinante connubio di stelle un poco appros-

simative e di mistero già tutto con-

sumato. Lontano

le luci

 

una sopraelevata

collega la stazione nord all’uscita sud di chis-

sà quale via accade che ognuno sia incerto

se uscire oppure entrare o

dove sia più opportuno

svoltare per inserirsi in un traffico non impazzito che conduce ver-

so casa

sembra così vicina l’ora del sonno

così vicino l’inferno

sfiorare con il dito un vetro gelato che non

ripara. Diventa una commedia la piccola

attesa di ogni giorno (questo può essere oggetto di considerazione

anche

durante la lunga nevicata dell’anno

1983. Era il mese di dicembre)

 

39.

 

Ecco il tempo arrivare

tutto è ridotto al suo fine

consoliamoci.

Ognuno può accedere al presente

adempiute le formalità immediate

da frontiera a frontiera.

 

Asserragliato all’interno guardo gli ultimi guizzi

del pesce giorno raccolgo squame perdute da un

vorticoso squalo di passaggio che non lascia altra traccia.

Bisogna inventare la realtà.

La fantasia è consumata

nel lago salato di una memoria

contadina e ufficiale.

Mi dispongo a seguire il viaggio degli

uomini che partono.

Questa terra si inabissa con le sue antiche canzoni di gesta

dentro alle necropoli devastate dalle ruspe

nelle necropoli svuotate si riflettono lune che hanno terribili

pallori.

Anche agli antichi guerrieri è tolto il

sonno

 

40.

 

Assomigliava a un attore famoso.

L’ho perso di vista.

Lei invece ho potuto raccoglierla dalla strada

letteralmente.

Impiastricciata come una fotografia

calpestata da alcuni cavalli in

corsa. Forse ha mentito e anch’io ho mentito

forse ha mentito

quando citò Senarica alta sui monti

come il tempio della neve.

Non consumare la speranza

ammonì prima di ripartire.

Colui che assomigliava a un attore famoso non

si è più ritrovato

dicono che alle volte sprofondano in vecchi conventi

dentro la foresta

lì inseguono il volo dei misteri portati dall’onda

di campane in corsa

il pane è tolto dal forno

 

41.

 

Il ginocchio di Catharina è

la sabbia di una situazione

ricomposta con la mia soggettiva

emozione.

In verità mi sento relegato al ruolo

di chi è polvere di chi la vita l’ha dimenticato.

Per questo aspetto facendo correre qualche sospiro

il ticchettio del cuore è molto simile a una macchina da scrivere.

Chi è stato lasciato può sperare di ritrovare tutto

chi è dimenticato lui

può ricordare senza più morire

può ancora aspettare

 

42.

 

Rumigava tempestosamente.

Portandosi via ogni possibilità di contraddire le

azioni che accadevano

 

Ronzano di Castel Castagno

chiesa di santa Maria

affresco dei 1181

Strage degli innocenti

un armato stringe fra i denti

un sorriso medievale con la spada tenendolo per le gambe a testa in giù

decapita un uomo

intorno c’è una fila di innocenti

destinati al macello

in un angolo il vescovo

ammonisce che dio è giusto e provvede.

 

Dicono i giornali

che in un tempo terribile viviamo

mi guardo la linea della mano

mi accorgo con soddisfazione

non sono ancora arrivato durerò durerò oh durerò

anni anni da consumare

sbriciolando gli anni che aspettano. Aspettare

 

43.

 

Rumigava dentro la tempesta

                      tempestosamente

 

e lasciando il campo                                                RT

e lasciava anche il campo                                       RV

forse              per il campo                                      AZ

 

ciascuno poteva fare accadere le azioni               AZ

                     fare in modo che le                            RTI

                          accadessero                                   RT

 

ciascuno [ognuno]

ciascuno faceva in modo che le … che ogni azione

potesse accadere

 

 

Rumigavano nella tempesta

               contro la tempesta

 

Si portavano via ogni possibilità di contraddire

per sfuggire alle azioni che accadevano e

 

per afferrare un poco di libertà                            AZ

e per non perdere il rapporto con una verità      RTI

 

ecc.

[controllare]

 

44.

 

Dentro la tempesta che rumigava un

altro grande tema era quello dell’amore

(fra me e te o fra gli uomini in generale

e le donne, naturalmente)

un altro grande tema

era quello dell’amore.

O della sopravvivenza

fra i rami di questa foresta un poco pietrificata.

Ma l’alba è appena spuntata

l’alba spunta

arriva un cacciatore con il suo malcelato furore contro

tutti gli uccelli e cominciò a

buttare fuoco contro ogni ombra in volo

crivellava il cielo

così il tema dell’amore non si poté per il

momento affrontare e decadde fino

a essere dimenticato

 

45.

 

Si va oh si parte ancora

anima animuccia mia bella

se non sai bere altro che tristezza o alcune illusioni

animuccia anima mia ascolta

la neve ricomincia a cadere.

Catharina non dormire

il giorno vicino alle case ammazza i fiori

Catharina il giorno non è ancora venuto

la radio dice che molti vantaggi acquisiti dalla classe

operaia negli anni Sessanta erano fittizi tanto è vero che adesso

essi sono stati ripresi da

chi li aveva ceduti – al modo con cui un

bambino

ricupera adagio

tirandolo

dal vento

l’aquilone. Pazienza

amici dell’uomo

pazienza

parlate voi.

 

Ecco ancora un paese

 

46.

 

Conosco il paese.

                                        D’agosto

ci fui per un momento a conquistare

terra a debellare un’

                                                   antica memoria

che porta all’ingiustizia.

Non vorrei assomigliare ad altri.

 

So che è un tempo magnifico dentro la neve

e io posso ancora essere infelice

con felicità.

                              Senza offesa.

So che è un paese magnifico dentro la neve.

Care gentili suorine che cantate in pace

con il mare negli occhi

nessuno vi tende la mano se non per ammonire.

Ripiegate allora sul piccolo scandalo

su una giusta misura d’errore.

Perdetevi – ma guardate lei.

Anch’io conosco le meraviglie di un mondo

che non riesce ancora a morire

 

47.

 

E anch’io non posso prendere la luna con la mano

aiutami tu

vieni ragazzina, dài,

ma non è una ingiunzione forzata ti prego

soltanto (non è un richiamo) vieni

ho tutto il tempo per aspettare per allestire il giuoco

e alcune cosette già stabilite

sei tu, oggi, che puoi perdere tutto

hai tutto da perdere

povera ragazza vieni ragazza, dài,

aiutami vedi che la neve la neve la neve ricopre mi copre la

neve

e allora

 

48.

 

Sento via radio voci dalla Polonia

tace la Polonia

il suo silenzio attuale è uguale alla dispera-

zione dei capodoglio bianco altrimenti chiamato Moby Dick

perseguitato da Achab attraverso i mari del mondo

il suo silenzio è simile alla

rabbia rossa del capodoglio che Achab

accarezza mentre dorme semisommerso dall’onda del cielo

proprio nel centro dell’oceano

 

Achab che deve uccidere lo aspetta

 

lo non sono la fiocina di un dio io non so cosa dire in

situazioni critiche

so che mi devo correggere.

Le scarpe non è possibile che si consumino se

prima non hanno camminato.

Ti tengo gli occhi addosso Catharina

ti seguo

perché ti amo lentamente e con un poco di disperazione

io ti seguo Catharina

sciogliendo la saliva del cielo

 

49.

 

Era un giorno de majo sotto la neve

alta la neve un

vero primo giorno d’estate sotto la neve.

Era forse una neve de majo? Un vero

primo giorno d’estate con le schiarite rapide

e i TIR che sul viadotto dell’autostrada sono colorati d’azzurro

e del rosso di Lione

 

era quel giorno della neve

ho ascoltato la canzone inglese

sono un cane da caccia

che grida sotto la luna.

 

Perché questo viaggio in pieno inverno?

 

Vuoi qualcosa anche da me?

 

50.

 

Catharina con i capelli di ghiaccio di nessun colore

sono capelli di neve

ispida e breve sono

leggeri si sciolgono

piangendo Catharina

è giovane lei è appena accennata nell’ombra

e non parla tace

lei

guarda

 

sono immobile sotto la sua mano

 

l’arco di un paese con la torre

 

si avvicina

 

in questo tempo se vuoi dire le cose bisogna pensarle profondamente

scavare

prima di notte arriveremo ma quando?

un cane rincorre il sole

rimbalza su tre gambe di legno

 

51.

 

Prima. Ho ascoltato questa voce.

Un fuoco. Accendere un fuoco.

Ti prego di non morire

 

52.

 

Ti prego non morire.

Perché (ti prego di non morire) come potrei fare tutte le cose senza

di te?

Un fuoco. Accendere un fuoco.

Ti prego di non morire.

Il paese è di grande silenzio

strade brevi selciate in salita

 

chi legge i buoni libri sa che non è l’ora di cena

 

ma di riflettere attentamente (con intensità)

alle tre parole che useremo domani.

Pesare le parole è sogno?

O necessità?

L’aliscafo di Carondemonio dal regno dei

morti porta alla terra dei vivi

 

53.

 

Il giorno di San Costanzo e Aquilino

è accaduto l’avvenimento di cui sono stato spettatore.

Involontario.

La mia cenere bianca è sotto  l’azzurro cielo.

Adempio a un atto rituale

in un momento d’attesa?

Nevica. È la mezzanotte di un anno.

Perché questo viaggio in pieno inverno?

Vuoi qualcosa anche da me?

Rispondi: vuoi qualcosa?

 

In un’età di schegge

ho deposto con cautela

la mia piccola vita che fumava

sul tronco di un albero rovesciato.

Lì mi hanno trovato.

Tre cacciatori e tre cani.

Uno era mercurio il secondo apollo e

il terzo una giovane senza storia che schiacciava l’erba con i piedi

di ghiaccio.

Con gli dei come vuoi parlare?

Il passato e il presente sono sconosciuti

il futuro a loro non sfugge.

Buttano semi nel solco della memoria

 

54.

 

È passato tanto tempo

che non è quasi più vero.

No, devo salire in paradiso perché sono grande giovane e buono

no, devo scendere all’inferno perché

sono vecchio povero e infame

no, devo andarci in paradiso e salire salire salire fra gli

alberi e gli angeli che hanno ali squamose da pescecane

devo salire più in alto

no non mi adatterò a questo disonore

a questa morte scolpita dall’acqua e dalla neve

 

salirò

è un giuoco

ma non mando inviti

 

e i vecchi amici?

Ho raccolto anche le molliche

con la punta della lingua

la vita ha cambiato pettinatura.

Ogni cosa è vera se fatta con convinzione.

Per la strada camminano due uomini

sono partiti da una stazione dove il treno neanche arriva più

 

55.

 

Atene brucia.

La città perfida sotto le carezze di Sparta.

Andiamo, non essere così triste.

Un angelo porta notizie dalla terra

al cielo

una motocicletta procede sul filo d’acciaio strisciando faville.

Splendono gli occhi di tre ragazze annidate sui tetti.

Vedo.

Cinque cavalli in fila hanno partorito farfalle

una lumaca conduce il lupo nella casa della vecchia bambina.

 

Conto sulle dita i giorni che

ho già perduto

la barca dal regno dei morti

scivola leggera verso la spiaggia dei vivi.

Sfere incandescenti

in questo cielo di dicembre

le vedo

 

56.

 

Durante il concerto rock e la musica da vedere le

piume degli angeli feriti a morte cadono con la neve

intanto un aereo sperduto urla rompendo il ghiaccio del cielo e

cerca aiuto.

Qua tutti dormono profondamente

sopra la notte stesa da monte a monte si può scrivere con

il pennello rosso

e

Mirage 4000 (France)

FSG (Usa) prezzo 4 miliardi

F 16 (Usa) abbastanza imponente per scoraggiare

abbastanza forte per vincere

trattasi di aerei per il combattimento

 

dal 1946 a oggi 120 conflitti aperti per il mondo.

ci sono più mitra che ombrelli.

Gli elicotteri si abbassano

cercano i dispersi

con le luci

cercano cercano.

Cercano u’ leccasapone

 

57.

 

Con astuzia

si può battere la concorrenza

e ottenere il pagamento in contanti.

La città è ferma le fabbriche chiuse le

scuole deserte.

La neve è una montagna di sogni.

Anch’io mi appisolo dentro alle foglie circoncise

e allibisco teneramente. Mi perdo

ad ascoltare.

Il rumore dei sogni.

I carri armati hanno smesso di andare

e dormono come cani

il mondo è veramente silenzioso

non cade neanche una bomba

 

Ho fatto un sogno

 

58.

 

Ho fatto un sogno dentro gli antichi segni.

Un amico mi salutava non con

la mano ma abbassando gli occhi. Giovane,

veniva da lontano. Ma ero io che partivo

io ero il battitore libero con foglie d’oro sugli occhi

il muratore incalcinato il trottatore sgarrettato

dentro al recinto camminando a ritroso

ero spaventato non rispondevo al saluto

partivo non ri-

tornavo

gli alascià pascolano lì vicino affondando il muso nella neve

nero era anche il carbone quel giorno

aspettano

me che mi sdoppio appena in concomitanza a una canzone

di Catharina blonde

 

59.

 

Catharina Blonde dice guarda

 

Il piccione gigante ritorna

porta in volo Pierrot lunaire

che parla non canta

oh voi cittadini di Spatt guardate nel cielo il

guardate il fuoco si avvicina si rinnova

mi accuccio

                   Catharina parla del futuro.

Nella sua mano

in cima all’albero una gazza mostra l’oro

rubato a un pastore africano.

Gli svincoli nell’autostrada sono chiusi al

traffico causa neve

 

60.

 

Le case dei minatori

vendute ai cittadini (come seconda casa)

erano allineate sulla collina di legno cia-

scuna con la veranda per sedere

un’ora al giorno nella stagione del vento dal mare. Che confonde l’afa.

L’eroe eponimo

chiuso nella palestra di ghiaccio

conversa senza urlare

con le vecchie signore sorde trascinate dalla corrente

e

sorride appena

come si conviene a un gentiluomo.

Mi salveranno le acque vicino a casa nostra.

Arrivarono poi altri uomini dallo spazio

 

61.

 

Arrivarono.

Uomini.

Altri uomini.

Arrivarono altri uomini altri uomini altri uomini

uomini dallo spazio portano notizie così

agli uomini della terra

non salute

ma guerra.

Quindi l’aereonave ripartì.

Vorrei solo dormire.

Dio com’è bello morire se scegli di dormire sognare

su scogli terrestri irti di punte

taglienti e un vento

che neanche si vede

in un vicolo fra i grattacieli

dove due gatti

guardano le banane fiorire da un

seme piantato nella spazzatura

 

62.

 

La mia preoccupazione era quella della noia.

Che la giornata fosse una piccola noia

simile al volare della mosca

in una stanza dimenticata

le veneziane abbassate

il pomeriggio

di un giorno d’agosto

                       il sole cola morchia di cera

nella pancia di una vacca squartata

 

e

mi dispiace (naturalmente) in-

dugiare nella noia

di fronte a un problema tale

 

Catharina canta la seguente canzone

……………………….

……………………….

……………………….

 

aspet…. [aspetta me]

 

non lasciare… non… [non ancora]

mi fa gola

questo ghiaccio

che tieni al braccio con un

nastro (psichedelico)

un nastro modesto

 

63.

 

È precipitevole (cara Catharina) l’idea

che correndo si arrivi celermente

a un qualche

approdo

 

da qualche parte

 

sotto un pergolato che protegge dall’ombra e dalla neve

 

ho smesso di ricordare

 

una fila di uccelli migratori

mi porta l’ebbrezza di una

sabbia africana.

La neve si dispone nell’aria

e la coda degli uccelli trascina piccoli diavoli infuocati.

Ezechiele dice di un giorno:

tu mi attendi

o mi attendevi

 

64.

 

Ezechia dice di un giorno: questo è un giorno

un giorno pieno di veleno è un giorno

dice è un giorno pieno di calamità di

rimproveri e di bestemmie.

Dice: un uomo che canta così non può essere

del tutto cattivo.

Grandi spazi erba

(foreste incorporate)

mi guardo allo specchio mi palpo

la faccia a destra sinistra il profilo

penso che si può cominciare. Tempo

di mettersi in azione.

 

Ma sibilava il laser

Inducendo

piccoli sobbalzi

per un piacere appena sottratto alla luna che

per antico pelo era

a friggere frittelle.

Lì stava un poco ansimando

 

65.

 

Mentre mendico sotto l’aria innevata un’ultima

ora di riposo trascino una piccola ombra di stracci

perché riflettere sul presente è una necessità. Non

sono mai stato vivo tanto quanto dentro a questa morte

mi dichiaro libero e soddisfatto (moderatamente) men-

tre funerali solenni a Kingston

stabiliscono per Bob Marley un silenzio in arrivo.

Suonano i Wailers

il mare è pieno di barche frantumate da pietre che non si vedono

il cielo è segnato dalle grida grandi di uccelli

 

cammino sotto l’aria innevata

dentro la Mini del ’73 ascolto

battere l’orologio al polso di Catharina

blonde.

Marley si china sull’arca di Kingston bruciata

dall’estate sa che non

può cantare

più

 

66.

 

Vorrei tornare bambino vorrei tornare

con le penne di usignolo calde

vorrei

vorrei essere

vorrei essere solo

vorrei essere solo a giocare nel cielo profondo di questa Emilia

antica

vorrei cantare sono

io sono

sono io

 

Potevo andare esploratore in Africa

 

Vorrei tornare bambino vorrei bambino tornare

perché gradisco l’estate e soffro l’inverno

vorrei avere le scarpe con una armatura che richiede intelligenza

per camminare nell’inferno

e da lì ritornare

ma a metà della mia vita

potevo andare esploratore in Africa

 

Vorrei ritornare bambino per-

ché soffro l’estate e gradisco l’inverno

camminare all’inferno con

un’armatura che richiede pazienza

camminare all’inferno

lasciare alle spalle l’inverno

 

Il tormento dei ricordi

 

i rumori sono tutti tuoi se li ascolti

quando la città dorme e

l’inverno è una farfalla seguita dall’ombra di un bambino

che chiama la città

spenta nel sonno

 

Nell’inferno cammino dentro alla alla…

 

Mi ascolto con impazienza ho poca voce per chiamare.

Mi allontano verso l’inverno. E l’inferno

dei suoni

 

67.

 

Navigo sotto l’acqua sopra l’acqua l’acqua del

fiume Missouri del fiume Po

le rive bianche

nevicano piume di cotone sopra le tende degli

uomini fermi a pescare

mi alzo mi allontano Catharina scende sul ghiaccio

scivola

è una farfalla appoggiata al muro

o ritagliata da un manuale

 

Tutto era cominciato per giuoco.

Semplicemente

i miei segni sono un soffio di vento alzato da

un sasso che spegne una candela

e vorrei disporli per l’intitolazione così

modesta versificazione resa necessaria all’autore

da private incombenze

e disposta per un chiaro di luna

per alcune candele spente e per la centrale

nucleare di x che sarà abbattuta

nevicano penne di cotone

Catharina piange con dolcezza guardando il cielo

 

68.

 

È per Marx che mi appello

contro il muro a Rivabella

lungo il Po (come ho detto).

Il mare mangia sabbia

lì ferma la corsa. Ha rabbia il mare

scompare dentro le foglie e carcasse di barche.

Le ginocchia di Catharina sono di ghiaccio.

Il fuoco della banchisa si spegne sotto l’indifferenza dei

cieli

in cui anch’io soggiaccio

e ci sono

i veli strappati di Venere e Marte duchi di ferro

 

Tu vedrai più mondo – le dico –

di quanto ne ho mai visto io

ma intanto io ho visto più mondo di te

e taci.

Quando ero giovane per le strade coperte di polvere

correvano i cavalli

nei silenzi neri della sera

 

69.

 

Una giacca colorata.

Finalmente ho la giacca colorata.

Cercata ricercata da tempo.

Indossata con cautela

ma nel chiuso di una stanza.

Riposta nel primo cassetto.

Finalmente indossata

ho la giacca colorata

ma non sono un buffone.

Adeguo la mia opinione (e la mia ombra) al passo del tempo.

È il gigante equilibrato e sapiente che la-

scia margine alla sopportazione.

E io non sono. Non sono

 

70.

 

Su queste ginocchia di miele appena sfornato

sono un gatto perverso un gatto molle

che nell’antefatto o nell’attesa

cammina giulivo

lungo prati elisi dopo il passaggio dei carri

e si dimentica di Melfi e Lucera

a favore di Parigi

è stato così che la notte sopraggiunta all’improvviso

mi troncò di netto

sulla bocca

il riso

 

Sono

un oggetto solitario disperso

costretto a passeggiare lungo quel fiume di notte

senza lume.

Il cuore batteva

 

71.

 

Non è bello picchiarsi col proprio padre

ma perché si arriva a questo

in quegli attimi in cui

non riesci più neanche a parlare

con chi ti ha fatto

 

intanto inseguo l’acqua inseguo la neve

la neve è inseguita dalla lepre la

lepre è inseguita da un cane

bianco il cane bianco si apre il varco

mi apro il varco e non lascio traccia

sono amaro non lascio traccia

dell’altro anno che

ero appoggiato con dolcezza

alla stanga del recinto [in luogo isolato]

 

Le luci della città sono laggiù lontane

sono [mille] luci

pascolano i televisori con occhi che fiammeggiano

 

72.

 

Non è il mio caso

perché a destinazione non ci sono mai arrivato

Me ne andavo a Campostella

massacrato sulla sella di una Kawasaki

dalle mani di un furfante.

Era lui che mi portava.

Io tacevo.

Scoprirlo è un impegno ma intanto

 

mai più di un giorno

 

73.

 

Cuore cuore povero zizzolo molto povero di cuore

se ti imbatti in un passeggiatore solitario

(ma non è un filosofo) che può dirti

queste parole fra la barba

credevo che tu fossi un’ombra è per

questo che ti ho urtato

rispondi sono stato paziente

posso ancora una volta sopportare

una piuma che è caduta da un piviere in moto di

migratore

e m’ha ferito all’occhio.

Posso ancora sopportare perché

corro a liberare Pinocchio

dalla pancia di una balena seduta

sulla rena di Silvi

(per concludere che c’è ancora molto da fare nel mondo)

 

[E io polvere perché non mi ricompongo?]

 

[Sento che ciò accadrà]

 

74.

 

Un viaggio non finisce mai.

Sono sobrio appoggiato l’orecchio

al cuore di Catharina non sono addormentato

non sono.

Il viaggio cammina e cammina

la neve

la voce goccia per goccia scivola lungo il vetro. Catharina:

Cosa sarà di me?

Mi fermo e aspetto.

Le foglie stringono nuvole che non hanno latte.

Temo la pioggia

 

sulla strada un uomo

conta alcune pecore cadute ai suoi piedi.

Vedi com’è lontano il piacere di vivere quando

incombe il bisogno

qua volto la pagina del libro

ricomincio a scrivere a leggere a pensare a lamentare

daccapo

devo stare molto attento al vuoti di memoria

sgombrare dal cassetto gli anni vissuti con le relative an-

notazioni

 

75.

 

È Bob Marley che aspetta col suo cappuccio di pezza.

Scancellate da una gora d’acqua le brevi passioni recenti

è con Bob Marley che aspetto

legato al suo berretto di pezza.

Se i Wailers suoneranno la band non tratterrò le lacrime

lei era un tipo da far martellare le tempie

ma gli occhi di Catharina in

questo momento hanno il colore della cravatta che

pende vicino alla finestra.

Non so cosa altro dire perché tu sfuggi e ridi.

La grande meraviglia della vita

si inchina al cielo dà un suono di pioggia

è la notte di natale

ma piangono anche gli angeli sopra le loro piccole colpe

e non ricordano più

che a primavera perderanno le piume.

Adesso rompo il silenzio con i colpi del cuore

animuccia ti prego non lasciarmi più ricordare.

 

Queste città quiete in apparenza

sono da bruciare

 

76.

 

Re della foresta della tempesta e re

della festa nella foresta mentre

la tempesta un poco si consuma oh re

della lunga ferrovia che porta la gente via dal gelo

e il colore dei piccolo nano e dello jodio e

del sacco a pelo su cui piove il gelo

dell’inverno disastroso e maciullato oh

mi sono messo a vivere non avendo più vita.

sono ritornato impaziente.

Mi lascio trasportare almeno per il momento

questo paese dentro alle mura è illuminato

sono un palo della luce picchiato dal martello.

Poi mi è venuto il pianto

 

77.

 

Come stava Veronica?

Sempre lo stesso sole.

Un gruppo di uomini fermi mentre una luce viva

illumina il cinema

sempre la stessa neve.

Una foglia ancora bagnata è caduta

È caduta sul cuore

ha detto non eri forte non eri giovane?

Lo sono è la mia voce che parla

Lo ero è il mio intrepido cuore

Torna libero dice la foglia

 

Sono così lontano che non posso più guardare il mondo nei dettagli

mi accontento di vivere un poco anche per lui

la foglia è spazzata da un vento

io resto cane

davanti a una casa.

Guardo la strada.

Seigneur, quand froide est la prairie

 

78.

 

Non puoi aspettare le barche.

Fra pochi giorni cominceranno le piogge.

La neve sarà spazzata. La neve.

La neve.

Non posso aspettare

Poi mi è venuto il pianto

 

79.

 

Anche la tristezza della sera è venuta

il freddo della neve poi

la speranza una vera speranza

è venuta

ho anche sperato ho sperato

un poco.

E la disperazione

è stata completa.

Ma non dubitavo di vivere

ero felice

 

80.

 

Così [è finita]. Qualcosa ha avuto fine

 

81.

 

Alla fine dell’inverno.

                 Alla fine dell’

                 inverno.

Anno dopo anno

inverno dopo inverno.

Alla fine dell’inverno.

…………………………………….…..

IL TEMPO DEL DOLORE È FINITO

…………………………………….…..

…………………………………….…..

…………………………………….…..

[le altre pagine sono andate perdute]

 

 

Parte prima [82/163]

Fuga dei sette re prigionieri

 

Note

 

Grazie per il monaco pazzo (p. 123) è un riferimento a una poesia (una rosa) di Pasolini che mi coinvolge;

Roberto Andrews e la moglie (p. 177) sono i personaggi di un quadro di Thomas Gainsborough del 1750 circa, ora alla National Gallery di Londra;

Soldati e mendicanti fra i ruderi (pp. 103, 128, 163, 164, 165, 177) è un quadro di Alessandro Magnasco, dei primi decenni del ’700; ora in una collezione privata a Brescia.

 

 

82.

 

Amico, se passi per Bologna

la donna con le mani protese braccia protese

contro il sole fra una nebbia che esalta

rossa l’astuzia della sera

il capo reciso fra le mani.

La città natale nella nebbia e il sole

fra le mani della donna nella nebbia

lo sguardo è la tela

sulla barba del vecchio

legato alla città da cui non si allontana.

La donna con le mani con braccia protese

una campana si espande pratica d’acque nel silenzio

dell’inverno

 

nell’inverno lo stile è tutto

 

lo stile barocco fondato sulla

razionalità della scuola emiliana

le

 

83.

 

le erbe emergono in gorghi

si compiace la bagnante nuda

di esporsi al sole fra erbe

melliflue avare

lontani confini attendono il volo

il silenzio in questa occasione fondo

luci splendono rosse

è

 

84.

 

È nel blu del blu la guerra dei mondi

che annega

o sopravvive in barche che remigano

da riva a riva

i fuochi dicono aspettami

uomini gridando

il mondo è quasi simile

all’estasi di un amore

 

entra nella caverna a decifrare segni

in barche che remigano

quando

 

85.

 

Quando ha sentito grattare ai vetri vetri incrinarsi il

freddo sciogliersi si scioglie il freddo la sabbia

d’Africa l’Africa cade sui capelli

i plurisecolari pensieri intrecciati ad alberi arbusti

qualcosa si consuma che andava perduto.

Di queste cose non ho saputo più niente.

Visto la luce del silenzio dormire sull’acqua.

Perché lasciamo perdere le parole?

Guarda dall’alto il fiume adattarsi a libro

segna il nome sul sasso

il poema poco per volta è composto

diventa presente, un fumo

un toro impazzito dentro al cerchio di fuoco

lavora

 

86.

 

Lavora una talpa nel giardino degli acquazzoni d’

aprile mese crudele.

Aprile s’affaccia, brucia, brucia le foglie appena,

sui fogli scritti appena scritti.

Così calmo. Anche il mese crudele. Si spegne.

Aprile viaggia su strani arcobaleni.

Saluterà la terra.

Ciò che lui ha detto ha fatto. Così è scritto.

Lascia cadere parole

un uomo vecchio alle spalle le raccoglie piangendo.

Sul nome di antichi poeti le rovine edifi-

cano pietre edifica il tempo.

Oggi piove.

È sereno.

Il mese sereno crudele

scioglie le montagne del tempo, il fiume è

neve.

In quell’estate i giorni con pause impenetrabili.

Racconta per telefono notizie della guerra

era

 

87.

 

Era il 1988 un re

un poco scaduto ma

non gli dolevano le braccia.

Poteva nuotare per ore, di notte

guarda i vetri toccare le nebbie in un lampo

il caldo si stende sopra le pietre d’agosto.

In quest’ora i campi si offrono alle

luci che vanno.

Pensava di comperare il poster sulla Bugatti

macchina celeste nell’antro della sibilla

ma bagliori annunciano guerra di vulcani

gabbiani spaventati

non si fanno guardare da vicino

volano nella discarica dopo la collina

e la parola esce gocciando

con questa lentezza di cose che si tendono

per confondersi

poi

 

88.

 

poi ha condotto la battaglia secondo le regole antiche

per questa ragione fu travolto

vecchie corazze

cavalli fiutavano il vento

prima di morire

fu impossibile per lui prevalere

ho visto l’ombra fra gli alberi

lasciare impronte che non sfuggivano.

Era una sera di luna non avara di suoni

ordine

 

89.

 

Ordine di sequestro e sparizione.

Si piega a volte per ascoltare il cuore

che è un violento pomodoro gigante

– nasce da questa terra nera molto lontano da noi.

Altri segni lasciati dall’aprile

sulle mani tracciano dipingono i muri

dietro le pietre nessuno si nasconde.

Gli elicotteri che voce fredda hanno

indecisi sopra la piazza

cercano fra le ceneri di una parola

la sua smisurata iperbole

che non nasceva dal terrore

non vogliono perdere nulla.

L’incendio si è spento la radioattività cala

nel regno delle rondini e della tramontana

e invidiavo

 

90.

 

e invidiavo con tenerezza

quelli che come Orlando dalle mischie

s’alzano con la penna che luccica – e senza sangue.

L’acqua ha una strana architettura.

Le parole infoltite s’aggrovigliano come pecore sorprese dal-

la paura, di notte i fuochi si alzano e crepitano

sulla cima degli alberi nella montagna abruzzese.

Soldati e mendicanti fra i ruderi

le idee confuse sono la

confusione della storia (in quel momento)

mi accorgo ma non in ritardo che occorre soffrire un

poco avere ancora pazienza.

L’acqua ha una architettura di calce galleggiano

i tre corpi che vengono da lontano

solida

 

91.

 

solida come il muro di una casa

è la rotonda la cupola di una chiesa dimenticata

fra i fumi.

La ragazza in rosso l’uomo in nero

passeggiano col cane al guinzaglio

il cane morde le vipere dipinte in blu

dal nipote di Picasso –

dietro il cancello della fabbrica chiusa per ferie

lei lo abbraccia vicino al passaggio a li-

vello incustodito fa segnali coi piedi scalzi in-

forca occhiali da sole.

Cosa si può fare dei baracconi da zingari

abbandonati lungo una siepe fra l’erba?

L’uomo flette la mano

verso il canale bagnato da papaveri

che si spengono in quel momento

nel purgatorio nero

chi mi vuol bene

 

92.

 

Chi mi vuol bene

deve dimenticare i giorni passati

cercheremo di non compiangerli troppo.

Il grano è ormai verde ma

in quella carovana di zingari sotto il ponte

erano ottanta e sono rimasti in dieci

– anche da noi in famiglia

oggi il natale si fa con un pezzo di pane soltanto.

Gli alberi

si sono piegati durante gli anni di guerra

quando il campionato di calcio era sospeso.

Le parole allora scaldavano come la lana della pecora.

Ho contato fino a cento le ombre scomparse

le parole

 

93.

 

Le parole la lana delle pecore

parole disperse fra le case fra i

fumi della notte lungo acque

ribollenti e

gli uomini vicino al biliardo con le mani ferite

senza parlare.

Al bordo delle strade le roulottes prendono fuoco

s’aprono voragini

ciò che accade lo vedo anche a colori alla televisione.

Il terremoto aggredisce l’uomo che dorme l’uomo

seduto davanti allo schermo con gli occhi dentro paesi lontani

o mentre la donna dice dovresti dimagrire un poco

se vuoi indossare i vestiti dello scorso inverno

non muovere le mani mentre parli.

Le petroliere a filo del mare

una montagna

 

94.

 

Una montagna di neve/erba una montagna d’oro.

Conosci l’odore del sole? del sale? del miele?

Dove succedono le cose cominciò a nevicare il giorno ventotto

agosto/gennaio e nevica nevica nevica

cominciò un cavaliere armato a sperdersi fra gli alberi

delle foreste e fu divorato dai cani

selvatici i cani urlano mentre cresce la

luna sul ghiaccio. Oh bianco il mondo

bianco da est a ovest da nord a sud bianco la nebbia

si scioglie fra canne di laghi profondi infernali. Mi sono

anch’io mi sono perso e trovato

sasso piuma caduto per terra all’improvviso rialzato

con poca voce

là dove autunno si annuncia fra le nubi regine di luce

la vita non sempre terribile sa anche aspettare

era una brava

 

95.

 

Era una brava persona una persona, era

una brava persona

quando si andava a scuola dopo è talmente cambiato –

 

rabbia rabbia esplodono fra la polvere

le lattine coca cola sul ripiano del bar

è la voce dell’ultima fabbrica

a riempire il mondo di canzoni a

giocare con il turno di notte. Avanza

un ferito da chissà quale lotta dice

nessuna commozione

in quegli anni scesero sulla pianura per-

fino gli orsi

e i lupi oltre che i mostri voraci

 

mentre attendiamo piccoli prodigi al principio dell’estate

le mani sopravvivono all’inverno sul fiume Po

lentamente

 

96.

 

Lentamente

        i giorni mesi anni piccole ore i minuti

tutto di nuovo detto

        era scritto con emozione

 

di una ruota sulla strada

l’orma

il segno della frenata

le impennate di un pensiero che non si conclude

il volo di un uomo con le ali di Icaro

– potrà avere fine il libro.

Prima, eppure così

ravvicinata, c’è una lunga giovinezza da

considerare

         la falciatrice sul prato

         poche cose per pochi

 

nella casa fra i pioppi/betulle

al lume di una lampada ad olio (ancora)

la mano stende il velo d’inchiostro. Segna

Dama

 

97.

 

Dama – dist Bovo – entendé mun Talant.

Ottobre, october pensare le cose

fra la polvere delle cose consumate che

si consumano poco per volta

– le cose lungamente consumate –

 

ieri (forse) qualcosa si poteva fare

ma oggi non si può fare molto. Le

occasioni diminuiscono le occasioni sce-

mano. Le persone. La falce.

La luce degli occhi viene dalle caverne

fra le foglie prendono il Tavor e chiudono gli occhi.

Le parole una per una cadono dentro al cassetto

il tonfo è secco

per rivolgersi al miele delle parole al loro suono il ven-

to invernale non grida, arriva. Aspettare

non ha portato

 

98.

 

Non ha portato niente.

Commisurare gestire pretendere cercare il

pellegrinaggio fino ad ora non ha portato che sabbia.

Nessun lamento

ma questo andare da secolo a secolo verso

un’età avanzata

con biondi rossi bianchi capelli e lei sull’

asfalto

l’autostrada in quel momento deserta

un camion scende dai tornanti di nebbia

vetri brillanti nell’aria che brucia

in questa occasione il catrame fra l’odore di un bosco.

 

Non ha portato niente non

mi posso lamentare tutto

è cominciato cosi

tutto

 

99.

 

Tutto comincia così

da qualcosa che brilla

un vetro in movimento

l’asfalto brucia perché inverno è lontano

– dio, pensa il guidatore del camion, ho

dimenticato le chiavi come farò ad entrare?

 

In quell’occasione c’ero anch’io

anch’io a guardare osservare commentare

anch’io appartenevo al mio tempo

non potevo scendere facilmente dal camion (per

ragioni di sicurezza)

 

ancora tutto da fare, da imparare.

Dentro i venti navigano gli uccelli che migrano

impiombati fra Scilla e Cariddi

dalla morte che viene e addio

i bracconieri sui tetti d’argilla

fingono di dormire

le piume volano calano

lontano romba un cannone le navi si chinano sul mare

occhi ascoltano

 

100.

 

Occhi ascoltano voci

vedono brulicare le auto sul viadotto le vespe impazzire.

Povere cose in fretta scompaiono

ma non mi puoi imputare nulla di concreto

se non la distanza e non incontrarsi mai

è impossibile l’amicizia forse è impossibile essendo l’

uomo ormai un vuoto a perdere su spiagge calamitose.

Le bandiere si dimenano per richiamare attenzione

ci rivedremo da qui a cento anni? non

è meglio salutarsi nella prima ora del tramonto

in un luogo appartato dirsi

addio

soggetti a violenze concrete ciascuno per la sua parte?

Qualcuno si ricompone sulle onde del desiderio

con occhi che ascoltano voci

i piloti sono fermi con la visiera abbassata

le statue di gesso nel parco piangono gocce nere.

Vorrei avere

 

101.

 

Vorrei avere molti libri da

leggere. Ancora. Tempo davanti.

Libri con segni sconosciuti

vecchie tipologie polverosi

libri trovati nel ripostiglio di casa

odore di tonaca e di cera davanti a una chiesa

sull’argine del fiume sulla

balaustra di un ponte di ferro fra paese e paese

– aspettare un foglio portato dal vento dentro alla stanza.

È più facile che una voce si conservi sotto la neve.

La cadenza è

 

102.

 

La cadenza è quella delle pietre

il respiro della peste la peste può sopraggiungere.

È inevitabile dicono:

ciascuno corregge il destino

precipitosamente e

come un albero divorato o un ramo scalzato

non senti invecchiare il cuore dentro di te?

Ciò che àura lo affonda il passo dei viaggiatori senza meta

 

quando escono dalla nebbia e trascinano i fiori.

Sì, partendo dalle ciliege

si può arrivare lontano

come polvere

 

103.

 

Come polvere che si disperde

perché le città resistono all’incendio

ma non le singole pietre non la pietra su pietra. Non il sasso.

 

E l’uomo ha troppe morti da consumare

per sceglierne una sola.

Il camminatore sui monti

lui si salverà

il notturno navigatore dentro le acque

mentre gli orizzonti si chiudono

le città aspettano aprono cigolando le porte

eppure

 

104.

 

Eppure

inquadro le città sparse con la paura del fuoco.

Gli aerei passano a filo dell’acqua in quel braccio di mare

arrivano lettere sottoscritte alcune telefonate una voce

la vita poco per volta si ricompone inseguendo i segnali

potrà

 

105.

 

Potrà essere (forse) abbattuto da un dardo.

Sull’asfalto il viadotto rotola insegne d’amianto.

I tir austriaci inseguono

da sponda a sponda l’orma di case in fuga

la giornata è scossa da alcuni presagi.

Chi l’avrebbe detto dieci anni fa?

Parlano a voce bassa

immobili ad ascoltare

vorrei parlare anch’io con la stessa esattezza

 

un povero si accascia alla stazione di Padova

un ricco scende dall’aereo personale

ciascuno comunica all’altro io sono

lascia a me lasciami una parte del cuore.

Damiano Allegretti operaio di anni cinquanta si è

ucciso facendosi decapitare

da una sega circolare

scorreva il sangue fra champagne a fiumi

 

Dino Campana, da Marradi, sapeva

arrivando a Firenze alle sette di sera

dove trovare i poeti al caffè

celebrati illustri di penna sapienti

caro Campana così inzaccherato

strappa fogli lacera carta brandelli

butta segnali dentro l’eco di un’ombra

esiste una immaginaria porziuncola interiore

Campana mio puoi affilarci la spada.

Licenziato dalla Fiat, abbandonato dalla moglie dai figli

Damiano Allegretti operaio

i sassi

 

106.

 

I sassi danno una mano

a fermare le carte

dalle finestre delle case la città

dorme sull’erba della periferia.

Un ponte mette fine a ogni attrito

oh Sicilia Sicilia

ti sei lasciata bendare e dimenticare.

Il nostro orecchio è per la tua voce d’oro – un tappeto d’

erbe domenicali.

La città si innalza tetragona infiammata

l’uomo in blu ha impresso il pallone sulla maglia

vede apparire fra i vetri

una mano sul marmo della discoteca che dorme.

In giorni illuminati dal faro di qualche parola

seduti non ascoltiamo

da altre

 

107.

 

Da altre montagne discendo, altri sentieri

in altri fiumi annego

un’altra vita muoio

non lascio un’ombra addio

sotto l’albero di mille anni

l’estate non ha bruciato

posso dialogare con l’inverno

con la sua neve

al fuoco dell’inverno neve di primavera

e com’è lontano il tempo dei soldati che ritornano

il tempo dei fucili buttati fra la spagna.

Com’è possibile non guardarsi negli occhi

anche a distanza?

Lo sai tu che la penna invecchia la vita si perde

ma la parola detta è consumata solo da un orecchio buono

polvere

 

108.

 

Polvere dalla fabbrica che uccide il Reno

acque di lacrime veli

funebri legati a

scandagli in terre secche

cumuli precipitosi di sacchi

le discariche al limite di un pioppeto

– mi consumo per vedere

nell’attesa che un inferno immensamente rosso

mescoli sole sabbia dei paesi senza più uomini

alle macerie dentro le case

alle porte sbarrate

        le finestre invece gridano può ritornare

finita

 

109.

 

Finita l’estate la città si spiana

il cielo ciclopico schianta l’ala di un aereo bianco

che si inabissa e noi, addio,

forse un altro anno ci incontreremo?

Ci trasferiamo dalle pene d’inferno alle pene del cuore

con ironia – il cuore è un deserto con l’acqua che scorre

da foglia a foglia intanto

in una splendida Bologna

ho contato sacchi di chicchi di grano

di mais orzo luppolo zucchero neve.

Vedremo la città d’oro apparire da lontano.

Quando le persone amate vanno via

ognuno le segue con gli occhi fino all’ultima cur-

va addio

grazie

 

110.

 

Grazie per il monaco pazzo di mezzo inverno

imbucato in caverne tombe che tocca la volta col dito

per forare il cielo

– potrò vedere di notte i voli dei giovani

pipistrelli

perdersi nello sfascio dell’orizzonte?

 

Si ascoltano segnali incerti

dimenticate parole

l’informazione

riguarda il ricupero soldi di un sequestro di persona.

– Un aereo di latta è caduto col muso nel deserto

– panni bianchi volano e s’interrogano

– due stranieri stridono inseguendo ombre nel sole

– com’è piatta la pianura

quando nessuna tempesta è all’orizzonte.

Piangerò se è necessario farlo, senza vergogna.

Ma non dimentico il riso se il cuore

può distendersi al modo della barca che fischia prima di

partire

le verità

 

111.

 

Le verità sono diventate impossibili

ma i giornali

parlano di una nevicata nelle province siciliane

dove la mafia è indenne da ogni sacrificio di sale.

Cerco una sorella che si chiama amore

tu sei un fratello che si chiama libro aperto

in entrambi i casi nessuno può scomporre

il dare dall’avere, l’infelicità dalla noia

il passato da un presente che rotola

superbamente rumoroso

frammenti d’ossa verso il mercato delle pulci.

Questo ci può salvare.

Il morto sull’autostrada dice saluta sorridendo la vita

la finestra

 

112.

 

La finestra aperta con la figura umana senza braccia,

gli occhi forano la sera.

Potendo vedere le cose senza vergogna

allora si vive ma dove l’asfalto brucia

qualcuno può dire come collocarsi nel nuovo mondo?

Salutare gli amici è un compito ingrato

chi non ha amici è liberato da un vincolo che rende

amara questa necessità.

La terra si spacca per la calura

mentre il tempo aspetta una pioggia

– l’uomo disteso non interessa più nessuno

perché ha finito la vita sua per sempre

inverni

 

113.

 

Inverni alle spalle ma quante estati lo aspettano ancora?

Riserva ogni speranza a domani

giuoca sul concreto

butta la lattina vuota. Non sentite il tuono?

L’estate comincia a declinare ma

non si affanna, riceve suoni e impara.

C’è un uomo che scrive ma la paura della vita la

paura della morte la paura della notte – le

lunghe insonnie le trascorre gridando contro la luce

che non arriva.

Il sonno intanto trascina lontano il suo carro.

Oh Bologna

calda di torri diroccate o di ombra di torri

ha il pianto delle cicale sgozzate conficcate in gola ai maceri

della pianura

città sorella alla brace alla pioggia alla pietra

cammina nel silenzio d’autunno

mentre i nobili nel casino di caccia sparano parole.

Vivrà mille anni ancora aspettando il passato

l’alba

 

114.

 

L’alba non mi sfuggirà

e il suono che non vuole finire

mani alzate braccia alzate Jimi Hendrix arriva

con le babbucce di feltro

non lascia segno il suo andare venire

visi occhi suonano strumenti dimenticati

si lasciano accarezzare

 

la terra è piccola per un futuro

che non può imprigionare la mia ombra.

Ah madre quando parlo delle nuove battaglie

solo tu mi sai ascoltare – il dolore è una lepre che corre.

Ordine di sequestro e sparizione

non ho saputo

 

115.

 

Non ho saputo leggerti mano avara.

Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita

e da petali che così osannano

io sono un campo d’autunno

soldati e mendicanti fra i ruderi

– figura esclusa

dal gioco. Lei sola può. Lei è vestita

dalle carte, dal gioco dentro quel raso aperto

con gli occhi da greca.

Al limite di una foresta

nel silenzio sacrifica a un dio.

Nella polvere delle frane

cambiano corso uomini e donne in fuga

– tutto è rimandato

brucia

 

116.

 

Brucia Sicilia Sardegna

brucia Calabria

da bosco a bosco da uomo a uomo

brucia l’ulivo

guarda il fuoco del bosco l’acqua il bosco

qualcosa nel fuoco apre la pioggia

fantasmi sui tetti

aspettano i secoli

toccandoli col dito.

La terra di tombe appena scoperte fuma nel suo inferno perduto.

L’urlo dei maiali nel silenzio del mare

quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno

ma più

 

117.

 

Ma più dei suoi occhi

ricordo il lampo della spada

prima di calare con un respiro s’alza

ho visto uccidere un uomo

– non c’è violenza che nell’amore

– la fine della vita è un sogno il sogno

si cancella nel pensiero.

Il tempo

usano il veleno il silenzio il labbro

della commozione

la quantità di querele l’inutile lamento

 

parlano parlano parlano

l’ora

 

118.

 

L’ora per me solitaria.

La fatica per me di decidere.

Guardavo chiudersi il giorno.

Il primo pensiero è spento

inghiotte la saliva con

una grazia mescolata alla

splendida malinconia. Anche un camminatore sogna

quando è l’ora di ascoltare i fantasmi.

Fra ragnatele d’api e uva scoppiata

per il calore, fra

api lente e impolverate nel divagare

vibrava la lingua della ragazza

che si attacca alle canne

spreme un singhiozzo essa che

è nel mistero di un villaggio perduta.

Si ritrae lascia l’ombra neanche un saluto per

cancellare i segni per ritornare al silenzio

un’urna da riempire di cera. Tacendo

ascolto il cristallo rompersi

sotto il diamante di una parola che lo incide.

In quell’istante un cane è schiacciato da un tir

fu il guizzo

 

119.

 

Fu il guizzo d’Arlecchino

a portarmi sopra una nube là dove appurai la seguente canzone:

con i vecchi si fanno discorsi da vecchi

ma non sempre con i giovani

si fanno

discorsi da

giovani

 

inoltre conclusi che

come minoranza devo tutelarmi, oggi

(sarà oggetto il proponimento di prossime indiscrezioni)

leggi un poco

 

120.

 

Leggi un poco dovunque

non stancarti di chiedere e parlare

– nei film gialli di gansters americani

la vittima inseguita imbocca un vicolo stretto

e laggiù in fondo c’è un muro

un muro alto un muro insormontabile un muro

con cocci di bottiglia

– la tensione è ricomposta da quell’ostacolo invalicabile

che si avvicina

mentre nella fanghiglia brulica un fanale

vedere

 

121.

 

Quelli che. Quelli che si imbiancano la barca

quelli che strisciano sul legno

così che la parola fuoriesce gocciando

con questa lentezza di cose che si tendono

per confondersi. Gabbiani spaventati

non si fanno guardare da vicino

volano alla discarica in alto sulla collina.

Come gli uomini dimenticano il mare

Fra pietra e pietra

 

122.

 

Fra pietra e pietra la fila di formiche.

Lucciole impolverate che non sono morte

divagano cercando l’amore

le formiche pensano all’inverno e non hanno tregua.

Foglie nell’aria si dispiegano miti.

Lo schianto in fondo al rettilineo

vicino alla casa dell’uomo assassinato tre anni fa

nell’ottobre dell’ottantasei e

le moto hanno il rumore

 

123.

 

le moto hanno il rumore del cuore quando infuria la prima luna

“lei è un dottore?”

lampade gialle  sopra il casco nero.

Non è vero che posso mettere la speranza sopra

la tua spalla

come quel libro, sul tavolo, non finito.

Aspetterò l’estate.

È terribile un lungomare deserto

ma è peggiore la pioggia.

La pioggia lava ogni segno lava anche il sangue.

Siede guarda

 

124.

 

Siede guarda e allora?

Si può capire il suo cuore se la mano trema.

La sua mano trema.

Tutta la notte alla finestra

ha pensato ai cavalli alati fuggenti e vedeva l’aria impigliarsi

da un nero al verde che promette tempesta

l’aria tirava a fatica un sole giovane

per abbandonarlo poi sopra alberi esangui.

L’aria volava con un cavallo di luce lontano.

Siede guarda e mi ascolti?

Mi limiterò ad aspettare il suo ritorno dal bordo di quel vulcano

che anch’io sorveglio con la pazienza del tempo. Mi ascolti?

Nel regno

 

125.

 

Nel regno delle rondini e della tramontana

si piega a volte per ascoltare il cuore

che è un violento pomodoro gigante

– nasce da questa terra nera molto lontana da noi.

Altri segni sono forse lasciati dall’aprile

sulle mani tracciano dipingono muri

dietro le pietre nessuno si nasconde.

Gli elicotteri che voce fredda hanno

indecisi sopra la piazza.

Il materiale accatastato da questo tempo è la parola (dicono)

la sua smisurata iperbole i prolungati

silenzi che non nascono dal terrore.

Nessuno vuol più perdere nulla…

ma avevano naturalmente delle idee molto confuse

Il grano

 

126.

 

Il grano è ora verde ma

in quella carovana di zingari sotto il ponte

erano ottanta e sono rimasti in dieci –

anche da noi in famiglia

oggi il natale si fa con un pezzo di pane soltanto.

Gli alberi

si sono spezzati piegati durante gli anni di guerra

quando le parole scaldavano come la lana della pecora.

Oggi ho contato fino a cento le ombre scomparse.

Si contenta di dire

 

127.

 

Si contenta di dire le cose enumerarle

non c’è altra occasione  per le parole.

Clay Ragazzoni in carrozzella ha un sorriso tremendo.

Forghieri scompigliati i capelli neanche lui sorride troppo

e poi adesso che il grande vecchio è scomparso…

Fumi azzurri salgono dai ragni di formula uno

che corrono fra i prati innevati.

Ascoltano le voci guardano

passare ripassare i colori sull’asfalto

i piloti sono fermi con la visiera abbassata

le statue di gesso nel parco piangono gocce nere.

Ordine di sequestro e sparizione

quanti saranno riconosciuti? Il tempo

forse il tempo non è dei migliori

Ho aspettato

 

128.

 

Ho aspettato la tua mano ho

aspettato che si riempisse di vene azzurre

perché questo è il cammino da occhio a occhio prima

che la città scomparsa.

Le porte della città si chiudono

inutile evocare. Gli stadi pieni di urli

bandiere parole – consumo di fuoco nel tempo.

Chi dirà dove il piede si ferma?

Uomini di pietramarano coperti di fumi

indicano la porta della città sbarrata. Io solo posso

ascoltare le voci dello stadio

ho il piede al bordo del deserto

giovani non siamo più così

posso ascoltare le voci che si propagano via

vedere le strade le ombre.

Si può perdere la vita dietro a qualche cosa.

Ordin­­­­­e di sequestro

 

129.

 

Ordine di sequestro e sparizione.

È il 1989 se passi per Bologna

una città senza lunghe primavere

può restituire il cuore a un uomo che l’ha perduto

e forse l’odore del cielo solcato dal sangue dei pipistrelli.

So che domani sarà impossibile partire

così vivo abbattendo gli alberi della memoria

e la fatica sarà divisa fra mille.

Chiedo sollievo a una persona

mentre le ombre accendono fuochi prima di sparire

e la città

 

130.

 

e la città s’innalza tetragona infiammata

l’uomo in blu impresso sul pallone

rimbalza da pozzanghera a pozzanghera

i corvi sulle serrande dei negozi abbandonati calano le ali.

Vedo apparire fra i vetri

lambire scomparire sfiorare il muro i visi

una mano sulla piaga della discoteca che dorme

mentre la nube chimica arriva minacciosa dall’est

Miracolosamente

 

131.

 

Miracolosamente disastrato seduto

su un cumulo di rovine

continua a guardare l’aquilone di luce mentre si perde

in quel nido di venti

l’indecisione non è più completa…

chi lo porterà all’ultima guerra con il suo corpo

prima che la tempesta di sabbia

dentro l’urna dilegui?

Restano orme di piccole capre

per riconoscere la strada

in una italia sapiente per un’ignoranza che non si tocca

povera italia ricca sguaiata con poco speranza

apre le ali è attenta ancora non vola

verso il filo dell’alta tensione

Filo delle case

 

132.

 

Filo delle case uniformi e un orizzonte di vetro.

Acquattata fra l’indice e il pollice di una mano dell’albero

la gazza aspetta la sera

il fucile in un angolo ha il cacciatore che dorme

il braccio piegato sul tavolo

la rabbia del cane poco lontano dà la misura

della distanza

(occasione dell’arrivo e obbligo di una partenza)

un uomo si barcamena fra l’arco e i vetri dell’osteria

dove stazionano vitelli di gesso

descrive il giorno come quando ascolta i rumori

che defluiscono lungo correnti a destra a sinistra sempre camminando

prima di partire.

Il flusso

 

133.

 

Il flusso del tempo è in movimento

il cavalleggero stramazza e la luce

striscia sull’erba grazie a tutti ciao e

lo inseguo riprendo il volatore il vecchio

con gli occhi chiusi l’elastico sulla fronte dopo una lunga vita

si parte per la guerra si

ritorna dalla guerra ognuno può cantare

la casa è illuminata

guarda il mio pugno vicino all’orecchio

nessuno ascolta se non voglio ascoltare.

Questi suoni richiamano memorie non ancora appagate

il futuro dello spazio è ancora la voce di un uomo.

Voglio dire

 

134.

 

Voglio dire il mio desiderio di pazientare un poco ancora

dentro alla polvere del mondo che si consuma.

Giorni col cane nero un piccolo cane

fra i sacchi di grano che respirano nel silenzio.

Guardare il cavallo Nearco impazzito brucare la spagna

in un prato dell’Inghilterra.

Lei, ragazza blu, con i capelli

leggera

cade l’acqua da

occhi che guardano è assorta come in

una fantasia

si vede sulle acque

le canne si muovono

né si volge essa, ammira.

Procede l’alba indugia

il bus alle fermate metropolitane

la periferia è la foresta degli ultimi sogni.

Sobbalza ride.

Scende dal monte una mirabile altezza

per fare l’identikit del trovatore

Gonzalgo Roitz

e della sua voce forestiera .

Incontrato vicino allo stadio dopo

la partita Milan – Real Madrid

lamentava il portafoglio perduto forse rubato

dice che è stato us veilletz lombartz

qe. s fai de son chant trop fornitz

per q’en cavallaria

La pazienza

 

135.

 

La pazienza della vita da polvere ritorna sasso

l’incendio è spento la radioattività cala.

Il denaro è poesia – dicono –

molti sono in attesa

Duecento anni

 

136.

 

Duecento anni ci separano dalle crinoline.

Il giorno 15 agosto anche l’estate scompare

sembra per sempre. Arriva settembre.

I libri non si giudicano più, si celebrano.

Il lotto 32 in vendita è un orecchino

chi vuole chiudere in bellezza questa

trasmissione deve incontrarsi e

comperare questo orecchino

da favola per trecento ventimila lire.

Un carato di zaffiri bianchi

incastonati realizza il senso dell’

eleganza in un modo espressivo.

Le signore corrono a prenotare.

Vuole andare via adesso? Qua può scrivere tutte le storie che vuole.

L’America è grande

 

137.

 

L’America è grande

mille foreste ci sono

una pianta di mentuccia ingiallita dal sole

e le domeniche sono rapide da passare.

Vivremo duemila anni

felice di vivere aspettando.

Costruiscono le case con le auto in demolizione

mentre tutti siamo passati per le armi

e l’elicottero lancia richiami irrora la terra atterrando.

Quando arrivarono

 

138.

 

Quando arrivarono i primi cavalli volando per l’aria

eravamo giovani allora

i prossimi cento anni cominciano da oggi

saranno di radicali cambiamenti

– così dice l’uomo cammina in salita

la strada di curve di pietre ricurve

porta sulla schiena un vetro di specchio

il primo sole è dell’alba.

La città silenziosa in verde luce di erbe.

Incontra il secondo uomo

che risale da terra di mare intorno le onde del mare

guarda e cerca fumando la sua ombra.

Quel giorno Jane reporter cade dal cielo

bùttati sull’acqua, bùttati sull’acqua la neve

ancora non è tempo di neve l’oceano

adagio chiude i suoi gorghi.

Nato in Cina

 

139.

 

Nato in Cina nel 1907 sono dunque vecchio oramai

mio padre mi ha portato in Italia dopo tre anni

della Cina ricordo un fiume di canne l’odore

di un vento sul sale

l’urlo dei maiali nel silenzio del mare

quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno

– la Cina non ha erba non ha case

non ha cavalli

ho visto da qui a Pechino tre alberi e un uomo

ma perché ho tardato a ricordare

e a leggere nel cuore della mia ombra?

Le cose accadono in una sola giornata un uomo

inquieto nel pugno lo specchio degli anni

una voce un riverbero un segno.

Il monaco pazzo

 

140.

 

Il monaco pazzo uscito da un incubo

segue la luce la

rotolante palla che scivola

da cielo  a terra e si inabissa.

Guarda dallo scoglio lo spettacolo

l’acqua ribolle di delfini che ridono.

Così sarà domani –

la libertà se manca la cerco la trovo la perdo

il ferro è ruggine prima del giorno nuovo

nessuno è stato ad Atlanta in questo ultimo anno?

metterò da parte abbastanza danaro per la vecchiaia?

stasera sceso dal treno a chi potrò telefonare?

Ordine di sequestro e sparizione.

L’inverno dell’Italia si è riempito di occhi

sotto i ponti uomini cercano aiuto

le notti sono lunghe da passare.

Resoconto

 

141.

 

Resoconto dello spegnimento di un lume.

Un colpo di vento

la candela e

lascia la stanza deserta

gli oggetti

ahi! nel mare d’ombra le erbe i rumori del mondo…

Finisce il calvario dell’uccello dal collo di struzzo

contro il cavo dell’alta tensione

la mosca vola senza convinzione

qua e là cerca

la finestra un tavolo la luce che ritorna

fra una montagna di libri

la nave con le vele aperte

ma vedo che il cielo di perde

il tavolo è luce il cielo si perde

mite fra canne le spade le strade la

stanza deserta.

Molti personaggi

 

142.

 

“Molti personaggi di quelle antiche vicende sono

adesso, per noi, puri nomi;

e come semplici nomi

li indicheremo, suoni della voce senza che la no-

stra memoria li leghi a qualche nota vicenda,

che abbia oltrepassato i secoli uscendo dagli archivi”.

 

Inverno. Cadono le foglie si spezzano foglie

non lascerò più nulla d’intentato.

Che occhi

 

143.

 

Che occhi!

Muoveva le labbra.

Che cosa diceva?

I compromessi le contraddizioni

– qual era il tavolo del traduttore dal greco?

– la solitudine dei re

– quanti possono tirare un sospiro di sollievo ad invecchiare?

Noi eravamo in opera per l’attesa del regno dell’uomo

così come i cristiani del regno di dio.

In questa speranza che era volontà e progetto della

mente e del cuore operava

ciascuno come poteva e sapeva ma cercando l’aiuto

e non lesinando al compagno.

Caduta questa speranza della volontà

giacche golfini scarpe vestiti; e ori.

La Merica è grande non finisce mai

per avere paura della Merica

devi andare da oceano a oceano

lì sulla riva guardare la schiena della terra che cala nell’infinito.

Dice: le api

 

144.

 

Dice: le api volano dalle pianure dell’est

per venirmi ad aggredire alle spalle.

Mi vuole lasciare senza speranza?

Prima di finire nel fango

voglio lasciarmi sbranare dai lupi.

Chi fugge via non esiste

neanche fino a domani.

Uscendo

 

145.

 

Uscendo da un

letargo vedo

dopo un inverno

un altro inverno.

Sono partito…

Pioneer

sono partito e addio.

Un generale è arrivato a Palermo per

combattere la mafia

quella mattina a Bologna ho per-

duto la chiave di casa

non potevo entrare

il muro troppo alto la finestra chiusa

il sole il sole bruciava allora

la porta era un miraggio

albero di foresta contro la caverna di Polifemo

ma la mafia è un argomento di tutto

rispetto e penso che il generale

dovrà faticare le sette camicie

per sbucciare quel ficodindia

era

Era il re

 

146.

 

Era il re che inseguiva la favola

di Andersen

sfuggita all’accompagnatore.

E quando è notte la saggezza degli indiani d’America

è più verde della

voce di Tommaso

pontefice massimo di Montecassino prima della distruzione.

Il concetto di sinistra

lascia molto a desiderare in questo

anno di legno anno di un lungo fuoco. Il

fuoco ha masticato il ferro

e noi seduti all’ombra delle rive di questo

lago alpino ( la scatenata memoria delle

siepi) osserviamo le ombre che si sciolgono (certamente)

risalendo la facciata del monte. È

un sesto grado impossibile per chi comincia

Vedere

 

147.

 

Vedere è meglio che ascoltare (anche Eraclito

lo dice in altro modo o forma). Vedere

il mare (non osservare il mare) è un atto completo

più che sentire il rumore del mare la voce del mare. Del

mare. L’eco del mare. Allora conviene

concordare con Eraclito, in questo caso, non

con Omero che dice il mare insonne.

Le navi di Ulisse corrono verso la tempesta che l’occhio

non vede l’orecchio ascolta i lampi

ogni nave arriva al naufragio al porto vicino il

porto è sempre agognato.

È la voglia di vivere che salverà il mondo

cantano

 

148.

 

Cantano a tre voci.

Prima insieme

poi sopratono (mentre altre due

fanno il fondo). Una

voce molto

calda

il mio uomo era seduto davanti

allo schermo. Invece sull’autostrada

saresti solo.

Io non posso abbandonare i miei

amici. Divento pazzo.

C’è un ragazzo di cui non conosco

neanche il nome.

Dobbiamo essere in paradiso! Lo sapete?

C’è sempre un poco di paradiso in

una zona disastrata.

Soldati in piedi appoggiati a un tronco.

Le frecce non sono quelle degli anni verdi.

Non era

 

149.

 

Non era la necessità

a sospingere la barca di carta

lungo il fiume ma era il tranquillo era l’azzurro

fiume che spingeva la riva

vicino alle rose così esorbitanti.

Altre rose appostate dietro i cancelli

con le punte aguzze.

Egli si chiama Inverno.

Vive con una madre bianca come la canapa.

Il mondo si scrive da solo sopra la carta.

I villaggi vicini bruciano.

Anche la casa paterna.

Il sonno dei tassi ricorda il medioevo.

Gli zoccoli di due cavalli tagliano schizzando la neve ghiacciata.

Cinque uomini nella campagna

guardano con la testa alzata

un missile d’argento

che vola verso un cielo impaurito

– e quasi spento

soldati

 

150.

 

Soldati e mendicanti fra i ruderi.

Quando capitarono le prime occasioni

per scegliere o rifiutare

le penne degli uccelli scesero dagli alberi

volando adagio.

E gli uomini del rifiuto

si ripararono sotto un ponte

a causa di un uragano imminente.

Un vecchio inconcludente è niente.

Un vecchio deluso è un recluso. Ma

cuore ingrato per quelli che aspettavano il pane.

Abbiamo trivellato come dannati per uscire dalla galera

ma ci siamo anche divertiti

camminando lungo la siepe prima di arrivare al bivio

mezza pietra mezza ombra e paura.

C’è odore in giro di cose dimenticate

anche tu esitavi a rifugiarti fra le mie braccia

prima dell’addio.

Un aereo caduto fra le bandiere bianche.

La prima nuvola è un monte delle Langhe coperto di neve.

Neve neve soltanto sognata prima dell’addio o

del ritorno

soldati

 

151.

 

Soldati e mendicanti fra i ruderi.

Ho aspettato. Ho dovuto aspettare.

Mi sono anche spaventato ma

il tempo inclemente faceva nevicare.

L’Abruzzo è un poco misterioso e io per caverne e caverne.

Imprigionare l’ombra? La mano che scrive sul muro?

Che odore di fiori.

Lui ripete le parole di lei e tace.

Fa paura la nota che ricerca il tramonto

mentre le spade arrugginite…

vedo le vecchie carcasse di altri soldati emergere dal fiume

soldati

 

152.

 

Soldati e mendicanti fra i ruderi.

Si poteva essere grandi con moderazione.

Nel bosco in fiamme c’è un cubo di ghiaccio.

Mosca al tramonto del sole le cupole d’oro.

Il collo quasi reciso di sette cavalli a strapiombo

fra rocce irte che bevono il mare.

Non ti leggerò rovesciata sul

terriccio oh tu

occhio della lucertola incastrata fra la pietra

sembri così lontana; sbiadisci

dentro all’attesa che è anche mia ma

la terra è piatta come una vescica

e da oceano a oceano neanche un minuto.

L’uomo cammina lungo i muri vicino al mare

in Scozia

Sono partito

 

153.

 

Sono partito da questa terra

muovendo molto bene le mani. Confiscavo piccoli insetti

impazziti

all’ombra delle foglie. Chiedevano alcune anche pietà.

Negavo a loro il conforto della voce. Ma vicino al camino

perlustravo la brace alla ricerca di un futuro che è mio

e pregando gli dei per un vento di favore ma

il poeta accasciato aspettava esclusivamente l’orologio della

sera

per ascoltare il cadere del tramonto dentro la propria gola.

Mastico la fiamma e ingoio il vento. So perfino interpretare

il destino dei numeri ma no

non è un miracolo se la misura della vita è dentro allo

specchio

illuminato dal sole nel tanfo soffice dei libri nel respiro

della piazzetta vuota e nella sperduta tranquillità del passero

che interroga le sue piume?

Passeranno le ore sulle mani fino alla sera sarò il reci –

tante inascoltato inflessibile di una breve commedia di

numeri fragili uccelli braci appena toccate dal fuoco

lì dove è più solenne approfittare della vita.

Che nulla

 

154.

 

Che nulla trapeli. Che cieli!

Come erano i cieli (neri) neri i mari

sassi e sassi si spogliavano sovrani

sopra la rabbia della sabbia che gemeva. Piano.

Camminavano a passi cauti non correvano

ma puntavano lontani. Sperando si poteva. La mano

indicava una nave ferma

con la prua bianca

una vecchia nave vuota portava lontano. Si poteva sperare.

I guizzi dei pesci sibilando prima di morire.

Ai bordi dell’autostrada

un lungo fischio della nave scompariva lontano

ha lasciato

 

155.

 

ha lasciato perdere molte buone amicizie con rammarico

non poteva sapere quello che avrebbe portato la sera

e il giorno oh il giorno era una smania di luce

da far brillare fra i sassi.

non poteva conservare i sorrisi

né gli inchini che servono a nascondere le ombre

nel cesto dei serpenti.

ci ritroviamo soli a camminare in

solitudine avanti indietro

in posti popolati da tigri mangia-

trici di uomini. Molto uguali a fantasmi.

C’è anche il numero del telefono

per chiedere aiuto.

indaghiamo sulle cose accadute

e quelle da accadere aspettiamo

eventi portati da lei ma inerti non siamo

non siamo agnelli sacrificali. è il tempo…

Non ho altri

 

156.

 

Non ho altri pensieri in questa sera di fuoco

voglio computare sulla mano i risultati di una giornata

da sera a sera passando per il mercato di frodo dell’avorio

nei vicoli medievali. Senza nascondere cose.

Rubano gli uomini più che le mele.

Le mele pendono dai rami lacrimosi per vecchie nebbie an-

nerite dai fumi.

Gli uomini pendono dai muri delle case

sembrano pipistrelli intristiti dall’ozio nelle caverne

d’Australia.

Rubano i ragazzi dalle case

rubano i cocomeri gonfi d’acqua e di fango

li rubano in questa età dell’oro li incatenano a un tronco

cinghiali di foresta.

Il paese del sì di Dante timbrato di nero

è la pancia di una vitella scorticata

si rotola fra i sassi ansima sfiata la pena.

Pietà è morte pietà è morte misera italia il tempo

delle lacrime non piange

aspetta l’ora

e ricominciando

 

157.

 

e ricominciando

come in un dedalo di

parole evito

di celebrare ma

scalzo terra per arrivare

alle ultime tombe.

La pecora, la lingua, la nuvola che vaga

dammi la mano formiamo una catena di chilometri e

chilometri

da ombra a ombra respiriamo contro

la sabbia il vetro i muri bruciati la notte le pietre

l’erba amara.

La parola esprime voglie rumori di specchi e furori

mentre corre a nascondersi

dietro i muri della vergogna.

La situazione non è ancora saldamente sotto controllo.

Questa in cui vivo

 

158.

 

Questa in cui vivo città è Babilonia, il

fortificato forziere all’erta  per i fuochi che arrivano?

o è il ventre di una balena da lungo tempo accasciata

sull’arenile?

Chi sa appena distinguere il pesce di mare dal

pesce di fiume

incespica se segue l’ombra dei gabbiani

prima che s’alzino a guidare il mondo trascinato dal libeccio.

Questo nei giorni d’ottobre.

Vivo in una città

che fa paura oppure mi addormenta.

L’azzurro di genziana

è appannato fra due vetri antiproiettili

in alta montagna è il tempo

delle piante gialle e delle piante rosse fra i sassi.

Tramonto. Fine della giornata.

Vola la farfalla nel campo della sera fra

i secoli lì immobili ma pronti alla grande tempesta.

Verso il Duemila

 

159.

 

Verso il Duemila il mondo cominciò a camminare.

È una giornata nebbiosa

come sono nebbiose  le giornate di nebbia

la nebbia corre coi cani corre coi treni s’affretta

e un vecchio sarto migrato dall’Abruzzo

aspetta sulla città delle torri il ritorno del sole

ma il sole naviga più lontano dei cavalieri d’Italia che hanno

la piuma leggera

si riducono le foglie a essere bruciate prima di cadere dai rami

le vipere defraudate dell’ombra di queste foglie stridono

 

in terra fra vipere e foglie è caduto

il libro delle piccole poesie.

Le poesie si lamentano raccoglici dalla polvere

prima che s’alzi il vento di tramontana

non lasciarci morire. Respira. Raccogli il libro

almeno per una volta…

 

Oh quante foglie scuotono ancora i rami

mentre l’albero colpito precipita

a coprire per sempre il libro

su strade chiuse da muri da garofani nella luce.

 

Le ombre riposano sotto le travi tarlate.

Il silenzio nel paese è l’attesa di un evento che ritorna

La pioggia ha mani lunghe ha due dita

conversa nel salotto di Madama con l’abate Galiani,

in questa età illuminata dalle rose, della

droga.

La prigione è un deposito di gente che

va e viene dal tribunale

la prigione è la chiesa del dio vero di questi anni.

Restò l’emozione

 

160.

 

Chico Mendez l’hanno ucciso

l’hanno ucciso.

Fiumi d’acqua alberi foglie.

Non c’è oro non c’è dio

che in metà del mondo.

Fin che sarà in queste mani

poco cosa resterà per arrivare a domani.

agli uomini della speranza.

Restò

 

161.

 

Restò l’emozione

della piazza rossa di Pechino

prima

poi l’incubo che non era sogno

del sangue – fiume e delle

parole – testamento

la sparizione dei larghi sorrisi sui piccoli volti

fu un ammonimento.

Qua seduti senza alcuna saggezza

mentre si spengono le luci al principio del giorno

noi nel nostro tempo

ogni ora un pentimento

sentiamo arrivare le grida

seduti come sempre e in attesa di un treno quel treno…

Sei agosto

 

162.

 

Sei agosto campane ahi! hiroschima è, le campane.

Campane sull’acqua. Sull’uomo bagnato di nubi.

Anche i piccioni ricordano. Per

ricordare le cose non bastano cose il sole è sole

forse consumato un poco

si mescola  alle finestre

occhiaie di una bomba che guarda. Guardare.

La campana della pace, hiroschima, ahi le campane.

La cupola scheletro di ferro del sangue dell’uomo

che aspetta…

La pazienza del tempo, con queste parole. Con quella luce.

Ricordare le cose…

L’uomo bagnato di luce…

Vedo la luna su cui camminano uomini.

I passi sollevare polvere

Soldati

 

163.

 

Soldati e mendicanti fra i ruderi.

Finito di leggere tutte le poesie

cominciai a vendere libri coperti di polvere.

Pergamene.

Grandi caratteri dicevano spesso piccole parole.

I ritratti dei sapienti circondati di fiori.

La falce taglia il prato e

quando devo dire qualcosa

aspetto che sia la sera.

Roberto Andrews e la moglie

seduti sul prato.

Un tarocco dal mazzo scruta nel profondo.

Se passate per Bologna rivolgete alle torri

gli occhi che bruciano ancora nel

fumo della prima nevicata del secolo .

Cominciai a vendere libri coperti di polvere

ma incombevano strani cieli sulle città sulle biblioteche

severe.

Soldati e mendicanti fra i ruderi.

Il presente è compiuto. Ho rabbrividito un poco

 

Primo commiato breve e d’occasione

 

Canzone vola,

con i Costanzo e i Rendo oggi a Bologna

Sicilia è Emila

e tutta Italia è neve.

 

 

Parte seconda [164-254]

La Natura, la Morte e il Tempo osservano le Parche

 

 

 

Uomini a piedi contro uomini a cavallo.

Sì, avevano tutto da perdere. E questo era il bello del giuoco. Infatti, hanno perduto.

Per fortuna. Ma dopo una battaglia che ha tenuto desti liberi affaticati impazienti, alle volte anche impauriti. E ha segnato la rapida giovinezza. La vita.

Adesso possono intanto uscire dalla porta del cortile senza vergogna. Come cani sotto un’acquata d’autunno. Poi, laggiù, in campo aperto, lontano dalle mura, riprendere a urlare.

 

 

164.

 

Perché cadi, vento d’estate? Vento del sole. Vento d’estate.

Il giocatore di calcio dice: alcuni portano

nel nome il proprio destino.

Prima che il mondo ci lasci (o ci abbandoni)

riuscirò a raccogliere qualche

frammento di parole

per capire le obiezioni degli amici

il rumore degli anni, queste ultime avventure.

All’inizio del ’99

ho raggiunto la grotta dei miei pensieri

prima era pianto poi lunghi respiri

perderemo la virtù d’amore

se la partita non sarà terminata

con un tiro preciso nel momento dell’attesa.

Le gradinate vuote la gente dispersa

solo la prossima gara riempirà questa patria

di bandiere. Voci. Le voci coprono l’acqua di molta allegria

sono voci lontane.

 

165.

 

Il giocatore di calcio ha

il catalogo delle navi

ancorate nel porto. Non si muovono, arpionate dal sole.

Le unghie del mare hanno intristito i colori, quel

mare senza sentieri.

Dice il giocatore di calcio non ho

più notizie dei miei dieci compagni

da quando ho lasciato la città in fiamme le mura

e oggi comincia la partita.

Dieci anni fa le cose del mondo non erano uguali al presente

le giornate esplodevano in un baleno

si chiudevano in tempesta nel mondo del sole.

Con gli occhiali di plastica ahi oggi

osserviamo le guerre in un bicchiere.

Niente sarà come prima poi

qualunque cosa indossi

sei una farfalla africana con trenta colori.

Dice il signor D’Aubigné dopo Chernobyl

la mia vita non è stata più quella

le mandorle cadevano ai miei piedi le rondini

oh le rondini

le rondini volavano contro l’ombra di un cielo.

Il giocatore di calcio dice l’erba del prato

a calpestarla strideva

chiedeva aiuto il pallone perduto fra la nebbia.

Il signor D’Aubigné dice l’inverno

l’inverno non è una attesa delle rondini.

L’inverno è nebbia.

 

166.

 

Alla PARTITA DI CALCIO si sale per

colline deserte con pochi soldati che pensano (dicono)

a disertare e il leone il leone il leone

appostato contro la roccia aspetta il momento

L’ORECCHIO PERCEPISCE IL ROMBO DI UNO SCIAME

che sgretola l’orizzonte succhiando il sangue degli angeli

ma è nell’estate dell’urlo che la sacra città di Ninive crolla

polvere e sassi inseguono graffiando

l’ala di un’aquila in fuga

DOPO RITORNA IL SILENZIO E UN GIORNO SENZA SOLE

allora barbagli sul campo simili a colori di Morandi

scompongono la trama dell’erba e della gradinata

IL POPOLO SEDUTO chiede

quando avrà termine la partita?

Prima che la notte cada, è stabilito. I leoni

decidono di assaltare i soldati stremati.

POI NON CI SARÀ CAMPO MAGLIE NON PIÙ LA PARTITA. Voci.

Solo lo stadio vuoto.

 

167.

 

Il giocatore di calcio dice se

leggo questo libro

dalla Sicilia vengono tempeste improvvise di sabbia

controllare il pallone è molto difficile quando soffia il libeccio

arrivo alla fine della giornata

qualche volta con disperazione

altre volte è una luce intera che all’improvviso si spegne

su questa vita che non è poi disperata.

Oggi rubano uomini e donne come farfalle

li infilzano con il chiodo li legano all’albero

sotto la neve lì stanno

corpi che aspettano il tempo.

 

Durante la partita mentre il pallone vola

penso a questa gente nel bosco sotto rami e foglie

gocce di nebbia sulle dita le querce che frusciano i

treni lontani.

Nessuno indica il tempo, nessuno colpisce la palla

quando le giornate sono lame da affilare.

Volti di antichi camminatori affiorano sulle gradinate

fra l’ombra dei capelli. Sembra un sogno.

 

168.

 

Il giocatore di calcio

pensa all’amico che non c’è:

Può contare sulle dita

i giorni della vita e intorno

il circo dei leoni, le voci si perdono è il momento di un’attesa

nessuna rondine indica speranza

le ombre inducono a una precipitosa ritirata.

Il nemico all’erta segue le orme della fuga.

Il giocatore di calcio dice

il pallone non finisce

in mare. Si nasconde fra nubi.

Sono come te meridionale. Doppia fatica.

Provoca l’avversario fra le liane e i cespugli del campo.

“Tu non sei pastore, dice, tu tradisci le pecore

forse sei un cane da pioggia, dormi sotto la neve.

Io aspetto la vecchiaia per pensare al futuro”.

 

169.

 

Il giocatore di calcio terra mia, dice,

paesi di fiumi pietra

nera di pece neve bianca sei

bianca che la pece non può lavare

bedda terra stalla dell’impero

mia dannazione in vita. Siediti, terra.

Mi accorgo di essere qua in prigione.

Ma non ho il mio sepolcro in solitudine.

La sua voce si perde.

Aspetto e… se risalgo durante l’estate il

monte Prena terreno lunare

il vento di tramontana spacca la pelle stravolge i capelli.

Sarò allora lontano da questa battaglia di palloni di rete e

di grida.

 

170.

 

Posso ignorare il giocatore di calcio come lui

ignora me – e la sua maglia o palla

che sibila sull’archetto del violino da porta a porta.

È ilare il silenzio quando il sole cade ruotando

sullo stadio delle giovani iene e disperde farfalle

farfalle bianche fra le gambe dei soldati assiepati.

Il silenzio percuote gli occhi di uno di questi che vuole le cose

grida, la voce impaziente non promette niente di buono

il giocatore di calcio con la palla al piede scatta

la clessidra stabilisce la fine della partita

tu solo, demone, tu solo specchio dell’inerme vulcano

approfitti del tramonto per chiudere il combattimento

inseguito da voci di trombe lunghe e bandiere.

Il libro della memoria aspetta la sua ora. Ma è

già compiuto, dicono.

 

171.

 

Il giocatore di calcio stravolto

al tavolo da gioco è giallo in viso

il bicchiere trabocca d’acqua gelida spuma e

lassù si inseguono si oltrepassano le auto

scarrocchiano come barche fra le nubi

la lunga usura del tempo è percettibile

dallo scatto della lancetta.

Il giocatore di calcio raccoglie una rosa

pericolante da una crepa del muro e dice

in Brasile a quest’ora alzano gli aquiloni

sulle città che non hanno fine o sono approdate sui picchi.

Parla e canta in un vortice di parole gutturali

calciando una luna veloce da cuore a cuore

che alla fine scatta in oscure caverne di reti.

L’occhio del calciatore brucia prima di sparire

nel grido di gente ammassata che impaurisce il falco

annidato fra foglie cariche di polvere.

La partita è una vera battaglia fra pochi uomini.

 

172.

 

Al giocatore di calcio dico vedi anche tu di che pianeta sei

quale biglietto della lotteria ti è stato consegnato

nessun calcio è ammissibile senza autorizzazione

èlegittima la tua partenza dopo il campionato

verso Lisbona o Pechino.

Ma intanto, fra un sabato e un lunedì,

il pastore abruzzese cane del tuo vicino

abbaia alla sera abbaia quando comincia il giorno

avverte anche te che è stato lasciato troppo solo.

Cosa vede? Solo quattro muri bagnati

dalla pioggia

acida e una grandine infinita.

Al giocatore di calcio non basta il pallone

chiude una maglia colorata nel cassetto

il suo sogno è andare verso i mari del sud dove non ci sono i

pirati.

Là dove voci amiche

con la gola di fuoco

calciano un frammento di terra e feriscono il mondo.

 

173.

 

Dice il signor D’Aubigné l’uomo

invecchia invecchiando pensa brevi parole

poche parole dice l’uomo che invecchia è curvo

sono parole di pietra o il fumo

di un qualche incendio che si va spegnendo.

Il giocatore di calcio dice

la sera della finale di Coppa

l’anno che uccisero Kennedy

spararono a Kennedy il pallone volava

correndo vedevo il pallone bianco come il viso dell’

ultimo sogno nella terra dei mangiatori di loto

oggi con il signor D’Aubigné galoppo per la brughiera.

Strane storie accadono in questi anni

laggiù vedo la polvere di una zuffa o un scontro di TIR.

A entrambi è sorto in questo momento dal cuore

un grande desiderio di pianto.

 

(Nota: Gli ultimi due versi presi dall’Odissea)

 

174.

 

Il giocatore di calcio dice a Kirchberg am Wechsel

si intravede alle volte l’ombra di un uomo solitario

dialogare con il giorno che si spegne

non lo vorrei come spettatore a una partita

seduto in gradinata ha gli occhi di ghiaccio

segue ogni colpo di tacco, un tunnel

il lancio del giovane svedese appena ingaggiato

– il giudice inflessibile è un signore che non parla ma

osserva da lontano. Da lontano.

Dice il signor D’Aubigné non ho più vent’anni

non ho amici gli amici negli anni si perdono

si perdono i sassi nel Po l’acqua del fiume non respira non

traspare

i sassi stretti dal sangue del tempo

rotolando sognano.

Ma è con la testa sulle carte

fasciandosi la mano ferita con un fazzoletto trovato

nell’armadio vuoto

che Chet può leggere la sua musica con la voce di

un vecchio musicista una volta incontrato e subito perduto.

Questa musica si alzerà prima del tramonto e prima

del fischio del pipistrello che rade la strada.

 

(Nota: Kirchberg am Wechsel, uno dei paesi in Austria in cui negli anni Venti insegnò Ludwig Wittgenstein. Chet è Chet Baker, trombettista)

 

175.

 

Vedo queste città coperte di verde di polvere

l’arco del cielo lo vedo circondante gli anelli di Saturno

le piogge tagliano i capelli degli alberi piùgiovani

storni caduti fra le zampe dei lupi

e vedo… dalla spiaggia lontana il rumore dell’acqua le onde

risalire un frammento di cuore senza respiro

la contemplazione delle sorgenti del mondo.

Dice il signor D’Aubigné la coda della balena

fa diventare bianco il mare. Il giocatore di calcio

riveste la maglia ascolta

l’urlo, uomini soffiano il suono di campane gelate.

Il mio pubblico (dice) è sull’erba, è un letto di brace ma il

signor D’Aubigné è assorto aspetta nell’aria la piuma di una rondine.

L’Africa è l’Africa, dice, dentro la pioggia acida le rondini

perdono il volo.

“Èun nonno ma non è tuo nonno” il bambino spaventato sorpreso

guarda nel vecchio passare tutte le onde del tempo e andare e il

vecchio scompare

nel Meligans bar la lunga strada di Dingle

oh punta estrema del capo Slea oh Irlanda oh Italia

ma i nonni non si trovano più neanche a parlare

si smarriscono i nonni che raccontano favole al sole.

 

176.

 

Il giocatore di calcio

dice al signor D’Aubigné

“oggi non si fa la partita

le attese vanno deluse

i sogni della notte

polvere di bandiere non riempite dalla vittoria. Oggi.

Le ore dell’inverno

non vedono passare l’ombra delle rondini”.

“Perché non vai via? Morirai”

grida colui che ha la palla.

“E allora cerca la fonte del gioco

prima che arrivi la notte.

La lotta è aperta anche se non c’è il nemico

il tempo dei sogni non dura all’infinito

ma si consuma da autunno a autunno

dall’angoscia al risveglio che è l’alba del mondo

indossa l’azzurro della tuta e

corri sull’asfalto quieto corri sull’erba che non ha cuore

non ritornare prima che sia primavera e

l’inverno finito…”.

 

176 bis

 

Il silenzio ha un suono acuto

uguale è a una lama che vibra vibra vibrante

luccica luccicante

dopo che il nemico l’ha ferito al cuore.

Non abbiamo più paura

il mondo chiama chitarre

si inquietano le parole

urla ogni tanto il vocabolario abbandonato nella solitudine

sussulta ogni tanto nel sonno anche la dea ragione.

I venti si scontrano per la sera.

Il sole osserva e tace camminando nell’infinito

cratere dei cieli.

 

177.

 

Vedo, dice, la grande madre Russia precipitare a terra

e il galeone spagnolo carico d’oro e di topi

che affonda nel mareoceano fra il sole di onde piene di furie.

In piedi ero sulla riva lei la donna inquieta amata

a filo di un orizzonte celeste come l’orecchio di Diana

con l’arco teso che non porta a nessun orizzonte di fuoco

ma bagna l’ala del serafino che si è perduto.

Russia nel mare, oh Russia sprofondata nel mare

il silenzio della sfinge fa paura

in mezzo a mille artifici Russia oh Russia deserta

cento frammenti d’uranio vagano vibrano nel fragore del cielo di dicembre

e là dove turbinano i cuori degli uomini

già morti

scompari t’immergi scompari e deliri poi

riaffiori

sei la prua della nave sprofondata in un deserto di lava. Addio.

Quelle case bianche in cima alla collina con il faro che non dà luce

la strada liscia un orizzonte di prati il borbottio

del marinaio ubriaco che si allontana.

 

178.

 

Il giocatore di calcio insegue la palla sul prato

la guerra è sull’erba

stridono le sibille aprono la caverna di luce

il giocatore di calcio aspetta il suono di Chet la notizia

dagli uomini camminatori

una notizia che non fa disperare.

Dice il signor D’Aubigné quando l’inverno è passato

perché dovrei andare in Brasile

se gli uccelli nel vento sconvolgono Francia e Italia

e sulle pianure mi porta il sangue del cuore e lì mi abbandona?

Corre come corre il cavallo bianco della morte.

Ho passato la vita fra i libri

senza scriverne uno

pochi libri ho letto dal principio alla fine perché pioveva la cenere

allungavo la mano i fogli bruciavano

silenziose parole cadevano

la primavera non è mai troppo lontana.

Non isolarsi ma ascoltare. Ascoltare.

 

179.

 

Cadono alberi cadono soldati in un combattimento

Porto con me in un bagaglio il mio popolo di pensieri

Mentre il progresso ara la schiena della terra la svena

tutti tremano all’idea di andare a Sacile…

Chi ha mai pianto

per la morte di un elefante

sotto il sole

nel mare d’erba africano?

 

Precipitosa arriva

con tre cavalli la luna viaggiatrice

pioggia neve il compagno destino ma

sassi arrotondati dal fiume sono loro nemici

così si arresta…

Ho sentito il sangue urlare ed era il vento grintoso sulla montagna

fra alberi di mille anni.

 

180.

 

Dice il giocatore di calcio parto da zero. I preti del sud

sono operai alzano pietre alzano il cuore

ultimi esploratori delle foreste del cielo

i preti del sud danno fuoco alla vita speranza degli

uomini ma

al trentaduesimo minuto ahi! fu la fine del

viaggio per mare l’alzarsi del maestrale

onde gridanti e il naufragio.

In memoria di me dice il signor D’Aubigné

ho solo queste parole da deporre su una

pietra che la pioggia d’inverno può lavare.

È Chet che suona attraverso le ali del gallo nella sabbia di Normandia

la sua tromba d’oro? Sabbia fango e come cala

la sera violenta pernice sulle labbra ferite. Nessuna

attesa è più grande.

 

181.

 

La palla è la mia memoria corta

grida il giocatore di calcio dal verde empireo riempito col miele

delle speranze perdute

al signor D’Aubigné rannicchiato in una gradinata gelida ad

aspettare rondini che non arrivano. Mai.

Il lancio del pallone a destra, la saetta divina colpisce sul cuore

l’avversario impallidito

cade sull’ala che è preparata al volo. L’urlo

si china a questa attesa. La palla di argilla rossa

sangue ai piedi del compagno rivola

verso la porta del dio del mistero. Vive

disposta in combattimento l’attesa

dei ventidue guerrieri

poi lo spettacolo concluso parla ricordando la giovinezza delle

pietre e

le nuvole chiamano la vita e

prima della notte d’inverno…

Prima della notte d’inverno

un lungo giorno e lì la vita è un trionfo.

 

182.

 

Il fuoco si arroventa quando si avvicina la sera.

Butta la palla a sinistra grida

il compagno al giocatore di calcio buttala e ascolta

le voci precipitare dalle pietre

e alitare un leone furioso alle tue spalle.

Lui ebreo io cristiano

era pronto ad azzannarmi dice

il giocatore di calcio durante la partita

ma io sentivo soltanto il fiato di un amore che veniva da lontano

non vedevo neanche i suoi occhi ma li vedevo:

come sarà il futuro?

Dopo lo scontro che si prolunga sotto i fari

la nebbia induce un brivido di freddo e un lungo sonno

ma sempre la ragione si inquieta nel giuoco

e la mafia non la vedo come una sorella

violentata da sette orsi neri

la vedo come una ciambella che si arrossa nel forno

mentre lì vicino una vecchia è intenta a ricamare, senza paura ricama,

il suo ordito perfuggire il silenzio della campagna.

lo amo soltanto la città in questa epoca di fiori

solo la città

l’amo quando l’altoparlante tace e la partita sembra ormai finita.

Ma è finita?

 

183.

 

Dice il giocatore di calcio mia madre ha aspettato

chi dalla guerra tornava e non è mai ritornato…

Il giorno prima della partita in Polonia

           ­– intanto il signor D’Aubigné passeggia vicino al luna park

           aspettando l’arrivo delle rondini da un’Africa lontana

           esse che tranciano la spalla del cielo con le ali di lama

           esse che muovono le foglie e le onde nel volo esse che

           nel volo guardano le foglie cadere –

ho visitato il carmelo di Auschwitz fra i campi di grano

le sorelle cantano al cielo con grande vigore

cantano il signore coltivando le rose

c’era il silenzio della terra quando

il sole tace quando il sole si annera e

la partita si è conclusa in parità

        il portiere ha parato un rigore volando fra i pali

        talvolta le rondini si fermano nel viaggio dice il

        signor D’Aubigné

        perché la pianura è rossa di sangue e una rondine

        non fa primavera non calma la fatica del volo la fame

        cade come una foglia insieme a una foglia d’autunno quando

il sole tace.

Così è travolto il giocatore di calcio correndo verso il nemico

là dove finisce il mondo. E comincia il sonno del mondo.

 

184.

 

Con fuochi al posto delle foglie

i frassini.

Segno le parole

si aprono le porte

entro nelle stanze dice il signor D’Aubigné

si chiudono le porte.

Le stanze sono vuote

i muri impenetrabili

stanze segrete finestre serrate

le stanze raccolgono il fumo le orme le gocce degli anni.

Il Che disteso sul banco

con l’occhio senza speranza guarda le onde del

tempo sfiorate dalle ali delle nubi bianchissime.

Dategli addosso urlano dalle gradinate

li andremo a cercare li batteremo sulla spiaggia

poi ubriacarsi

cantare l’inno nazionale

dopo andremo a vedere l’Inghilterra che vince

ci saranno feriti sulla spiaggia

faremo vedere ai crauti perché hanno perso la guerra.

Produciamo i vini migliori dai migliori vigneti

ma non possiamo viaggiare di notte sul treno

perché c’è la morte in agguato.

 

185.

 

Gli anni di Roncrio fra i calanchi d’Appennino dove…

Abbiamo avuto una nevicata fenomenale ma…

Tu sei arrivato quando è venuto fuori il sole.

Una improvvisata, come l’altra sera, verso

sera, quando la necessità di avere

una parola…

Cosa fai oggi?

Tutto il giorno?

Già, anche questo è un bel divertimento.

Sì, sì, insomma, pensa che fra

qualche giorno tutto sarà finito.

Il giocatore di calcio dice che il campo

con il mese di aprile è prosciugato è un campo crudele

di sangue, le crepe sulla terra tagliano le vene

del cielo, tracce di vento gemono gemono

                                            strisciano aprono

                                            dileguano

                                            inabissano l’acqua.

Oh, acqua. Acqua sulla mano, sul piede che calcia

non è un tempo cristiano

questo che fa crescere sui fiumi

città nere nere che si spengono nell’ira di un tramonto improvviso.

Ma poi le città rinascono nel giorno

e l’uomo è sulla strada.

 

186.

 

Nel silenzio delle notti squarciate da lumi vibranti

vomita sabbia la televisione

le gambe delle donne strette da tele di ragno

nessun’ombra sull’asfalto masticato

dai cingoli dei carri armati

all’inseguimento di un

nemico che fugge.

Opere vere restano da fare

prima del diluvio di un secolo nuovo

come la terra sarà disposta nessuno lo sa, può saperlo

è inconoscibile questo

                                misterioso futuro

                                così già passato così già lontano.

                                Ma vivere è

                                aiutare a vivere.

                                Ci sono i poveri, gli schiacciati.

                                E i soldati in attesa.

Il cuore vola alto il

cuore non si stanca

il cuore falco il cuore verme il cuore scimmia il

cuore sempre solo

orlo di un’onda sul mare che divaga e si perde.

Gli spazi del mondo ancora si improvvisano.

Sono quell’uomo che cammina vicino alle dune

le voci della campagna emiliana

trascinano il passato verso il futuro come un toro infuocato

 

187.

 

Oh celeste protettore di città strette d’assedio

presiedi anche alla luna

                              che sta fuggendo

                              dall’orma di un uomo e si inabissa.

E tu, ombra di voci degli uomini scomparsi

conchiglia raccolta da una mano senza più pelle

cerva orbata dell’erba di un prato appena fiorito

imprigionata fra grate di ferro insensibile alle preghiere gentili

                              riposa per questa prima notte di luglio

                              sulla pagina

                              del vecchio libro

                              bianco sul prato e aperto come un cane abbandonato.

Dice il giocatore di

                              calcio al signor D’Aubigné

                              oggi espugneremo

                              Narbona

le bandiere si muovono sopra i cavalli normanni

la porta è difesa da undici solitari guerrieri.

Ah, la vita di lotta, sconfitta, dubitare contraddire prevalere anche

con innocenza.

 

188.

 

Il mio amore il mio cuorefurore

al centro del mondo

coperto di strani fiori nuovi per noi

(elicotteri a bassa quota sulla

collina di fronte coprono i prati di napalm),

il dolore

per quella passione che si spegne

è grande. È grande.

 

Voi giocatori di calcio sconfitti.

                              Piangete. Cani vili. L’arco

della luna sopra le onde di ferro dello stadio

la corona di spine

la palla ferma nel mezzo è

frammento di un meteorite precipitato dall’occhio

della montagna.

Ricordate i bambini

al mare

sotto il solleone d’agosto

camminano lungo i viottoli dell’Adriatico

le giovani madri parlano parlano senza guardare.

Senza guardare?

 

189.

 

Non mi scrivete, non potrò mai rispondere.

Non mi parlate; non potrò più ascoltare

se ferite la mia solitudine

morirò con lei.

Calcia il pallone colpisci la sfera

la bandiera bandiera

lo straniero è lì acquattato alla frontiera

i leoni d’Africa divorano le rondini addentano il pomo della vittoria.

Padre non uccidermi

madre ti uccido e volo lontano con un’ala ferita

non infierire con le solite parole

non scende dalle parole il miele della vita

voi siete per me più lontani del sole.

Anche la natura ha il suo revolver nascosto

spara sulla spalla delle foglie che guardano stupite.

Pazienza fratello

la tragedia dei nostri anni non racconta storie di città metropoli

ma il naufragio della natura in un pandemonio di voci in tempesta.

Raccoglieremo relitti su paludi calme all’infinito.

Il giocatore di calcio dice la grande Germania

è campione del mondo

così i piccoli dovranno coprirsi gli occhi negli anni a venire.

calcia il pallone a sinistra colpisci di testa la sfera

pazienza, fratello.

Padre, non uccidermi ancora

madre non dire parole.

 

190.

 

Germania germania germania tornado d’Europa

canzone per un giorno

comincia la nuova guerra la nuova nevicata

i topi sono lì per accogliere la gente che scappa dal mondo.

Vulcano risvegliato

i fulmini sfuggono dalla mano

incenerisce le città incenerisce le sue trecce bionde

le tombe dei generali di antiche vittorie si scoperchiano.

Il giocatore di calcio dice germania germania

ahi, campione del mondo in questo luglio dell’amore.

Anche a me sembra di morire un poco

grida il signor D’Aubigné

questo è l’ultimo giorno del fiore del miele o del dolore.

Conoscevo Firenze una volta ma

sono francese

l’odore dell’Arno fino ha segnato la corsa anche del mio tempo.

Ho affondato città ma non ho conosciuto il

cuore degli uomini prima della prima sconfitta

non credo che ci sarà qualche voce di un dio dopo la morte

le rondini dell’oblio portano la speranza

di un futuro molto breve.

Anche se beviamo l’oro del mondo

ogni giorno è composto dalle nostre mani.

 

191.

 

Il muro dell’Oder.

Una domenica di fine inverno

nella parrocchia di Santa Brigida

a Danzica

è una domenica mite

per un inverno sul Baltico.

Il primo settembre dell’anno Trentanove?

“Io penso che fino a quando ci sarà il mondo

mai un polacco

sarà amico di un tedesco.

Sotto la pelle in me c’è sempre qualcosa un timore

ogni volta che i tedeschi intraprendono qualcosa”.

“Ma noi contiamo così poco”

dicono i tedeschi in Polonia.

Carestia.

Chet Baker al signor D’Aubigné “la

mia vergogna è la tua vergogna

la storia è una nave affondata e può riaffiorare”.

 

192.

 

La griglia di partenza partirò per primo lo

brucio sullo scatto tutto sta che

la frizione non si ingrippi via e

via semaforo rosso pochi secondi su di giri è verde

lo supero sulla sinistra prima della curva bada

qua l’alettone lo incastro lo sorpasso lo sperono la

curva è dietro dalla terza alla quinta sono

in scia arrivo e

addio…

lo l’ho visto il cigno trombetta volare sui prati snervati

fra la nebbia e il ricon

l’estate che nel Canada

cercavo anch’io una nuova vita.

Essere salvati dall’oblio…

L’oblio è quando

non penserò più a lui che è morto

ma ora chiamo con un respiro gentile la

sua ombra fuori dall’Ade…

Ruota la luna ruota la fortuna

cambia anche l’occhio che guarda il mondo

o rilancia il pallone in campo.

Vorrei prima dell’inverno scrivere un

libro sopra i terremoti e

sui vulcani.

 

193.

 

Questi giorni dice il signor D’Aubigné sono

grandiosi il suono

registrato di una campana scompone

l’aria il cielo in cento frantumi aquiloni

mi sento preso dalla fune che dondola

e potrei pensare d’involarmi di qua di là cercando

una nuova diversa collocazione.

La carne la consuma la violenza impetuosa del fuoco.

Chi porterà l’uomo d’oro oltre le dune

vicino al sonno profondo degli uomini più irrequieti?

Gli spazi sono ridotti

sono l’osso del cerbiatto ucciso dal gelo in un

inverno antico

la televisione mi getta nella stanza il cadavere del sole

e la polvere di una foresta messicana.

Ma è la mia palla che vola calciata grida il giocatore di calcio

la porto a spasso da oceano a oceano

buttandola in alto fra Andromeda e Selene

la imbuco in un mare tranquillo

so io dove ribattere la disfortuna.

Ti aspettavi troppo dagli eventi

grida il signor D’Aubigné battendo le mani,

vicino a un fuoco

non puoi sprofondare nel silenzio notturno senza tremare

il futuro non è il passato. Splendida sapienza. Tacere

non muovere un dito anche se geli nell’agguato.

 

194.

 

I grandi spazi le antiche rivoluzioni.

Gli uomini all’erta, le donne con il fucile.

Le gru di ferro

abitatrici dei cieli

discutono con le nubi immobili e adirate.

Le lunghe sere d’inverno quando la partita è finita

dice il giocatore di calcio

suona precipitosa la tromba d’oro di Chet.

Il confine tra la vita e la vita è dunque la morte

è il canto di un uccello

il passero solitario sulla torre diroccata

la gazza ladra imbrigliata fra i ceppi

il merlo che non perde neanche una parola.

La città chiusa fra le mura rifiuta

l’accesso ai lebbrosi ai pellegrini stranieri.

Il tiro fu all’incrocio dei pali

i pali e la rete del sole che lento calava schiumando

hanno affrettato il tiro

il suo volo che finiva in oro.

La spiga in silenzio inclinata nel vento

il piede benediceva il palo e la gente cantava.

 

195.

 

Italia eri bionda allora

china sulle acque

a riguardare ombre

che dal passato provenivano gridando.

Respiratevi nell’aria di un’estate senza fine.

Oggi mi trapela una quantità di eventi:

LA FRONTIERA POLACCA NON SI TOCCA

L’EUROPA CONFERMA I SUOI CONFINI.

Non mi posso permettere di morire

dice il CHE, la rivoluzione

non è ancora cominciata

tacciono perfino le foglie degli alberi

ascoltando il passo dei pensieri.

Chi sarà vivo domani?

Se muoio

se il fiume continua a correre

se il ciclista si ferma

sul ponte

se muoio e il fiume continua a scorrere fino alla

fornace poi si smarrisce sotto un ponte e

il fuoco si porta via i libri

il legno della foresta è diventato polvere se

l’ultima pagina è bianca per il compianto degli

uomini in fuga che non sanno aspettare…

 

196.

 

Battaglia fra il giocatore di calcio e l’avversario terzino

corro lungo il filo del campo veloce come il destino come

una freccia indiana lasciata volare

sono l’ultima rondine e ho perduto il branco

sono stanco d’aspettare ho una rabbia cupa d’amore

 

Rondini, dice il signor D’Aubigné, fuggitive foglie

nel cuore del cielo i miracoli fate

ma i due uomini li ha uccisi da mare a mare

un impeto di benevolenza che non calma

vedo la morte e la destino al nemico

il suo banchetto di guerra la sua

ultima vittoria la mia prima sconfitta.

Nube nebbiosa di radio vaga sui ghiacciai del polo

copre il sonno delle balene che non sanno cantare.

A Palermo non fa mai la neve

l’Etna riposa dentro la vita come in una nuvola di vento africano

o con la domanda di guerra che il fumo quel fumo

sia l’ultima esplosione dell’uomo sulla terra?

 

Rondini rondini venite

grida il signor D’Aubigné a un cielo di settembre coperto

di ombre che inseguono il sole

gli anni trascolorano

dietro le vostre penne. Fragili uccelli costanti

 

197.

 

– Ma sono passati i millenni.

– E dopo?

– Una musica d’oriente cadeva fra le azalee

cadeva dagli alberi con le foglie

la piscina con l’acqua calda

aspetta gli occhi della ragazza

un uccello nero un corvo trascinava un’ombra.

– Voi siete così premurosi nella scrittura

io vi riverisco.

La neve sui vostri occhi

diventa grano.

La mano trema la notte fa paura

la vita è lunga ma

la speranza è immutabile?

Sembra imminente qualcosa.

– Meglio dire dove prima che anche questa rosa

sia appassita.

 

198.

 

Affrettarsi a scrivere per

avere le labbra sul bordo del cratere e

bere lava così

rossa che l’occhio non la vede.

L’ultimo atto del secolo

apre un oblò prima della lunga sera (notte) ferita

da meteoriti impazziti

sul prossimo passaggio dell’armata Haeley metodica cometa

– lassù l’uomo racconta l’infinito.

Ogni epoca ha le sue esibizioni

che mai Italia è questa?

avevo le catene che mi tenevano legato

sono le città distrutte

da un terremoto rituale

sono il bombardamento dei nemici scesi dalle montagne

con occhi di morti nelle tasche.

Odio appassionatamente la mia vita.

Il giocatore di calcio esulta:

libererò questa porta dal male

l’aquila sacrificale deve cedermi le penne

solo io io solo io nel volo

da palo a palo sono il salmone nel fiume

senza destino scolpito in un graffito.

Oh hombre il piede del lupo la zampa del lupo

l’urlo del lupo fra il verde dei fiori un colore

così fragile ormai da avere paura.

 

199.

 

L’aquila abruzzese non conosce il mare

perché mi devo perdere?

Da nessuna ombra si ricava la vita.

Lei dice: la malinconia mi prese, grande

distruggitrice di sogni (essa compone le sue

fragili ombre con mano savia lascia

cadere le foglie di pietra

sul sonno e

fiori senza più cuori palpitano chiamano).

Così anch’io ho avuto la mia avventura

le auto accesero i fari bloccate sul viadotto

sotto una tempesta di neve

volavano gli angeli feriti da streghe senza voce

tutti per un momento abbiamo ascoltato i cavalli della

morte. Da

città a città. Poi allontanarsi.

Ma c’è mai stato un campo a cui tornare

quando innocenza e bellezza

erano i solitari petali di una rosa?

Siamo venduti come gli schiavi sulla spiaggia

rubati nelle foreste

scaraventati nel mare

dimenticati al fondo dei velieri fra le scaglie dei pesci

– avremo mai la nostra giornata? Quando

la polvere del muro copriva il volo di stelle molto

lontane.

 

200.

 

Chi aspetta

seduto vicino al letto?

ho novant’anni

la luce è accesa

fuori il temporale fischia e se ne sta andando.

Dice il giocatore di calcio il fiume Po correva piangeva

gridavano i pioppi scarnificati sopra le ossa del fiume

che spaventevole mattina

gli oranghi sopra i tronchi dormono quieti

sognano la città.

Si vedono chiare le orme dei lupi.

Dice il signor D’Aubigné la

palla contro la rete è nel cuore dell’inferno

e quando l’uomo comincia a passeggiare con la morte

la signora si veste con l’erba d’autunno si

copre di nebbia raggela

nello scroscio delle fontane

è acuta nel diniego

esaspera l’ultima ferita dell’usignolo perduto.

Brividi di pensieri.

Il mondo non piangeva quando io non piangevo

il vecchio è vecchio

ma non sarà vecchio per sempre.

È tutta colpa dell’America è

tutta colpa.

 

201.

 

Il mondo si cancella

adagio i ghiacci franano

sul pelo degli orsi che si fanno guerra

(rapida primavera con poca luna)

– le torri delle città sono dipinte di bianco.

Spezzato in cento pani è il fuoco del futuro.

Si calmarono le acque dopo il primo diluvio.

Le acque dopo il secondo diluvio si calmarono.

Al terzo diluvio le acque si calmarono.

Al quarto diluvio la prima specie dei pesci scomparve

dentro le caverne dei mari.

Sulle pianure cominciarono ad esplodere i soli.

Il quinto diluvio sorprese un esercito all’assalto di

fortezze di pietra

spade spezzate gettavano ombra sull’uomo che gridava

così il sesto diluvio scoprì la voce il canto il grido la morte

d’amore

e odorò nel bosco il fuoco della foglia appena caduta.

Il settimo diluvio è il nostro calpesta il nostro piede lo

stringiamo nel pugno la coda ci ferisce

che mondo scegliamo?

Il mondo della memoria di una vecchia storia

il mondo incerto duroche apre il futuro?

Per le sue altere solitudini

e il suo sovrapposto furore

situazione d’emergenza.

 

202.

 

Non mi avranno, vita mia, nuvole arlecchine vaganti non mi

avranno dice il signor D’Aubigné nel cielo

che odora di fumo di grano e discende.

Non sanno dove mi trovo i cani

i passi nel fango inseguendo e

voi rondini severe il filo dell’orizzonte non indicherete.

L’economia di mercato dice il signor D’Aubigné al giocatore di calcio

l’economia centralizzata la burocrazia l’economia della

delazione della vergogna oggi sopraffatte dall’

altra cadono fra gli sterpi bruciano

con la statua di Lenin tanti

l’avevano predetto i vati

delle ossa frantumate dei perduti destini dei naufragi sul mare

e dei tesori nascosti.

Spettacolo della miseria chiamano

il piccolo fuggevole dramma di chi muore di fame

fra le mura delle città italiane

(oh in Italia non si muore di fame più

oh pietre di pallide ville antiche preservate dal saccheggio dei barbari

ville perdute fra i campi fra i lecci e le sere annegate

nella calma prima della tempesta negli ori

delle ultime api sciamanti)

siamo un paese ricco e disperato la danza sulla miseria

è solo una vergogna povera che offende ogni speranza.

Gol! grida la folla, le bandiere di fumo

irrompono negli occhi “batteremo i tedeschi a Stoccarda”

È l’ora in cui i vecchi librai chiudono la bottega

s’avviano con un volume sotto braccio

alla discreta povertà della casa.

 

203.

 

Beethoven sonata op. 110. Vedo? sento? ripeto? apro l’

occhio chiudo la mano

apro la mano ascolto correre l’acqua – nel fiume

un corpo abbandonato –

non lascia traccia il segnale si perde; la mano

strappa il sangue dal sole.

Grida il giocatore di calcio sulla sinistra

la palla Gould cautamente

fra i suoni della foresta indaga

la biscia inerpicata trafigge

IL NAVIGANTE CANTA DENTRO LA TEMPESTA

(l’azione è sulla destra dove è attestato il difensore centrale)

 

saprò rispondere se mi vorrai interrogare dice

scendendo a rete con il pallone incollato al piede

il giocatore di calcio

risponderò se hai la pazienza di brucare dalla mia

mano l’erba

della speranza

dice Gould tarzan fra le scimmie

inerpicato sui rami mobili dei suoni.

Volando.

 

204.

 

Il volo nello spazio con le parole di carta e l’

inchiostro la farina del diavolo.

Ritorno a casa trovo

la siccità di quest’anno

la terra nel veleno di crepe

– quando c’è il sole quando la notte non viene.

Il mondo nasconde le rovine

dentro vulcani di silenzio, i boschi

gridano nei boschi prima di scomparire.

È ancora da vedere se la povertà di ieri

era più triste della ricchezza esplosa

polvere di ghiaccio tra le pietre

in questi giorni rassegnati a un piccolo destino.

Il pane che l’Europa tocca muore.

Il viaggio così finisce. Il cavaliere così si allontana.

Mi rifiuto di sottoscrivere

qualsiasi forma di patto

con il diavolo. Mani di uomini neri

strisciano le lamiere arrugginite.

 

205.

 

La città emiliana è antica antiche sono le viscere della terra.

Irta di porti, di torri.

Ha ciminiere dipinte di rosso.

Gru tralicci e sopra camminano camminano

fumando cantano camminano parlano

di rivoluzione i vecchi operai che

hanno ancora la speranza di qualcosa

“prendo la macchina quando c’è il temporale

in mezzo al bosco con le foglie gialle e i funghi

con le castagne cadute, il cinghiale si avvicina

fino a leccarti la mano il fiato odora di vino

cadono i fulmini

aspetto la tramontana il grande vento del nord

questo mondo è pieno di inganni

chi parte qualche volta ritorna

ma il guadagno è alto per chi sa aspettare

almeno in ordine alla saggezza.

La pazienza è il nostro destino.

Ci salva l’immaginazione

se non perdiamo la traccia del nemico”.

 

206.

 

Quando il diluvio di Palermo

si quieterà sopra il sarcofago d’oro

del re arabo che dorme?

Raccolto il sangue del tramonto

lancio la palla dice

il giocatore di calcio ma è intercettata

da un killer appostato fra i

rami con un sacco di piccole pietre e il mitra puntato.

Finirà la giornata?

Lontano una donna grida sul prato è

pecora sgozzata. Le

pietre si sciolgono adagio nel traffico notturno.

Sui gradini del tempo un corpo di uomo è crollato.

Dice il signor D’Aubigné se taci hai salva la vita ma l’anima

tua s’invola è cieca

se non legge la scrittura di una penna d’amore e

il misfatto del mondo.

A piedi cammina cammina quell’uomo durante la guerra

all’alba il pane portava. Fischiando. Non

ho visto il mare quest’anno dice

il giocatore di calcio

la vita carica d’oro pesa per chi ha l’anima cieca. Vorrei

giocare il pallone ora per la generosa parvenza

del signor D’Aubigné maestro di una antica saggezza

che insegue il lavoro sul tronco scavato della foresta

superstite con un’ascia forte.

 

207.

 

Un frate imprigionato fra i topi

mi ha insegnato a parlare

e due uomini tedeschi stretti nel ferro mi hanno dato la vertigine

uno perché troppo saggio

l’altro travolto da un furore della poesia

è diventato pazzo travolto dalla pazzia.

Poi è finita la vita

                                 poi è il giorno che si

                                                                       muore

Qualcuno

                       andrà da

                       qualche parte

perché non c’è saluto

                        per chi vola in treno

                        né per chi arriva.

Oggi hanno vinto

ma non vinceranno domani

ho il cuore molto triste

un mondo senza il popolo degli uomini

è un mondo che non accetto.

La vanità dei poeti

rende inutile molta poesia.

 

208.

 

Il 2 agosto 1980 e poi il due agosto 1990

la morte in una stazione e

la passeggiata spaziale per non morire.

Le rondini bambine imparano a volare fra gli arbusti

la montagna annuncia la nube della tempesta.

Domenica Piccolo cucchiaio qua la vorrei ricordare

dice il signor D’Aubigné per il sole della buona sorte

con Mimmo a cavallo per l’O.K. Coral della Calabria

nella luce del giorno di un anno d’estate.

La voce di Jim Morrison la voce di Domenica la voce del fiume fra le

rapide dei boschi.

Una città di pietre morse dalla nebbia (è Bologna)

i diavoli cavalcano terracielo

veli all’alba stracciati da ombra e

improvvisi ricordi.

Un monaco conta le pagine con le dita

il mondo attraversa la bufera con il cuore in mano

l’aquila si stacca dal nembo e nel vento cala a chiamare il silenzio.

Sul viadotto l’asfalto non si vede

lì è inutile la preghiera.

Elementi determinanti della situazione

un motociclista senza casco

l’uomo sul palo da cui è caduto un filo –

i fogli dei giornali

travolti dal riverbero di auto interminabili.

Strisciano trascinati dal soffio delle parole

immagini a colori su grandi schermi piantati

negli altipiani silenti.

 

209.

 

Breve. Dove sono scomparsi gli uomini

dove le donne ancora oh povera Italia nei

paesi sperduti fra il verde giallo rosso dei boschi che

cercano aiuto con il silenzio? Dove

le lapidi gli incarti dei cibi

la timida aringa dispersa la pecora che segue altra pecora e va verso

dondolando la testa un burrone aperto nell’inferno?

I cimiteri stravolti dai marosi

senza ossa di morti

mura sventrate legni

levigati da una mano con pazienza

teneramente libera astuta

dove?

Voci si perdono nell’alto

portate da gazze in migrazione

poi la costanza di anni che non concedono respiro

perché la corsa si plachi si deve placare

così i secoli secoli ritornano sui solchi arati

da pietre graffite con gli occhi

di uomini vivi. E con questa voce.

La strada incendia case torri

abitacoli di commedie concluse

fra luna e Marte soldati abbandonati

navigano nello spazio sempre chiamano la terra.

 

210.

 

Dice il giocatore di calcio c’era

l’aranda sbucciata sul piatto il tavolo

da sparecchiare le bottiglie di vino i bicchieri

briciole voci i rumori di un tempo

è il pranzo di natale la

stanchezza dei bambini i ricordi di scuola la gente

perduta senza lasciare memoria

un fiore di plastica dondola se qualcuno accenna a cantare o se canta

anche le promesse non mantenute i regali

distribuiti fra grida il mondo sommerso

affiora nel mare in tempesta questo

l’bo preso per te

nessuno sa dire se il libro che hanno regalato a mia madre

è una lettura per le ore notturne ma

fra il luccicare delle signore un’ombra

distribuisce queste parole:

il Marechiaro non è il Mississippi

Zito e Zita due cercatori d’oro senza troppa fortuna

scavano scavano nell’acqua nella terra della vita

mi farò accompagnare dalle canzoni di Patty Smith oggi dimenticate

da anni non incide un disco forse ha dimenticato la musica ma era grande

lasciando calare lungo il muro la corda dell’impiccato

arriverò nel vestibolo di ferro per restare nudo e solo.

 

211.

 

Bestiario e timido erbario

con foglie e fronde.

Cade l’anno comincia il secolo

o sembra cominciare.

Fuochi sui monti nei campi sopra i coppi della città

nell’ombra di una cameretta

aspettando l’inverno che non viene.

Sulla piazza le orme dei giovani che non sanno

ancora camminare

ma con la mente viaggiano per la Spagna

pecore enormi guardano i fulmini cadere

sulla mano di un sangiovanni bianco davanti la chiesa.

Quanto c’è da fare perché una poesia sia una poesia

non solo correggere ma anche camminare.

È impossibile. Silenzio. Disse: “Signore, si può accomodare”.

Il sole di luglio tendeva il piede

cercava fra le ginestre la serpe verdolina.

“È vero che nessuna l’amava?”.

La stagione portava piccoli pesci verso la libertà della cascata –

ma non era vacanza

gli indios scomparivano con la giungla o si adeguavano ai bianchi.

Il sonno comincia non con il silenzio

ma con la violenza dell’amore

voglio essere ferito da un fulmine,

non accarezzato dalla prima pioggia d’aprile.

Piena di voci e fantasmi

questa storia ha avuto

una notevole risonanza.

Fu ascoltata da tanti che la raccontarono poi.

 

212.

 

Tutto è sommerso in un mare di carta, i cieli

coperti le strade i fogli striscianti le ombre

gravi ascoltano consentono prima di sciogliersi via.

Gould canta canta, le manifoglie trasmigrano

svolgono brevi percorsi da qui a lì

arcobaleno di parole nuove

strappa scivola arde sulla corda

insiste preme il pedale del piano

ripete incrina evade ritorna affonda s’innalza

sì così sì è così bada la strada del suono s’innonda.

Egli andrà in Siberia per una strada mai calcata da altri prima

accompagnato da tre ufficiali

ritornerà a primavera

il cuore rifatto dalla speranza per l’anno che viene.

Oggi vedo cadere brandelli di polvere da piccole nubi ah!

sulla mia spalla mentre

per una volta almeno l’ospite inattesopuò essere allontanato.

Mi alzo dal tavolo guardo il mondo dalla finestra

volo spalancano per me la strada volo

ascolto salire le musiche che accendono il fuoco del sole

 

vedo corpi di atleti nel marmo dello stadio

balenano da monte a monte le voci di una vittoria.

Vorrei parlarti in privato

la vita essendo arrivata a un bivio per l’attesa. Oggi.

 

213.

 

A chi la gloria futura?

All’uomo ossessionato dalla sabbia infuocata nel vento garbino?

Al pilone più alto del viadotto?

Al sapiente cascato dalla scala mentre cercava il libro corrotto?

Al fuoco del lago invelenito

all’uccello di penna nera sceso a terra dopo

il viaggio in un giorno di settembre soffocato dal salnitro?

Nel pavimento a mosaico si vedono gli animali fuggire dall’uomo

un gregge impietrito

in attesa di un angelo che lo liberi. Canta canta

fra gli alberi la voce

così lontana si perde

mentre resto in attesa. In attesa. Cambiare la vita.

 

Non calpestano i piedi

le meraviglie scese dall’alto

in un giorno memorabile.

Le pareti curve

impolverate dagli anni si inseguono tregua non danno

sul volto ombre di un palpito d’occhi.

 

Sulle pietre del prato la storia opprime travolge

non è l’amore vuota speranza del mondo

disprezzo del mondo

negli anni folgoranti di oro dolore vergogna

che non conoscono la giovinezza.

 

214.

 

Il giocatore di calcio precipita a terra e

tengo questa palla al piede, dice, fino al termine

del giorno, oh metà della vita mia

oh perdita

non della speranza ma ho perduto il tempo reale che è pioggia vera.

Così non so quando finirà la partita

non calcolo l’ora e il minuto

l’origine e la fine della partenza

o l’arrivo.

Questo è il tempo del non tempo

l’infinito del finito

impedimento o sollevazione per

chiudere gli occhi e non vedere

(ma gli occhi vedono ancora)

né io né altri oh non più non più

il futuro del passato la menzogna del tempo

è il presente del presente dopo che il fuoco

ha divorato la foresta

LÌ LA MIA PARTITA E COME SASSO SULLA RIVA DEL FIUME.

 

215.

 

Non pubblico più libri dice il giocatore di calcio

perché non voglio che qualcuno

tagli le pagine del mio libro

con un coltello sporco di burro.

Non saprei sopportarlo

né da vivo né da morto

non importano le critiche

non l’indifferenza non l’arroganza dei piccoli gnomi della foresta

ma lo sfregio dell’atto volgare

contro l’umile cuore di un libro appena stampato

fragile come l’agnello giovane.

Un bosco di alberi parole

chiede che l’occhio non si chiuda prima che sia accontentato.

La parola ha sempre

in serbo una sorpresa o un sopruso

per il lettore che non ha strappato la pagina.

Un lenzuolo di fuoco

ha preso il cuore del pesce navigatore

e l’ha coperto d’amianto.

 

(vv. 3 e 4: citazione mnemonica da un testo di cui non ricordo l’autore).

 

216.

 

Quali sono chiede il signor D’Aubigné

le ragioni della mandorla amara che avvelena

l’acqua dei pensieri?

La palla non è mai conquistata

per sempre.

La sua conquista non è mai

come la vita tutta compiuta non

può la palla essere distrutta

ma rasa al suolo

è diversa dalla fortezza severamente custodita

con rigore difesa

e con la morte.

Non è oggetto, la palla, di

lunga speranza o di fatica

che oltrepassi il giorno

non è guerra la palla

non è giuoco ma

riso di violenza e speranza

insegue la luce sull’ala della farfalla superstite

non è rondine che naviga

fra i venti delle nubi che cadono dalle Marche

a cercare la terra delle giovani vite.

Là dove aspetta il giorno e riposa.

 

217.

 

Il tempo della pace è una

attesa della guerra.

Il tempo del contendere prevale

sul tempo del quieto

operare, delle verdi albe quiete, dei

rossi inquieti tramonti

 

quando solo la speranza è signora.

 

L’ora del sangue impera

là dove

la tromba del giudizio

chiama raduna sceglie poi colpisce

prima che l’orizzonte del dubbio

apra le porte dell’Olimpo

colpendo il sole

 

e così

si consuma

 

218.

 

Divago sulle acque della città che tempestano

l’asfalto ribolle di piume perdute dagli angeli della foresta

i coltelli cadono e si riducono a colli mozzati di gallina

la distesa delle foreste bianche

le voci distese dagli altoparlanti

urla alte clamanti che s’alzano al mattino

le nebbie coprono i deserti che non hanno confini

sparano silenzi quando il porto è lontano dall’acqua

è il tumulto delle onde che avverte

negli occhi delle montagne socchiuse si spengono le cascate.

Strappano la pelle alla roccia

guardano negli occhi le caverne

aspettano di diventare cielo.

 

219.

 

OH ITALIA DESOLATA TERRA SANGUINARIA

chi è l’uomo nero, dice il signor D’Aubigné

non è mio fratello, è un uomo

trasceso dalla luna risalito sull’asfalto del mare

verso l’ombra di una notte più fonda.

Quali dice parole? Quali occhi? Dove sono per bere la luce

il tuo ultimo respiro di bosco prima del fuoco?

 

220.

 

DOVE I NEMICI DI UN TEMPO?

dove gli uomini dalle lunghe barbe con le alte spade

e gli occhi forano il cielo lanciando le fiamme?

 

Oggi erra l’ombra dei topi

fra le foglie che neanche l’autunno

chiama più con amore.

Dice il signor D’Aubigné sono queste le meraviglie?

Solo un vecchio può essere colpito al cuore

da un colpo di fucile?

Non abbiamo più nemici

siamo uomini spenti.

Che vita è questa?

 

Immanuel Kant muore

sospendiamo la partita dice il signor D’Aubigné

sospendiamo il gioco delle ombre

oggi sotto lo striscione d’arrivo cadiamo nell’eternità.

Chiedo alle rondini di tornare

se viene meno la speranza

sia chiara l’attesa

sia giusto l’ordine di migrare.

 

221.

 

DOMENICA ALLO STADIO, ANDATA E RITORNO.

Buone poesie

mancano alla storia di casa nostra

così ne scrivo una io stasera

per provvedere

ne scriverò una io stasera cominciando

dal piacere dell’andare a piedi oppure

da Marte guerriero o

dalla presentazione della neve.

Meglio ancora

avendo ormai i secoli addosso

parlerò del tempo trapassato (per un momento)

quando anche la canapa viveva.

Smarrisce il senso della vita chi non abbevera i cavalli

alla fontana in piazza o chi

chi non ascolta il canto delle rane quando la luna si

impunta si inquieta e

si attarda sotto il lume della vecchia piazza

dove scendono le rime di poesie

fra le ali bruciate delle farfalle troppo curiose.

Si può perdere il sonno. Ho visto

l’ultimo maggiolino rossocrociato

durante la partita Inter Roma su campo neutro

nell’estate del ’57 dopo il gol

di Sivori o di Lorenzi non ricordo bene

era così leggero il maggiolino trionfante nel circolo

del pallone scompaginava

le linee infarinate del campo

sparì durante un’ovazione e le grida susseguenti a

un gol mancato (nonera ancora l’epoca degli sbandieramenti

a tre colori).

Il cavallo Nearco ne aveva uno simile appoggiato

all’orecchio durante il pascolo di erba verde dura

da pensionato nei

campi di una Inghilterra ventosa.

Se vado a piedi può accadere

che un maggiolino impazzito cada

sulla mano chiedendo aiuto

lo posso aiutare io navigando sull’acqua del mare ai tempi d’Omero

perché ricordo come una voce lontana la lingua della poesia

e con il maggiolino posso parlare

non lo scalcio via

lui rossocrociato maggiolino superstite e io

spettatore non dimentico della poesia durante la partita

Inter Roma su campo neutro assiso.

 

222.

 

Solo sprofondo nella caverna del niente

solo allontano con la manoi piccoli gnomi

pipistrelli impazziti dal fuoco e dalla neve

senza più sonno dentro alla fame dell’oro

solo ascolto la voce nuova del cuore

della violenza inquieta

di un lume che chiama da lontano

solo so fare del piccolo disprezzo la più folgorante vittoria

nella giornata che segue quando

i lupi si addormentano

per aspettare l’eclissi di sole

e muovere contro il nemico

raccogliendo la rabbia nascosta fra gli alberi.

 

223.

 

Ho visto l’orso morire

verso il tramonto solo nella vallata

volavano uccelli enormi senza ali

cadevano conficcandosi in terra risalivano

stringevano in bocca l’agnello.

Dice il signor D’Aubigné «troppo vecchio per eccellere

ancora nella conquista dei castelli

oggi sono condannato a soffrire per la morte di un cane

di pelo bianco paziente come l’eremita

il giorno dell’ultima battaglia.

Alle giovani penne che oggi interrogano il mondo

che mondo consumato consegno

io che ero aquila predatrice e volavo oh volavo?

Manciate di polvere alzate da un vento della sera con brividi sulle spalle

senza tristezza. Oggi

lavorare aspettare

dolorare le mani

nessuna pietà per i vincitori.

Ci tocca l’onesto soffrire del momentaneo tramonto.

Ma non saremo altrove

il giorno della danza fruttifera

della lieta mattanza».

 

224.

 

GIRONDELLA FRA NEVE SABBIA DI DESERTO E IL COMMIATO DI UN

SOLDATO A CAVALLO CHE VA A MORIRE.

Ho cominciato a morire della morte

piuttosto che della vita

nella giovinezza

quando

rose parole

sopra le tombe dove non era nascosto il vento

dei guerrieri uccisi

si spargono.

Così ho sparso anch’io le mie lacrime.

Dove comincia il giorno e finisce la sera?

La morte è trasparente è

melliflua è una nebbia di pensieri già consumati

neve fra le foglie del sonno di un uomo

incanta talvolta

più della vita. Il giardino non è ancora fiorito

e lei così libera e snella da cantare.

Cavalieri radunati con stendardi

la chiamano per signora

nemici non ha nemici non dà

lei con il viso di teneri marmi

che delle api ha il forsennato intuito nel volo.

Dice il tempo è venuto

in cui contiamo le ore

ma senza voce.

Senza voce

per conoscere l’errore di partire

e l’errore di un arrivo in volata. Precipitoso.

 

225.

 

Se mi lasci sotto un cielo bruciato dal sole

se mi lasci solo

se mi abbandoni

sotto un cielo sciolto in polvere nera e senza destino

vedrai le orme

sulla strada

confluire fra silenzio e silenzio

inseguendo il destino.

Ti cerco compagno amico di questa sconfitta

non perderti nella folla silenziosa dei cani

grida come l’eroe un tempo conosciuto nell’isola che non ha nome.

Nevica la partita riprende il sole è lontano

Francesco Lomonaco giacobino dice vedo

gli uomini migliori morire di dolore

e muori per la seconda volta Guevara

offeso dal silenzio come un cristo camminatore su povero legno.

Cosa devo leggere chiede Glenn Gould

per capire l’Italia? Il paese che corre mozzafiato

verso un futuro indimenticabile

non l’italietta di ghirlande seduta sulle colonne di Roma

con gambe scheggiate sospese nel vento

un’Italia ferita a morte ma che la morte non vuole.

 

226.

 

Il lancio è stato perfetto, da campo a campo

sibila nell’aria della prima sera il pallone canta

piange lacrime della madre

sul corpo del figlio tu cosa vuoi ora,

ah, gridalo, nessuno può salvarmi

da campo a campo per l’intera partita

dal primo al novantesimo minuto

ah se potessi stendere la mano al mio destino

aiutarlo a piangere nel dolore

perché io piango

con la notte che cade nascondendo sotto un

cumulo di pietre la spalla tremante di una vita sperduta

perché i giorni italiani sono avari

e proteggono gli assassini.

Glenn Gould passa rapido non ha pazienza d’aspettare è chiamato

da sibili che il percorso di uomini scalzi

alza fra la polvere.

 

227.

 

I libri alla notte gridano s’infuriano

vogliono camminare volare navigare

sprofondando nei venti del mondo e nei cupi cieli

non stretti fra legni tarlati a lacrimare

aspettando una mano

che raccolga il grano del loro campo.

Ma quel libro lì inclinato

lui sì che sa aspettare

l’unica mano che lo voglia accarezzare.

Una pagina di venti parole.

Ascolta come la sera gioca con le ombre

la strada brucia e nessuno vuole ascoltarla

se un lupo chiede aiuto

cento mani si allungano per strozzarlo.

Un libro non è un lupo

o un libro è un lupo

le mani dove si nascondono?

 

228.

 

Una pagina di venti parole.

Padre e madre si perdono

ma

venti parole sono troppe

venti parole.

Ascolta queste parole

oh com’erano i prati di Pamplona

nei giorni dell’ultima corrida

la Spagna bianca

era la statua dell’angelo

che vola sulla chiesa dei paesi della montagna.

Ascolta le parole se ancora suonano

come la pietra dura

dico la parola amico e cade

sulla mano dell’uomo più vicino

la ferisce nel sangue si frantuma a terra.

Lunghe file di luci gialle

segnalano l’autostrada

e i Tir spagnoli passano con voli spaventosi.

Che ombre lunghe hanno gli uomini

quando smettono di suonare

e accendono candele alla luna.

Ma che silenzi strepitosi i libri

allineati nelle grandi sali con le pitture antiche

quando il temporale urla a mezzanotte rovesciando il mare.

 

229.

 

È nero è nero è nero

l’avversario da azzoppare

viene dalla relegazione della banlieu

e non porta grazia. A casa, dunque, a casa.

È nero l’immigrato

calciatore a sbando sportivo per denaro

mercenario ha il cuore e il piede anche il pensiero.

Siede per terra il giocatore di calcio e dice che

il treno passa alla notte

trascina pensieri trascina la notte

ma lascia i pensieri lascia a terra la notte

l’indifferenza impietosa

stravolge consuma i pensieri. Oleandri

nelle foglie nascondono il veleno

e il ricino ha un fiore

largo come i semi della morte.

Fra quindici giorni l’estate è finita.

Quando alla notte nella casa i libri

aspettano l’estate e contro il muro

è nero è nero è nero

l’avversario da azzoppare

i libri sibilando abbaiano correndo sul prato

cercano una voce perduta

 

230.

 

Quando alla notte nella notte casa

i libri contro i muri

frusciano sono foglie

a rivedere stelle pellegrine

è il momento in cui gli occhi del silenzio

seguono le parole ricomporsi e

i filosofi muoiono nella solitudine molto vecchi

perché hanno il pane del tempo da spezzare

parole da consumare una montagna di piccoli segni

per costruire la casa caverna dell’immortalità.

Solo i filosofi dal lungo pensiero non muoiono mai.

Le parole inseguono non la verità ma l’incertezza

che inebria più del vino rosato di Cipro

il fuoco del dubbio

il brivido dell’oscura offesa lanciata contro un dio sconosciuto

il brivido della morte.

I topi sono più valenti portatori di speranza

dei fragili poeti che si inchinano come le canne

o delle mani benedette di santa Eurasia

che proteggeva dal vento i misfatti del vento.

Povera Italia povera Italia povera Italia

devastata da venti impietosi

deve essere grande ed eretta

dentro alla sua cella devastata di monaca

povera Italia indossa gli abiti della sconfitta

grigi pronti per il fuoco

se dentro alla nebbia della ragione

vuoi ritirarti confonderti pensare

sul mancato guadagno della sorte

VEDENDO TE ABBANDONATA AL TUO DESTINO ORMAI CRUDELE

 

231.

 

Metto una colomba vicino a una colomba

un lupo vicino a un lupo

metto una colomba e un lupo

un lupo e una colomba

li metto vicini.

Suona e canta

muovendosi come fa il pioppino

scoccando scosse dal maestrale inviperito

foglie accartocciate raccapricciando vibrano bianche.

Strauss Ophelia song opus 67

ta ta ta ta

ta

ta

ta

ta ta ta ta

         ta ta ta ta

ta ta

ta

ta

to o o o o

4 ottobre 1982

Oltre a questo

doveva lottare col vento.

Un ritorno, con diversi sentimenti.

Glenn Gould riusciva assopirsi anche con il vento d’autunno.

 

232.

 

Riflessioni osservando il mare in tempesta

nell’agosto del 1999

il mondo s’apre come la mela tempestata dalle api.

I libri ascoltano il rumore del mondo

pigolano come gli uccelli negli scaffali

dentro la grande foresta dei segni.

Cose grandi accadono

che la mano nel pugno

non può contenere.

Gli occhi piangono la primaveramorte

l’estatemorte e nessuna alba precipitosa

sopravviene a digrignare denti sul ghiaccio dei pensieri.

Laggiù stanno annidati

gli uomini con gli occhi socchiusi

là un dio tuonava inseguendo il fuoco del tramonto

e i libri lividi nel silenzio delle sale

vibrano e si stringono impauriti.

Fulmine e fuoco oltre i vetri nel mondo.

Gridano i libri

perché la città è assediata.

Temono essi il fuoco.

Cosa vedranno ancora i nostri occhi?

Navi affondate nel mare.

Ma sulle onde camminavano gli uomini

 

233.

 

Italia maledetta con mancanza d’onore

vivo in te come vive il cinghiale nella radura

o il disastrato scricciolo disperso

nell’incavo dell’albero centenario battuto dal fulmine.

Troppo vecchio per morire per ascoltare le voci.

Italia maledetta dentro la foresta di luce

oggi urlando sembri l’oceano adirato che mi sfugge dalla mano

o la lamiera di due automobili in fuga.

Senza più galere tu fatta padrona dai ladri

in verità hai la coda tagliata di un pesce alla deriva.

Che bandiera porteremo nella luna?

Carichi di barattoli di birra

lanciando lattine vuote nello spazio

per il giuoco o l’ozio degli angeli.

CHI È RIMASTO DI QUELLI CHE

TENEVANO DURO QUANDO LE COSE

ERANO VERAMENTE IMPOSSIBILI?

La fierezza del cuore viene meno

se non è fierezza organizzata.

Quella cultura è passata attraverso

la morte

e adesso poco per volta rinasce.

 

234.

 

Comincia una rissa al settantesimo minuto

davanti alla tribuna del re decapitato

dove nell’ombra siede il padrone di un potere senza onore

e il diavolo ghigna da una tomba scoperchiata.

Napoli perduta dice la mezz’ala napoletana

lanciando il pallone oh Napoli mia d’oro

sei caduta nel mare tu

Posillipo la stringo fra le dita

è la piuma di un tordo caduto dopo il lungo viaggio.

Oggi non si può vincere e lui non vince non vive.

Gli passo la palla perché è infelice

solo ricevendo il messaggio che rotola nel vento

si quieta e può sperare

che non sia l’ora bella di morire.

Per colpa di colui che là siede fra i fari e i fori

sempre corrotto ignobile e volgare

abbiamo toccato il fondo dell’inferno.

L’uomo è stravolto dalla fame di emigrare

ha sete di viaggi in fuga

approdi nell’eldorado della terra

là dove uccelli d’oro

covano uova da cui escono angeli. Li risucchia invece la caverna

del niente.

 

235.

 

I libri corrono ansimando

si appoggiano ai muri con la mano sul cuore

nelle sale che l’autunno inquieta.

Dicono ahi povero

amico

hai trafficato in libri per la vita intera

senza scriverne uno

come un vecchio che vede figli di altri per i prati correndo

nelle domeniche d’estate.

Parlano i libri

essi avara mercede

sopravvissuta al massacro delle anime.

Preannunciano con il soffio dei fogli nuove parole.

Un libro corre la rondine l’insegue

con un riverbero che sanguina

nel riverbero vaga fibrillando la sua ombra impazzita.

Le pagine fuggono e seminano oscure orme

un antico cifrario per uomini ormai indifferenti

si perde sul prato e

oh amate macerie il libro declama nel giuoco nel crollo

di questi piccoli segni che andranno oggi perduti.

 

236.

 

Li uccidono.

Italia maledetta maledizione d’Italia.

Li uccidono con sapienza con pazienza

smorzano le candele e l’Italia è nella cenere

li uccidono tutti

specchi non appannati da un fiato

cuori di sangue antico

li spengono soffocando le parole

resta l’orma di un piede nella trazzera

IL PASSO CHE ALL’ALBA È GIÀ DIMENTICATO.

Allora i vestiti in nero del potere piangono

maschere in gondola ridono

diavoli di tombe etrusche inesorabili ladri

dicono verbi stringono foglie fra i denti bianche le mani

per l’attimo televisivo.

POI LE GRAVIDE JENE ATTENDONO ALTRI SEPOLCRI.

L’acqua scomparsa dal mondo

gli occhi si bagnano nel sangue dei cani

tutte le maschere alla finestra

RESTANO COLONNE SMOZZICATE SULLE MONTAGNE

 

237.

 

La mia patria sulla tomba paterna toccata.

Il ramo del biancospino stanco di polvere si appoggia alla siepe.

Nubi spezzate dal jet contendono al prato

un sole rosso prima che cada l’autunno.

MA SE VI MORDETE E VI DIVORATE GLI UNI CON GLI ALTRI

BADATE DI NON LAVORARE ALLA VOSTRA ROVINA.

Non mi defilo.

Quando già avanti negli anni vicino alla morte

scrive a un discepolo lontano

affrettati a venire prima che sia l’inverno

è giusto stringere la tua mano

io ti saluto addio

QUELLO ERA IL TEMPO DI SCENDERE IN CAMPO APERTO

                                                             [PER LA BATTAGLIA.

Non esacrerò le mie memorie

finirò con questa foglia sul petto

raccolta polvere dopo polvere

inquietudini di tempesta e

inesorabili notti d’attesa ascoltando il sangue del mondo

gridare dilapidare la speranza.

Mani giovani hovisto protendersi verso l’infinito.

La ragione è il vomere che scava un piccolo campo

non lascerò che le povere ossa

siano accompagnate nel fuoco

se non dagli occhi di unamore.

Ahi, lacrime giuste per mio padre.

 

238.

 

E in questo mondo perduto che ritrovo

l’origine del mondo la speranza

del mondo

fra foglie cadute da mani

silenzio non consumato dagli occhi

le farfalle ricondotte a miti frammenti d’agnelli divagano

ciò che appartiene al futuro è rovesciato

nel tempestoso passato.

Mi rifugio nella polvere del tempo

soffiata dal dorso di un libro del Seicento

era dimenticato nella casa perduta sui monti.

Torna il suono segreto del silenzio

lascia il vertice dell’acero

risale la collina

si perde fra le ombre della sera.

Nell’ordine severo del prato appena sfiorato da un suono

i libri corrono inseguiti dal fulmine.

 

239.

 

Ghiacciai come l’occhio di un deserto

abbassate le rive del lago

l’acqua brucia l’acqua scompare crepe di alberi

fiumi lividi sbalorditi.

Dice il giocatore di calcio vola la palla

taglia l’erba verso una bandiera

– cosa aspetta dalle sue mani il portiere

se non prendere e lasciare

accettare rendere o il severo aspettare?

Oh i libri si muovono corrono gridano cantano

pregano chiamano

i libri aspettano una antica ventura

di notte lacrimano

nelle sale di nebbie deserte di luci

i libri gelano di silenzio nella solitudine dei conventi

il libro solenne

s’aderge proclama

la fine del mondo. È una nave sull’acqua. Si muove

la città di Gomorra invasa dai topi

calpesta i piedi dei diavoli in rotta e

i libri s’incendiano e incendiano il fuoco del mondo

bruciano avvampano nelle

sere che l’autunno trascura. L’inverno avanza.

Posso restare senza amore

se la tua mano non è protesa

dice il signor D’Aubigné padrone di castelli

devastatore di fortezze e profeta di rondini.

Adesso nello stadio seduto.

 

240.

 

Ti sei rovesciato bicchiere di fiele maturo?

Ricavo rabbia affanno cammino sul filo delle cose

uomini non navigatori

intersecano il mare che non ha più tempesta

cratere immobile nero.

Placate le furie questo è il tempo

degli uomini che si perdono

non sono eroi non camminano sul filo del sole

stringono una margherita mozzata a ricordo del tempo.

HO FATTO UN LUNGO BAGNO DI SILENZIO

perduto sono lontano solitario

in un mare d’erba vedo la città con torri franate lontana.

Le conseguenze del maltempo si calcolano a fatica.

I libri tremano per i peccati

gli angeli li bruciano ancora

angeli vendicatori senza il dono

della pazienza.

 

241.

 

Navi si muovono navi arano il campo navi gridano.

Gridano le anime perdute in volo da strani navigatori e

cercano approdo.

Navi anime ombre ali penne solcano i flutti.

Quando atterrai le fortezze, dice il

signor D’Aubigné, quando

da rami i nemici…

Quando la partita si concluderà,

dice il giocatore di calcio, quando

con questo caldo nella sera nera…

Quando ascolterò il profumo dell’acqua caduta dal sole

perdersi nella risalita

alla basilica

fra le voci che invocano…

Vedo i libri che fuggono scendono

alle pareti strisciano nelle sale senza un’ombra buie

e sulla pianura padana la voce di Salimbene chiama

chiama a raccolta altre voci per aspettare l’inverno.

Gridano i libri e

battono ai vetri chiedono aiuto.

Dice il signor D’Aubigné bruceranno tutti sperduti

polvere bianca e fatica

prima dell’arrivo delle rondini.

E la fine? Sopra lo stadio un elicottero

getta volantini

per la prossima festa nella giungla.

 

242.

 

È un cospiratore oscuro quello che corre sulla sabbia vicino al

mare e non lascia orme.

Achille Varzi arriva di sera e

“so che ti perdi nell’attesa

ma nell’attesa è inutile aspettare l’ombra di un volo”.

Il signor D’Aubigné dalle alte scritture e dalle uova d’oro risponde

nelle tempeste e nei venti dell’Africa

esse pellegrine leggere ruotano forse disperse

immerse fra i capelli dell’oceano.

Aspetterò ancora. Nell’attesa

cadono fortezze si sbriciolano muri di cinta

ponti di ferro avvampano

la pazienza dopo una sconfitta è l’attesa per l’inverno che viene.

Con lui

navi cariche d’anime per la partita

trascinano fischi di navi che inseguono il cielo

occhi di uomini aggrappati alla fune del giorno.

Dice il signor D’Aubigné nei castelli assediati

i libri erano la sola ombra viva. Respiravano forte.

Fuggivano pipistrelli

nelle sale infuocate dal sole al tramonto sostavano.

La biblioteca era munita era

porte di legno dipinte d’azzurro

noi l’espugnammo.

 

243.

 

Il giocatore di calcio corre lungo il filo di lana

il prato è bagnato

piove una pioggia leggera.

Deve arrivare la nave

da dove, da chissà

viene dall’Africa, dall’Asia

la nave deve arrivare

è una nave ma non arriva mai.

È un peccato è una vergogna

il pontile è deserto

il mare è senza navi

e io uomo sul molo

aspettare aspettare non posso più aspettare

la nave che dall’Africa deve sempre arrivare.

Qua è la stessa menata

sempre la stessa finestra

non cambierà mai niente qua

la nave non arriverà –

quando tutto e già fatto già detto e

niente per me e per te potrà cambiare

cambierà.

 

244.

 

Appartengo ai soldati gettati fuori dal campo

ruota di una piccola vergogna

oggi legati alla gogna

agli abiti appiccano il fuoco.

Uno le prova tutte

il resto deve ancora venire.

No, caro amico, no, non ho paura

sono molto amico delle acque

esse fanno bene al mio spirito

una terra senza acqua

è un cuore senza speranza.

È cosa meravigliosa

vedere il cielo inghiottire il petalo di una rosa

mentre le acque del mondo scorrono

fra una roccia dura.

Oggi contemplo l’occhio giocondo di un cielo

ruotare cantare volgersi e dire venite

nella terra Italia maledetta

dove il fiume dei campi è latte di miele.

Arrivano allora da tutte le parti del mondo

come rondini perdute

ma bevono solo il fiele

fra l’erba che adagio sbiadisce.

 

245.

 

Nel salone è deserto della biblioteca

accucciato contro il muro

muove il libro adagio lo sfoglia

lo prega. Adagio.

Il freddo dell’inverno di un azzurro pavone

nebbia sale risale la pianura

dilata la terra padana cercando l’avventura

così si cerca una canzone piena di luce ma che fa paura.

Se celebrato dice il signor D’Aubigné

mi sentirei offeso mortificato

il bidone del pattume

trascinato nel cortile sotto il lume

di una lampada solitaria che dondola.

Questo è un colpo, dice il giocatore di calcio con la maglia

verde rossa

questo colpo risveglierà le voglie addormentate

del consumismo

lo renderà agli occhi giovani delle parti in guerra

fiore appena raccolto

con l’occhio di brina di un diavolo.

 

246.

 

Ha perso le piume un angelo narratore

quando quella terra si muove

e nembi si scontrano con le ombre

uomini giuocano con la spada calano fendenti

donne consumano gli occhi su terreni disabitati

specchi crepati

nel mare senza respiro le navi transitano in affanno

ma il grammofono suona un disco della Voce del Padrone.

Riusciranno i pompieri a spegnere l’incendio che arriva dal

bosco sfiora la periferia approda al palazzo dei libri?

Sotto il verde della fabbrica di vetri

tre uomini freddi di neve

lanciano bocce palle di legno corrono

lasciano orme di sangue

coltello cavato dal cuore di un toro macellato.

Aiuto aiuto grida la donna

nel silenzio della sera

la vita porta lontano ma non è ancora il suo tempo.

In quell’inverno grandi freddi improvvisi

dice il signor D’Aubigné

ricordo una gelata sul fiume

il fumo delle lampade nelle sere che non

finivano mai

gli scaffali dei libri immobili rabbrividenti.

Ero solo nelle sale perfide alate e camminavo aspettavo

 

247.

 

Essere con coloro dice Che Guevara

che scendono dal cielo e portano il fuoco sulla terra.

La giovinezza com’è lontananza dice il signor D’Aubigné

come è bella la giovinezza ma

anche la vecchiaia da poco cominciata ha il verde di un’erba

nuova

barbaglio di spade per la gloria del giorno.

Non c’è via di scampo.

Dice il signor D’Aubigné nell’ultima biblioteca assaltata

nel castello preso bruciato distrutto

s’alzarono civette nere

ali piegate dal fuoco dal fango

senza voce

bruciarono i libri come teschi di capre

le nere civette affogarono in un lago italiano

Italia è il paese coperto di lacrime

dove è fiorito tutto poi ogni cosa distrutta.

Sono un guerriero di pietra fermo alle Termopili

la sera è quieta la sera non ha voce la luna

è un’ombra aggrappata ai rami che chiamano il cielo.

Un rombo il braccio la testa di Lenin

sull’asfalto e i carri armati appostati.

 

248.

 

Guarda che orizzonte furioso

nero annerisce nel rosso

il fuoco addosso è cielo dolore

furia del cielo il cielo è dolore.

Cicale spente ridono nella tempesta del cielo

Le nuvole corrono indecise rosate se

andare o tornare

i cieli annegano dove non c’è più la

terra

dove il mare non c’è. Neanche spiaggia di mare.

Lo stadio brucia la partita è alla fine

l’urlo del giocatore nel cielo infuriato

rosso dolore di nembi.

La palla urlando

rincorre il vento furibondo del mondo

vola s’esalta.

Il canto delle erbe superstiti sfiora

la memoria dei giovani esaltati

ma il Che non è l’ultimo degli uomini invecchiati

è l’asteroide frammento di un mondo disperso caduto nello stadio

dopo mille anni di un viaggio nel nero della solitudine.

Il cratere è la rossa ferita nella terra.

O tu che arrivi alla nostra casa

portato dalle tue cavalle, giovane ancora

e ancora non sei morto e ancora noi ti aspettiamo.

 

(I due versi in corsivo, presi da Parmenide, Frammenti 1).

 

249.

 

C’è qualcuno che si salva se c’è la bufera?

Non è questa l’Italia maledetta che amo desidero non è

l’Italia che vince

non è l’Italia superba

questa è l’Italia che annega dentro a nubi sconvolte

i delatori della notte camminano con la lampada sotto il mantello

l’Italia è nera dice il signor D’Aubigné.

L’uomo soldato che andava per mare

cercando la terra cercava la patria e portava guerra di spada

ma Itaca approdo di pietre splendeva di rose.

Il giocatore di calcio la palla al piede inseguito dice

nelle biblioteche severe gli angeli con le ali aperte

contro il soffitto bianchi corpi rosati

gli occhi senza più tempo le dita sperdute fra i veli

volarono

sullo stadio stracolmo di gente e giovani voci fumavano

e io trafiggo il mio corpo

ombre notturne colano sulle maglie la partita è alla fine.

 

La prima parte del corpo la regalo al mio capitano

la seconda al compagno vicino ancora ansimante

vigilatore con gli occhi rossi di un leone africano

sulla nostra buona fortuna

perché la mia patria maledetta è ai libri ingrata.

E non ho più nemici non ho più amici non più non più.

 

250.

 

Il sole brucia nell’ultimo tramonto

l’ultima avventura. È venuta la sera.

Fiamme radono le erbe fiamma è nel cuore

di piccoli animali spauriti nascosti dietro i sassi

bruciano i vetri delle biblioteche

gli scaffali di legno odorano di onde di boschi

avvampano i libri chiedono pietà

o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo

che li tempesta.

Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli

chini sopra gli ultimi fogli. Fumo.

La patria e i suonatori di tromba

dice il signor D’Aubigné declamano alla notte

nel calore di una stanza allietata da quadri

di uomini trapassati…

Allora è il caso di fare a loro vedere il fiume della

rivoluzione

il tempo che cominciava

il tempo in cui è fallita

perché tutte hanno vita breve

e gli uomini scambiano l’entusiasmo per necessità

così la spengono con un soffio lieve

e dimenticano. Essi perduti.

Una nube reale li coprirà di sangue nero

da regni sconosciuti ma, dice il giocatore di calcio,

un uomo ha macellata la Russia e

non veniva da lontano;

nel nostro campionato non potrà gareggiare la Stella Rossa di Mosca

 

251.

 

È il giorno delle rondini in arrivo?

Rondini bianche con ali bianche di polvere

dice il signor D’Aubigné.

Il giorno che mi sono capovolto racconta Varzi ho

ascoltato il pianto di un bambino

l’erba bagnata fasciava le impronte

mentre lentamente morivo.

Le rondini dice il signor D’Aubigné sono colombe del sole

vengono da lontano.

Anche la morte racconta Varzi lei sola sa guardare

il rosso del cielo che si spegne, il rosso del cielo lo guarda quando

promette la notte. Lei resta in attesa lei sola è paziente.

Lei sa aspettare.

Se posso giocare gioco gioco gioco. Se posso giocare senza

lasciare spazio al nemico o al gelo che fruscia fischia si esalta

dalla collina travolge la città si inchina sulle gradinate se

posso dice il giocatore di calcio giocare senza regalare spazio al

dolore

ma cuore e gambe in corsa e l’orecchio attento come il

cane alle voci che salgono scendono ci offendono dalle gradinate

è una strana miscela di fiele il mio giuoco

non lascia scampo deve travolgere il nemico per sempre per sempre

oh allora quanto più mite e giovane sarebbe riposare

trafitto quattro volte da una spada

ascoltando le voci del padre che chiamano a un onore scomparso

e io con gli occhi a terra guardo senza pietà

quello che ancora resta di vita nei suoi occhi.

 

252.

 

L’anno della grande nevicata ero certamente vivo oh come ero vivo

anch’io correvo fra la neve

quando sui tetti di Bologna quella neve cadeva.

Grandinava la neve

non sembra vero una montagna di neve rossa sui tetti di Bologna.

Dopo il comunismo il vento non si è più fermato ma non è così

freddo

come vogliono i sacerdoti del bel canto le voci bianche del

coro.

Il presente stato d’Italia lo racconta il grande frate sapiente

se dice a toccare la terra mi meravigliavo e tacevo.

Amore è un sacrificio che deve ancora venire, bellezza

è la speranza che arrivino in porto navi e fortuna

vele di uomini e pifferi che arano il mare come una

prateria.

Basta vivere e non disperdere le parole, dice

il giocatore di calcio mentre il

giorno tramonta in mezzo a trecento uomini di pietra.

Ho camminato per un’ora dice Glenn Gould e ruderi ruderi mi

sono imbattuto nei ruderi

al bordo delle strade

sul primo viottolo di una pianura.

ruderi erano in polvere lungo il fianco di monti senza nome

ruderi affioravano nello specchio di laghi che riposavano splendendo.

Piccole rughe fluivano anche sopra la mia mano.

Era questo che chiedevi? Spettatore

dello staccarsi dei ghiacci, ribollire di scaglie scagliate lontano

ribollire di acque nei fiumi prima deserti

e il rancore armato del mare che si risveglia oggi e non chiede più

aiuto?

 

253.

 

Sempre vivente vincente dice il signor D’Aubigné il mistero era nero

nero mistero mistero misterioso un vessillo furioso

sbatteva fra le inferriate arrugginite

significava nella lontananza

resistenza a oltranza.

Un mistero nero un mistero misterioso un vessillo furioso

nella pianura non un’anima trascinava ombra. Spettatori

noi soli.

Contro chi faceva resistenza il vessillo disteso vivente?

Contro chi proponeva nella lontananza

resistenza a oltranza?

Fra macerie mi siedo dice Guevara osservo

la giovinezza del mondo vorrei

cantare il ritorno dei giorni.

Penso a un raduno nella pianura padana dice

Chet Backer tutti si incontrano sono amici si aspettano

parlano ascoltano

Woodstock sul fiume Po dopo il ponte a Ferrara

giallo impaziente il fiume fiuta la foce si inarca.

La pianura è terra di un silenzio perduto

e nelle nebbie terribili dice Varzi correvo di notte

la strada non finisce mai la luce folle dei fari.

Se la partita è finita dice il giocatore di calcio

vorrei volare con le rondini sopra i filari respirare

con una biscia viva

mi viene in mente che posso sfiorare le foglie senza abbandonare la terra.

Nei pozzi di petrolio con le fiamme lucidano la luna nera

gridano le rondini in arrivo dalla frontiera del cielo.

Le conto dice il signor D’Aubigné cadono una per una sono palle di fuoco

ma noi seduti fra pietre

possiamo ancora aspettare un altro futuro.

 

 

Parte terza [254]

Astolfo trasforma sassi in cavalli

 

 

 

L’intera parte terza è dedicata a un dialogo interferente e continuo fra l’astronauta sovietico Serghei Krikalev, dimenticato per mesi nello spazio durante la crisi al tempo dell’ineffabile Gorbachov, e la derelitta signora Mirella Silocchi qua da noi in Emilia (e poi in Toscana), sequestrata per denaro, torturata, seviziata, uccisa dopo essere stata imprigionata per mesi nel fondo di una buca come un osso di cane. Testimonianza dei tempi e dell’umano dolore e dell’umano furore.

 

 

254.

 

Tutti col cappello in testa

tutti con il cappotto scuro

tutti allineati per la storia ma il dadaismo

non esiste più

l’acqua sotto i ponti di Parigi di Berlino è nera

la ricerca dei pesci resta immobilizzata

dalla mancanza di editori euforici

mentre il linguaggio della poesia torna di attualità.

C’è qualcuno che resta fedele fino all’estrema luce della vita

a un ultimo amico

e per quanto allucinato

questo tipo d’uomo non fa uso di droga.

C’è qualcuno che scrive mentre dorme

e ha potuto assaltare il fratello con un coltello

così per continuare a scrivere a un certo livello

mi sono fatto ipnotizzare

chi arriva a Parigi a Berlino da New York

rompe tutti i vetri delle cattedrali

batte i morti fino a che sono caldi

saltato sull’affusto di un cannone

prima balla poi dà un addio alla libertà

 

infine accende da nord a sud una lunga rivolta.

In tal modo mentre uno girovaga per i boschi

e l’altro si preoccupa della bellezza del linguaggio che usa

e un altro ancora parla poche parole con pochi poeti

e schizza bozzetti per uomini non superiori ai trent’anni

ah, si può commentare, la lingua francese è certamente ammirevole

ma è anche ammirevole la lingua italiana almeno quanto

la lingua francese

soprattutto quando è cantata da Jim Morrison nei pochi

momenti in cui si dimentica d’essere americano

lui un cantante che non si stancava mai

fino a morire

(a morire, ad essere sinceri, per la fatica di vivere

fra le lucertole

il cuore non gli ha retto

e si può anche morire quando non si può parlare e canta-

re una canzone o scrivere

una parola).

Poi c’era la solitudine intorno che nuotava veloce.

L’uomo chiamato Theodor ascolta le cose quindi

le dimentica in fretta, laggiù dove c’era una nuvola nera

adesso il vetro del cielo insegue l’estate sui monti

e l’uomo che ascolta la sera venire

non può essere giovane ancora. Non può essere giovane. È un vecchio.

L’altra parte del bosco è stata colpita dal fulmine

l’incenerimento delle foglie uno spettacolo

da non perdere

il mondo si orba della luce le stagioni si sovrappongono

intanto Theodor taglia il pane sul tavolo con molta amarezza.

Che poesie scrivo (pensa) con le frontiere assediate?

Le spiagge insanguinate a non più di cento chilometri

questi nuovi cieli che hanno perduto la luce

e l’ultima strada consentita al branco di pellegrini

conduce a un mare sporco di legni che uccide le onde.

Che muse trafiggere con la freccia bagnata nel fiele di un

lupo impazzito?

Non so a chi parlo quando parlo

a chi rivolgere domande

perché nelle città le ore notturne sono inverosimili e lunghe

e uno non vede alcuna verità messa

come la ragione vuole.

Quando uomini dalle lunghe barbe sono alle porte che poesie scrivere e poi

si possono scrivere poesie si deve?

Le poesie portano la lama del barbaro lontano?

Forse l’olio bollente di una parola

 

mentre i nemici scalano le mura

vale quel gruppo d’arcieri con l’occhio di falco?

È finito il lamento è finito il lamento sento

muoversi le radici di un albero che si scuote

respira sotterra apre le maglie beve

luce dal giorno appena acceso.

Forti correnti di venti dell’est trascinano nuvole rosseggianti

verso distese con ghiacci immobili silenziosi (come viandanti

di pietra)

e lì si riflettono le ere trapassate i voli

della speranza e l’ombra degli uomini che bevono i vini micidiali.

Ciò che era terra non più. Notte dov’era giorno.

Gli animali (e gli uomini) restano folgorati nelle caverne

da un sole troppo forte troppo alto ma

se fuggo dal nemico

non sapendolo riconoscere

perderò la forza di fuggire

o d’incontrarlo

il giorno in cui dovrò riconoscerlo.

Ragazzine nude vendono fragole d’inverno ma si sa

sciupano parole

spezzano noci dal gheriglio di latta davanti agli specchi

lanciano sassi ai vecchi che dormono sotto il sole

intanto ammirano nelle vetrine il proprio profilo di bambine.

Ometti nanetti girano per la città

sputano verbosi calamitosi fra i sassi delle aiuole.

Saturno d’oro con il pallone d’oro

Saturno con al piede un pallone

guardami bruciare gli dico fratello

tu sei tremendo e non hai paura di morire

guardami bruciare chiuderò gli occhi nei tuoi occhi

ma tu non ascoltare altre canzoni

l’aria è un vento di fuoco per gli alberi che hanno i capelli.

Quanti anni ho vissuto?

Conto gli uccelli nascosti su quel povero ulivo

li ascolto mentre si affannano a chiedere pietà

da mare a mare non basterà un’occhiata

se il destino del mondo sarà ancora la guerra.

Il soffio della spada sulla pianura di Ilio.

Attendere senza speranza non è destino per l’uomo

perché ho visto molte volte che la storia

ricomincia da capo o non ha soluzione

 

So bene che una mano la mia non può prolungarsi nella

caverna del mondo

né può sfiorare la coda del jet che nella notte migra

sopra l’Europa in tempesta

ma so che l’Italia è un prato di pecore grigie disperse. Di neve di-

spersa. Disperse.

Una parete nel mondo resta ancora per l’uomo in fuga sui monti?

L’uomo può mordere l’ultima mela

senza attesa di morte nel paradiso perduto?

Nel confronto l’esistente siede

sulla polvere dell’esistito e

l’ombra dell’esistito rende giganti le formiche.

I miei contadini usciti dalla storia

rientrano nella storia armati di denti e di fuoco.

I tempi odierni i tempi odierni

welcome welcome da qui entrate nel regno della felicità i tempi moderni

portano sulle autostrade. I gelidi colli delle auto

nelle domeniche d’abbandono

prima del ’53 si combatteva per la divisione del latifondo

oggi si lotta ancora e ancora per l’esistenza nuda e cruda.

Oh preziosa famiglia degli ingegneri di anime

il colloquio dell’argento e dell’oro

della polvere con la foglia e con la lacrima

del legno cavo di una noce abbandonata.

La pietra è tua la pietà è tua scagliala. Dove?

Dove c’è l’ombra grande e

dove l’ombra della città senza silenzio

siede aspettando la sorte. La sorte.

Colpisco? L’avverto la chiamo la risveglio

dico anch’io ti vedo solitaria aspettare

sei la linea di fumo sopra il tetto inclinato

la lama di un sole perduto e ritrovato

che sciabola sopra il mio letto

come sarà la giornata l’immagino all’improvviso.

Addio Fidel nel sole del tramonto le piccole amebe

incrociano sull’acqua le alghe in tempesta e verdi

negli antri le sibille mormorano parole sconosciute.

Il fuoco che brucia vuol parlare.

La terra avvolta nella foschia

una città antica sarà presto distrutta dalla guerra

ma adesso è ancora in pace

e nessuno può immaginare il destino che l’attende

la guerra è durata qualche ora appena

poi tutto il panorama è cambiato.

Sul luogo dello scontro l’erba non cresce più.

La donna non parla o non vuole parlare

in quei giorni gli uomini cercheranno la morte

e non la troveranno tutto sembra spazzato via

e la terra una regione di antichi ghiacci senza voce senza urlo senza grida

una luna di cera alza candele sublimi

e fa luce sull’alba del giorno nuovo.

Durante lo sciopero ogni camion che esce è una mazzata

sono dieci auto di meno in ostaggio

l’ostaggio è quello che conta quando la lotta è dura

ti senti liberato? non mi sento liberato.

Con leggerezza sogno dispongo le danze

prendo le distanze.

Quando lei fu rapita la danza era leggera

nessuno sognava il passato se non

con la tenerezza dovuta

e nessuno immaginava che il futuro

poteva diventare più doloroso del presente.

Potessi

dentro alla tempesta del tempo

rinascere bambino

perché non mi rassegno

al tempo proliferante di stracci battuti da un vento scabroso

vivere in un paese disarmato di benefici

senza più argini e confini.

Che luminosi tramonti

che albe invereconde

quale ribollire di carpe d’oro

sulle sponde dei maceri emiliani

allora verdi per rane.

Acque sperdute fra i pioppi

di una pianura che non si rassegna

oh fiume che di balza in balza cadi sulla schiena della pianura

ti avevo perduto per la paura di perderti

adesso ti trovo accosciato come un cane

bagnato dall’autunno

davanti a una chiesetta abbandonata

tremante di fame.

Come ti incontro amica mia all’angolo di questa strada?

o nel quadrivio acerbo

dove i campi si aggregano si consumano in solitudine?

le ombre appaiono scompaiono incombono come una mano?

Suggeriscono che l’orma della vita (tracciando) lascia un suono

e non è interamente scomparsa

parliamo sillabando tocco con il tacco la terra

ogni parola cade e si incendia ma subito è spenta

appunto con il tacco il mondo ha già troppo fuoco

perché il bosco delle parole sia lasciato bruciare?

Sono calati in branco come lupi affamati sulla città

e i ricchi sono sempre più ricchi

i poveri non hanno più scampo

questa Italia questa Italia

questa Russia questa America fanno orrore

la violenza iperrealista è il suono è la voce di questi anni senza onore

caliamo in branco verso il mare e prosciughiamo il mare

grandi lavori dappertutto sventrano le case

dalle finestre vuote

arlecchini di legno guardano il cielo  contano le stelle perdute.

Le ruote delle auto sono cerchi di fuoco

non è così sapiente da potere fermare il tempo

ma bisogna sapere che i vulcani corrono e la pianura si dimena

il pescegatto trapassato dall’amo è abbandonato sull’erba

come la carpa quando i maceri erano nell’occhio del bue

o cantavano sopra il cuore della canapa che sbiancava.

L’acqua l’acqua l’acqua chi la salverà

con le sue mani con la sua bocca di vetro ferita dal morso del

leone? Con la sua coda di vitello?

Bocca che bevi bevi l’aria abbandona il sangue

sul corpo del fiume e appena lo intravedi colpiscilo a morte

sotterralo nella sabbia di questo deserto

che ha custodito fra le sue penne la pergamena di Alcmane.

Il sangue diventa oro se guardo dall’alto la terra

con la schiena di un orizzonte senza confine

delirio di colori

nel silenzio che ha paura della notte.

Paura del silenzio nel mondo del silenzio della notte

il silenzio percuote

l’uomo perduto nel silenzio del mondo che accende le luci della città.

Sembra che la vita sia un canapo lungo disteso ahi tagliato dalla

falce di un giorno

ecco il cielo diventato più piccolo della

terra ristretta fra la sua faccia d’arancia perduta nel volo e

la nebbia del mondo

poi la terra si amplia come il lamento di una tempesta

quando la stagione matura sopra un mare d’acqua che non dorme mai.

Le cose vive della terra ferme in attesa ascoltano.

E via, il cielo quel cielo è diventato timido vuoto

gli uccelli superstiti fissano le ali con gli spilli

per restare sospesi, gli uni diversi dagli altri

nessuno in compagnia. Gemono un poco o

chiamano da soli.

Il tempo consiste in aridità di luce

la polvere sopravvanza

scoppiano cicale nascoste fra le canne nella

solitudine dei solchi vicino alla città, alle case

affiorano dalla sabbia le teste delle balene

si offrono spolpate ai predatori calati da rocce sublimi.

Sono qui (pensa) e resto

mi spezza questa tempesta d’autunno

mi scuote il ricordo della pioggia leggera

lei mi porta il sentimento del tempo.

Il giornale sotto l’albero spaccato dal fulmine parla.

Guardo il tramonto del sole fra il carbone del cielo

quando ero giovane ancora

una nebbia così fitta d’autunno non si vedeva mai.

Laggiù è la terra volo vedo le formiche del silenzio sul

collo della terra

una diversa realtà colpisce nel destino.

La parola mi lascia addio addio vado per mare per sempre, vago per

cieli

oggi l’attesa della guerra come spettacolo

è la partita di baseball in uno stadio verde americano

maledetta merica ti amo. Vedere la copertina del giornale lucida di

pioggia con il soldato disteso che brucia.

Anche la fotografia è come la TV, racconta l’uomo di questo giorno

sempre in attesa dell’evento.

Non l’uomo nudo ma l’uomo vestito

non l’uomo triste ma l’uomo tradito

l’uomo coperto d’ombra, uomo dell’ombra. Nell’ombra.

O morto o morte vecchio capitano.

Sono felice felice sono felice

ho il fuoco del mondo dentro agli occhi le mani e

lo spengo col sangue

le foglie cadono, un’allegria morsa dal vento

scuote la quieta follia di questa notte di luce.

Si balla sotto la neve sotto le foglie sopra le foglie cadute

novembre è il mese della nebbia e di una antica vittoria.

Escono dal cancello della fabbrica

un uomo cammina a sinistra un uomo cammina a destra

un uomo ha le mani in tasca stringe il coltello

l’altro sfoglia guarda legge il giornale

un uomo aspettava ieri aspetta domani

i cancelli chiusi sono i denti del leone mai stanco di azzannare.

Vedo Bologna la ricordo nelle sue frecce di Messico e nuvole.

Questa crisi mette in pericolo la democrazia

intollerabile fiume d’odio ma anche rivalsa d’amore.

Italia ingrata grata Italia con Messico e nuvole

i capitali emigrano

code d’auto verso Lugano la bella

la signora parla con 40-50 milioni dentro le borse intanto

corrono fra gli alberi al bordo di un asfalto assonnato

così nuove le banconote le lecco con la lingua di foglie le tocco

mentre la BMW corre invasa dal volo di formiche sapienti.

Mi immedesimo con la mia vita appena vergognosa.

In quella casa

ancora il fuoco era vivo

palpavo il fuoco con la mano lo stringevo fra i denti

ma era la parola a riscaldare il cuore.

Gli gnomi dicono è una pazzia!

Lei era quieta come può essere quieta

una donna nella valle padana poteva

accedere a qualche minuto tesoro nella sua

villetta fra i campi lei che aveva camminato

per le strade di questa terra e poteva sapere cos’è

il dolore

la sua abbondanza e

il cadere di giorni lunghi lunghi sui gradini di una casa.

Ricordi le passeggiate per i viali d’inverno?

Solo dopo aver vissuto molto

sono diventato giovane.

Devo liberare la mente

dai pensieri che avevo appena ieri

stamattina

devo diventare non la casa della follia ma la casa buona della collina

disabitata per l’inverno

franata dentro le ali del gelo che non suona alla porta.

Arriva un postino zoppo butta le lettere giù dal camino

brucia la voce per sempre

non mi avranno fuggirò lontano sempre più lontano

là dove i mondi si scontrano

illustrerò il mio diagramma con bandiere di foglie

non vinto cucirò la bandiera

 

Appoggio la testa sopra un cuscino bagnato è

l’anno 1995 turbini eccelsi

pietre cadute dal cielo

a significazione dell’ira che costringe gli uomini

a temere. Cominciano a cadere

pietre bianche di fuochi.

Vicino alla casa pietre di fuochi. Maria

Sirocchi il destino segnato da pietre. Lontano

il giardino l’orto. Romagna

con frecce di acque fredda montagna d’amore        

è lontana. Per sempre?

Lei ombra lei si solleva lei si protende a riguardare il mondo.

L’uomo non è così buono

mai. L’uomo è così lontano nei freddi deserti di neve.

Mai è buono l’uomo in terra di Romagna

con i boschi che parlano i boschi che ridono e

hanno i silenzi terribili nei giorni della luna piena.

Qua sono e resto nella notte dei tempi

neanche le rade stelle vedo

disperse in cieli di polvere bianca inquieta.

 

La Romagna è perduta l’Emilia è perduta

forse è perduta l’Italia

in un cielo tempesta di nuvole onde

ancora la vedo respiro le betulle percorse dal vento

(il giorno a cavallo vola di una luce perduta).

La vedo la sento terra disfatta da toccare con mano

sono entrato nella nebbia che arriva lontano e

ho visto il fuoco. Fiamme e

mi è parso d’essere perduto per sempre perduto

un sasso scagliato contro un tronco di pioppo abbattuto.

Anita dice il mio primo nemico è stato

il mio primo collega di lavoro.

Ma io una vita tutta da vivere avevo

non consumavo le ore le ore le vivevo

l’acqua scorreva ancora non era sangue grido

non carne di cane divorato da un lupo sulla Maiella.

Lui dice la Cina e le sue acque più rumorose

come un occhio aperto per il terrore del mondo

soffi di luce entrano dove cantano i pipistrelli

in queste caverne antichi re dormono vicini a cavalli di paglia.

Vedo la terra dice e la terra ha paura.

 

Io non gridavo nell’urlo mi consumavo intera

l’urlo è speranza ficcata come il chiodo nel legno di una

croce nera vicino al deserto

la mia vita è offesa alle radici più tenere

vedo la terra e i fuochi

vedo la terra e l’acqua

le rivedo acque profonde vene di desiderio

e là i soli indecisi

lune stravolte in rapidi arcani di luce

vedo i suoni che danno i brividi alle foglie

uomini corrono verso altre morti

auto incendiate in ogni parte del mondo

sonni profondi nelle notti profonde

le case incendiate crollano si coprono di foglie piangenti

i bambini giocano fra il sangue

qualcuno muore sull’asfalto

mentre i cani si montano gemendo.

I fiumi della Cina gli uomini della Cina sono così lontani

e non potrò riconoscerli io conficcato in caverna.

Questa è l’alba della mia memoria.

 

I tempi si accavallano diventano corde di pece

i ricordi navi affondate nella laguna in un giorno di nebbia.

Gli onorevoli signori della guerra sono

coloro che estinguono il destino dei giovani

e di tutta la gente riunita.

Pranzano senza pietà il sangue champagne della loro vita.

Ho sempre aspettato che qualcuno mi venisse a cercare.

Sono senza musica il mio silenzio è totale.

Come un uomo sul tetto

che sembra vicino al cielo

ma i colpi di martello le voci

lo inchiodano alla piccola terra che lacrima

conservo spada speranza per l’ultima battaglia

vedo spazi infiniti più piccoli del cuore di un cane

la terra è un’astronave l’astronave è terra ancora terra

l’astronave è terra. Solo quassù toccando lo spazio col dito

nessuna strada vedo non

le formiche scuotere ali per strade trafficate.

 

Ogni mese che passa mi sento sempre peggio.

Posso solo immaginare il diluvio del mondo

scendono dalle montagne i falsi vendicatori

ferro e fuoco nell’occhio

chi chiede pietà al lupo è destinato all’inganno della fame.

La terra come un’astronave l’astronave come la terra

la popolazione della terra come l’equipaggio di un’astronave

ma come può l’equipaggio occuparsi dell’astronave se

nessuno si interessa e preoccupa dell’equipaggio? E

come può la popolazione della terra queste grigie formiche

occuparsi della terra se la terra è andata perduta nei

fiumi nell’acqua e cupe metropoli sovraintendono

di frodo al suo effimero destino? Tutto è immobile

laggiù eppure ogni cosa si muove, cinque miliardi e un miliardo

metà vive in città metà vive in campagna

si oscurano i tramonti per i fumi che divagano sulle pianure

improvvisamente i vulcani s’alzano in piedi brindano al fuoco

hanno la spada in pugno assaltano l’uomo e ridono vomitando vino.

Due grandi ricordi della vita che corre sopra e sotto di me

di loro. Cinema e memoria. Viscere infrante.

È scritto: la più raffinata razionalità tecnica e

culturale può essere anche il più alto

livello di barbarie.

Un possibile ritorno sarà il mio nel giardino delle rose?

Il nostro tempo può ancora sopportare la violenza di chi è

invischiato nella terra e nel fango fra mille coltelli?

Prima che venga la neve

vorrei vederti casa mia. Ma allora

non era impossibile sperare nel tempo dell’estate più errabonda

e mattiniera

l’autostrada cantava vicino alle case e i fari

all’improvviso si spegnevano

facendo impazzire le lucciole

fra i fili di erbe nascoste dai muri.

Oh la vittoria dopo la faticosa tenzone dopo la risalita

la gioia di perdersi in un sogno (dove era la vita?)

il respiro del compagno trionfante

il mio respiro esitante

questi silenzi spezzati quante inutili attese

speranze speranze nuove speranze protese

come il deltaplano in volo sull’orlo del cratere

prima di arrampicarsi per rompere il cielo con un coltello

raggio di sole africano.

 

Sole. Silenzio miele. Poi parole. La vecchiaia è giovinezza di morte

non teme la vita se

per libertà degli anni, per il carbone cavato dal monte di cenere e

non ancora cenere fredda

può l’uomo dal passo violento giovane ritornare. Via

la tempesta via il tempo via gli anni i giorni i giorni gli anni

si scontrano con i giorni solcano un campo di colza

invaso dai topi con passi leggeri.

I venti decollano urlando papaveri alti infuocati.

Camminerà la vita sulle ali di farfalle feroci

prevede i fuochi ascolta le ombre le voci le albe stracciate

mani toccano mani ascoltano suoni nudi prima della

battaglia d’amore

o del sonno regale.

La gente di città nella notte arriva ansimante aspetta di guidare gli

eventi.

Prati di guerra luce di sangue terra emiliana

occhi di ferro parole tedesche fra i denti

New York gioca a bowling con le vecchie città italiane

whiskey d’Irlanda galleggia sul fiume fra morti tronchi d’ulivo

cannoni inglesi sputano saliva di sabbia con morte.

Spezzò strappò bruciò i capelli soffriva tradiva

la terra emiliana pregava moriva copriva di fango la neve e

i vitelli nei campi ma

per la morte c’è tempo.

 

Per la morte c’è tempo nei campi di colza con passi leggeri.

Lenzuoli fucili uomini donne nei campi dei topi con passi leggeri.

Usa inglesi tedeschi penso ancora a questi anni

vedo Astolfo volare la terra cadere sul prato

fiumi nei mari dipinti sparire perdersi andare

un filo di seta la mano della bambina che trema

una croce di Cristo buttata nel cimitero delle scorie d’amianto.

Oh Russia perduta ti chiamo (egli dice) ti chiamo

annoto negli occhi le cose accadute

finestre aperte una piuma nell’aria volante

la porta s’apre sulla foresta d’erba che l’occhio non può toccare.

Cosa succede?

La nave rotola sulle onde poco tranquille

ha odore d’abete l’alba che non dorme mai.

Nessun uomo sa disegnare gli occhi della pace profonda.

Accendimi cuore

ho voglia di fumare

accarezzo la terra con le mie vene celesti

non hanno spine le vele

in gara con il fantasma di un vento troppo giovane.

La tempesta può vincere un uomo travolto da furiosi pensieri

tracce di naufragi terribili di improvvise disdette

la primavera è percorsa dal grido dei cani infelici. Grazie

per questa storia. Dormirò imbucato in una caverna e ti ascolto

senza vedere.

Non vedo rondini non vedo basse nere leggere volare le rondini

il silenzio ricorda estati che raccoglievano canapa

lungo strade deserte

polvere sopra i sassi polvere sopra le rose

grida di donne in mezzo alla spagna.

Fra vespe e tralci d’uva lionza settembre spegneva i fuochi.

Giorni con divisa da guerra

uomini ragazze sbiancate nel fango e dai branchi di api

è il giorno del ricordo

vedo dalla buca gli uomini avvampare di cenere

vedo ascolto la terra piango il mio giacere.

Quando andavo verso Roma

quando ritornavo da Berlino

quando gli alberi mi chiamavano per nome

ero l’amica l’amico più vicino. Ho tre dita per suonare la tromba

per svegliare i soldati stesi per terra

sangue per scrivere parole sulla pelle

ma gli anni ceduti possono mai ritornare?

La pianura aprirsi la madre Russia nuda restare

chi mi ritrova fra le foglie degli spazi infiniti?

La terra madre del ghiaccio è sorella del fuoco

scoppiano i fiumi gelati sibilando anatemi

il sole disegna profili di antichi misteri nel timore del sogno.

Forse è concluso il giuoco dei dadi. Disperse le carte

ascolto segnali. E i leoni?

Non chiamo soccorso se arriva la morte. La morte è silenzio.

Il giorno del tuono è il lampo del sogno che esalta

lo dico con poche parole

io contro un muro lui mi guardava guardava. Lui mi guardava

contro il muro. Parla ancora ti ascolto mi senti?

Ho preso la valigia il cuore è scoppiato scoppiato

chiusa la valigia in fretta il treno qua sono tornata. È la casa.

Mia graziosa persona

hai ascoltato la voce l’eco la caverna il mio canto e come scrivevi

lontana la città con rose spaccate da strane primavere

qua nell’ombra di una sera attaccata alla parete di una stanza

barriere di ferro di fango di neve contro la barca del tempo

non ti lascio andare seguimi ancora un poco entriamo

a piedi

nell’antro dove l’amore è annidato

non spine non giuoco di serpi nel deserto che chiede

la voce all’orizzonte.

Guardami la mano è di carta viva

il sole non la ferisce l’attraversa appena

solo un uomo d’altri cieli può sfiorarla quando

con un urlo sulla terra atterra si placa.

Calda di latte sento camminare la luna

lei arriva addestra i pensieri i cani

inseguono i lupi al filo della montagna più alta. Fra i boschi

piovono frammenti delle lamiere perdute nel ciclo ricurvo.

L’arrivo di luci straniere guardare

voci straniere ascoltare

fra i razzi voci di marmo scandire nei campi le ore

perché l’uomo se perde l’amicizia del tempo

dicono le leggende

è solo…

 

piovono pietre cadono luci da nubi ricurve

sulla terra così desolata nei giorni senza amore

le città chiudono le porte quando è l’ora del

ritorno delle pecore

per sgomentare i leoni.

Correndo vedo pianure calpestate dalle navi in arrivo

sull’acqua le stelle scuotono bandiere sconosciute bruciate.

Quale amarezza nell’ora della sera più fonda.

Suonano chitarre spagnole negli angoli

dei paesi persi fra i monti

cavalieri infuriati insanguinano le piazze

so come fermarli gridano uomini giovani tra i lampi

inseguono le persone fuggitive.

Quello che è da dire è detto, in giornate cruente.

Al primo autogrill ricordo

il caffè fuma nella tazzina gialla di plastica

ascolto una canzone di Jim e sono arrivato alla luna.

Il motore del TIR tedesco è uguale

al concerto di Bach in una sala deserta

corre sull’autostrada aperta

per le gallerie di gelo verso le montagne

là dove una tempesta può portare primavera.

Esulta esulta anche tu sul filo

vieni vieni a guardare la fronte corrugata

della pianura che un fulmine

ha appena svegliato da un sonno di nebbie

il suo sangue è l’azzurro volo del biplano a elica

sulla pazzia per prati di un cavallo albino.

Divorano le ossa cantano

scavano la terra scoprono città immemorabili

affiora oro bianco fra la polvere

è lo specchio del tempo e noi qui insieme a

contare i passi per arrivare al fiume

ci aspetterà l’amico decapitato dalla nostra voce

il rullo dei tamburi i fucili puntati l’uomo insanguinato.

Il giorno

è un giorno diverso anche le ragazze impudenti camminano svelte

non guardano intorno

la città assediata brucia di fiori aspetta il

barbaro che porta tempesta

 

il suono delle sue spade dice parole non conosciute.

Se questa è la fine si può

domani trovare un faro sul mare

esultare perché le parole cadono prigioniere

rane bagnate dal fango fra i piedi

di mendicanti e soldati che dormono in mezzo alle rovine di Roma.

Questa non è una fine è il principio di un mondo

con il suo grido che apre le acque dei fiumi

un uomo a cavallo oltrepassa al galoppo veloce le sbarre di

ogni confine.

Lasciami posare il coltello sul tuo cuore vita perduta

vita ritrovata

il principe del silenzio vola sopra le foglie

tocca gli occhi del bosco risveglia api enormi

la città ha un brivido urla un jet lontano

l’arte come la vita ripete il futuro.

Leggo mille significati

quando viene la sera

e li accende come perle nere.

Nel tramonto ascolto suoni rumori

il Che come un Cristo con le ciabatte

su tavola di legno.

Il Che nella memoria questa sera mi arride e

sento la montagna camminare

sulle mie gambe in un vuoto che non vedo

dentro la solitudine della lunga strada inquieta.

Il giorno in cui mi hanno cavato la vita strappandomi da casa

erano soldati i bottoni lucenti

vestiti da soldato luccicavano le divise

splendevano gli occhi avidi sembravano soldati.

I passi del dottore argentino che chiedeva una verdura nuova.

Quando questi anni saranno polvere nella polvere

la vergogna dell’uomo ricadrà sopra me sopra te e non sulla terra

salvata dalla vergogna che l’uomo travolto

nell’oceano di dolore voluto non può sopportare. Il cane

dove sarà il cane? Leggero

con la pazienza fra i denti a raccogliere foglie. Odio

le foglie indifferenti alla morte

nella vita di un anno sono rassegnate al destino

sento le foglie cadere in un soffio il vento non dà più la vita

le foglie il mare di foglie mio rosseggiante cuore di foglie

foglie ansimanti

cuore d’agnello appena squartato

onde di foglie si inseguono nell’autunno italiano

risalendo dai prati agli appennini scontrosi

nelle case fra i rami con vestaglie di donne.

Foglie una foglia cadono cadono cadono ancora

rosso tramonto sul marmo appena lavato.

Che segnali mettere per dire

agli abitanti del futuro

di non scavare sotto Carlsbad nel New Mexico?

Nel fatidico ’68 non ero ancora nato.

Casa che non sei casa ma acqua sfiorata col dito

la casa era la casa della formica del ragno

che ride a un giorno verde appena uscito dal sole

la casa della carpa addormentata al bordo del macero

la casa dell’uomo perduto poi ritrovato

l’uomo senza fortuna l’uomo dimenticato

la casa era la casa delle scarpe ordinate

la punta delle matite nei cassetti dei mobili vecchi

riflessi da specchi straniti incrinati

vicino a finestre socchiuse

e, oh anche tu lo sapevi amor mio mio cuore

era la voce la casa dei passi in arrivo

luci di porte socchiuse

voci le voci le voci correvano andavano

per le scale di pietra fino ai paradisi infiniti

pioggia sul tetto bagna gli occhi a me stesa nel letto

ascoltavo.

la casa era la casa nei suoi odori bandiere.

piangevi il fuoco brilla sull’acqua la

casa è la casa ha Caterina seduta sul letto

lei tenta la scala

striscia giovani piedi ruvida pietra

domanda il futuro alle formiche alle api violente sui fiori

gatto la segue segue il gallo sovrano

dentro al furore che arde Montaldo.

casa annusa la mia ombra

sguaina la spada in guerra per me non lasciarmi mai sola

casa le voci non vanno perdute

racconta le noci castagne cadute dall’albero

il moscerino sfuggito al vento tempesta

raccogli i pezzi di pane il latte versato e

l’ombra che resta di me

ti ho perduta per sempre? non lasciarmi mai sola

mattone del focolare pelle di foglie fra occhi di polverefango

fienili accesi lune soli spezzati arriva ansimando lasera.

Vecchie signore cantano

cantano adagio

bambini occhi di fiele

scivolano al bordo delle foreste in cerca del sonno.

come ti vedo (casa) ti spezzo fra i denti

contro le erba mi sono seduto i capelli bruciano le porte

d’amianto

nella casa d’amore il ramarro correva su lingue difuoco.

sulla casa bianca il fuoco di legno sulle

case d’amianto il ramarro lo scoppio dei vetri grida

il sangue nel fuoco del latte

 

giovani ombre mitra le voci degli ja

la pioggia travi bruciate la nebbia

il fuoco non lascia la mano

ilcielo prigione di ferro i pezzi di pane il latte

versato poltiglia

di morti inseguiti sulla proda del fiume.

ti riconosco nelle piume casa mia perduta

la gente squartava i pioppil’aereo

trascina grandi nere farfalle acquattate

tronchi di pioppi betulle sulle strade emiliane.

il viso della bambina scalciata.

a pezzi beve sangue l’asfalto addentato dai carri armati

l’asfalto

l’asfalto ghiaccio sull’urlo della donna impazzita.

bella imponente non fermarti mi arrendo.

il muro crolla la vetrina si schianta le scarpe

il vestito avvampa corri corri corri non fermarti mai mi

arrendo.

Infuriata una morte vestita difuoco galoppa nei campi delsole

sultuo viso ti sfregia bacia la

tempesta d’autunno sorvola verdissima i maceri

innonda strade città senza nome

travolge la notte schianta caverne di luna

uomo nudo sul muro picchiato dal maestrale.

Fischia un treno mai preso in braccio dal sonno.

Può la tua vita arrivare nuova nella mattina del tempo?

Aspettiamo aspettiamo.

Mentos. The freshmaker. È presto inverno nei Balcani.

arriva inverno di neve anche in Italia stracciata

memoria di voci stridenti con rabbia di nebbia di torri a Bologna.

è lui il piccolo topo

visitatore incantato

adorato dal sole

ma questa mattina fa il mondo interonero.

monache accendono sotto il velo le candele

un prete magro ripete le parole a passeri di neve:

senza fuoco non c’è amore

morte non dà salvezza

un vecchio uomo di campagna impolverato

chiama chi si è sperduto

perché sottoscriva l’impegno

da lupo a pecora.

Nel mio disagio ho dormito sotto l’albero di tiglio

con te caduta da una stella strana

pagina vagante senza scrittura

con le parole da riempire

fioritura di una vite impossibile da preservare.

nessun fiore ha goduto più esaltantevigore.

nei fiumi rami abbattuti coprono le cattedrali

vento scompiglia le nubi come capelli d’amore.

scaraventata nel fosso calpestata col piede colpita con la

falce

cerco di vivere la mia disperazione odiando

la forma umana

emerge dall’acqua il ricordo ferito della casa spaccata

giorno per giorno la sento fra le dita

il suo occhio d’oro con lacrime rosse vibrante

i soldati disertavano cantavano canzoni e

ho raccolto dieci fucili nei fossi

olio verde per l’ultima battaglia sotto le mura diNarbona.

tu dici no e io mi consumo.

l’attesa approda sulle braci in quel camino straniero

potevo considerarla per leggere il futuro

quando scendeva in cenere.

vedo lettere antiche

una bocca mi indica fra i monti

l’uccello cacciatore che insegue l’ala del vento

la verità

cipolla capricciosa nel forno arroventato

tace

ancora.

Aspetto la parola che non dà scampo

……………………………………………………………..

Giocarsi la vita giocare tornare a giocare

mescolare il sangue al sangue osservare gridare giocare

una vicenda di ore

fa l’uomo nascere sei volte morire sei volte

il silenzio è un brivido nel freddo

il fuoco è questo animale con la gola sgozzata

il ritorno la foglia d’ottobre caduta leggera davanti alla porta

battaglia di mare e di terra tronco abbattuto tagliato

per giorni e giorni crudeli giorni crudeli

per un inverno camminatore spietato

per notti d’affanno e i bianchi fantasmi smarriti.

Mi chiami? Risponderò

rispondo con la terra che preme e non s’apre

se chiami risponde la polvere risponde la pietra.

Anche agli antichi cristiani lupi esaltati interrati

arriva un sole improvviso

per l’ora di grande travaglio di vita

mentre ciascuno guardava alle spalle

bruciare le navi affondare le navi negando

speranza alle navi – e la fine del giorno.

Chiami? Risponderò domani un gabbiano

vola basso sulla cima del noce

ansima il cane in tormento di voce

lascia un’ombra schiantata fra i sassi.

C’è grande movimento ma sono i vermi a muovere la coda

percorrono i fili della luce

dimenticando la mela e me derelitta

uguale alla donna che in chiesa solitaria aderge

il viso fra lacrime di ceri

e tace e sfiora l’acqua con le dita.

A chi parlo? Rispondi.

Ombre non conosco

parlano i solchi tacciono fra loro

silenzi imprevedibili

parlano una lingua da me dimenticata

non so rispondere più. Le sere

sempre più sere la notte sempre più notte

ho dimenticato luce giorno.

Treni mi sovrastano e mostri

volanti segnano la strada

davanti alla mia casa dipinta di bianco

i bambini hanno l’occhio delle favole

e con il sonno scivolano nel mare.

Mi rispondi se parlo? Chiedo

buoni ricordi per tacere e per

dormire se l’alba verde non mi strappa il cuore.

Viva viva viva viva adesso

mi faccio la casina vedi

il topino si è fatta la casina vedi

anche il gattino s’è fatta la casa e un’ape

brr brr vola via sopra il mio ginocchio

sopra la formichina

che porta il frustolo di pane.

Adesso guardiamo il libro dove c’è

il cane con la palla

il canarino rosso adesso guarda

il coniglietto oh adesso guarda guardo

quattro coniglietti con la mamma vedi

i loro occhi? Vuoi guardare leggere altre storie?

Una talpa… dormi? Non rispondi?

Vedi il rosso del foglio il verde del giardino

vedi il verde del prato e il nero

della tornatura arata? L’odore lacerato e

le formiche impazzite?

Non buttare in terra le cose se

le cose non le vuoi non buttarle ancora

dove vai dove ancora dove? Aspetta

un momento che raccolgo il libro

sfoglialo con pazienza puoi

strappare le pagine. Puoi strappare pagine se vuoi

tutte le pagine che vuoi. Ecco che

Caterina vuole ascoltare e vuole

vedere vuole anche strappare pagine perdute

Caterina li conosce i coccodrilli

vede il coccodrillo verde in festa

un viaggio lungo in automobile in treno

arriva in montagna fra gli abeti e la neve.

Così cerco di salutarti e ho poche parole.

Ricordi la prima neve Caterina? La neve cadeva

la neve sulla mano e la montagna

era di neve la neve ricordi Caterina? Hai

sonno chiudi gli occhi ormai è la sera.

La vita è camminare gridare nel silenzio del mondo.

Morirò tre volte prima che ritorni il giorno.

Sono la freccia perduta nel mezzo di una tempesta di neve

l’urlo sullo scoglio spiaggia mare dispersi

vento che recide col morso le rose

nessuna pietà per l’uomo che attraversa un ponte di notte.

Volo sopra l’Irlanda col fumo di mille candele

castelli di pietra dura sopra l’erba verdissima.

Il venditore di zucca nel villaggio sul fiume

nel forno di casa le patate annerivano adagio

scaldava le mani sul fuoco anche

la buccia si mangia ben cotta la buccia non si deve gettare.

Cosa contano gli uomini vecchi per gli uomini nuovi?

Può una giovane donna arrossire

per l’ombra o il vento di un antico faggio

ascoltare il passo del cinghiale

fra le foglie toccate dall’autunno?

Può la giovinezza tornare se la giovinezza è perduta?

Il terrore del cielo vede fuochi

linee d’ombra e il riverbero delle caverne.

Breve pausa sospensione di considerazioni

nell’onesto sentire

nel suono che luna sole trascinano con le ali

verso la solitudine di questo ordigno gelato

che mi porta a Singapore, adesso.

……………………………………………….

 

I miei brividi sono fuochi del sentimento

oh come sento la tua voce sulla spalla ma

non la riconosco più

esce da una casa lontana cento miglia lontana

io l’ho perduta e devo riconquistare.

Anch’io, dice, ho terra buona da riconoscere misurare

uscendo da una notte interminabile

con un sole fra le dita finalmente.

La voce di un uomo ripete a un altro uomo

«domani è tardi oggi non è tardi

oggi può accadere, per fortuna». Questo

è il libro delle mie manie

trascrivo l’ultima speranza dopo i mesi

del viaggio senza un ritorno.

Il gelo improvvisamente assurto a principe

poi la più modesta avventura.

In novembre lui pensa che esisterà ancora

amico nemico giustiziere

bianco carceriere

rovescia in terra l’acqua per non bere.

Italia maledetta con i lupi a schiera

agnelli scompaginati nel silenzio dell’eco delle montagne.

Sei un piccolo demonio diceva mia madre

guardando – un piccolo demonio

e guardava il mondo fra le dita della mano

sei un giovane mulo non andrai lontano

patirai la vita

senti nella notte gli ebrei che cercano la strada?

Non andare anche tu ti perderai disperso

anche lui si disperderà

le nubi nel nembo non si stringono in mano

non danno frutto. Il dramma lo concluderà

ma in giorni troppo lontani.

Ho guardato il cielo così da vicino alitando sul vetro

ho sfiorato la pelle di un dio senza pietà

non aveva timore non aveva più amore

per i giorni che seguono so come gridare

lo spazio del tempo è il foglio bianco in attesa

sopra scrivo aiuto o la poesia d’amore.

Non sapevo ballare ho imparato a ballare

i tiri al canestro riescono uno su quattro

a volte due se il palmo combatte quel giorno.

 

Il Vesuvio quel giorno col suo antico furore a fumare vibrando

e io non per carità avevo portato i lunghi calzoni e questo regalo

di parole e queste luci libere

e questo cuore con poco paura e poca memoria. Amorecuore. Dolore.

Mille api impazzite sui prati di Montalto

sono mille navi in partenza

sono meteore consumate per il lungo cammino

notturnoverso una chiesa abbandonata e sovrana

sempre sola e senza sole.

Il rombo del ricordo in questo mare infinito di plastica leggera

le gambe accavallate e corro sopra il mondo.

Io non so dire chi ha ragione

fra due che si stringono e vogliono spremere fuoco dalla terra

sperduta. Almeno per un minuto.

Non so dire se è migliore opportunità scendere o salire

inerpicarsi e la roccia dello spazio taglia la mano

o fotografare l’addio. Di un amore o di uno

condannato alla forca domani mattina. Nessuna domanda di grazia.

Non è sempre virtuale

la realtà virtuale

né si lascia consegnare alla verità

senza sbagliare.

Anche il computer è pazzo

di solitudine nelle notti d’inverno, è pazzo d’attesa

come il cane in attesa del padrone ricco benefico odoroso

nel gelo di un capannone senza vetri.

Fra cento anni di questo mese di marzo non

ricorderanno che le ciminiere spente

se non attraverso il disordine.

Come faremo a vivere senza ricordi buoni?

Vivendo si riconoscono le cose una per una

ma si è perduto tanto!

Anche il tempo è perduto

per questo chiedo aiuto

chiamando a perdifiato anche la luna

il tempoera la memoria di una gloria giovane

e nessuna parolaera sicura

memoria di uomini senza corazza che sfidavano i cavalli in corsa

sotto la pioggia di novembre poi

accendevano i fuochi.

La ragione della vita la trovo

in questo movimento che non ha fine mai

è la rinuncia dell’approdo

il rifiuto dell’ultima costa dell’ultima birra fra onde tempesta.

Io lo so che tu lo sai

da qui ogni giorno è buono per morire

dunque viviamo

come se la vita fosse

un volo di storni di passeri intorno a una torre

e di colombe viola all’infinito.

Sicilia amica delcuore, Russia  più vicina, Itaglia disperata

orme di gatto sulla sabbia di un mare appena calmato

……………………………………………………………………………

 

……………………….

tu non perdonare se nelle foreste diroccate

consumi nell’ultimo falò la tua disfortuna

la lacrima e l’elegia deituoi scribi ferventi.

Le orme cancellate sulla sabbia

da un vento così saggio. Arriva da lontano e

non ricordatemi vi prego neanche un giorno

né un’ora, per carità, non un’ora. Viene da lontano ma

dimenticate la mia orma vi prego

siete pochi e vi consolerete.

Morire è opera solitaria

addio

lasciare la carovana

perdersi nel deserto

dimenticare la borraccia dell’acqua

la sabbia che brucia

alle spalle l’ultima luna o il primo sole.

Un mio antico padrone diceva

ho novant’anni

la morte sulle spalle.

Comecanta serena.

Acque limpide rare

il riflesso dei voli

polvere che divaga in strani cieli.

Qui non aspetto, guardo.

Il giorno del sì che

diventa un giorno

azzurro o tuttonero

il giorno del giorno che

ha inizio e non ha

una fine vicino.

Allora

lasciai la strada di un

 

bosco sconosciuto dai forti odori

entrando nel

labirinto

d’erbe

nel labirinto di pietre

e lì un uomo

poteva sedere

perduto

avendo perduto il destino

e perduto nel sogno.

Fragore di mille cascate d’acque

colpiva da lontano e

precipitare di greggi in fuga precipitosa e uomini

soltanto immaginati.

Oltrepassavano cerchi infuocati

aquiloni diferro cadevano bruciati.

Come una Groenlandia di solitudine di sole

è bianca l’Etna sopra

l’erba dei fiori dei fiumi violenti.

 

È un lungo fiume di

parole / pensieri

nel silenzio

dei mondi che si muovono

ricercandosi.

Duro verde su l’ira dei fichidindia

ma il cielo così severo

senza una ruga

dove l’avrò osservato? Su quale mare?

Tutto sembra in attesa anche la pietra

delle case anche l’orma

del piede contadino vincitore con la morte

nel ballo

sopra la fiamma di un vulcano.

Circolari nubi bianconere intorno.

Un cucchiaio fugge dalla mano

nel sogno di un prigioniero incatenato

e la città per mesi ha gli occhi rovesciati

scivola via sopra la linea d’ombra

brucia l’asfalto il sole non lascia in pace

chi dorme per terra

nei vicoli uomo / donna può leccare il miele

dal pugno del bambino che si è perduto.

Musica rock come polvere fra le torri chinate

per ascoltare e

questo è il tempo della paura paurosa

del lungo aspettare l’inverno.

I cavalli battono i ferri per terra

lo scolaro alla lavagna intatta guarda i vetri

soffia sulle mani dell’incerto destino.

 

Chi studiava nelle scuole di notte?

Quali le voci?

Poco sappiamo di tutto. Voi terrestri

siete poco consueti con la speranza.

Stelle passano nel cielo oggi e mai più

fra quattromila anni riceveremo il nuovo

saluto.

Oh benedetto futuro vieni vieni da me

lascia correndo la traccia di uno sparo

irridente

bagna i piedi nei venti soffiati dai mostri

stellari

non lasciarmi più solo

non ho paura di niente.

Solo della terra ho paura.

Il futuro deve arrivare è venuto

è tempesta

è passato.

Lo scolaro alla lavagna traccia segni di

mostri sul vetro appannato.

 

 

………………………………

Il cucchiaio d’argento la scodella di ceramica bianca leggera

picchia striscia ara la pelle

il cucchiaio brucia la mano

immerso nell’acqua bollente è l’inferno di un vulcano.

Grandi dolori. Precipitare di stelle insanguinate.

Uguale destino il mio se levigo questo arbusto

con la schiena di gatto si flette stridendo non

promette si piega

lo chiamo – stravolto per terra si lascia chiamare. È vivo

lui solo –

gigante di umanissime veglie mi sa consolare.

Le voci si spengono

fra cartoni spaccati tazze sbrecciate sacchi di plastica nera.

I gabbiani afferrato il delfino alla gola lo sprofondano in mare.

Lasciare il mondo al suo poema d’amore di morte

non è possibile

così prigionieri fra ghiacciai di memorie

abbandoniamo le case vicine ai pioppi non piegati dal vento.

Nessuno ricorda

che tu soldato hai corso per le terre dei solitari ciclopi, nessu-

no ricorda le guerre di un tempo impigliate nel gelo nessu-

no ricorda i vecchi soldati caduti in battaglia la fi-

ne è il cucchiaio d’argento predato stretto fra i denti scagliato

coperto di terra su una terra di neve. Lì dimenticato.

Dietro al tronco mezzo nascosto dal tronco c’è un uomo

nella solitudine del disordine

l’ala del dolore fuggiva dal tronco mentre l’uomo scolpiva

nel bosco

colpito dal faro di luce è un’ombra che merita nuova fortuna.

Parlo di Cervellino parlo di Cervellino di Mimmo voglio

parlare

in questo silenzio di terra franata e di boschi

parlo della sua barba irsuta, di Ca-

labria Lucania celesti che Giove stringe sul cuore.

Le mosche. Il rapido volo del viola un fiore che vola.

Le timide ali di ferro di aerei sopra montagne.

Calabria si rotola a terra – pecora matta ferita fuggente.

Italia sepolta sotto la neve Calabria la chiama.

Sono perso sono persa nessuno mi può ritrovare

io solo io sola leggo il destino se voi

dimenticate il vostro destino anime affrante

dal fischio di una nave che avanza.

Ricordo la cucina di casa rami appannati dagli anni del fuoco

il fuoco a una cenere bianca favole bianche diceva

favole. Nessuno ascoltava.

Sere di pesci neri addormentati nei maceri

le carpe con monete fra i denti sfioravano il bordo dei laghi.

L’ora avvampa d’amore.

Mai mai mai come oggi

giorno d’aprile d’aprile

mai un giorno d’aprile è andato più verde di questo

giorno verde d’aprile.

Mai come oggi

la strada semina un fiume conduce a un fiume

la strada ha due chiese con torri mozzate

una dal fulmine l’altra da un cannone tedesco.

Il giardino diventa giovane con fatica

dai rami cadono magnolie.

Hérode ordonne le massacre.

La Russia in alta liquida fiamma la vedo

 

ogni tre ore annerire nel fumo ma il cielo

questo dannato infinito di sabbia

è un bosco di betulle toccato dal sole al tramonto.

Laggiù la terra.

Lontano dalla terra volo cammino come non fossi mai nato

……………………………. e il cucchiaio nel piatto

il suo rumore la mano di mio padre le dita

l’occhio nella luce la mosca sul vetro l’oro dell’ape il giardino.

La première tentation: la faim.

La deuxième tentation: l’orgueil.

La troisième tentation: la richesse.

Sulle spalle della pianura le rane cantano la paura della notte.

Mi riposerò dal freddo se arriva l’estate?

Dico qua maledicendo:

l’albero più vecchio più storto pesante di anni

si abbatta su te mio nemico carnefice

dentro alla tempesta del giorno vedo solo te maledetto

la tua ombra di morte fra i sassi vicino alla casa

nessuna pietà può fiatare sul prato

sento il cuore battere bronzo.

Non rischi troppo? Non sei giovane ancora

per la solitudine e

ormai vecchio per una speranza che dura?

Nel fragor di un turbinar di vento infuriato

dentro a questo spazio fuggente nel niente infinito

se chiami ascolto ma se chiamo puoi

dal vuoto del mondo ascoltare?

Mi senti o sei affondato nel tuo pensiero?

Diffido da quelli che vogliono camminare da soli.

Si vive e accadono le cose.

Ho visto il vuoto del cielo brillare nel buio profondo

un’orda barbarica

cavalcava su nuvole fragili barche del vento

era una nuova morte una nascita antica era

ma le ragioni restavano sconosciute.

All’agguato sulle montagne che custodiscono gli anni

si vive aspettando. Le

donne gli uomini soli

………………………………………

 

Dietro i soldati   Dietro i soldati

corre sempre   corre sempre

la morte

la morte

Casa casa casa casa lontana lontana

quando non ci sei

ti vedo. Casa

di memorie consumate in cento giorni

casa di veli fuochi modesti ma casa.

La verità sta per arrivare.

Quante cose dopo Napoleone il re della Francia morto

in miseria nel deserto dell’acqua

quante guerre quanti soli sprecati con

albe nate storte e precipitate mentre il

giorno si strappa i capelli fra il mare di nubi

al primo temporale.

Quanti uomini cacciatori quante donne occhi turchini

da una saetta di ghiaccio infuriati.

Quante ombre di mani paesi da visitare

città sotto la sabbia mazzi di carta da scompigliare

non è difficile dire addio

la primavera è più lunga dell’inverno.

Pasolini avrebbe cent’anni

il suo respiro mentre sale i gradini di san Petronio

la voce che stride sotto il portico

poi seduti

a parlare con Gatto che aveva ombre severe negli occhi.

Il furfantello dell’ovest a voce bassa nel corridoio di casa.

Il padre lontano non ricordo il fratello.

 

Dentro la città non puoi restare con la faccia tranquilla

colpisce agli occhi con frecce la città che lecca

la mano prima di uccidere

e la mano stringe percuote solo alla gola.

Passano corrono volano

le auto sull’autostrada fra i monti

l’estate non è più quella

ha suono di uomini in fuga non voci

nessuno guarda lo sciame di cavalli che trottano in cielo

l’erba intristisce senza morsi di capre.

Entri nell’infinito

tu che sei destinato a finire

quante volte rimpiangi la tua faccia scambiata

con un morto di antiche città coperte di terra di sabbia

quando la terra non aveva i fiumi

e le sere invischiavano i veli fra i rami del sole impaurito.

Non voglio insegnare la guerra a nessuno, diceva,

anche se ho vissuto tempi di guerra case incendiate

non posso insegnare la pace a nessuno

perché non ho avuto il tempo di guardare in faccia la pace

sull’erba non ho veduto cadere le rose ma il sangue

sull’orma di uomini in corsa e donne spaccate

non ho veduto gli abiti nuziali

negli album ben rilegati

ma giovani che un fulmine solo ha sconfitto e nessuna memoria consola.

Essendo questo

un tempo

senza memoria.

Sto cercando di ricordare

come sono andate le cose.

Unico padrone il vento.

Vedo transitando

sul viadotto sconvolto dal fumo di foglie dell’ombra

il piede dell’Italia terra di miele ma di grandi sventure

di statue sconvolte di soldati in battaglia senz’occhi

galleggiare in cerca di Ulisse e compagni per la sepoltura.

Ah, è dura.

Cattura la mia vita soltanto con i ricordi, dicono,

racconta del naufragio. Racconto

del naufragio (a chi, io solitario pellegrino intorno alla luna?)

proverò con i ricordi ma

non siamo cani

pazienti alla tortura delle brevi ironie.

Morta pietà morta rassegnazione antica

 

oh pianura pianura pianura barbarica amica di nevi

pianura piegata dal piede cancellata dal piede

per una sola stagione dal grido del cruco

il pioppo in file accecate dal sole

le manze nelle solitarie stalle piangevano

fango polvere fame paura e

giovane sangue nella speranza dei giovani.

I cipressi in Toscana colpiscono al cuore.

Dal ponte del cappello magre figure nude

cadono nel fiume di pece bollente

solo i corpi delle giovani donne si salvano

perché più forti del destino più di ogni umana miseria.

 

Da quassù col vento del volo sul fianco

vedo la Russia cos’è diventata grano sparso sul campo

schiena di balena soffiante approdata su riva deserta.

Le campane suonano a morto chi è morto?

Chi è vivo che le campane suonano festeggiando la vita?

Chi vive in questa Europa piccola deserta di fede?

Chi vive non lo sa se vive – oggi il silenzio è costante

nessuno parla per testimoniare

il mondo con le sue mani sta per rivoltarsi.

Manca un’ora all’alba arriva il giorno

di questo sono sicuro

l’arco dei monti si fa meno scuro

promette una buona giornata. Per un momento.

A Woodstock la terra si è aperta sprigionando saette

sulla foresta dei cuori

le voci reclamavano un dio zufolante sul prato appena falciato

ma la sera era già tutto fango desideri stracciati

barattoli e orme.

I cavalli (allora) fermi all’ombra dei tronchi.

No, John, no John non uccidere farfalle con le mani

fuma l’ultima sigaretta prima del diluvio.

Dicono. Dicevano. Bevi il miele delle api in volo.

Ci sarà un’altra età uguale a questa

capace di dividere il pane fra il leone e l’agnello

fra l’asinello bianco che sta scomparendo e

la piccola margherita sui pali della luce parole brevi d’amore.

Voglio comperare voglio vendere a piccole scaglie questa

mia terra stretta da mari

naufragare senza pensare alla morte

 

tornare fra le piume dell’uccello di fuoco che vedo

vola radendo le praterie innevate

approda in una città che non dà scampo.

Il tema riguarda tutti

bruciare il fiore afferrare il sasso

non piangere sulla lana della pecora

arrotare i denti al microfono

sentire il ferro più morbido del pane

più di un fiore che ardendo odora

il ferro porta lontano (anche il legno veloce)

è il respiro irrequieto della terra.

Libertà libertà libertà

per gli altri non per noi

per chi deve raccogliere non per chi è fortunato.

Ehi, ehi, ehi, battete le mani

picchiate il piede sull’asfalto

il terremoto del mondo si sente arriva gridando.

Che tempi.

Le bandiere stracciate

le navi in grande travaglio di onde

i giovani non temevano

formiche radunano parole per l’inverno

e lei

canta cantava canta senza la musica cantava.

Taci sorella buona ascolta

le rondini. Parlano sulla terra sul mare vicino alla riva

sulla coda dei gabbiani neri di petrolio che dormono.

Gli occhi della città si aprono a controllare.

Questa città era grande un tempo la prima volta che è stata veduta.

Serpe nelle sue vene

verdi trasalivano al suono degli spari.

Fu guerra. La

polvere coprì gli occhi. Caterina ancora non c’era

ecco è lì luce d’erba sull’erba

soffiata dal vento della sera sulle nostre finestre che non si

chiudono…

Essere vivi in questa terra di morti.

Stracciare anche gli ultimi fogli

ma la parola ritorna sul sasso

di sangue. Lì resta.

Parla con gli uomini scomparsi.

Parla del futuro.

 

Primavere di lampi.

Cavalli in lontananza hanno le spade.

Il sonno di Caterina è il sogno di una rana

trasformata con un bacio in regina

della festa ma

l’amore è aquila che resta

ferma in volo

per una intera

giornata

i passeri poco mansueti corrono a

pizzicare uva lionza che deve ancora maturare.

Banchi di nebbia.

Voli voci notturni incubi fantasmi dispersi.

I capelli di pioppi bruciano vicino alle case…

Le case? Conosco case conosco porte colorate per tepori

incredibili conosco

Mimmo fra cento alberi di fico in un giorno d’agosto

con asini che hanno pazienza di ruotare.

Le sinopie di chiese abbandonate. Bruciate.

Mimmo con il dito segue le siepi di mortella fino

alle onde rotte da scirocco libeccio e oh!

lontanissimi sono gli aceri d’Aspromonte sradicati dalla

bufera nella primavera dei lampi.

Una pastora lo ascolta ruinare dichiarare squassare

ascolta

Mimmo raccontar

l’amicizia del topo divoratore di sale

errante nel silenzio di una cantina lontana dal mar.

 

La solitudine del mondo cala improvvisa sul mondo

si spengono le luci la tivù dà inizio ad ansimar.

Si illumina il mondo di sangue e di immenso.

Vedo

il volto della Russia

non più patria sovietica

consegnata alla ruggine delle nuove catene…

oggi anche Fellini è morto

ha tagliato l’erba ha seminato altri fiori

con passo leggero ha sospirato lasciando la terra…

ma noi non siamo il mondo

non andiamo alla conquista dell’Australia

a forza di bollicine

non conquistiamo col mitra Messico Olanda

non siamo Germania braccio e mano di guerra

il futuro non è ancora passato è dentro di noi

polvere che dispare al soffio della…

Ma voglio raccontare una storia prima del tramonto

andiamo a bere qualcosa

mi ricorderò di questa storia

prima o dopo doveva accadere amico compagno

il futuro non è ancora passato non è migrato nella

caverna del niente ghiaccio delle memorie…

ascolta il giorno non piangere per me non lamentare

il giorno nasce col verde fuoco del sole non sarà

l’ultimo sole…

Vecchi uomini donne credono di perdere la vita

una mano frugando nelle viscere li conquista

onde tempeste arzille li aspettano

strade foreste sono da raccontare

così l’età dei capelli caduti è un segno perso appena sognato

non è aperto il botteghino del lotto non c’è

tempo nel tempo per ripren-

dere il cammino salpare veleggiare acque cupe salutare

aspettare l’arrivo dei naufraghi approdi improvvisi gettarsi

contro la scogliera ferirsi la mano nella

sabbia scrivere sulle orme bagnate baciare la terra

fare guerra al destino allora

la morte è impossibile. E più non si tace…

Si parla col topo re della foresta

topo bianco topo nero

topo cauto casto topo del mistero

il topo conduce in processione le formiche verso la luce

il topo francescano cerca l’obolo del pane

anche dalla tasca del rapinatore

topo distruggitore di fortezze

 

con latte e vino con pane e noci

topo uscito dal silenzio delle radici dopo aver spezzato coi

denti le noci

topo giocondo dentro alla guerra del mondo perché adusato

alla solitudine di un silenzio e

a cercare un’avventura a cercare

la misura del futuro dentro l’ombra che non conforta.

Ecco mi stenderò e sarò il sole

mi stenderò ancora e acqua sarò

(precipitosi emblemi)

mi stendo sulle foglie d’oro del cipresso emiliano

le foglie cadono dai rami sfiorano la mia mano

rotolano sull’autostrada gelata

chilometri di auto camion fermi con i fari accesi

a perdersi nella notte più fredda dell’anno

il mare fa paura a chi deve partire. Il mare

la scia della nave canta forte

più del soldato in marcia verso la battaglia

ascolto il suono della radio che supera la foresta

fa sussultare gli uccelli rannicchiati fra i solchi

poche pecore radunate si contano si azzannano

buttandosi fra l’erba. Io con loro. E

non perdo la voce rinascerò più felice.

La ragazza che cerco corre scalza ride

ma non mi accompagna invece s’allontana…

Sono vicino al suo corpo che un TIR spagnolo ha custodito con

rancore

aspetterò il giorno dell’avventura finale

mentre Napoli brucia in un delirio di cenere e

le montagne di marmo si sfaldano.

I pascoli si confondono nei valichi della neve

forse sarò tu sarai questa neve sarò tu sarai la neve su quat-

tro cime disgiunte fra

nebbie senza più età…

forse sarò la slavina la valanga che rompe la notte del

monte sarò la pietà

dell’uragano solitario e piangente.

Sarò tutto e niente ma sarò ancora. Sarò. Mi è

impossibile altrimenti pensare. La speranza è tempesta

è il getto improvviso del petrolio da una ferita della terra

urlo delle moto in gara

è il colore del quadro di Fontana e la donna di Hopper

è il cielo sopra una tenda nel deserto

questo e altro sarò ma una speranza vera…

non stringerò la mano…

dormire sul sasso è ancora vivere

 

La nebbia arriva scompare è una lepre che

non lascia orma non incanta non si lascia incantare.

I pascoli in queste caverne

bevono aria bevono luce bevono rosso il tramonto

avvinti incatenati per dolore del sole. Scorre via il sangue

le navi portano olio le navi affondano

terra terra chiamano, i sentieri dalle

città conducono a lontanissimi approdi. Dov’è l’approdo felice?

Rumore di una festa. Suoni. Tamburi nel cielo spezzato.

Voci di campagna metalliche, risse.

Se leggi mia lontana nipote

nell’angolo più fondo fra

coltelli arrugginiti vecchi aghi bicchieri di vetro spezzati

ascolta il respiro del tempo almeno una volta ascolta

ascolta il rumore. Se mi leggi, nipote.

Vedere le acque i paesi i mari l’oceano infidi

impennarsi

in un’ombra e sono

nebbia alzata dal fiume

 

polvere sopra il lume nella vecchia casa

le mele distese sopra i tralicci le canne la paglia

il cavallo azzoppato che si lascia morire

polvere alzano anche i puledri al trotto e non conoscono il destino

polvere le memorie incatenate

quando si è felici. Poi viene la notte.

Le voci fra gli alberi si inseguono dicendo

sopra i sedili delle loro Mercedes

«faremo castelli di cartone di sabbia

i popoli si vomitano addosso senza confini

ma io sono uno che va verso il sud

verso il mare non verso la montagna

l’ebbrezza del vino è una ebbrezza d’amore».

Lungo le mura di Bologna

frantumate dall’erba che l’autunno fa chiara

quando la città si apriva al fiore dei fiori

era la primavera

che anni quelli

l’uomo raccontava la speranza

la speranza bruciava bruciava bruciava

con bandiere di luci di voci di sputi bandiera grigia violenta

con una nonna Adalgisa o Enrica

lei aveva dieci vite

pescava le rane con le mani

chiamava sfiorando l’erba e una rana cordiale

scivolando sull’acqua schizzando sull’acqua arriva fischiando.

«Non conosco nessuno più felice di lei in questo momento

signora rana

la mia mano è una buona bandiera per il suo futuro di fango».

Bruciano verdi cieli presagi sulla campagna emiliana

uomini in silenzio accendono il toscano

zingari con i carretti di legno

stendono fieno al cavallo vicino a un fuoco di rovi. Cala la sera.

A Coblenza gridano Sieg heil! e

lungo il Reno guardano Loreley

seduta sullo scoglio alta sul monte ride la giovinezza

sciogliere trecce a fiore dell’onda del Reno.

OGGI consumata dal silenzio

come la radice di un albero

sotto la terra

anch’io interrata sono la radice

senza più foglie senza il futuro più mai.

Trascinerò nella fiumare del tempo i miei anni i miei anni. Con me?

Il pranzo si addiceva a chi teneva

grande malinconia

ma nel ricordo mi addormento sopra il foglio

 

vedo ancora una volta il topo scorrere soave

amico di ogni solitudine

lungo la radice dell’albero

così un fiume nel riposo dei prati si muove verso il mare

o quando risale alle sue fonti d’amore lontane.

Oh vane età della pietra. Le navi

affondano crocchiando

vicino alle rive affollate

solo i bambini vedono i démoni fuggire con brevissime grida.

Le sedie ravvicinate nel pranzo familiare

parlano fra di loro

oltre i vetri ci stanno i prati piantati flagellati

da un sole troppo adirato.

Così il velluto del tempo

si addormenta fra le aiuole

nessuno osava dissentire

alle parole del vecchio vuoto d’orecchio ma labbro loquace.

La morte è mia, lì si placa scendendo.

Sempre correndo. Mi

sono mai fermato a considerare la vita che vive?

Ero sull’incubo e cime ritorte di onde

come arredi nuziali si torcevano caute

la morte è già con me vicina di fango di buca

con me oh gioia esplode la vita

inerpica le sue luci

esalta il mare sconvolto di voci

invade invade invade sono libera salva.

Ho taciuto perché volevo tacere

mi sono scoperta

piccole piaghe nelle parole da stendere.

A Roma capitale sono arrivata calando da un treno

ho lasciato Bologna la città amata e perduta al gioco imprecando al-

la sorte la città si è abbassata sopra di me mi ha cancellato eppure

mi ride il vetro del cuore se la guardo in quest’ora di ardito stupore

la città crolla adagio

aperta in un vulcano di nebbia la città cerca adagio

si inquieta è ardito stupore dolore

due monache fumano la pipa davanti a una porta di ferro.

È guerra fra la gente. Guerra. Taci. Per un momento

ascolta. Ti ho nel cuore

marchio arroventato sulla spalla del vitello pezzato

solitario agnello

sbandato chiama le vette nelle montagne che hanno piume di neve.

GIORNO DOPO GIORNO

le occasioni mi accompagnavano

attraverso terre di verdure

 

dimenticate

di arance bruciate in vulcani affamati di cielo

lei così superba

poi mari feriti a morte da una lama di sangue.

Questo disegno del mondo futuro nel sogno notturno:

i poveri tacciono gemono imprecano lacrime amare soltanto

invocano pregano allungano mani attraverso i cartoni

ma quando la mano la mano la mano la mano

è stanca di stringere carta stringe la morte

fra bocconi di pane molliche agli uccelli stringe il coltello

non ci saranno lacrime più non sorrisi di lunghe preghiere

pietà per nessuno contro le case di vetro che l’uomo travolge.

Vedevo la fabbrica chiusa cimitero di ombreparole

il vento scuote le carte i muri spezzati

fantasmi di antiche tragedie i fuochi erano spenti.

Ascolto piangere il mondo ridere il mondo soave danzare

fra le radici che il bosco difende dal fuoco tormento senza destino

è lì che inchioda l’ascia la croce

il mio medievale aguzzino. Ho vergato la carta

sulla pagina neanche un segnale di vita

ho carpito due voci

«la porto lontano mi lega la mano mi porta

la porto lontano domani è buona la sorte

se corre lontano la morte».

Le foglie d’autunno sono di fragile amianto

il the è offerto a quest’ora la tazza

con il miele si placa. Una guerra civile.

Battaglia senza la spada.

Ogni volta che vedo la pioggia cadere sui fiori

ricordo visi che il tempo lento cancella.

Ti regalo il mio ride mia madre esultando.

Oggi a Indianapolis astuta

Nuvolari fra i tuoni di un motore infuriato

si presenta vince vola. Vecchia torre

della città emiliana dammi la pietra

domina il gesto della mia mano

torre albero vela solo per me

ma non ricavo dai fogli che la fatica d’arare

il mio destino d’attesa in un mondo di boschi e di cenere.

È incerto il destino

copre le mani di fango e orme di popoli in fuga

non lascia dormire. Straniero dammi la mano

strisciamo per terra sopra il cuore del mondo. Ancora

aspetto la voce del cane le ruote del treno la

goccia che cade sul cappello dell’uomo fuggiasco e le

foglie d’autunno.

 

Così è. Lei tace per un momento. Chiede

nel sonno sottovoce una forma di pane

prima che il sole inverno balzi su cavalli di neve.

Ma sei precipitoso a frustarli, sole mio, e a te parlo

angelo che hai visitato la luna con ali d’amianto, tu

gnomo di erbe gialle di occhi gialli socchiusi

tu nel pugno prigione nascondi solo una mosca.

Nel sonno chiede brandelli di pane da spartire col povero

leggera la farfalla contro il muro.

Sui fiumi d’Europa i cigni cantano parole sapienti

tra il fumo di fabbriche grigie distese a morire.

Feroce è la battaglia delle formiche sui tronchi anneriti.

Uomini e donne migrano in questa età matrigna

inseguite da api infuriate

da colombe pazze che urlano fino a scoppiare.

Le città sono sposate con il fuoco che dal cielo imperversa…

in Islanda andare. Vorrei andare.

Là da monte a monte non sole cala la sera

la notte bianca cammina sulle acque

e si può essere saggi appoggiando l’orecchio sul sasso senza ferirsi.

L’altro uomo solca prati di cielo pronto a partire. Incerto

il ritorno.

Dipartita pesante tornare è impossibile

difficile il viaggio. La gelida rabbia dell’uccello con il petrolio di

ali

al vento gelido grida

vola nella notte con la bava di un lungo sgomento

lo sento dalla caverna guardare la città moltamata

nessun altro dormente lo sente

spazzato via dal sonno riottoso motore del mondo.

Ero solo in quel momento solo davvero

nessun pensiero era vero ma vero

era il buon esito del giorno di festa

la neve fitta di sassi di piscio e sulla testa

gli angeli disperati a divagare

il mondo pende legato alle foglie di un albero

è il corpo dell’impiccato non ancora consumato

dall’odio di dicembre.

Ho anche sognato di vincere una Rolls-Royce

acquistando Chivas Regal

sono andata per il premio leggera leggera secondo tradizione

negli alberghi più esclusivi

su spiagge di diamanti e cime di montagne

si toccava il cielo lo succhiavo con una cannuccia di latta.

Un’epoca senza nemici non ha storia è senza

gloria non segue la violenza degli aquiloni

 

impigliati fra fili foglie alberi decapitati tralicci

o veleggiano alzando le ombre fra cattedrali seminanti tempesta

sopra rotoli di fango vicino a un mare di fuoco.

Penso agli uomini antichi che scrivevano il futuro

oggi uomini e donne approdano e scrivono lacrimanti il passato

camminano scalzi su viottoli di cenere polvere.

Chiuse le città dal grande cuore travestite da ballerine di scena

nei conventi i topi riposano in silenzio sazi di libri

vibrano le antenne su mari fiumi e ancora

montagne montagne. Altro non chiede il futuro, sperare

giovani ali oh liete avventure sorprese

oh liete nel secolo nuovo e Arlecchino vestito danzante di fiori e

colori

l’odissea dei giorni con i cammelli assetati

deserti africani sabbie mari di sole e

l’ultima spada per la terra e la guerra. Per la mano che trema.

Con la data nell’occhio

calcolo dico i pensieri

stringo in braccio la luce.

Lei giovane guarda lontano. Lontano

oltre i confini di cielo terra vedo

i cervi della sapienza involarsi.

L’irrequieto seme del mondo

non si raduna più a parlare

sottovoce da mille anni

– noi via per l’aria adesso erriamo.

Erano le favole di un focolare che ancora splendeva

a tenere accesa una candela notturna. Senza fine l’attesa.

La città mi ha preso. Mi prese così forte. Ahi! non ero morta. Era

ancora una vita vera. Cieli spenti senza misura

ciminiere immobili gridavano senza ragione ma la

violenza della città è sublime

ivi donne uomini si spengono ma risorgono ogni giorno dal sepolcro.

La città mi ha preso, urlava. Scappai dalla selva.

Oh prateria della città coperta di api morte di fuchi trionfatori di

merli trafitti da frecce di nebbia nell’aria

persone scure masticano la vita come un pane di sasso

bagnato nel vino rosso. Era

grande mistero.

Sedeva la guerra per terra

seminava morte nel mondo guerriero

signora bella spegneva soffiando la vita

soffiando la morte la vita esaltava.

Il vino bagnava il pane ed era nero.

Là dove stanno i morti senza il pensiero della vita

sono posti scomodi. Per lo più.

 

C’è sempre la campagna (dicono) vicino a un odore forte di fiori

bagnati con i colori

della giovinezza che non finisce mai. Ma sono dolori.

No, sta a sentire. Non

mi contenti con le

parole.

Arrivano da molto lontano

i visi degli uomini perduti

delle donne dimenticate.

È l’ora del giorno di un riposo profondo

stridono le porte arrugginite

s’aprono finestre in case bombardate. Case dimenticate ab-

bandonate.

Cos’è questo mondo

questo ilare mondo

che si scompone facendo le guerre

nel mare delle parole?

E se cammini se lo cammini adagio in tondo

non appare non arriva così rugoso mai alla fine?

Il drago fa furibonda la città e

sputa fuoco.

Gonfia di perle la città sventola bandiere.

Più rapace del falco è nera (benché lucente).

Più assorta della colomba sul filo teso

è bianca.

Pallida lustra d’acqua divaga nella notte emerge nel giorno

è l’alba

verde infine d’alghe marcite fra le pietre e

comincia a vivere urlando pazza di nuova vergogna.

Ma

nessuno è come lei quando tende la mano per

cercare consolazione. La città dove vivevo deve vivere.

Oggi scopro che il disordine

è la regola e l’ordine una eccezione

nella città mai dimenticata. Ah città mia

indice della mia vita casa della mia casa.

Le torri fioriscono sulla pianura prendono fuoco.

Io in mezzo agli astri sempre benvoluti

vedo le città della terra

ardere. Vedo la terra bruciare fra le braccia di guerrieri stranieri.

Bruciano le biblioteche severe i libri piangono.

Mani allungate rubano rosse auto veloci barche d’altura.

Mettiamo la Russia

mettiamo la Merica

sono fiumi sconvolti dall’acqua che non dorme mai.

 

Nelle pianure dell’Asia cavalli veloci

polvere polvere polvere sulla città di New York

sangue nel cielo di Berlino di Roma

città dove annegano pesci in un mare d’acciaio

la città è la città nessuno la bacia

ha le sue rapide luci feroci furori

all’improvviso è buio

la terra con un urlo può finire sulle mie spalle.

Questi cieli questi cieli questi cieli

senza un confine di Germania o Russia

nubi nere rosse svanenti sulla pianura padana

nubi ali nubi piccioni nubi storni con piccoli occhi di pianto

nubi italiane.

Le cose che non hanno peso

non volano. O volano nella sorpresa generale.

La leggerezza del niente ha conquistato la terra

l’invade con parole

e la donna arrivata alla sera vomita rose

vomita rospi

vomita serpi nella caverna senza nome e

ormai senza speranza (così pare). Senza speranza più?

Vomita rospi quando la notte naufragio di astri caduti

sente il rumore dei treni lontani

è luce un solo momento

penso alla vita legata perduta

compagna al mio grillo al mio rospo al mio topo alla

mia tiepida formica

e la donna vomita rose fra i serpi.

Qua nel bosco le voci di una città vicina

alberi parlano strisciano parole

sul muro di terra segno la curva del tempo come una croce

veloce la luce avvampa penso alla vita perduta.

Foglie d’autunno leggere piume divine nei parchi di Mosca

mi hai tradito patria mia

sono qua nello spazio nero di vita e senza la voce

pellegrino perduto sulla sabbia del deserto di stelle

fra le stelle l’uomo vive senza sonno e dice

ciò che è lasciato non è mai dimenticato

l’ordine dei giorni la sosta nella casa patema

quando in silenzio cala l’inverno con la mano aperta sui campi.

Il mio cuore nella paura del viaggio non aveva mai fine.

Oggi

chi riconosce senza sospetto

il dolore che scende dal treno vestito di nero

e affila l’occhio e raccoglie il giorno dall’ombra

ascolta il suono della tromba nella pianura bianca solitaria

 

sul quaderno delle miserie

scrivo le vicende di questi anni che non conosciamo.

Fossili. Cupi fuochi. La sera

ride sul fiume del tempo. Da riva a riva

orizzonte di pietre

campi polvere fiori di marmo. La roccia

è pane è miele per il falco pellegrino.

Correva fuggiasco l’uomo correva correva è arrivato

alla fine del giorno

vola sopra le città non può fermare la luce

questo sole di ferro fa scendere il futuro a precipizio.

Frammenti di latta

l’orma di un piede nel mare di fango ma tu come

vivi?

Tu come vivi? Aspetta.

“La casa è così lontana oh! meravigliosa casa”.

“Le armi atomiche sono sconfinata brama di potere”.

C’è un coyote addormentato in mezzo alla strada.

“Era come una vera e propria droga raccontava vicino

all’orecchio l’amico

ero come drogato.

L’idea di poter immaginare sempre nuove armi”.

Costruirle.

“Di notte facevo sogni a base di esplosioni atomiche”.

Secolo coperto di sangue come una montagna

di neve.

 

Allora alziamo una foresta di mani

in questa sera di ombre

anche i lupi devono avere paura.

Case ardere sulle foglie senza consolazione.

La terra in braccio a questo scrosciare di foglie.

Prima dell’alba impiccati donne squarciate.

Polvere nei capelli degli occhi le bambine

piedini di panna paura abbandonate nel gorgo.

Gli alberi. Ragni. Erbe. Macerie. Penne di uccelli inseguiti

la notte è l’inverno d’inferno.

Tutti dicono “il dito di dio come comandava”. Lontano

la pianura piega una palla di fuoco

il leone accarezza con la lingua una gazzella addormentata.

In solitudine la natura si esalta.

Dov’è la vita dell’uomo?

Nessuno dovrà dimenticare come si muovono le cose verso

i confini del mondo.

Eh, sì, c’era un coyote addormentato sull’asfalto.

886 esplosioni sotterranee hanno lasciato sulla pelle del deserto

crateri vasti come interi quartieri di città

e 4500 chilometri quadrati non più abitabili

almeno per anni cinquemila.

La Russia chi la riconosce più? chi più ricorda

la freccia nel fianco della bambina fuggente

dalla nuvola bianca nel cielo verdeazzurro? Le notti

rosse di neve a Stalingrado?

L’Europa stringeva le mani sul collo di vecchi nemici

mentre Faeyberg massacrava Cassino

e corpi ardenti di strade camminavano sempre senza destino.

Poi l’oblio delle cose accadute in quel particolare momento.

Meravigliosa cosa è non cedere alla meraviglia

di una libertà perigliosa. Grande era l’esultanza

delle vicende accadute in quel particolare momento

ma per non dannarsi la coscienza

si cercava di fare senza

dell’automobile, dei suoni musicali, dei nuovi vestiti, di

creme di pane di libri. O di fiori.

Era tutto un correre gridare scalciare ballare e astratti furori.

Per terra: un foglio stracciato brandelli di disperata scrittura

la sigaretta che brucia ancora accesa

il randagio impaurito fradicio inseguito.

Quella sera sono accaduti eventi da fine del mondo.

La donna vecchia sale oh sale le scale canta

contro la luna – un

animale di antichi tempi sulle tegole guarda

brillano i fuochi degli occhi guarda

 

precipita il fumo sulla città poco tranquilla

la città divincola voci segnate dal ferro degli anni

non trattiene nessuno

la luce fugge e nel cielo tutto il cielo è stellato

CHI ARRIVA LA PRIMA VOLTA

in una città

sa bene (forse) cosa ha lasciato

ma non sa

che cosa troverà. Una certezza muore.

Entrare in una città la prima volta

è come entrare nella vita

lasciando la tradizione

della solitudine. Nessuno si commuove.

Gli alberi del viale portano alla luna dimezzata

453 modelli di auto nelle città del mondo

una catena di montaggio può produrre

sessanta macchine all’ora

in america quarantamila macchine nascono ogni giorno

corrono per gridare ridono consumano fumo

brillano con i giovani gangsters vicino alle colonne

della chiesa.

Un’ora di pazienza d’amore corre sopra la spalla.

L’acqua del fiume non ha la pazienza d’aspettare e guardare.

Fermo davanti allo specchio

il brivido dell’attesa mi sorprende se guardo la

luce del delirio nella vetrina circondata da fiori.

Una pioggia di parole dà ombre all’angoscia.

Quanta neve cadeva intanto sento le voci

fèrmati, dico, adesso ti chiamo

sento il tonfo della vanga e della colomba colpita dal fucile

sento il passo di gente in fuga

dalla città alla campagna.

Vivo con tre catene al collo topi biscie vivo

odoro l’uva appena raccolta da lontano.

Così era l’inferno di Cassino nel rombo del sogno più fondo.

Vorrei che lo provassero i miei nemici

il tormento dello stesso dolore

coltello gelato sul cuore

silenzio di neve nera la casa bianca di rosso dolore.

Radici formiche inferno di nuvole nebbia

meglio sarebbe fuggire anche se il mare è infuriato

e

se alcuno mi domanderae

perché (T) introe nela nave, io

diroe ch’egli v’introe più per

intendimento di morire che di

guerire

anch’io sono sfiorata dai venti di una carezza di morte.

L’anno ’48 le bandiere soffiavano da calanchi di un

silenzio strano. Era strano quel silenzio

 

il fiume delle acque incute rispetto

è un cielo di tempeste questo cielo irrequieto

lui che tocca le ossa dei compagni morti con le mani

e nuove foreste che

bruciano poi ma gli occhi non vedono

parole corrono via solo il silenzio e lì consumato ferito.

In quel momento si nasce. Anch’io

in quel preciso momento. Non

è l’alba

il giorno insegue e striscia.

In quel momento

i generali cuori di vetro testa

lingue di legno testa di cristallo guardano

i soldati fuggire fumando. E dopo tanto volare

e partire arrivare

le strade le piazze del cielo sono deserte

nessuno chiama la terra

l’uomo aspetta altro partire altro arrivare altro gridare e di

nuovo partire.

Ho aspettato l’arrivo delle rondini da un’Africa che

non si vede ancora fra polvere di sole distrutta

ma questa sarà un’estate di misteri

uccelli bianchi cupi divagano

sopra i castagni della città

gridano sopra le ombre medievali. I cuori sono neri.

Quando i carri tedeschi correvano la neve della prateria di russia

quando corrono ancora il sole della pianura padana e

inseguono la luce fra i campi seminando la morte e

la canapa si piega perché sangue di un uomo giovane muore

esultando

quando la città di Colonia geme come la nave di legno stretta

dai ghiacci e

da lì nessuno si muove mentre altra città distrutta almeno

gridava

beh! ai miei tempi

avevamo poco pane delle idee

fra i banchi di scuola ma

se perdi la terra dove la vita si salva

dove la terra

ritrovi?

Nella prima morte del giorno ritrovo la strada o

nella vita ritrovo la terra perduta

ma forse mai più la conquista è dispersa la inseguo

percuote lo spazio si svolge

sazia di tempo sazia di invecchiare.

Sono precluse a noi le notti senza quegli astri della memoria

senza misura nelle notti di nebbia

quando le folaghe si perdono senza luce negli occhi

e gli uomini intorno a un fuoco raccontano le storie

nessuno imbroglia il passato la meraviglia paziente di ognuno

giovani donne piangono raccontano il loro destino.

Le oscure cose vedo penso temo. E affronto.

Ma io che qui divago in cieli smisurati e sono perduto

navigare sanza tiro d’ostra ver’ la Gioiosa Garda tu mi vedi

come un lupo impazzito

così mi perdo dietro lucciole spente disperse nella città

così ritrovo il sentimento della

solitudine e

della morte leggera

il fischio del treno lontano

il rumore dell’acqua improvvisa una ferita di mille anni

la polvere verde brucia i fogli le orme

Eh! non ci avranno

no non avranno fra i denti le ossa da frantumare

non le ossa da spolpare gettare nella

nebbia d’inverno nostra è l’ultima parola

la consegneremo noi ai cani con le nostre ossa da mordere in

una domenica di festa in onore di un santo guerriero.

Sotto i ponti annidati

sotto i ponti sotto gli archi diruti in compagnia della morte

vicino alle mani il lungo futuro dei secoli che sbattono la porta

cercare parole nel giorno del sole che tarda a venire

quando il falco afferra fra i sassi agnelli scampati al diluvio.

Il topo non mi riconosceva

dopo avere lungamente parlato –

le favole nere della vita

si corrompevano in vento

il piede del vento era freddo – così lontana

la vecchiaia che esce urlando dalle finestre e si frantuma

al suolo e

nessuno l’ascolta

il vento era freddo

 

il travaglio delle armi si confondeva col gelo

la guerra che c’è

non muore mai la guerra non muore

ma quando Gagarin è scomparso fra nubi di nubi

ero giovane giovane ero e nessuno sapeva

se lo spazio del cielo era vero o solo cristallo appannato del

cuore pensieri

ma quando da spazio a spazio si tenderanno le mani

e uomini strani diranno strane parole arrivando fra noi…

mi riferisco alla grandezza levigata dei cieli

da mondo a mondo

al percorso dei fiumi che vanno come uomini vecchi a morire in un

mare

inseguendo confini di terre appena sfiorate

ascoltando la luce battere colpi e grida amare lanciare per aprire

la notte.

Il topo mi riconosce ancora e io gli parlo a quel topo

siamo andati qua siamo andati là vagando insieme nell’infinito dei

sogni

il circolo era completo per una fantasia

neanche un uomo non una donna era restata viva nel terremoto di

onde

in quell’inferno senza frontiere e allora

nessuno sapeva gridare alla vita.

La vita era stata gridata.

Mi sono invecchiata io

tempestando sui nastri io

e così suonavo l’arpicordo io

come fosse un aquilone sperduto fra nubi veloci

aquilone appoggiato all’orizzonte

che stampava il fuoco lontano di un dio degli abissi.

Nero signore della notte.

Nessuno suonava a mezzogiorno nel paese fra i monti

ragazze stringevano in mano piccole bandiere

per salutare partenza di navi dentro la nebbia.

Era la casa mia la più bella casa foresta. Casa mare. Casa di luna.

Topo te la racconto. Non era casa

dei desideri

non la casa dei pensieri grigi pensieri sabbia di nebbia

lei distesa nella pianura non ha compagnia

la casa era di alberi vecchi e nuove voci preziose.

Qui seppellita ma quanti con me seppelliti

non solo il topo ma il ghiro la lucertola astuta

la faina che sfiora le luci dell’alba cercandola con la coda

non solo il gatto impaurito ma i morti sperduti fra i morti

perché la terra è percorsa dal rullare del tempo nelle pianure

dell’anima.

Sono molto solitario. Cammino per viottoli oscuri

ma anche per città percosse dai piedi deformi

di un elefante in fuga incalzato dai leoni. O da te topo

che non dai tregua.

Topi che tramano inseguono e hanno il pelo bianco di una rosa

sognata.

Lassù nuvole erte di sole ma come parla grida la terra.

Io, solo, pellegrino nel bosco del cielo

è presto sera è subito notte

qua l’infinito del cielo non ha confini alla notte e

cerca altro cielo perduto disperso.

Così si contendono i confini della vita e non lasciano tregua

lungamente sono rimasto in attesa

con gli occhi dei miei cento pugnali li strisciavo sul ghiaccio

a morte il cielo ferivo.

Qua sulle mie mani di sangue via via si raccoglievano le storie

presenti

soffiando la polvere

ecco cenere accesa sugli occhi dei giovani morenti

dei vecchi dimenticati accatastati

al bordo del campo prima del bosco e addio.

Le rotolanti sfere.

Vola tutto quassù leggero è leggero

nebbia fra le dita di polvere d’oro

pianure di silenzio il silenzio è laggiù leggero

ironia della terra che si consuma ridendo

un io che gira vestito da contadino

un io che si compiace

un io che raccoglie foglie e li porta in paese

un io che perde poi insegue infine ritrova orme perdute

là dove il cielo lo sfiori sembra infinito

un io che si quieta quando (la sera è venuta) si parte trascinati da

fuoco e uno è perduto alla terra e ti urla all’orecchio il

terrore del grave silenzio –

la terra si scompone e compone

fiumi consumati dall’odio dispersi sotto i deserti

denti di mille anni bianchi nel desiderio

in tombe scoperte dentro la sabbia deserta

nelle città le bandiere esultano per la furia d’amore.

L’orizzonte è un uragano

l’esplosione atomica i coralli del fumo si aprono in fretta

montagne del cielo con nuvole sparse divine

un silenzio in attesa

con stupefazione l’occhio beve la schiuma dell’onda

nessuna voce è in agguato

nel primo giorno del mondo. La città si accascia sotto la polvere

immane.

La grande sete verrà a sconfiggere l’uomo

nelle sue nuove rovine.

Ma perché guardo la terra e non mi riconosco e

spero di essere dimenticato per salvarmi da solo

ruotando in questo delirio di silenzio?

Perché non ho altri occhi che i miei occhi

per guardare l’ombra della terra

dentro i miei occhi?

Resta lì dove sei oh mia mente oh mio cuore

non lasciarti turbare dalla volpe che alza il suo grido di guerra

Hitler era un cattivo bambino

i calzoncini al ginocchio

baffetti da cherubino mentre

non ho molte frecce al mio arco

non un glorioso passato

solo il presente e mi manca il futuro.

Porto una candela fra i monti

la riparo con la mano

se alzo la testa vedo segnali di luci di pallide lune di

strade che affondano fra i cespugli del cielo

ah casa della mia casa ti amo per le finestre lucenti

dai vetri verdi la neve cadere

brividi fra i capelli di una madre al balcone.

Bruciano le biblioteche in questa età della vita

i fogli fuggono il lamento del fuoco

la pagina chiama la pagina adagio si svolge poi fugge

lontano riempita di segni.

Non mi quieto e se il mondo vuole quietarsi

al suono di trombe risveglio i miei morti*

 

 

 

* con riferimento a questo testo dal fiato interminabile, al momento direi di sentirmi come mi fossi buttato a fiume (non con il proposito di suicidio, però); un fiume abbastanza rabbioso che transita non troppo lontano dagli occhi; e di essermi buttato tutto vestito; e di sentirmi trascinato via dall’acqua che ha il suo impeto ma, da parte mia, senza palpiti di paura. Un po’ come il Piccio pittore, che invece si buttava dentro nudo per scrollarsi dalla calura e si lasciava portare adagio riparandosi dal sole con un ombrello, abbandonandosi intanto a un sonno lieto e tranquillo sul fior delle onde. Così, un giorno, nel fiume Po scomparve, annegando credo io senza dolore. Per me, più modestamente, a tutt’ora, è come essere (e in qualche modo sentirmi) un tronco sradicato d’albero dentro a quest’acqua; simile al tronco anche nel grigiore cupo, bagnato, che non concede sprazzi di luce. Consentendomi anche senza scrupoli, per quanto si riferisce alla stesura, di essere denso, molto o troppo denso e contratto. Confuso anche, con preoccupazione? Intanto, fra mulinare di acque e certamente senza ombrello ristoratore, siamo scivolati verso la foce. Ma non ancora alla foce. Soprattutto, quale foce? Per me è molto simile al momento di sospensione che sopravviene quando ci si ritrova, dopo un peregrinare con affanno, nell’obbligo di rovesciarsi in mare aperto, dove l’acqua di ogni fiume, e anche di questo mio fiume va a finire spesso, oppure inevitabilmente, tumultuando. Voglio, insomma, dire che la parte del testo qua presentato non è ancora la conclusione. Ripeterò per scrupolo che i monologhi dei due protagonisti sul precipitare di eventi avvenimenti ricordi furori dolori mai neanche una volta si scontrano o si incrociano. Ciascuno come incatenato a un destino furente. Sempre, se uno dice l’altro è come reclino (ma non spento) dentro all’armatura di uno strazio che si teme senza futuro. Il destino scivola come una slavina verso la morte semplicemente mostruosa della signora innocente e derelitta; e verso l’allucinato vorticare dell’astronauta sovietico, camminatore solitario dello spazio. E tutto il dire fare temere sperare vivere morire va a perdersi, a disperdersi direi, fra le parole vere già dette, le ombre, le grida, i comandi degli astronauti d’america e russia che per primi salirono la scala del cielo, spesso precipitando senza salvezza. Una sorta di antichissime olimpiadi nello spazio, con la celebrazione, per vittoria o morte, di parole emozionanti. Tutto dunque, ripeto, è come disperso nella vorticosa solitudine dei cieli, che attendono solo, con un brivido, l’arrivo in massa dei pellegrini della terra, nei secoli futuri. Per dar respiro un poco a questo nostro pianeta amato e affaticato. Che adesso impietosamente stiamo, io tu lui, depredando. Ripeto: senza pietà e discernimento. Ma il testo timidamente e pazientemente racconta, ha raccontato; è fermo al suo posto; non pronuncia voti, non stabilisce ammende, non giudica. Ha ascoltato e temuto. Tutt’ora teme. Ma vuol conservare, se è permesso, un suo modesto coraggio. Che è merito dovuto da ognuno, non certo un merito grande…

……………………………..

i vetri rotti le serrande spezzate

lunghi silenzi nelle stanze abbandonate

la polvere sui libri

dio sembra un uomo

forse dimenticato nell’abisso del cielo.

Resta lì dove sei

schiavo d’amore furibondo scrutatore del dubbio

leone trafitto da un dardo

lieve piangente. Con la punta avvelenata.

Passerà l’estate

dopo l’inverno la primavera è sempre più lontana.

Ripartire. Inseguire le ore l’orma desiderata.

Addio terra in tuta d’amianto fra il fuoco per sempre lì vincolata

ristretta fra canapi

come il pellegrino di foreste nel sud

amico del leone

fra le foglie ferito a morte dal silenzio.

Se urlo a me solo rispondo. Se chiamo mi trovo fra spettri

ombre della terra

l’urlo è il mio urlo è il porto mai più ritrovato

l’oblio ricade sulle spalle dei portatori di pianto.

Vedo la morte del mondo ruotare sul mondo

ma dove sono dov’ero?

Ti parlo teatro del mondo terra nel silenzio dei mondi incrociati

ti prego non rispondere parole

guardo osservo le mani aperte sopra molte ferite

occhi aperti chiusi per non vedere la

luce negli occhi chiusi aperti degli uomini bambini

per ascoltare la voce di chi è muto fra i muti

– la speranza lenta s’invola

dagli occhi che cercano segni di ferro sui monti dell’alba.

Gli uomini bruciano i libri

il legno delle parole nel fuoco

le fiamme impietose

le biblioteche alzano travi di fumo per mille chilometri.

Un uomo corre scalzo sulle rive del cielo ritrova le ali.

E lei? È viva nella terra sepolta.

Nello spazio senza il pane senz’acqua

lei vedo te vedo

vedo il topo nella foresta

tra le foglie di perla trionfare

 

esultare esitare nel pericolo delle ultime sere

quando accendono i fuochi

e lui resta incorrotto e solo signore del silenzio.

La terra ha lunghi fiumi leggeri come anelli

le vette dei monti percorsi dalla paura dei pensieri trascinati

dall’alba

la terra fa guerra alla terra e la consuma.

La luna del fosso

nella notte d’agosto bianca per la luce dei fari

donne fra i piedi del sole

fra lucciole solitarie dannate smarrita sperduta è la vita.

È la rotante novità della terra che stringo fra i denti

assisa come il pavone dell’antica novella fra le spade

di uomini guerrieri e cavalli

toglie il sonno a donne lungimiranti

poi si quieta sul dito di uno strano bambino che corre verso una casa.

Ultimo tentativo domani l’aggancio della speranza in orbita.

Perduta la rabbia nello spazio lei vedo te vedo

intravedo il leone in una giungla di parole spezzate

la pantera nera l’asino che scalcia

le cataste di auto devastate colorate che gridano

mentre cala una sera lenta a disperdere mirtilli

sopra le mani di vecchie donne sotto un lampione

la luna non ha colore

quanto lontana è la vecchiaia che inganna

quanto vicina è la morte così concreta uguale

al bicchiere lasciato cadere per terra.

E noi viviamo

cavalchiamo le onde del tempo siamo immortali

scimmie elefanti uomini nella nuova foresta

tempesta di foglie di suoni di lampi caduti in terra per sempre.

Ruvida la casa pungeva come la rosa pellegrina che

alla notte non si sfoglia non si inchina

e quando splende suona risuona è un concerto di antiche campane per

una sposa bambina

che non si lascia gelare dalla nostalgia nell’albeggiare

ma corre sul prato a guardare il jet che esplode disintegrato in

volo

jet bianco che si schianta al suolo

un farsi disfarsi di brividi in mezzo al vecchio cielo paradiso. Poi

tutto bruciare urlare paura niente più aspettare.

Così la desolazione del campo di battaglia nel silenzio gelato.

Le sventure non arrivano sole, mare montagne tempeste le inseguono

in terra straniera in oceano sozzo profondo

gli anni si inseguono sono lepri braccate dalla furia di cani

tregua non danno non chiedono tregua per azzannare.

Ti saluto allora tu che hai il beneficio della porta sempre aperta per

guardare

occhi di pantera distrutta dalla corsa dalla fame

nella radura dove la polvere gialla dorme in attesa.

 

Tu

quiètati nel respiro degli aceri da poco addormentati

approda rotola rotola rotola

nella terra mia

casa mia chiave perduta

casa sommersa dal maestrale sostenuta nel gelo

di inverni precipitati dal riso di un piccolo arlecchino e

ti vedo ora riconquistata dai secoli sporca di fango

la mia voce corre per cercarti.

Tutti sono uguali a tutti ognuno somigliava a se stesso

era l’immagine dell’altro

nessuno può pronunciare un nome seguire una strada

senza il suono della tromba amica

senza il piano superbo che Gould eleva a monumento.

L’ora dei neri tizzoni scivolava tra i tronchi di legna bagnata

la nebbia padana castigava la luce la luce

nessun’ombra sull’asfalto di uomini

in fuga alla fine del giorno correvano

per la scommessa tendevano la mano

imprigionavano il fuoco dell’orizzonte che si nascondeva.

Inatteso mai visto

il fungo ventritre secondi prima a Hiroshima

lì era nebbia poi luna poi sole poi nebbia poi gelo di neve

vicino alla casa

il cardellino inseguiva le mosche

sulle labbra di un bambino.

Altra parte del mondo. Il ragazzino Enola Gay.

Il ragazzino Enola Gay fra le nuvole sfuggito alla mamma

con l’acquarello dipinge il cielo di rosso

lo dipinge di bianco di rosa

lo dipinge di verde

un fiore sbocciato nell’aria delizia di vento è

uccello di morte. Il ragazzino Enola Gay

stringe la cloche polvere calda pioveva

dalla farfalla di lega leggera

il dono era a tutti sconosciuto

cresceva cresceva il fumo la nebbia annegava l’azzurra impa-

zienza di dio

sole fumo la nebbia del cielo rosso di cuore

nuvole erano nubi nere erano bianche e fuoco di montagna.

Sono qua nella caverna del niente

a te penso, Che, dalla buona vita

dalle parole pulite dalla mano ardita.

Non ha avuto paura della guerra la mia casa

(non) del fuoco tenero delle bombe

che cercano la terra per dormire

non delle ombre poco conosciute non dei riti della neve quando

scende non si ferma

la neve ha le ali delle galline fuggite sui rami

gli occhi di pietra delle rane nei fossi.

 

Tutto si toccava con le dita

anche vivere anche morire (palpare la morte)

anche lacrime anche il riso a sospirare.

La sorpresa dei piccoli topi impauriti.

Padre madre? Riposate? Vivete? Vi cerco vi uccido.

È vostro questo rompersi del cielo precipitare di vento questo

lied della pioggia che ascolta nitrire un cavallo nel

campo senza padrone.

Sarà mai capace di tacere

lui così vecchio e solo sempre impaziente

per il gregge disperso?

Era uno che non voleva morire ma in guerra si può?

Così viveva male vecchio e solitario da ricordare rincorrere

quasi piangendo i fulmini e la luna

per dirupi di lava calanchi bocche di vulcani italiani

disperso e molto triste giorno dopo giorno

invincibile nella sua armatura di antiche parole di sabbia

giorno dopo giorno sempre era l’ultimo giorno e pieno

di uno strazio malediceva la sorte amava la vita.

Non era male da vecchio quando

sorrideva. Anzi

stendeva la mano senza tremare. Era un vecchio. Un

tempo è passato. E

imbucato alla fine del millennio

è l’eremita nella sua caverna nei monti della Laga

l’eremita pazzo e senza lume nella notte che stride

l’eremita nello schianto della folgore sul masso

l’eremita nella nebbia

annaspa si chiama per ascoltarsi morire.

Null’altro sa ormai se non il solitario grido del tordo sperduto

o dello storno quando s’invola precipite per sfuggire il fucile

i tordi sono depredati dal fumo dei pozzi incendiati

e tu resti lì fermo per ricevere il fiato di una piccola voce?

Io dice sono il primo Ulisse mai uscito dal libro

divago fra mari di stelle e

addio secolo senza nemmeno un fiore

solo il furore degli uomini degli astri caduti nel mare

ti ha più volte ferito

e dentro di te la notte.

Ma voi

aspettatemi

voi che secoli e secoli…

voi che avete perduto la paura della vertiginosa corsa sul mondo

vertigine quieta sulla minuscola terra

voi…

e io che divago sulle

onde

senza ascoltare le voci la voce

né suono

ascolto remare la barca nella solitudine di uno

spazio

che non finisce mai.

Senza lumi senza segnali e voci di uomini grida

di donne dai corti capelli

seduto sul mondo racconto le storie del mondo

la terra è una ruota si svolge stridendo

i monti schiacciati sono formiche impaurite

ho strane sensazioni

sospeso nello spazio l’occhio accecato

da una luce senza sole

sfioro la terra un tempo padrona del mondo.

Tutto si fa anche oggi e oggi ancora si fa

ma domani in una città che corre stravolta da bombe

un soldato sotto la pioggia ha il fucile bagnato.

Mi consegno all’estate all’inverno all’autunno scomparso a una spe-

ranza mi affido

frantumo fiori che seguono funerali pagani

tocco la mia ombra nell’ora del riposo

i treni non arrivano mai non partono mai

si perdono nella polvere di gallerie senza fine, non chiedono aiuto.

Guardo ancora la terra la

cerco per questo perduto mi sento perduto squarciato da angoscia

avvilente. Forse per sempre. Perduto.

Spazio senza lacrime in una foresta di stelle di luci senza voce.

Saremo presto come Giorgia tutti come lei dice d’essere

mormora l’uomo con il bastone di ferro in mano

scarpe infangate ha l’uomo

viene da lontano non ha bisogno di consigli. Il mio nome?

Ha importanza? Meglio se

almeno più cortese

mi offre la sigaretta

mi infiamma con l’accendino d’oro

per soffiare fumo sopra la montagna del mare

dove siede un vulcano che guarda cupo in attesa.

Chi dorme fra gli uomini

può sognare tre volte un sonno uguale

mai stanco di sognare

precipitare

non rassegnarsi di cadere al suolo fra nembi

cadere è una vicenda più volte ripetuta ma questo è un volo

per un uomo solo

per una volta sola

un uomo che vola

così finisce il viaggio? ma

il viaggio non è ancora compiuto

……………………………………………..

il viaggio è cercare un tramonto o l’alba con la mano

è lungo il viaggio andare tornare

il viaggio deve ancora approdare finire e

compiere la meraviglia il

mare era silenzioso come la morte…

ma la morte fuggiva al

sopraggiungere del

guerriero….

…………………..

 

Dall’isola felice arrivano profumi d’Arabia

dolci di miele mandorle teneri cuori di erbe

sapore di rosmarino in un vento portato dai capperi

le ali delle farfalle divagano nella luce di mezzanotte.

Potrei anche imbarbarire guardando la formica appannata

il topo divulgatore di favole ardite

l’ombra dell’airone che ha perso la strada e chiama

in una tempesta di sabbia.

La mia casa è là dove uno deve sognando restare

o partendo lui povero

è là che deve tornare

dopo una vita perduta correndo sul filo del mare.

Naviga naviga naviga navigatore di onde

ritorna parti ritorna naviga sul legno macerato dal sale

sotto una vela inzuppata dal sangue di una balena arpionata

lancia altrove le monete che odorano di tristissimo oro

nessuna notte calerà sulla mano stanca di remi.

Vedi che l’onore del verde è solo un piccolo onore

il verde com’era un tempo altro non era il verde

compagno di ogni avventura e della luce sperduta nel silenzio vagante

senza traccia lasciare o impronta contro il muro del pianto

fuggiremo a piedi sui monti per ritrovare l’arco dell’onore

delle campagne distrutte e dei dialetti irsuti scagliati nei laghi

accendendo fuochi dentro la nebbia

seguire almeno una traccia del cinghiale nei tempi di caccia.

 

Evento eccezionale la mancanza di uccelli in questi cieli

sperduti

neanche una piuma vola nel buio d’attesa.

È l’inizio di un secolo

gli uomini non ancora muti ma ciechi oramai

cavalcano ombre sul ghiaccio nel silenzio di un inverno in arrivo.

Crudo. È arrivato.

Il ragno diventò un nano di quattro colori

la luna broda da circo per l’elefante in amore

la città con le sue pietre dedicate al nevischio e all’affanno

si offriva talvolta sull’altare del fuoco. Per amore.

Non si contavano i giorni erano gli anni a pesare

serpi striscianti sulla pelle del mondo

in una polvere d’oro.

Poco si poteva fare

nella foresta dei segni

con nostalgia di un paradiso perduto. Ah, il mare!

Essere vaganti in cielo essere peregrini in terra o

dentro la terra affondare sotto il suo cuore di ghiaccio

con la paura di non essere salvato. Un’angoscia sublime.

Ho rifatto la strada senza ritrovare le orme

le orme di ferro il cavallo screziato

pascolava fra meloni gialli non fra l’erba rovente

– un vento radeva la sabbia alzava polvere grigia

cancellava i passi degli uomini senza barba e con gli occhi sbarrati

la luna si doleva con sospiri nel silenzio del bosco.

La storia, la casa, famiglia, ricordi; era andato distrutto

il destino viandante su un’autostrada di marmo

la speranza era un filo nel sogno

ma l’inverno è crudele. È crudele l’inverno e

 

la terra è schiacciata prende la mano la morde.

(Guardate antiche montagne che attendono il capestro).

Balene corrono a riva lasciano un fiume di sangue.

Ricompenso con alcune parole l’attesa degli amici.

Ho il mio Goethe miniato vicino al cuscino di stracci

un piccolo topo è fermo sorpreso dal sole e dal volto

di un vecchio signore che aspetta il cavallo

bardato di lacca.

 

Una battaglia era appesa a un chiodo nella litografia di Daumier

tutte le cose accadono poi si ripetono nel brusio delle spade.

Dieci ombre di uomini un’unica voce o una morte crudele

getta correndo sul deserto di sabbia.

Non riconosco altro dio che questo silenzio che grida e travolge

come il miele sceso da un tronco lasciato

nel vento del nord e accarezzato dall’orso

mentre calo gli occhi sulla ghiaia di questo percorso di guerra.

 

Non disturbo il sonno dei popoli

Imballati nel ghiaccio dell’indifferenza affamata.

Senza il risveglio di uccelli che hanno perso le ali,

ho perduto memoria della felicità.

Schiavo nel volo da confine a confine

l’uomo non aiuta l’amico

nessuno aiuto ha l’uomo da una sapienza senza parole

che risale stanca dalla notte dei tempi.

Ti trasmetto allora segnali col fumo nella pianura che avvampa.

Gli occhi di una ragazza sono altri segnali nelle prime voci dell’

alba

le regalo la rosa del mio forte rancore

mi raccoglie la rosa della sua felicità.

La foglia cade. È il preavviso di un viaggio per mare.

Allora la mia gioventù si disponeva a tornare

ferita da mille formiche guerriere

mentre i giorni quasi volavano parlavano.

Distrutti i paesi lungo la via consolare

rovina di case le rive dei fiumi le dighe le torri le ossa

che alle volte ridevano.

Luci in un mondo avaro di luci.

Nella violenza di un cuore violento

neanche una nave di legno alzerebbe le vele

ma l’imbianchino pazzo in attesa

ancora ha l’orecchio appoggiato sul nudo petto del mondo.

Dove andare – domanda – dove andare con

le mie braccia di ferro dove andrò con la polvere

in un viaggio intorno al mondo sporco di luce?

 

fra vampate di sole fuoco da troppi fucili

elicotteri che si inerpicano sulle montagne del cielo e

cadono con picchiate vertiginose

paesi dimenticati dalla lebbra del tempo in grotte

inaccessibili

città si esaltano ridendo per un futuro che arriva fulminando.

 

Dove, anima belluccia di vita dopo lunga censura

per l’autostrada percorsa da pecore transumanti impazzite

ambulacri di sangue giovane a favore di un dio senza memoria

dove andrò

andare andiamo

se ogni voce è voce che risponde a una voce?

Dove andiamo

se l’ultimo campo fiorisce rose di filo spinato?

Andare con le mani di lei blonde nella mano

passi minuti polvere l’orma dei passi

verso l’ombra dell’ape contro il pioppo che dorme.

Seguiranno altri giorni per loro nella favola di albe di sere

squarci di tramonti neri di soli e canzoni

misericordi pazienti. Dove?

Attenti a parlare ascoltare anche a cantare ma io

chiamato in caverna dalla pazienza vecchia del mondo…

La terra è una vacca ubriaca di sale di miele

si completa si squarcia si evolve

ascolta crocchiare i cannoni le foglie d’autunno sui rami

contempla il danno si adegua alla gravità dell’evento

difende l’ultimo fuoco l’ultimo ghiaccio l’ultimo grido

d’amore.

Ma io non ero ancora nato io e

il linguaggio correva via con le gambe di vetro

gridavo al topo: dove sei? Aspettami! Diventa un re!

non ripartire al segno della piccola luna

lasciando me nell’ombra di una terra immortale.

Tutto l’inverno ho navigato nello spazio

è venuta primavera piena di selve

continuo il mio viaggio sulla nave che

dalla luce conduce alla luce

dalla luce come una piuma mi scarica alla notte

sono un vagone disperso in una stazione di frontiera in Patagonia ma

non posso lamentarmi perché sono solo – ero

nello spazio che non ha voce

e tacevo

percosso dal peregrinare degli astri coi piedi di velluto e

il loro percorso di guerra è vicino alla schiena di dio fra

nuvole irate.

Ascoltate! Ascoltiamo. Il loro tamburo. Combattete

gentiluomini di Russia questa ultima battaglia

meglio morire sul campo che andare erranti incalzando una gloria

che la vita rende arlecchina. Ascoltate!

Sproniamo i cavalli del cielo cavalchiamo nel sangue.

Ascoltate! Cavalchiamo cavalchiamo nel sangue

la paura del cielo che strappa manciate di stelle

oscura la voce un abbraccio di gelido fuoco poi silenzio e silenzio

solitudine antica – la terra è nel vento di foglie strappate

una morte è in corso

le onde uguali si sciolgono gridando vendetta.

Forse è la morte annunciata del nostro pianeta?

Morire da straniero come

i profughi sulle barche vaganti fra tormenti e l’arsura?

Non un mondo di eguali tracotanti ma

uomini e donne uomini e donne diversi e l’albero

della libertà sferzato da gelate non vinto

nella battaglia.

Tornerò. Io ritorno attraverso il cuore della mia terra natale

tocco il cielo coi miei capelli seduto

ho i piedi sopra la testa del mondo

penso alle piccole prede risparmio le ore

oltre l’oceano sento il respiro di un amico che dorme.

Coraggio, la festa dell’uomo è in arrivo

l’orma dei piedi è sospesa sopra i millenni.

Sono stimolato, egli dice, dall’attesa di una voce

tracce d’oro sulla sabbia di un fiume che corre nel cielo

immergo le mani nel cuore della terra profonda

essa perduta in un cammino senza tramonto

si quieta nella tempesta

punisce le città acquattate come cinghiali nel bosco

come ragazze caute esaltate fra la polvere della memoria.

Una luce impaziente

si presenta suona alla porta nel primo verde del giorno

si guarda intorno annuncia il destino di un uomo

assassinato nel buio.

Domando se ancora pioveva

la notte in cui re Teodorico è stato sepolto

nel fiume Busento e se la notte pioveva campane o spavento

poi ho raggiunto l’America

l’America che è sempre lontana. Così i giorni scadono via uguali

e albe uguali e tramonti veloci

le erbe scoppiano al morso di un insetto

gorghi d’acqua fremono nella gola degli uccelli sui rami

nere piume straziano nubi conficcate nell’aria

osservano i fiumi bruciare e le rive deserte

chiamare chiamare. Ah! le

canzoni di Dalla un tempo s’alzavano dai prati

come trottole lanciate dai bambini.

Orsi risalire montagne

l’odore del pelo bagnato di neve e di miele

ombre di pellegrini con fiaccole

sui sentieri dei boschi

fra ossa di animali uccisi dal gelo impietoso

anche la natura è caduta prigioniera del sonno

nessuna primavera rasserena la voce delle fiabe

fra i tizzoni fradici d’inverno.

La natura del sonno sfugge dunque a se stessa

come belva si rintana dentro caverne.

Ancora. Gemme del cielo invernale nel cielo invernale

spunta la primavera italiana errabonda

insiste gemma invernale insiste insiste la

primavera non solo italiana e gli applausi

volo d’ombre trapassate trafitte

dalla freccia di Diana volante urlante cantante. Altro non vedo.

Non so altro. Brilla di magnitu-

dine 1,6 Bellatrix (gamma Ori) un gigante blu

distante 360 a.l. lo tocco con la mano sinistra e

brucia brucia anche se è dalla parte del cuore non

mi lascia partire trattiene la corsa la nebulosa d’Orione

qua perduto in uno spazio che il mio occhio non vede

sopra le città giganti della terra

unificate da una pietà senza strazio

solo gli occhi cavati ai giovani soldati

le giovani donne sgozzate nude

solo le mani tagliate ai vecchi davanti alle case infuocate

solo frecce sul petto delle bianche bambine coperte dal carbone mai

acceso

solo raffiche raffiche raffiche nella schiena dei ragazzini che ridono

fra luci di carnevale e

guardando i vecchi bagnati di sangue scendere a terra

si addormentano lasciando la vita sorpresi.

Le gemme del mio giardino non sono i cieli notturni

a Betelgeuse che sostituisce il sole inalbera vele

naviga onde di uno spazio giallo arancione

ignorando fra un tumulto di astri cadenti

le grida di naufraghi e il rombo dei cervi inseguiti dai cani.

Volo nello spazio ignoro gli incredibili futuri

i se  e i ma e la vita senza bandiere.

Lei si consumava tutta in un bacio e le sere

erano giorni. E i topi?

Ritornano in compagnia sono cauti leggeri ascoltano pazzi di sospiri

da lontane finestra illuminate sperdute.

Non avevo altro che la mia casa

non grande ma apta

e come l’accarezzavo con le mani

nelle mattine d’inverno fra la nebbia distesa dormente

erano d’oro i suoi occhi e i miei occhi splendevano.

La casa luccica sempre appena cavata dall’acqua.

Il castagno, il pioppo, il larice, l’abete

il castagno con le foglie strizzate da un gelo stridente

sono tutti lì i miei morti

che non si consumano.

Grandi ragioni di disputa legavano le stagioni

a settembre le mele esalavano tiepidi odori nelle cantine

nessun navigatore solitario

alza in gloria uguali vele e rami

esplodendo i colori sulle onde. Solo Guido Cavalcanti poteva

in anni di grande mistero e carestia del cuore

dire addio casa addio destino della vecchiaia fra luce e silenzio

ascolto solo piccoli rumori come cannoni

gli slanci si consumano della vita

fra i sospiro cortese dei topi.

Vedere l’albero non vederlo più

vedere un campo un lago non vederli più

mai più. Neanche vedere foglie cadere

nuvole volare su luci strane dell’autostrada che si inerpica

chiese sopra colline coperte di boschi

non vedere boschi non vedere le chiese

non sentire il trattore che parla con l’erba falciata

arrancare il camion della Ferrero per l’erta di Senarica

non sentire vedere ascoltare mai la

città vertiginosa scontrarsi con i nemici frontali

lo specchio dell’asfalto sotto la pioggia d’aprile

le voci stampate contro i muri

ombre di donne scendere salire

parlare fermarsi salutare correre lontano

il bimbo bambina accarezza la madre con la mano

poi è cancellato l’affanno del giovane aereo che decolla

fra le torri mozzate della pianura padana.

Vedere non vedere sentire non sentire. Mai più. Questo

è certo morire. I tempi di gloria verranno contro la storia.

Mi sento morire e non è finita.

Le contingenze inducono a considerazioni affrettate cuor mio

per resistere agli eventi disporre le giornate

non trascendere nel pessimismo imperatore

strappare due pagine di Brecht per accendere il fuoco

la vampa non l’uccide. Lo esalta.

È evidente che la terra cambia maschere e uncini

da montagna a formica

uomini donne fuggono temendo l’estinzione (ma

poi usciranno dai boschi)

arriveranno presenze d’ombra

a restaurare la pagina lacerata di Brecht (a

ricomporre le ossa dall’antica ruina)

ignorando la morte del tempo. E di Dio. E la morte

della poesia.

Ma intanto. Uomini mani adunche e

aquile di poca tempesta

nelle città antiche di polvere

scafi consunti in anse sperdute di fiumi

saette nei sette cieli

gridano abitando il caos.

Brescia suicida a tredici anni in un biglietto

frase de Il Corvo: non può

non può piovere per sempre. Addio.

Stop alle stagioni del sabato sera alle stragi

del sabato sera stop alle stragi

del sabato sera ma non alle stragi di domenica sera

la successiva alba i cani annusano tracce di sangue

e le gomme bruciate

allora via per il cielo dei cieli dove si annida sfortuna fortuna

coperta dai frammenti di pianeti distrutti.

Anche i marziani sono figli di dio di un dio del silenzio ma

io sono figlio di quella terra laggiù nella sua vena di fiumi

occhi di foreste lingue parlanti di fuochi e

ghiaccio infuocato dentro tumultuanti mari

montagne di fragili foglie inquiete

sono anch’io figlio di foreste e di onde

sento le voci di notte che sono al confine del mondo.

Fidel il vecchio Fidel lo vedo che giace aspettando la morte

insegue fantasmi di guerrieri scomparsi soldati decapitati

di marinai addentati sbranati da onde voraci

grida col cuore gli amici sono perduti

lasciamoli riposare

– un sole africano striscia e brucia i muri.

Quando nei tempi lontani si passò dalla scrittura alla

stampa la metà degli artisti-copisti cercò col veleno la morte.

Non so altro. Queste morti violente

corrispondono all’attesa del vecchio Fidel sulla riva del mare

affondata la speranza nel gorgo degli infranti destini

mentre domani è già ieri.

Aspetta che per via aerea arrivi con fanfare e bandiera

il cranio del Che ripescato nel fango.

Chi sei? Come sei arrivato qui pellegrino di cento altipiani?

E a lui venne gran voglia di pianto – ma il mondo

è lungo da camminare

la morte si vive morendo

la vita si muore vivendo

dimentica l’origine dei giorni da calendario

le albe dei prati invecchiati nella solitudine

le albe trafelate dalla neve che si disperde

l’occhio del cielo impazzito nella tempesta degli angeli

con le ali coperte di gelo

piangono i cavalli appena svegliati pronti da macellare.

Ah vita mia vita tua l’uomo si rivolge a te che hai

gli occhi di serpe

addolciti dal sole

serpe senza speranza eppure nutrita

dal pane del tempo e dell’acqua storie

di vicende di treni e cannoni

di uomini uccisi nel sonno.

A chi lo dici che lei forse è morta? Vedo la sua ombra

come un’ombra di lepre sulla pianura

da albero ad albero pioppo a pioppo neanche un filo di luce…

Le foglie del nostro pensiero sono impietrite.

In periferia s’alzano all’improvviso altari per gli arlecchini

danzanti.

Su nel granaio si consumò la cosa

fra il topo e la cicogna

una rosa d’ombra un cono di silenzio

non c’era sgomento nel modo e nel momento

nessuna ora è senza attesa.

Stammi a sentire tu cielo hai il colore

della piuma dell’upupa caduta nel fango

del giardino davanti allo scannatoio del maiale

o al convento del duecento dove oggi essiccano le castagne.

L’upupa è sperduta nel suo volo notturno senza luce

e io nel volo.

Badate a voi nella furia di tramonti spezzati

da venti senza memoria

fra le erbe stravolte dai soldati coi piedi di fango

venduti al destino di morte

giovani soldati volati via senza lasciare

il nome sulla pietra.

Questa è la catena dell’Italia senza memoria (povera donna scalzata).

Lacrima la risibile scarpa italiana immersa nell’onda

si morsica la pelle si insanguina

talvolta grida per un dolore inatteso

mentre si scalfisce il viso con unghie laccate di rosso.

Lasciare memoria di una paura della fine del mondo

cicli vitali incrinati da misteriose avventure

città foreste di polvere fina

mari in orizzonti anneriti di nafta.

Ora mi acquieto. Mi acquieto. Mi

quieto. La

morte, poi, è vicina. Ancora. E nuovi soldati

arrivano sul campo a contrastarla per una volta – ancora.

Posso contare ad una ad una le erbe del prato.

Un ragno si inerpica scende discende la farfalla pigra è braccata.

Che giornata! L’inquietudine è somma

legni scorrono nell’azzurro

voci non ci sono

tu sei sulla retta d’arrivo e ridi

ragazzo di cento anni?

Mare di nebbia senza un porto per l’approdo

stelle transitano rapide e si consumano

un lacrimare fitto senza luce

noi ascoltiamo io ascolto io ascolto

nel silenzio di questa pianura che non conosco. Addio monti.

Segnali bagnano di luce le pianure fino all’orizzonte

poi mille anni e mille e nuovi cieli

saremo polvere ombre non vaganti

senza memoria

fra le braccia di strane primavere.

Eppure…

oh benedetto futuro vieni vieni da me

lasciami sulla spalla traccia delle tue ferite irridenti

bagnami i piedi con i venti che esultano

soffiati da mostri

– non ho paura di niente così navigando così

navigando sui solchi arati delle pianure.

La neve che vedo oggi induce all’aspettazione.

Seduto vicino alla luna come Pierrot lunaire

guardo la terra lenta danzante

sopra l’erba che nasce in prati dormenti

ma poi, helas! cittadini di cento città

tempesta in atto solitudine senza quartiere

chi mi riporterà sul ponte bianco pizzi in braccio a mia madre

o al tempo delle idee che volavano aspettando gli eventi?

Quale patria? Che amore?

Luogo d’approdo vedo dopo un lungo viaggio ma

ogni giorno arriva fra noi per cancellare le orme.

Noi, ora? Farfalle di luna

per spazi feriti da gli arcobaleni di fuoco

possiamo volare

la terra si adagia rumina forte

beve dai fiumi che si lamentano.

Tramonti nel sonno li vedo avvampare.

Mi sono ben guardato da pretendere

qualcosa

quassù

errando.

Biscotti intinti nel rhum.

Estensori di timidi versi

esigono scuse formali e inviti sul palco

nelle feste di paese. È l’Italia.

Le vergini del passato sono nonne

scheletri di guerrieri soffiano dentro corazze arrugginite

la notte nei conventi sui monti

è terribile lunga

le campane nel freddo dei lunghi corridoi

chiamano al combattimento vecchi monaci

che aspettano la morte

è così conclusa la speranza del mondo?

Villaggi nell’isola spaziale.

Villeggiare non dà sgomento

il mondo sembra una luna

in attesa del carro del sole

disordine nello spazio

dissennato remigare di oggetti sostanze lacerate

distanze oscure ombre illuminate

colori del mistero

voci urlando nel silenzio.

Dice: quando è venuta l’ora di morire

il tempo si è fermato

non sapevo se restare o andare

ero la lumaca in mezzo a un prato

all’improvviso un vulcano si è messo a soffiare

svegliato di buon’ora dalle voci e Ulisse adirato

faceva il giuoco del fumo per annientare il gigante.

Oh uomini dei tempi antichi uomini combattenti

conoscitori di stelle di spade

di spiagge foreste onde di mare nevi della montagna

terre da investigare e città dell’oro

sperdute in questa pianura desolata.

Il coltello dei pensieri

rimanda noi a una perduta gioventù

a un futuro senza attesa

polvere strana è sulla pelle.

Dare acqua ai pensieri

come giovani leoni da allevare

perché oggi siamo poco consueti con la speranza

eppure ero allegro in quell’ora della partenza.

Vedo.

Vedo la terra palpitare di un fuoco improvviso

mari che si disseccano dopo ferite tremende

e neve

le nevi volare dai monti

            correre vedo correre vedo

                                               correre

ruote gommate danno suoni d’argento

l’autostrada cantare

la storia degli uomini fluisce al piccolo trotto

su auto di fibra leggera da un’alba a un’alba feroce

quando arriva la notte si accendono i fari.

Vederlo il riverbero del sole

sopra le montagne che ascoltano con paura il rantolo

del ghiacciaio che si spezza.

La libertà del volo mi consente qualche pensiero

non vincolato al mio sangue così

sfioro il castagno

che nasconde gli uccelli e chiama il tuono

nel giorno della grandine e del fulmine.

Fra cento anni che sarà la vita?

Dove i persiani dove i neri d’Africa dove

i bianchi che l’Italia fanno

grande e funesta o i gialli

che l’oceano fa lontani? Tutti

grideranno per la solitudine

nelle metropoli del mondo.

Uomini e donne renderanno rosso il tramonto ogni sera.

Domanda risposta speranza le trasferisco al maestrale

torbido di tre numeri al lotto

al fine di trovare

qualche appagamento.

Alla sepoltura del secolo sterminatore

queste domande le mando a monsignore Dubbio e alla signora Incertezza.

L’aria,

come l’acqua del lago per il sasso scagliato

che si inoltra a balza sussulta striscia fischia affonda

e nessuno può dire dove il sasso è caduto

l’acqua è livida e fredda.

Vedo topi sfiorare le chiese del Trecento

gabbiani avventarsi feroci sulle discariche

fumi neri accanto a fiumi ciechi invecchiati e stanchi

alzo la bandiera del mio addio muovo

per la terza volta la pelle del destino. Oh!

sogni bianchi ubbidienti che avete vita e

la conservate sapienti

nel buio che vomita più luce.

Muoio ancora una volta e non lascio tracce

addio sabbia calda fra le dita addio

sospiro delle foglie che cadono nel bosco la

morte è questa.

Sull’asfalto mandrie inquiete trascolorano.

Un giorno

appoggiati al bancone del bar vetri e rancore

luci calate sulle mani sui piedi

uomini con birre guardano la strada

fumano sulle spalle di ragazze africane.

Aerei bruciano schiantati fra i grattacieli.

Il ricordo della patria trafiggeva la masnada ma

il mio ricordo – dice un uomo – ha già spento la luce.

Parole.

La miseria non cammina sola

annusa fra i sassi si abbandona al futuro. “Posso

– dice un uomo – declamare le mie virtù di soldato?”.

Il terremoto fa nude le piazze

le donne gelide strisciano contro i muri.

Pellegrino per osterie abbandonate

leggo tracce di vecchi omicidi nelle stanze deserte.

Ascolto passi.

Case sull’acqua. Il tempo trascorre non invano.

Il ceduo oltre il burrone con l’ultimo falco che stenta a rientrare

striscia sulla pelle del cielo

anche il cane può unirsi al pianto delle rane.

Dopo il sole

venga la notte l’assoluto

bisogno di dormire

le mani allentano le catene

il tempo  si è fermato un soldato armato di mitra

è fatto santo

secoli fa un papa si è spretato per lanciarsi nella mischia

cent’anni fa un altro ha lasciato mille misteri

scomparendo nella nebbia di novembre

non più ansimare di pellegrini a piedi nudi

lungo i sentieri di montagna

– le auto farfalle sovrastano i viadotti

quest’anno il Partenone è crollato

nel tempio di Agrigento affittano camere a ore

molte donne sono scomparse nella campagna vicentina

la più grande petroliera del mondo è

affondata nel porto di New York. La città è nera.

Ancora pazienza per i domatori di cavalli e delfini

nei circhi russi

solo le colombe portano le notizie sfuggendo ai fucili.

La morte è niente

la morte lascia gli approdi in un silenzio

senza le navi.

In epoche passate (forse) vulcani

hanno eguagliato le presenti fiamme così disadorne.

Astri solcano il cielo in solitario fulgore.

Cavalli buoi nei campi percossi dal cannone

mitraglia per l’abete il pioppo il noce

per la casa che brucerà senza più voce

impossibile non udire lo schianto

le persone inseguite nel sonno

scagliano sassi e sassi volano negli occhi. Ah! la

la giornata impigliata nel miele della battaglia

finale. Caterina dice

apri il baule dei sogni ancora una volta

questa è la chiave racconta la storia di Marco e Anna

fa parlare la gente racconta quando eri bambina

ricorda quanti sogni notturni la giovinezza faceva.

Voglio cercare trovare una vecchia signora dei campi

parlare dire cos’era la canapa a maggio

odore profumo di monti di menta volare di api

a luglio fatica di schiavi immersi nei maceri neri.

Tornano le gambe

a questo sole che arriverà domani.

Amici oh amici chi

porterà sulle spalle il ricordo

se i compagni dalle lunghe barbe

del lungo cammino

sono nel vento

se tutto scompare delle antiche battaglie il ricordo

e i vecchi soldati non sono più neanche parole?

Noi siamo qua

a contare i sassi sul greto.

Qua stiamo. Restiamo.

Rabbiosa luna sulle ombre alla ricerca dell’acqua

ma dove sono? cosa

mi diventi pellegrina ladra del cielo?

di quanti fuochi comprimi oggi le vene?

Le voci della terra a intermittenza

raccontano la scomparsa delle parole.

Oggi resto senza conoscenza (reale).

È male il buio, ascoltare il respiro nelle stanze di un mondo

virtuale

pietre dure da consumare nel parquet di lava

dove pochi appoggiano il piede e non c’è futuro.

Nella miracolosa virtù della parola vera

sta l’ordine naturale delle cose.

Tre rose indistruttibili

inducono il ricordo ad essere impetuoso paziente

dell’altrui dolore e

qui per sempre (forse) resterò come un’anima perduta

pellegrino nel foglio di un libro che non ha misura.

Non primavera non la morte della cattiva sorte e in attesa

lo spazio non suona lontano è vicino

il viaggio prolunga pensieri di un furore amaro

così invecchiamo e invecchiamo insieme ai giorni che sono anni. Sono

anni. Ma io

no. Io invece

conosco la tua storia topo e una vicenda in mezzo

a inquieti misteri

cercare cercare cercare da pellegrino cercare

più della luna che cammina fra le pietre e scivola sopra cataste di ferro

lungo periferie delle metropoli congegni infernali.

Com’era quando guardavo il mare dalla finestra e il

vento sul mare il vento e l’ultima vela?

Letti di fiumi sepolti sotto la sabbia

tutto cambia il secolo è più breve del giorno

l’acqua dilava le erbe precipita in baratri brucia

la terra come la pelle delle capre strinate dal sole

laggiù le ossa dei guerrieri caduti in battaglia

crateri di occhi senza luce

scivolano i ghiacci fantasmi fra la nebbia leggera

ci sono cose che non puoi dimenticare

neanche volendo. È bello

lacerare la realtà con le parole come l’uccello con l’aria

ma la realtà precipita si ricompone esalta stravolge

non si accontenta se le parole restano inerte e non sono

pugnali.

Il bambino con una mela in mano

guarda lontano è già un bambino vecchio è vecchio

la madonna lo stringe in braccio è amorevole assorta.

Arrivano sempre con le loro robe all’improvviso

e sono bombe

non se ne vanno, no, non lasciano ombre di terra morta sconvolta

questa è vera guerra è le guerra su terra emiliana

grida fra le pietre

uccelli di ferro scivolano dai tetti del cielo

mani armate lasciano cadere il grano e non è festa.

Eppure si vive.

Sono più di centomila, dicono, le giornate perdute

non si ha necessità di curare i campi

i campi non dormono mai non riposano mai sono così trascurati

la tornatura si fa deserto

le pietre cadono precipitano. Oplà!

C’è una luce stamattina neanche una nuvola strana

neanche un aeroplano

il tempo promette tranquille giornate per fine settimana

adesso è sera si vedono appena fra gli alberi le figure

e a metà della costa la luce di una finestra si

spalanca sullo scroscio di una fontana.

Non ho ancora finito di dire

devo ancora morire la mia fortuna è di vivere ancora.

Il rumore della talpa è una canzone lenta

così tu puoi dire le parole che vuoi

non sono tuoi i miei sogni le ultime speranze (per fortuna).

La sera è tutta luce è falce di luna calante ai confini del mondo

che non ha confini

si disfano fra le mani della nebbia

le navi percorrono mari di sangue.

Affiorano sulle pianure le montagne

colline con piume di neve si protendono all’improvviso

uscendo dai fiumi mentre gli speculatori di cime

allungano le mani per sfiorare i giganti appena nati.

Il tempo ritorna e avanza

ormai non è più ombra o respiro ma uomo vero intero

che dà forza alla vita e la prolunga

come il canapo della vela stridente nel vento

oppure l’accorcia sottraendo fatica a fatica

e irride alla sapienza dell’uomo alla sapienza del secolo.

Forse è laggiù la mia casa

fra il mare e quel mare

Ulisse non ritrova la rotta sulle onde che parlano

ha stracciato le vele ha squassato la nave il timone

il legno è bagnato dal vino delle memorie perdute.

PAESAGGIO INVERNALE.

Sangue di nebbia le

città esplodono, si contorcono gridano

i pesci senz’acqua, gli alberi delle foreste

nel silenzio intonano canzoni di guerra

l’acqua del fiume dei mari delle sorgenti prevale

sulle piazze del paese senza difesa di mura

li trascina fra i gorghi dei secoli che non hanno nome.

Grilli formiche scimmie volano nello spazio

verso luna lunella un tempo signora della

candida notte nel silenzio dei prati.

Le vipere infuriate strisciano sopra le pietre.

Sole, per errore strappato via dal libro dei sogni

piccolo lume del mondo ti ascolto

limone stretto fra le labbra delle foreste

ti ascolto. Fischia racconta le storie del tuo destino.

Oh casa! siamo in tanti sui tetti

per fuggire le acque e una prigione che ci rende mortali

mentre agnelli travolti belano chiamando dall’ombra.

Dall’alto vedo paesi interi coperti di fumo paura

scheletri sotto la pelle della pianura

donne vestite di nero pendono dai rami

conficcati sull’orlo delle colline dentro a

una luce rossa al declino.

Sarà il tempo della speranza più rapido

del vento della memoria?

Saluto l’ultima fiamma della notte addio

qua è segnato qua approda il cammino vicino

a un suono di zampogna

per l’uomo sul sentiero fra i boschi.

Si è scatenato un secolo nuovo

massacri trasformano il mondo

navi dimenticate gemono dentro l’inverno del nostro dolore.

Prima del tramonto ascolto

ancora ascolto il

canto de

gli ultimi pellegrini del vento.

E io a volare. Correre. Anch’io a volare… Dormire. Chiamare.

Non vedo una bella terra

a fior di sonanti primavere e di solchi e di anni

ma erbe poi erbe poi mine pronte a esplodere

non ci sono lampi

ma ferro combusto

il brusco sapore del limone invecchiato

urlano bambine sconvolte da notturne paure senza

sogni

nel silenzio di vite dimenticate nell’oblio.

Nelle strade di Colonia

nessun vuol più giocare

mentre per tranquillo delirio cadono bombe sui fiori

divisioni corazzate tedesche nell’anno duemila oltrepassano

oltrepassano ancora il confine italiano è la terza volta

il soldato Ramitti fuma la pipa accanto a un bivacco

dice quasi cantando andiamo a morire per la patria ancora

con il fucile in mano

naso contro naso il cruco non mi darà mai pace è il destino.

Perché Colonia? il soldato Ramitti sputando sul fuoco dice

non è la nostra città è lontana è una tana tedesca

con mille passi il ciclope arriverebbe a lei con fatica

allora perché Colonia? Siamo

senza fantasia incalza Ramitti soldato

affaticato dal fucile caldo ancora dobbiamo ricordare

che una città ha mille volti mille latrine

mille bordelli mille chiese ma una sola

biblioteca chiusa alla sera

così i soldati dopo il combattimento non riescono

a leggere Dante o il vecchio Goethe che mai si quietava

avido infido sublime. Colonia è Roma Parigi Pamplona è

il paese falco è il paese bosco è il paese Appennino

cuore italiano distrutto dalla mano del traditore vulcano

Roma è la povera Roma città dal mantello usurato

bucato dalla malafortuna morsicato dai topi

Roma pietre rubate al tempo che tutto divora.

Vedi, dice il soldato tendendo la mano a la brace,

come vola senza pietà la macchina del tempo

è lì che ci aspetta con uno schianto di meraviglia

ma una voce mormora oh dio

non deve morire il bravo soldato diamogli un giorno d’attesa

si sente all’improvviso cantare

lascia una traccia di sangue contro il castagno

potevo lasciar cadere le buone occasioni

pellegrino senza albergo e merenda?

Potevo non dubitare dell’oblio

della terra stravolta in fuochi che danno un orribile riso?

Vedo bandiere vedo bandiere vedo

l’ombra degli alberi inchinati in adorazione per terra

le campane seminate sulle colline bruciare cantare

mi perdo nella nebbia

risuono contro il vetro del sole

non c’è tempesta non onde per le nuove paure

accarezzo sfioro con gli occhi i solchi dei campi

mi rassicuro sentendo alle spalle il passo del tempo

mi porta alle rive di un nuovo mistero ma

non ancora sono conficcato con i chiodi nei giorni

dell’infinito

non ombra stanca d’arrivare e di ripartire

ma cursore in uno spazio lacerato da tragedie speranze

sulla traccia di orizzonti mai prima raccolti nel pensiero.

Fra il silenzio nel silenzio delle parole che escono in corsa

sibila la vita sopra questa prateria di stelle

non hanno voce ma luce

morte vivono ancora il silenzio dice accorrete

guardate la vostra umana passione come erba falciata

l’anno duemila di vita ha un principio di ore

raccolgo una piuma che vola nello spazio

la nube navigante è la ragazza intravista

sul crinale dell’Appennino che è un serpente di verde paura

a far la guerra ai falchi che

ipo ipo po po po po po po po po

ipo ipo po po po po po po po po po

trio to to to to to trix

amano planare di notte presso le acque correnti

dentro la luna piena e

così amano cantare gli usignoli

dentro i boschi di Maratona

cantano notte giorno non sanno più tacere aspettare.

Prima di morire cantare.

Precipitare nel canto che aiuta a volare.

Non aspettarmi più se devi incontrarmi

legato alla tuta di amianto

colomba solitaria del cosmo

con la corazza del guerriero in un secolo che non ha nome.

La luce ha la criniera di un cavallo senza gli occhi e le piume

è un’onda che fascia la ferita del giorno

è il galoppo della cavalleria tartara sopra una terra nemica

che si torce senza suono e sembra in disdegno di vita.

Prima di entrare forse nel nulla te vita supremo delirio di un uomo

saluto con la voce indifferente del fringuello

tanto vicino che sembra riposare sopra un raggio del sole

cin cin cin cen cen cen chiovovovo zveiò

zin zin zin cirò ciò ciò zio zio gripeo peo peo cich.

Nella caverna di terra dove lenta risuona

la tenera estate di luce addio addio

addio albero vicino a casa con lunghe ferite per l’inverno di fiele

formica mia speranza negli anni

addio e per una volta sembra la speranza perduta

ho già subito la prima violenza del dubbio che trapassa le vene

ferisce la terra e resto solo per sempre.

Per sempre? confitto in un cielo che non ha confine

bosco straripante di stelle irrequiete

in quest’ora il silenzio mi afferra le spalle

la terra è troppo lontana per ascoltare una voce

che dice aiuto nella notte d’estate.

Terra sotterra sono ragno radice di frassino talpa

formica minuscola e le foglie cadere

non mi lagno non dispero tengo irta fra le mani la sorte

palla di fango di fuoco di amori ricordo passato

incubi nella disgregazione

confermati gli avvenimenti

mi esalto perché il passato è passato…

Cosa importa se lascio alla frontiera

milioni di pellegrini in fuga gridando

qua vacanze di suoni fra alluvioni tremende

nell’aria nuove macchine sfiorano trapassando le case

gridano chi sei tu che mi chiami?

rispondo vieni

ti ricordi quando

sulla scialuppa

siamo fuggiti insieme prima della guerra?

In Europa è notte

gli uomini non hanno cuore.

Amore gridavo

il petto ferito da sette frecce gelate

tocchiamo la riva prendiamo il caffè fra il verde

rendiamo oggi il cammino migliore di ieri

perché la vita non sia consumata intera.

L’eco raccoglie parole

l’abbaiare di un cane

l’odore del pane

l’inverno viene e fa bianco il silenzio.

Le orme si perdono in un prato.

Quale nave attraccherà fra i ghiacci

per salpare verso una notte che incatena al cielo la luce?

Nessuno ignora che l’oblio è dovuto.

Così ho ascoltato per la prima volta il tempo

che mi dice aspetta

ancora tutto non è compiuto

ho attraversato per brevi momenti un deserto

quieti all’ombra tre cammelli posavano

poi tutto accadde o è accaduto

in quella successione di ore.

È stato il lampo del faro

per aiutare l’occhio dell’uomo

superstite di un’antica razza.

Oggi la sonda avanza… Le ombre eventuali…

Il nucleo. La coda. L’inizio della coda.

A mezzo milione di chilometri

con trentasei paesi collegati

cento miliardi di comete attorno al sole.

Per il momento non polveri. Le polveri in movimento

sono molto fini.

La terra. Il sistema solare in formazione.

Una nube collassa verso il centro

dove sta il sole.

Il rosso si accende la nube che

fra le stelle stava

viene aspirata dai pianeti.

Ecco la terra

i crateri formati dai meteori

col tempo cancellati

dalle tempeste vive.

Aspetto il susseguirsi degli eventi

ancora non mi danno notizie

se onde particolari e violente

si sono incontrate.

Ma io sono vivo

spero ancora.

Eppure chi voltola

così nel cielo

perduto?

Solitari pastore delle stella

nell’inquietudine vago.

Le nubi nel tramonto cadono a pezzi.

È giusto consegnare la vita a questa attesa?

Consegnarla alla notte? Se

poi un’ora arriva a liberarla?

La notte consuma dieci soli da

aiuola a aiuola e

nelle stalle gli animali tremano.

È possibile scambiare il loro respiro come una nebbia

della pianura padana.

 

Ancora non sapeva, cucire il vestito della vita ri-

tagliare le maniche da bottone a bottone

perché ieri non era uguale a oggi domani essendo

oggi pieno di un domani fratello di ieri.

Terra, la terra come la terra brucia. La terra. Mistero.

S’involve è vicina.

I mari i monti città gialle distese

città bianche distese. Città nella nebbia senza colore nude.

Nei campi le querce navigano da secoli

ombre si accasciano le voci

chiamano.

Oh Valentina

camminatrice di nuvole instancabile ridente

le nubi corrono via in attesa della tempesta

tutto si ribalta il mio cielo

è acciaio di fiamme è una

via d’acqua è la vertigine del tempo

che non si contenta di aspettare.

Oggi essendo pieno di un domani misterioso di ieri.

– Questo è il mio ragazzo

– Molto lieto

– Questa invece è mia sorella

– piacere piacere piacere (a voci intrecciate) molto confuso piacere ma

donde viene tanta felicità in un momento poco tranquillo?

Mettere al volto una maschera di ferro?

Ho sulla croce un chiodo lo squillo della campana

il piede trafitto dalle frecce di un arco senza memoria?

La donna abruzzese con le sue orme sul marmo del mondo la seguo?

Non mi piego. Ancora. La fine è vicina. Controllare

la vita in questo gennaio dell’ultimo secolo errante

e quanta luce è in questo luogo appartato.

Posso perdermi così senza gridare?

– Prego, si accomodi – diceva la sorella dell’amico

– Piacere piacere piacere ancora ho molto piacere.

Intorno al tavolo si giuocano i nostri destini.

– E se quel mondo fa crack?

La terra laggiù non è più

la mia

terra.

Luogo di sangue luogo di perdizione le biblioteche bruciate.

Non sapeva ancora cucire il vestito della vita

ritagliare le maniche

bottone a bottone

perché ieri non era uguale a oggi non era uguale a domani.

Intorno al tavolo giocano i nostri destini.

Possono perdere così senza gridare?

La terra non è più la mia terra oh Valentina.

Tali luci rendono i mari oceani senza confini

piccioni senza occhi nel cielo che non ha voce….

Ombre occasi alpe luciferine

smuovono le bandiere e i cani nei casali della campagna adesso

splendente di biacca

strisciano contro i muri dei palazzi che sanguinano

ai piedi degli alberi fulminati dai secoli.

Le trombe del destino fausto infausto svegliano la notte

nessuno può riconoscere l’amico fra il fumo di un sonno non consumato

e le discariche ilari dispensano fuochi fatui sopra città ansimanti.

(Ma trionferemo).

Oh speranze oh corruschi occasi da mesi da anni cammino

per la prateria calda fredda ma tregua

non c’è. Guardo il velo della terra grigia azzurra lontana lont….

Esplosione! ultima Thule oh! l’

assenza del vento oh l’

assenza di ogni altro dolore che il fiore non guarisce oh

l’assenza del profumo di donna che

non dorme mai. Profumo insonne oh

l’assenza della

architettura del mondo

una mano senza più destino

sfiora col piede col dito l’ombra dei mari

l’orma dell’orso sui monti della Laga

cosi inerme giovane è la terra sotto l’affanno del sole.

Lo vedo il paese dei limoni

lo vedo il paese degli aranci

sommerso dal mare delle parole

da lido a lido e

sopra gli alti campanili

oggi luogo solenne di tenere erbette.

Esplosione! Silenzio! Riverbero sui deserti

sulle ripe nelle

strade delle città del medioevo ancora intatte. I fiumi seccati. Le

albule acque perdute.

Voleranno gli uccelli più alti verso la luna?

Le penne nere nelle notti sul mare bruciate.

L’attesa! Oh, i vetri del mondo

un urlo li spezza è spietato.

Roteante salire in una palla di fuoco lo vedo. Vedo

l’occhio della terra e i suoi bianchi capelli e

lacrime vedo. Gli occhi bevuto hanno la violenza del mondo.

Sperduto fra fulmini e nubi nel gorgo impaziente ruotante

quali lumi e canti lontaniho

per sempre perduti

per sempre sono perduti e per sempre oh! ritrovati?

Gli infernali dirupi ricoperti di ghiaccio

la terra invischiata nel viluppo dei pini

bandiere furore e nuovi silenzi

sere ferite a morte dall’impazienza degli uomini.

La impervia speranza mi abbandona correndo

come un sasso scagliato da Ulisse contro il destino più avaro.

 

Il mio galoppare lo hanno scordato gli umani

nella notte con il colore del giorno

il giorno della notte più lieve ha i colori che ridono

– ma un giorno tutte le questioni furono ridotte a una

con riferimento alla rapida assenza a una assenza di dubbi

dimenticata e sperduta per sempre

l’angoscia dello spazio

deambulante straccio scarnificato di ogni futuro.

Oppure oh! l’approdo al mare della felicità

oceano di ogni grazia goduta e il ritorno

rosa salvifica emozione di parole che cantano ridono chiamano

dalla terra pianura di spighe d’oro di canti serali di un sogno.

Ricordo (e ritrovo?) l’inverno davanti a un fuoco di torba

mors dulcissima in età da vegliardi esaltata

dal canto del rosignolo soave materia di piume.

Cosa dicevano all’ingenuo splendore dell’alba?

Arrivare a quel giorno segnato dal destino.

Questa è l’ultima corsa intorno alla terra

chiuderò la valigia del sonno dove ho conservato i dadi

per l’ultimo giuoco della mia folgorante puntata.

Sono ormai conquistato dagli anni e

mi è consentito correre dalle Termopili per

consegnare ad Atene l’ultima notizia

la inseguo fra la polvere dello spazio le formiche di cristallo

si spezzano nell’urlo di una solitudine sconosciuta. Altro

non so altro non posso dire

il fiore di una bomba sale s’alza ancora si apre mi prende alla

gola

come una rosa appena raccolta con celestiale imprudenza

si disperde fra i mondi

con le rondini portatrici di nembi scuri ad ospiti mai conosciuti.

 

Così un giorno verso l’alba ho pensato

al pranzo natalizio

per i miei cento anni occasione

per abbracciare il tempo come un amico

rasserenando l’ansia con l’arcobaleno dei piatti

bicchieri posate d’argento piatti spezzati

le tovaglie di un antichissimo lino

“questi oggetti si conservano anche

custoditi con l’amore del silenzio nelle povere case”.

Fuggire la vanità della luce le umide caverne

scegliere ombre ombre camminare per le vie dei lebbrosi

verso abbazie abbandonate campanili abbattuti da folgori e mani

che nella sorpresa di un giorno mi sanno ascoltare.

È raro

ascoltare il suono del cuore che sale

mentre laggiù la metropoli langue

nel disprezzo delle luci che mai si consumano

La terra è lontana la luna è lontana respirare la sento

ha dita di ragno per stringere alla gola la notte

inquieta come il pesce cane ha perduto il cammino.

Non vedo nubi non vedo

uomini sul pianeta solitario e irsuto

io volo su mondi che ho già dimenticato.

Sei agosto millenovecentoquarantacinque

primo luglio millenovecentosettantuno

alle una e trentacinque ora di Mosca

tre astronauti sovietici…

poi ho sentito era notte

l’urlo del tempo aggredire le spalle del mondo

scendere sulle mie spalle

era il pellegrino che fugge dalle sventure del fuoco

mi ha ricordato gli anni

mi ha ricordato quanta poca sabbia per il piede

mi ha ricordato il mare steso davanti alla casa immobile

come la pelle di un bufalo appena scuoiato nel sole.

Non avevo più voce.

Ascoltavo.

Ricordavo nomi parole

il fulgore passato di regioni distrutte

uomini donne fuggenti nell’orrore corrusco.

Quel giorno quell’anno quel nome la solitaria ascensione

chi mai lo ricorda negli anni?

Stringo fra le dita la pipa del sole

accarezzo la luna lucciola ubriaca di fieno.

Vorticando anni giorni della vita contavo

quanto silenzio di fatica ho consumato.

Qua finisco là ricomincio.

Là finisco.

Qua ricomincio. Battaglie

mai concluse se vivi nel tempo che è dato –

racconto battaglie scomparse non più ricordate.

Chi erano i Beatles? Stalingrado cos’era? io povera donna

sconsolata signora (addio monti) – signora

qua conficcata ancorata nel sasso

travolta da onde di ore

donna senza consolazione addio

mondo montagne pianura padana. Io

povera donna rondine di magra montagna

nel volo dell’aria d’aprile

 

quanta libertà vorrei fermare con un dito

fare con te un nido d’amore sul mio cuore

il tuo volo è chiaro chiaro di nuvole bianche

segnali antichi scoprono foreste sepolte

adesso è la prima mattina del mondo che il cielo

si inalbera scompare

fra i pioppi

precipita.

Incominciò la battaglia con

disastri di neve fiumi violenze di uomini in guerra

conficcate nelle mani del cielo le stelle esplodevano

vampe le notti sovrane

sciame di api sopra i fiori del melo impietrito

la luna parla alla terra l’induce a dormire

profonda nel sonno e

Isabella ultima stella pescata stamani fra il caos

del cosmo che delira

il suo ondulare mi induce a sperare. Non a morire.

Il mondo non è mai stanco di guardare – e di stupire.

Mare delle crisi mare della serenità delle piogge lago

dei sogni baia della rugiada mare d’onde

mare del nettare mare della tranquillità mare di Mosca

mare di Smyth mare degli umori

catena dei monti rook helvetius la pé rouse

ausgarius petavio furnerio oken

sei agosto del quarantacinque

quattro maggio del sessantasette

ventun luglio del sessantanove

le fotografie delle orme dei piedi sulla luna

mentre A. va e viene intorno al modulo da sbarco

il suolo lunare è come un nevischio di piccole sfere vetrose

dietro c’è la storia del cosmo

“Le plus grand western de tous les temps”.

Liberatevi ovunque, nello spazio immenso

come fu il sogno antico degli dei

gagarin glenn titov

vladimir komarov precipitato in fiamme

dalla sua orbita

è stato fino all’ultimo cosciente della sua fine e

fino all’ultimo ha comunicato per radio col cosmodròmo

“rotonda la terra si tende distende

dentro all’oscuro cuore del cielo e io

ho sotto i mari che non sono mari

e la rugosa bianca pelle dellaterra

invecchiata invecchiata eppure ancora bambina

così solitaria nella sua inquieta grandezza e

per me immobile, da contemplare”.

Poi i mari sono mari e sono profondi

la terra è acqua.

Ci abitueremo alla luna come ci

siamo abituati agli aerei

l’uomo ormai può vivere dovunque.

Il mare è nero nero

la terra è rosata

è verde come una carezza di verde

la mano della natura cercando divaga nell’etere.

Il modulo lunare galleggia nello spazio

venerdì quattordici aprile sessantuno ho visto

la divisione fra notte e giorno

ho osservato la terra diventare rotonda

nero il cielo mentre scendevo ho cantato

“la patria sente, la patria sa”

gambe e braccia pesavano niente

gli oggetti navigavano nella cabina come in fondo al mare

anch’io galleggiavo fluttuavo a mezz’aria felice.

L’uscita dall’ombra proiettata dalla terra

fu improvvisa, voglio dire che

tra la zona d’ombra e quella della luce

dalla parte del sole

non c’era una zona intermedia di penombra

questo si spiega con la quasi totale assenza d’atmosfera.

Il cielo è nero la terra è blu.

Ho potuto vedere i continenti e i mari

le montagne le grandi città

“il cosmo è dell’uomo”.

Il volo continua osservo la terra

è coperta da banchi di nubi.

Il cielo è molto molto scuro

la terra è bluastra

si vede tutto molto bene

proseguo il volo è tutto normale

tutto alla perfezione mi sto allontanando

continuo il volo

la macchina lavora alla perfezione.

“Il modulo lunare galleggia nello spazio

come una barca nel mare come

una barca sull’acqua profonda dell’onda

e tutto è lontano laggiù”.

Le parole di Yuri in volo il giorno

giovedì tredici aprile sessantuno dell’anno.

La terra adagio rotolando

risale il crinale

striscia stridendo s’appoggia sfiata

è una balena sul deserto lunare.

La terra è azzurra è un canale

grigio è questo deserto della luna

immobile paziente – Voci non vagano

voci non ascolto

echi di fiumi non prorompono e intanto

oh amico oh patria vittoriosa

può perdersi la terra nello spazio

rotolando veloce frantumando

nella corsa asteroidi

sempre più piccola sempre più lontana

sempre più isolata solitaria sola

sempre più incerta e vuota di memorie.

Ma Yuri è morto terre piangete è

morto con un compagno (Seregin) il corsaro del cielo il docile

cercatore di lune è morto in compagnia

lassù dove anche le aquile aquiloni del cielo sovrane

perdendo piume si perdono per sempre.

Oggi è un giorno ventisette è marzo è l’anno sessantotto

nessuno sarà più leggero di lui nella storia

dei navigatori dei mari e del cielo nessuno

ha ascoltato sulle mani il respiro

caldo freddo mistero della luna.

Il padrone della gloria

regala a te l’ombra per guardare il sole.

Ancora sembra lontana la terra è laggiù

rapidi voli nubi rosate da un’alba appena compiuta.

Io povera donna desolato frammento di cielo

calcato nella terra

io osso di cane ho visto tempi migliori

mentre muoio relitta derelitta abbandonata

conficcato carbone che arde nel costato

altre donne adesso felici corrono verso l’amore.

“Lovellandersborman” razzo saturno

sessantotto è l’anno dicembre poi ventuno

un palazzo di quaranta piani

lo trascina in orbita lo solleva in mano lo cala

su strade irte e sublimi sempre in attesa. Ore

undici e cinquantuno

avventurieri cavalieri pellegrini dell’infinito che non ha frontiere

incredibili le pianure scoscese

lovell racconta dallo spazio il pianeta

appare sospeso nel cielo

lucciola pellegrina è una palla

misteriosa splendida brillante.

Il giocatore di calcio in un campo della periferia

cade trafitto da una grande palla di fuoco.

Riflessioni e passioni

fra chi si sente perduto e chi si sente morire.

Leonov colonnello il giorno diciannove

sessantacinque l’anno marzo il mese

esce cortesemente dalla capsula nello spazio per visitare

l’infinito

cammina e cammina per dieci minuti

lontano dalla terra fra gli alberi del cielo

cinquecento chilometri di vuoto sopra un oceano.

Uomini sobri pazienti ricerchiamo

per formare greggi da pascolo sui monti della luna

là dove le tempeste si spaccano con la mano

e i formaggi fermentano nelle baite fra i boschi e

si divideranno con l’amico e con il pane.

Intanto una ragazza ha raggiunto Valeri nell’orbita

volano appaiati

sulla vostok sei valentina è stata lanciata

torme di cavalli bianchi neri cavalcano a lei vicino

calpesteranno la luce del sole come l’erba di una pianura padana e

il silenzio della polvere ma valentina

non è più su solitaria montagna in attesa dello sposo sperduto.

Venti luglio del sessantanove

valentina ragazza teneva già i capelli grigi leggeri raccolti sulla nuca

collins solitario dentro l’apollo undici attende fumando mentre

armostrong e collins lasciano impronte dei piedi del fiato e il suono

dell’affanno sorpresa lassù dove anche l’inverno

si arresta sospettoso.

Terra di mille terre e luce cauta notturna

gialla di fiabe

e tu luna lunella candela notturna di una terra in attesa

luna dai mille piedi e dieci occhi

solitaria errante nel buio

perduta nello spazio cerchi aiuto e domandi riposo. Lì stai

faro notturno sulla costa del mare nelle notti cubane italiane

può la luna cadere nel gorgo dei secoli che raccolgono tutti i naufragi

dividersi con i lumi stellari ammassati

disordinata corrida

come i vitelli in maremma dopo l’abbeverata.

Mentre

la terra

nella sua sanguinante tragedia di luce

non può cedere armata ai quotidiani disastri.

Travalicati i sentieri del tempo.

La terra è lapidata da un continuo dolore eppure

i colombi i cinghiali i cervi dell’appennino

aspettano incerti nelle foreste e in campagne

primavere esplosive d’improvvisa bellezza.

Un eclisse fa nero lo spazio. Per un solo momento

gli alberi immobili in un superbo spavento.

Le nubi di marmo. La luce

è per sempre perduta.

Il sole rialza la testa mozzata nel sonno

la gente corre a bagnarsi si cerca

dice parole.

Lascio la strada del cielo

ritorno alla terra

frammento di specchio spezzato dalla rabbia degli uomini.

Una foglia

nell’aria portatada

un vento di pale e di strida terremota la terra.

Mi arresto mi fermo mi inchino.

Aspetto.

L’incubo è alla fine.

Ritrovo la madre i suoi furori la malinconia della sera

col sole spezzato in frammenti che corre sul mare.

L’abbraccio di una città lontana che altera

finalmente si scuote.

“Avanti – dicono – andiamo a cercarlo quell’uomo prima

che si perda nella tempesta che scende ghiaccia dai monti”.

E io qua sono. E questa è la vita. E

aspetto

 

 

Parte quarta [I/XXX]

Trenta miserie d’Italia

 

 

I.

 

Italia numero uno è l’antico sapiente:

“questo paese ha un’aria temperata

fertili campi piacevoli colli sane pasture

boschi ombrosi molte maniere di selve

colline ambrate biade viti ulivi

pingui armenti e lane

laghi fiumi fonti porti mari

è un grembo aperto al commercio del mondo

terra nutrice e madre di tutte le terre

per radunare gli imperi

per addolcire i costumi”.

Oggi Italia è al fioco bagliore di disperse candele

piagnucolosa statua di marmo scapitozzato

anche il tempo ha spazzato

la folle opulenza delle sue notti romane.

 

Bel paese col fascino

dell’orso fra le pere

o appisolato vicino all’alveare

di api laboriose beate intente e non prigioniere.

 

La desolata Italia

ecco le braccia stende

venite, liberatela,

da voi soccorso attende.

 

Da che parte guardi?

Perché mi guardi? Bada! Non

fingere, lo sai!

Io guardo te.

Allora il tuo sguardo è buono e

“niente, niente, mio caro

ti raccomando solo che mi tratti

da buon amico”.

Italia numero due bevi e cammina

e non te curà se lampa e tona.

 

Dice il bambino: bum bum bum è la guerra?

Italia numero uno o numero trenta è la guerra?

Sul prato ride e corre

corre e alza un aquilone al cielo.

Bim bum bam la casa cade brucia l’aquilone

la guerra arriva fra le mani del bambino

Italia numero uno ciau bambino per sempre

anche l’aquilone è caduto.

L’ardente fiamma di passione delle bombe.

Le bombe compiono il loro disperato dovere

hanno per sorte

di esplodere lucidi frammenti che avvampano e volano

a massacrare il tempo lieve della vita

per triturare le ore fino all’estremo destino

e fare di un minuto un secolo.

Che cielo c’è stasera!

Mormora: sai con chi ero prima

di salire le rampe della valle

in un epico tempo di morte

e vita? e per me

di napoleonico coraggio?

Dice: ero la grande armata

con altri uomini andavo

all’assalto di castelli su picchi inaccessibili

nella stagione di giovane guerra e speranza.

Italia numero trenta o Italia numero uno

dalle onde del tempo in brividi di primavera

vulcani che rombano

assisi su isole con lunghi capelli d’oro.

Una ragazza in quel tempo non nata

oggi potrebbe figliare.

La canapa non alita più le sue foglie di menta

nella pianura solcata da carri di guerra.

Esterno con figure.

Ombre di fiamma.

Il canto dei fiumi pellegrini.

Piove da giorni anche oggi il cielo

è basso sulla terra

come il ventre di una cagna

che si distende per allattare.

Italia numero uno numero trenta labbra di miele

capelli serpenti nel prato s’alzano tende

là in fondo pioppi paurosi stridono

al vento della notte

dentro alle tende risiedono senza futuro

soldati prima della battaglia.

Folgoranti naufragi.

Tuona la montagna e travolge.

Rose foglie di neve.

Descrive inebriato

anche lui come tanti per una volta sola

o per sempre partecipe o alienato

le ragazze che nell’autunno perdurano esaltate,

e l’improvvisa luce dei

fuochi notturni in una età che impazza

e solo l’amore emblema nudo

rende maturo bianco

sasso crudo.

Gli affanni gettati alla corrente

la vita si quieta ardita e sola.

La gente è malvagia

senza pietà spesso severa.

Buona giusta calma talvolta è spietata.

Italia numero uno Italia numero trenta porto di mare

destinata all’arpione

emergi dall’acqua irascibile e dotta.

L’archivio Datini disperso sui carri è cremato

ti inchini ogni giorno più volte

a Leopardi e ai suoi gelati alla crema.

Dicono sia giusto incidere sopra le pietre

parole di commiato o di

buon ritorno

anche se nulla è stato detto ma

tutto ripetuto.

Enea cammina in short per strade e sentieri

lascia il padre Anchise a lamentarsi sotto un ontano

entra nelle agenzie

cerca terreni in vendita se il prezzo conviene

per alzare città dai vasti destini e ora

ruine frastuoni di gatti pietre tamburi campane.

La terra si svena Italia numero uno o Italia

numero trenta Italia numero mille

alle finestre disponi le impolverate bandiere

canti per strada lingue sepolcrali o disperse

e accade che (canti prepotenti e volgari) nelle

sale vecchie e stanche delle tue biblioteche

caldo rifugio per i topi annoiati

uno studioso d’antichissimo pelo appoggiato al bastone

striscia sul marmo un’ombra lunga e impaziente.

Dagli scaffali i libri protesi gridano inermi

“prendi me! prendi me!”

e il traghettatore in questa piazza appartata

allungando la mano dice “prendo te che risplendi

nella corazza d’oro della tua pergamena

per delibarti come il liquore dei monaci arditi

e perché sei attrezzato per vincere tutte le battaglie del tempo”.

“Mi ha preso al volo e da quest’ora

non sarò più solo

da cinque secoli giacevo impolverato

nel mio silenzio di pecora macellata

e appesa a un ramo”.

Italia numero uno Italia numero trenta io c’ero.

Su montagne ferite dalla violenza del mondo

su piazze inzeppate di pietre

urlanti vendetta e canzoni

io c’ero. Su strade spaccate da un vento feroce

come un foglio bianco appeso a un tronco

l’amico ha lasciato la vita.

Italia numero uno o trenta stabiliamo i dettagli.

Sulla terra arriviamo facciamo le cose poi

il destino ci avventa lontano così l’uomo si copre

di sabbia diventa tratturo polvere bosco mistero notturno.

Solo un pugno fra loro

per un momento si fa

marmo che splende.

Passato contro passato il presente balza contro il futuro.

Dal fiume pesci enormi guizzano a mordere l’uva e le mele.

Sbattono contro le rive i corpi dei soldati.

La corona dello spavento si disegna fra nubi e tramonti.

Una giovane donna arde sopra uno scoglio.

Italia numero uno numero trenta numero mille

il futuro si accascia fra solitarie paure

davanti alla tua porta.

Le tue pietre spegneranno il sole?

Mi sovvengono Owen e Barnj il loro concitato destino

allungo la mano

sono vestiti di ghiaccio

e i silenzi spaccano cieli e trame.

Le generazioni si inseguono

non lasciano la presa.

Dalle barche rotolando sui mari in tempesta

scendono i nuovi crociati

spade o corazze,

non lasciano tracce non sottoscrivono orme

cancellano i fiati nell’aria

aspettando la notte

…………………………………………

aspettano la luce del giorno.

Del giorno.

Non hanno lance. Non scudo.

Non lasciano orme.

Io c’ero.

 

II.

 

Italia Italia Italia.

Dice: il Che mi è caro e non è morto mai.

Dice: in tanti lo fischiano io continuo a cantarlo.

È il mio eroe di Alamo

e la vita è battaglia all’ultimo sangue

alle volte capita di dover fare

di potere rischiare e di dover cadere.

Hanno memorie rapide e leggere

i mandarini di casa nostra.

 

III.

 

Nel precipitare d’eventi per la terza miseria

Italia mia patisce contorcendosi allo specchio

col cappio al collo legato al ramo di un noce impassibile

davanti alla stalla dove s’annidano i piccioni nella nostra pianura padana.

Troppo a lungo in passato abbiamo piantato grano e ulivi in terra dura straniera

oggi estate al ragazzo che si protende nella vita a sgommare

è obbligo fermarsi insegnare la sorte le orme di nuove avventure

la virtù dell’alma pazienza

non la viltà vile dell’obbedienza alla sapienza polverosa frigida

dei lenti camminatori con i bianchi capelli

non clemenza o partecipazione

ma costanza

perché i tempi chiedono di bruciare e lasciare in polvere il calendario

per la maledizione d’Italia finita sullo sterco di cane

dove la luna non si specchia

patria adorabile e sovrana

luce del mondo

sconvolto ludibrio sacco di carboni ardenti

sepolcri oscuri antichi

braci

furiosa onda del cielo

 

quando al cielo calano le pietre

fuoco foresta gelo

donne bambini uomini

 

astronauti non nominati fra le lamiere sul prato

cavalieri in fuga tra il volo dei gabbiani

campanili d’oro crollano

occhi freddi ridono guardano non sapendo gridare

………………………………………………………

resa o risveglio?

un sapore straziato inebriante prese i Tebani

prima della battaglia

la battaglia fu perduta

non chinarsi sui fiori stringere la folgore in mano.

 

IV.

 

Miseria delle miserie la quarta miseria d’Italia

sono le miserie stabili con la spada del dubbio

la pianura dei barbari i barbareschi sui mari la

tua Roma brucia la maledizione consuma le pietre.

Non voglio ascoltare l’altoparlante chiamare tre volte

la signora di Stoccarda

o la madre gridare al bambino che è l’ora di cena

oggi non vedo il cucciolo del pastore abruzzese sul prato

stringersi al vecchio cane che sopporta ogni morso.

Quando è notte l’ora del sonno sogna.

Con la spada del dubbio

interrompo il cammino da oscurità a oscurità

chiedo l’ora d’aria

per svegliarmi dal sonno dubitare un poco

agguantare la mano del mondo non affondare

nella micidiale tempesta che tritura i cuori.

Da oscurità a oscurità solo una foglia può raccontare

l’ordine delle foglie che cadono

ma il riscontro degli opposti è un giuoco che

fa incendiare le cime d’Olimpo percosso da risse

degli dei che sono inquieti in amore.

I motivi d’indignazione

uno per uno i motivi dell’attesa

ascolto vocaboli in una lingua mai parlata dall’uomo.

Parlare continuare a parlare senza sapere come parlare

scrivere continuare a scrivere senza sapere come scrivere

pensare continuare a pensare non sapendo cosa pensare e

continuare a voler sapere senza sapere che cosa sapere.

Nel corso della giornata

si disfano le montagne le nuvole delle parole

inseguono messaggi erranti senza tregua.

Come rispondere alle domande del fiume che custodisce

i cadaveri dei nemici?

La risposta è nella stanza degli ospiti ad accendere il fuoco.

Toccheremo domani il termine di questa prima avventura.

 

V.

 

La miseria d’Italia numero cinque una nuvola

molto bianca una nuvola bianca

calando all’improvviso molto bianca – bianca

ha divorato il gatto steso grigio in un sole autunnale

guardava la gente passare e la gente

nella sottostante strada dentro il traffico domenicale.

Via la nuvola il gatto l’ha stretta fra i denti ciabattando furtiva

come la scia di una nave che si addentra cauta nel

porto lasciando le onde grandi del mare

io vedo come accadono le cose fiorite o sfiorite

sono lacrime di una piccola suora diseredata

ma so che cavalco sulla lama della spada tagliente e la luce sanguina.

Anche la foglia nell’aria non ha più speranza di vita.

Mi domando dove trovare il tempo per sapere negli anni

                                                                                  che durano un giorno

per continuare lo scavo dentro la terra di sassi e toccare

la buona radice del pioppo sovrano

tutto è livellato ormai piallato appiattito.

Sovrana la solitudine della grande campagna conduce la danza

l’uccello nero cala gridando sul solco

per il terrore della navicella spaziale che fulmina

l’aria tracciando ferite di giallo.

Milioni di chilometri e Giotto il pittore divino

si muove fra le pecore dello spazio

tocca gli astri non si brucia le mani

potrà dipingere ancora il mondo

ricordare il buio di dio

riconoscere l’occhio dell’uomo da quello della serpe.

Invadere col fuoco l’infinito così lieto e vicino

senza bruciarlo.

 

VI.

 

L’Italia nella miseria numero sei allora

dei mozzamarilli parliamo che

di notte sopravvengono

a braccia alzate nei lenzuoli di cotone sovrano

camminano sfiorano i sogni

lasciano impronte sui prati inquietano

prima della stagione della neve.

Non inducono cattive o buone notizie

esplodono il riso così ritorna la buona fortuna.

Un tempo d’estate senza aliti di vento

liberi noi di cantare nei vicoli del ritorno

liberi di salire per antiche strade romane alle montagne

ma il mare del ricordo non ha confine mai.

I giorni dell’ira luglio novantadue povera Italia

serva mille anni li hai dimenticati

specchio spezzato

lacrime di miele scivolano sopra le schegge

per un’ora soltanto. Poi

settimane di riso il mese l’anno gli anni

senza memoria senza pietà questo paese di antichi uomini d’acqua

sul tavolo fra le pagine di un libro non ancora letto e

il pugnale

per la testa di capra recisa nella bottega di un beccaio italiano.

 

VII.

 

Con la miseria d’Italia numero sette

la squisita signora dal fiore rosso sul cappello che brucia

oggi la conduco io a camminare tra i fiori degli astri

nella prima giornata veramente calda di questa estate italiana.

Importa se l’autostrada è lo spazio infinito e non

la numero 14 che porta dalla pianura al mare più lontano?

La foglia la fisso la muovo la canto la dico la esigo la taglio

essa è lì ferma nell’aria prima della nebbia della sera

nella campagna la sola foglia ancora resiste

siede ansimando vicino a una siepe e premurosa si inquieta.

Come poter fuggire da un ingorgo

senza precipitare in un gorgo feroce maldestro

forse più spietato e con le braccia che arrivano al cielo?

Nello specchio il mio volto ricamato dagli anni

ricambia l’ingratitudine del tempo che è nemico alla gioia

vedo e sono veduto anzi

posso vedere solo vedere e ascoltarti dentro a nevicate tremende

i miei occhi senza sole

si muovono fra ombre veloci.

Lo so che il mondo potrebbe essere mio fino al più lontano domani

ma sono inchiodato a uno schermo che vibra

ferita da frecce accecate la memoria dell’infanzia.

Nessun allarme, la banca dati

è con minuzia trascritta nei dischetti

in una notte posso rivedere il passato

 

VIII.

 

Le miserie d’Italia maledizione d’Italia numero otto

una volta gli aranci oggi una nuvola nera

dove il mare ora l’onda si ferma nel rosso del fuoco tramonto

dove la speranza intera e uomini pescatori di spade

oggi pervade la landa un’idea di miseria dolore

ho visto molte ombre nel corso di questa giornata

ho potuto contare le orme

ricordo in Italia minuetti sui piedi danzanti

ariette napoletane in un cielo di Giove

oggi crateri a Palermo vulcani a Milano

con voli improvvisi di morte

inesorabile fato questa antichissima Esperia

nel fango non ha destino il futuro.

Ammanettati con piccole catene d’oro

simulacri di uomini tomba ridono liberi a Roma.

Sono difesi da pietre porte di una città devastata.

Solo il fucile d’oro è arbitro di queste contese

se canta da usignolo

sarà un nuovo mattino.

 

IX.

 

Povera Italia povera la tua miseria

Italia numero nove

albero disfogliato annegato nel riverbero amaro di un sangue assassino

non vede lampi la tua

faccia di strega dolore su dolore pianura lunga verde di cielo

fra infinite meraviglie folgori

Italia dispersa fra mala fortuna in preda

a brividi di morte

signora dai capelli di serpi

puoi cantare a piacere le tue mille canzoni

serrata nella clausura della tua storia

arrivi ansimando là dove il destino è segnato

dove è acquattato l’eterno nemico.

Tra i poteri criminali e lo Stato

ci sono troppi punti di confusione ma

in comune hanno faccia e piede.

Numero nove e povero nove ripeto ancora

rannicchiata nella caverna dove gridano antichi rancori

smantellare questo sistema significherebbe spedire

pezzi consumati e consistenti della classe politica all’inferno.

Gridano le voci picchiando contro i vetri non c’è

più

molto tempo spazio per annacquare il fiore della speranza

troppi farisei

troppi amici dell’ultima ora.

Dirti addio non conviene.

Buttata sull’erba sollevi la testa aspetti l’ultimo colpo.

Leggeri geni dell’aria non chiudete tutte le porte

l’attesa premia.

Fuoco di parole

e guerra sia.

 

X.

 

L’intervista a puntate è

la miseria d’Italia numero dieci

una scia di sangue lunga vent’anni

la mafia è

agile feroce dalla memoria d’elefante

un nemico in attesa di colpire

non è il corvo la talpa non è il falcone

che s’alza alto per guardare a lungo e punire.

Essa delinque senza soste

mentre noi litighiamo

perdendo l’occasione storica

di mettere in piedi una struttura vera.

Senza coordinamento la guerra

si può considerare perduta.

Lui non ha smarrito l’amara ironia la cadenza

ma ha messo da parte il linguaggio burocratico

i grandi silenzi che

hanno scandito

la sua attività come perno del pool.

La mafia non è il frutto malato di una società sana

è una realtà con leggi severe

dotata di una struttura di vertice

piramide di mattoni compatti infiniti

si fonda sull’assenza dello Stato

è come una chiesa

ha un ordinamento simile all’ordine ecclesiale

come la chiesa sa rinnovarsi

il capo della cupola è

soprannominato il papa.

La camorra polverizzata in decine di clan

non si oppone ma vive

dei buchi neri del Palazzo…………………

 

XI.

 

Undici, Italia patria

di vecchi pittori impolverati nascosti in cantina

di camerieri giovani che sognano l’eldorado

su navi di mare di fiumi di danze.

Italia Italia Italia tre volte chiamata con catene

fra montagne di poca neve e muri ventosi

troppo vecchia ormai per morire

così ti penso ancora viva e ho

Italia ottantaquattro vipere fra i capelli.

 

XII.

 

La miseria della miseria Italia numero dodici

la testa in fiamme la sterpaglia

dalla festa dei pensieri paglia che

avvampa brucia fra braci di fumo.

Si consumano notizie mescolate al ricordo

di vecchie età

l’armamento sul carro della vita in corsa

è spazio di fresca primavera.

Altrove polvere sollevata dall’auto nella strada di campagna

odora di mele mentre il merlo s’allontana

stride forte a filo dell’erba lungo il mare

siepi siepi siepi di oleandri abbandonati e

pini scavezzati dai venti secolari camminano a terra.

Può la morte ordire il suo acuminato massacro

ridurre in cenere il delfino

il vascello in fuoco

la sovrastante nuvola in ciclone e

travolgere la vita?

Il fervore trascinato in gorgo

l’esistente in un attimo è scomparso

giovinezza è il ricordo poi sull’occhio ottuso

del cielo interminabile di tetti

e alla fine dimenticare la tomba

dei vecchi eroi?

Quante primavere gli uomini fuggitivi

abbandonano alle giovani ali che arrivano portate dal garbino?

Si può considerare l’opportunità di non rassegnarsi

bruciare il carro del vincitore

anche le nostre bandiere.

Per favore.

 

XIII.

 

Italia numero tredici tre volte

Italia adorabile donzella

piffero risuonante

chi ti ascolta è perduto.

Il mare ti mangia adagio

il tuo riso è infernale

ingiusto e sprovveduto

smarrita dentro balli e suoni

neanche più chiedi o urli aiuto.

 

XIV.

 

“Ho passato il mese di giugno più schifoso della mia vita”.

Italia maledetta quattordici sono le maledizioni d’Italia

la vergogna di questa isola senza mari

senza monti prati cavedagne fiumi

senza più lunghi orizzonti di qua e di là dai guadi

il numero arriva con le prime tempeste di giugno

travolge i paesi i sobborghi della miseria feroce

così l’occhio del ladro si chiude sulla tasca

di un vecchio appisolato.

Il poeta delle favole cavalca un’oca superba e vola via

fra scoppi di parole

“quando ti sento dire: sei qua

non ti voglio

io dico la verità, ragazza mia,

vorrei morire. A noi ci specchia il sole”.

Nella piazza la gente si è radunata

per fiducia o sfiducia nel sindacato

sapere come il sindacato si muove

oggi è il problema la gente lo deve capire.

La paura resiste perché episodi di questo genere

possono stravolgere i rapporti e

il peso contrattuale dei lavoratori.

Non erano i pensionati a tirare le fila di questi cortei.

Una piazza compatta tranquilla

è una meraviglia.

Le tute blu sono giovani molto giovani, oggi. I nuovi operai.

 

XV.

 

Italia mia con il lenzuolo stracciato

della tua bandiera.

L’alloro di un tempo

è fresco soltanto tra le mani

di una cuoca o cuoco divaganti

per gli sgombri al forno nel ristorante sul mare.

Intorno a te si esaltano

arlecchini irridenti che sciolgono

parole parole dalle bocche umide e scaltre.

Timida e lacrimosa

sei l’orco della favola senza fuoco dal naso

ti salve lo strame della gente

che ha ancora voglia di vivere.

 

XVI.

 

Italia maledetta la maledizione d’Italia

numero sedici nella sua miseria mai dimenticata

l’Italia non esiste più l’Italia si è perduta

mucchio di carbone appena spento fra due pietre

verza strappata dal becco dei passeri vaganti

mare con ossa di delfini disseccati

certosa di vecchi scheletri cappuccini

frana scrollata dalle cime acuite di monti vicini

dentro al mare Tirreno solcato da velieri fantasmi.

 

XVII.

 

Quando la notte è zero

e le cicale scoppiano fra i sassi

Italia maledetta è l’ora in cui ritorni perduta

nella caverna della tua maledizione numero uno

e sette. Per niente sei antica

e hai Dante nel carniere.

“Datemi acqua!”

“Bastardo non siamo i tuoi camerieri”.

Quando l’uomo è topo al topo con furibondi duelli

la vita si perde nel letame.

Ti tradirò con sette baci

con la paura delle stelle che non cadono mai

occhio del diavolo nello spazio senza confine

in questa notte di una estate senza neve.

Taci sciagura e piangi

sulle tue mani mangiate dalle vipere

e allora?

Gli angeli troppo magri non hanno gli occhi per vedere.

Nessuna gioventù mi perseguita ancora.

 

XVIII.

 

Italia sepolta sotto la neve

adorata maledetta

perduta ritrovata

muta loquace assisa in un cortile a Venezia

dove trionfa Goldoni seduto al Caffè.

Incapace di fedeltà

distrutta dalle passioni

calpestata da una dolorosa viltà

trascinata dalle ruote della Ferrari

e dall’amore di un popolo che oggi è travolto

infuriato o inquieto.

Giardino dei ciliegi

diventato foresta frequentata da nani

con il pelo di ferro

divorata dalle cavallette avide e ciarliere

precipitosa armata incalzata dal vento…

 

XIX.

 

Qua non finisce il percorso

qua il camminatore non dà il saluto

tuttavia sempre aspettando

un’altra primavera e diverse occasioni.

La speranza è ancora in vita

e la vita non è finita

tutti in questa terra antica e scaltra

approdiamo venendo da un mare

abiurando la falsa pace

splendidi portatori di nuova guerra.

 

XX.

 

Venti. Ventesima è questa grigia

miseria ardente

sicché cenere viene

poi di nuovo fuoco grande

fuoco nuovo che accende

forse speranze. Sono speranze nuove?

Il camminatore fra boschi e calanchi

e città aperte sotto il cielo infuriato

dice (cantando)?

non ero io ma chi ero?

Lontano vicino il lampo indicava la strada di un cielo vagante

vicino lontano i morti di legno di pietra bruciavano

le case di pelle di sangue esplodevano

i cristi in croce su altari in cenere bianca cadevano

giovani col cuore spaccato ridevano fra mille bandiere

fuochi sui monti per la sagra di un uomo

decapitato sepolto senza gloria di un nome.

Cadaveri irati

alte sequenze d’amore.

Nessuno trapassa calpestando i sassi

tutto tace e il mondo sembra mio.

Mi placo sotto il vento delle ombre

il passato è una novella lieve

cancellata dal tempo che frantuma i visi noti.

Sia come sia mi inquieto

vedo bruciare l’orizzonte ma questa è l’ora che segnala il destino

in cui fra i boschi

il camminatore cerca pace nei pensieri.

Erano tempi, che tempi! La mano

allo specchio con il segno di lunghe ferite

aerei di nuvole stanchi

cercano terra in un abisso di acque.

Canta una voce la fame nelle notti di luna

le donne con gli occhi accendono fuochi

neanche una foglia è leggera in questi anni di secche castagne.

Il sangue perduta la luce s’annida fra sassi e capelli.

Che tempi si squarciano oggi?

Le case

bruciate nel sangue

non sono antiche memorie.

Gatto fra gatti, cane fra cani, cinghiale di selva e radura

ombra su asfalti dentro silenzio di mondi

cielo di fumo e nebbie di boschi bruciati.

 

Che tempo è questo? Senza ricordi mi perdo?

Reagivo come un sovrano decaduto

non mi lasciavo sgomentare.

Crollano i muri di pietra s’alzano i muri in oro blindati

diamanti splendono su dita misteriose

nella notte da terra a terra che non ha più confine.

Questo gridava alla notte il camminatore nel silenzio

della foresta degli anni:

cammino fra i sassi

mi inerpico sulla montagna

scendo nei mari

milioni di uomini stesi aspettano in caverne di fango

le donne senza età hanno consumato il pianto

come un pozzo lungamente bevuto.

Bruciano uomini e libri

bruciano i libri e le cose

(le biblioteche sono polvere grigia bagnata)

bruciano i ponti le case le tele

dipinte da vecchi maestri impazziti

bruciano le parole ai bambini che guardano il mondo

fra missili ogive sigarette vendute nei porti.

Vedo la morte regina del mondo ruotare sul mondo

per la violenza del mondo

nel silenzio del mondo.

Ma dove sono? Dov’ero?

Reagivo col furore della spada

mentre le nubi soffiavano sulla traccia

degli animali predatori che mi inseguivano.

Non mi lasciavo sgomentare.

Se la morte del mondo non testimonia della vita del mondo

come può il futuro crescere come il fiore

sul cuore di Caterina che chiama i colombi e

guarda la luna?

Ma io dove sono? Dov’ero? Mio è il silenzio

nel fuoco, mia la casa che brucia, io brucio le

mani che stringono il giorno perché non abbia destino.

Io contro un muro in attesa e

bruciano boschi le città bruciano bruciano

mute le acque i grandi monti sono solitari e perduti. Ma io

dove sono? Dov’ero?

Non mi lasciavo, oh

non mi lasciavo davvero, oh

Non mi lasciavo sgomentare.

 

Qua sono (egli dice) rispondo. Qua sto.

Come un soldato non vinto

sottraggo la morte alla morte

nell’Italia squarciata da trenta miserie sul fianco del fuoco e del freddo

 

Verrà pure domani.

 

XXI.

 

Hanno memoria lunga i mandarini di cosa nostra.

Pronta a colpire.

Falcone doveva succedere a Chinnici

gli preferiscono Meli

negano il suo intero lavoro istruttorio

con disprezzo definito il teorema

un corvo lo accusa

la mafia sistema 50 chili di tritolo

dicono a Roma a Palermo “l’ha preparato da solo”

l’accusano d’avere insabbiato le indagini sui delitti politici

corre per il CSM e lo impallinano gli stessi compagni di corrente

ripiega a Roma al Ministero

dicono che si è inginocchiato al Palazzo

è candidato alla Superprocura

il CSM lo boccia.

La mafia doveva solo presentare il conto

l’ha presentato ieri

come aveva previsto Buscetta

“l’avverto signor giudice

dopo questo interrogatorio lei diventa una celebrità

ma la sua vita sarà segnata

cercheranno di distruggerla

non dimentichi che il conto con cosa nostra

non si chiude mai.

È sempre del parere di interrogarmi?”.

Era l’oggetto di un odio implacabile, dunque

………………………………………………….

Italia numero ventuno Italia secca

tempesta di miele di pianto di fango

Italia

allora?

………………………………………………….

 

XXII.

 

La Grecia brucia.

Brucia l’Italia.

Antonio è partito.

Brucia cuore e futuro.

Morti Sciascia Calvino Pasolini

Fortini Volponi Vittorini persone

di alto gradimento. La giornata

è lunga amara in questa Italia

cavallo che caracolla azzoppato.

Sta arrivando l’inverno.

Sarà di nuovo il tempo bianco della neve?

O prevarranno giornate temute

con poche voci annidate nel petto?

Chi nel silenzio e l’attesa raccoglierà le nuove vicende?

Chi

raccoglierà fra i sassi le nuove canzoni?

Momento gelido da ricordare.

 

Vittorini cammina ancora adagio lungo i navigli

rapido e sicuro Calvino sta scrivendo una lettera

Pavese ha appena bevuto cicuta nel terribile

silenzio d’agosto

Fortini arriva correndo impetuoso e ammonisce la vita.

Sferziamo cavalli che sono bianchi cavalli di pietra.

Un vulcano aspetta di triturare il cielo.

Cenere bianca fredda si depone ai miei piedi.

E tuttavia anche noi aspettiamo.

 

XXIII.

 

Ho scritto l’evento

Italia claudicante con il bastone da vecchio

ancella defraudata dei giorni

signora offesa che rivendica polverose ruine

né sa adattarsi ai pellegrinaggi fra i fiori.

Tace e si attarda

ascoltando l’uragano che placa i suoi fuochi nei paesi d’alta montagna

e a Roma depone l’obolo o l’offerta.

È cronica la tua vecchiezza Italia dell’alto tormento

numero ventitre

incapace di lavacri salutari

cadremo insieme nell’inferno del tempo

senza cavalli al galoppo né città esemplari già assaltate.

Nessuna verità è più completa e terribile

della verità della memoria.

 

XXIV.

 

È l’anno ’68? l’anno ’77? l’anno 2006?

A Bologna

(Italia numero ventiquattro sconquassata da mille mani e colori)

l’estate scoppia sempre con lunghi singhiozzi

con ululi da sirena sperduta nel mare in notti profonde.

Contro la porta di una chiesa giovani giovani appena

nati stanno distesi. E aspettano.

Il cielo soffia sulla loro pelle che stride

perché non riescono a dimenticarsi di vivere.

C’è ancora un vecchio che ascolta esplodere la canzone delle pietre.

Un’ondata travolge la piazza.

Le torri sono tronchi di un legno molto duro.

I giovani hanno capelli di ferro e gli occhi di creta.

Si muove il vecchio con uno sputo che è un mare.

Tutti lasciano i buchi dove si va per confondersi

per visitare un amico o per piangere in solitudine.

Galoppa per la pianura il dolore incontro a un altro dolore.

È vero che all’alba

la vita è un’oliva verde appassita strizzata

e molti sembrano sulla riva in procella di

un fiume distesi.

Il giorno si mette a gridare a chiamare chiamare

le formiche pazienti

che alzano un muro con le seguenti parole:

Noi non dimentichiamo mai i morti.

Noi siamo uomini e anche noi piangiamo.

Ci guardiamo le mani che hanno stretto i fucili

ma non odiamo.

Sulla piazza di giovani barbe sbatte il respiro

da primo giorno del mondo.

È lì che ciascuno ha vicino una mano. Una mano.

E non si lascia incantare.

 

XXV.

 

Il giorno dell’ultimo sparo

non fu un giorno di gloria

gli urrah! non mancarono

ma si piegarono le ombre e

i morti erano lì sulle strade

composti come sacerdoti per ascoltare le voci.

Sia buona fortuna agli abitatori delle notti di ghiaccio

Italia venticinque sazia di parole e testardo aquilone

il telefonino nascosto sulla pelle porta

notizie in codice.

Chi ha avuto ha anche già dato

ma l’indifferenza è suprema signora del regno

l’orizzonte è aperto agli aquiloni che si

disperdono alti

la tua terra Italia attenta paziente sbalordisci e urli

“salvatemi abitatori infausti delle città impolverate,

gli anni si sono accaniti

non c’è più tempo per i tornei e le donne campestri

irrorate di soleventotempesta…”.

 

XXVI.

 

Trapassata da ferro d’amianto e polvere

da vetro e frammenti di astri solitari e straziati

il 17 febbraio 1911 fu oscurata la volontà di esistere in

buona compagnia

l’oscurità dunque sia giusta e permanga rintanata in un angolo

dove le pietre esauste si raccontano storie di guerre

cadono i lacci che imprigionano le penne nel volo delle cicogne

che planano solenni sui campanili per deporre uova bianchissime

mentre le donne si inchinano alla pietà

sul corpo degli amanti riversi nelle piazze calde di nebbia

e lacrime calano sul volto delle impolverate effigi dell’Italia

numero ventisei viandante di tormentate avventure

e sui letti ferite le donne

si trasmettono fra un urlo e un sorriso

la verità della vita

e la ricetta della torta di panna e castagne

da dividere domani al suono delle prime campane.

 

XXVII.

 

Ventisettesima peregrinazione Italia di sassi e di erbe

bruciate dall’arsura

Italia Italia Italia addormentata in una stalla

vicina a un cavallo normanno.

Leggere furiosamente

vecchi libri di carta

hanno odori che rimandano ai boschi di abeti e

non danno suoni di odori.

Poi parlano all’improvviso con la voce di un sole

o

soffio di vento africano

o

calura d’agosto

si raccontano cose.

In quegli anni. Cose.

Fiabe, favole, deserti? Anche deserti e favole antiche,

Anche favole antiche e

cose incerte non prima conosciute

in quegli anni ribaldi di vertiginose discese

e molto sangue intorno errava cercando.

Gli anni?

Vivere era un campo di conflitti di guerra

di fango spezzato, di giorno urlato, di magri pensieri

nel circo dismesso tutti ridevano in pianto.

Sulle spalle il vecchio, che è il tempo del tempo, fra i rumori

boschivi.

I giorni della vita censurati

ma poi contati (contiamoli bene)

rovesciati su un sasso come pesci verdi appena pescati.

C’è il guerriero con l’elmo il guerriero col pesce

il pesce è sullo scudo non sulla zampa del cervo ferito

la spada è nella mano del guerriero condannato a vincere la partita

i guerrieri cadevano leggeri come foglie autunnali

laceravano con un sibilo la speranza della vita.

Questo uranio inviperito signore solitario delle nostre giornate

adesso disprezzato e maledetto

dice (cadendo nel tramonto come un sole nel mare)

mi sembra, dice,

di dovere morire ma forse ancora non muoio.

Italia di ventisette gabbane trafitte dalle frecce e dalle

trombe di guerra

racconta,

la nave fischia nella nebbia per raccogliere naufraghi

per entrare nel porto.

“Salite vecchi soldati, grida il comandante,

fra i sacchi di grano e i topi

favorite il rifugio non disdegnate l’aiuto

un porto, è lì aperto davanti

accoglie chi è ebbro di pace…”.

 

XXVIII.

 

Italia ventotto statti accorta

tutto cominciò al dodicesimo

minuto del secondo tempo

quando l’uomo secco e nevrotico

che sedeva al bordo chiamato mister

disprezzato di molto dalla squadra

per turpe malizia senza guardarlo in faccia

gli urlò riscalda

quelle zampe entra nella partita

che è una battaglia

fra tre minuti al mio ordine.

Tre minuti! Una vita. Neanche il tempo

di struggersi d’emozione.

Stranghellini uscendo dal prato

era il numero trenta

non lo guardò neppure acidamente ardito

gli strinse la mano appena e

lo lasciò abbandonato sul

verde mare come in un naufragio di grida.

Fu dunque solo. Italia, dov’eri?

Lui e il pallone fra cinquantamila nasi che

sbuffavano simili ai bisonti in corsa

sulle rive del fiume Pecos.

Centomila occhi torvi infuocati e maledetti.

Un pallone docile di primavera e di canti

adornato di un gentile respiro

gli arrivò da destra sussurrando al suo piede

egli vide così portato il volto della madre

piangeva quieta vicino ai vetri della finestra in

cucina e il sigaro breve del padre spento che

rideva leggendo il giornale

le giornate di pioggia lungo le strade della periferia

il giorno della morte di Tommy poi

l’urlo colorato tuonando dalle bocche invasate.

Aveva segnato il punto

lui oscura conchiglia di mare gettato

dal mare sul greto

sul greto sul greto

del fiume Pecos dove affranti bevono i bisonti.

Aveva segnato il punto lui

oscuro frammento di legno nel bosco

lui mendicante solo di tempeste e di vento

lui padrone del mondo dei sogni

vittoria e mille bandiere

lo coprivano uscendo dal campo con rose e respiri.

Italia ventotto azzurro era il destino in quella sera d’autunno.

A quale destino

galoppava ora il mondo

dopo questa vittoria?

 

XXIX.

 

Ventinove sono ventinove i conti dell’Italia

nella polvere fasciata di bandiere lacerate

non lascia spazio ad alcuna novità

talvolta le attende poi le condanna.

Voci si annidano fra le braccia di un sole

unico superstite della disfatta.

Resto lì e ascolto, Italia con la spada impolverata e

senza filo al fianco.

Mi fisso immobile ad ascoltare

imparo di nuovo il fascino del vento

la frastagliata ebbrezza delle onde dei mari.

Il grido di vendetta del venditore di angurie è annidato nell’ombra.

Così la giornata si apre come un libro

(rispettosa di eventi)

da sfogliare leggere annotare

fino all’indicazione indice che serra il fiume di parole

e brucia le canzoni.

La sera viene.

Il 17 febbraio 1977 una voce fu oscurata e il ricordo è un’ebbrezza di suoni troncati da un colpo di pistola

La guerra non è l’ultima guerra

per telefono l’amico annunciò all’amico che

era tempo di grave tempesta improvvisa

chissà cosa ci riserva la sorte

se calano anche per un solo momento

cedere al sonno.

Questo continuo vociare

ciascuno a suo modo

è assalto rapido

la rapina della speranza è forse vicina

la scia di rancore è un forno che avvampa

di un fuoco astuto acquattato fra i muri e le foglie.

La pazienza per deludere è ardua.

Scriveva scriveva scriveva di cosa?

Di cosa si può scrivere in piedi

se non quando si parte?

Lasciare la patria immersa nel buio del mondo.

Addio terraitalia canzoni di Napoli con il vulcano che fuma e

aspetta. Così è stato detto inciso, sulla pietra.

Sono partito

un ritorno deve pure avvenire.

 

XXX.

 

Il tuo destino è oscuro

Italia trenta, trenta.

Ogni viottolo un tumulo d’antichi guerrieri

ogni cima una fortezza abbandonata

nelle vallate cunicoli di trincee

mani di vecchi soldati affiorano fra i sassi.

Con il fuoco nel cuore

e il suono

dolente di una campana

nell’orecchio.

Chi vincerà le tue battaglie?

Ancora una volta per te?

Il futuro ti aspetta…

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in volume
  • Editore: AER Edizioni
  • Anno di pubblicazione: 2010
Letto 14139 volte Ultima modifica il Mercoledì, 05 Febbraio 2014 15:42