Romanò, oltre la catena dei giorni

La collaborazione di scrittura critica di Romanò nella rivista “Officina” fu subito determinante, e molto specifica. Ho scritto collaborazione e non partecipazione, perché una cauta inquietudine, che nella sostanza e nella generalità era della sua natura umana e che, nel particolare si rivolgeva a questa operazione editoriale piccola ma convinta, mi sembra l’abbia sempre trattenuto da una adesione più interna, più direttamente coinvolgente. Così che in quei fascicoli le sue pagine sono, per l’appunto, determinanti e specifiche (premetto subito, fra le più illuminanti della rivista) ma lì collocate, quasi deposte, come per una buona occasione che consentisse di ripararsi e riflettere scrivendo. Pagine, per la tormentata lucidità, immediatamente necessarie, tanto da confermare non vero che la rivista alla fine risulti essere stata niente (come vorrebbe oggi qualche sodale di malfermo umore), se dentro alla macerazione marxiana e a generose arroganze talvolta intempestive c’è sempre stato spazio aperto per la continuazione, intanto, del lavoro perseguito da Romanò.

Un lavoro dedicato (concordando con l’impostazione metodologica che era anche di “Officina”) ad avviare una rivisitazione critica della nostra cultura letteraria novecentista. Da chiarire qua con questi brevissimi cenni: cosa “eravamo” in quel momento, proprio nel concreto della realtà che si toccava con mano e che ci circondava con le parole; come era presumibile uno sviluppo; dove si doveva approdare espellendo le sovrapposizioni di comodo; e con quali pesi esistenziali e culturali salvati dal tempo o rinnovati attraverso la fatica in atto della nuova ricerca.

Un impegno non da poco, e non solo della redazione. Ma che sottintendeva intanto la peculiarità di Romanò riguardo ad altri compagni di questa cordata, egualmente motivati secondo proprie prospettive, per la sua drammatica, autentica (sembrava quasi quotidianamente rinnovata) religiosità; intesa non come sudditanza ad un progetto di possibile pacificazione rassegnata ma come impegno totale nell’individuare la porta di passaggio per riemergere dal fuoco di un inferno non ancora spento verso una autentica salvazione che il mondo non poteva in alcun modo concedere; e che quindi occorreva, come dire?, sottrarre al mondo; ma dopo averlo di nuovo riconosciuto.

Questo restauro di civiltà (una ricomposizione compiuta sulla pelle mentale ed esistenziale di ciascun uomo, uno per uno); questo risultato di un lavoro, poteva dunque essere raggiunto solo restando dentro alla realtà del mondo, cercando di capire e di approfondire, con una dedizione costante e collaborando con altri. Questa “istanza di collaborazione” non quasi necessaria ma necessaria senz’altro, era una realtà operativa instaurata, direi esaltata dalla “resistenza” appena conclusa come fatto tragico e feroce d’armi ma ancora attiva come propulsione ideale e come sostegno alla spinta di nuova riflessione. Perciò la “salvezza esaltante”, come fine ultimo prima della vita e del lavoro che si svolge nella vita, era mediata non da una sottrazione di sé dalle cose del mondo, ma da una continua partecipazione riflessiva al loro svolgersi. Quindi con l’attenzione attiva alle inquietudini del presente e con la correlata necessità di partecipare a una verifica costante, molto parcellizzata, dei persistenti e resistenti legami istituzionali con persone, idee, riflessioni, scritture dei decenni precedenti. Il titolo della sezione su “Officina” (“La cultura italiana”, n.d.r.) in cui Romanò si impegnava a lavorare, in uno spazio ritagliato tanto da sembrare quasi autonomo, a me sembra confermare proprio questo.

Si può perciò concludere che l’approdo su questi problemi – così efficace e stimolante per la rivista e determinante, nel breve cammino poi svolto, per la discussione più generale – non fu una accensione critica di Romanò determinata dall’occasione; ma l’occasione della sua partecipazione così continuativa fu un modo per continuare anche in questa sede una riflessione che si era avviata fin dal momento della conclusione della guerra.

La quieta e acuminata sapienza di Romanò, come poteva sembrare in apparenza, era invece una macerante, direi una inesorabile inquietudine che non si esaltava ma perseguiva, con una costanza quasi massacrante, il proprio impegno di analisi e il proprio cammino dentro a questo impegno. Come una verifica, temporalmente antecedente, a cogliere archetipi critici poi di nuovo riaffermati nella sostanza delle argomentazioni in “Officina”, si possono ricordare annotazioni di lettura apparse anni prima su “Il Ragguaglio Librario” di Milano, a partire dal 1945. In queste pagine, al seguito di una annotazione che si apriva a ventaglio – restando sempre dettagliata e partecipata – per lo più su un volume appena pubblicato, si metteva in moto, proponendo una partecipazione diretta oltre che della mente critica anche di una composta violenza dei sentimenti, la sua tensione non a muovere dal divino (un divino già cercato e riconquistato, comunque direttamente perseguito) verso l’uomo – dall’ombra di Dio verso il sangue dell’uomo – ma a collegare, è questo il punto di grande vitalità e di durata nella conclusione della riflessione di Romanò, il divino all’umano; a rapportarlo per riconoscersi, non per confrontarsi e tanto meno per giustificarsi. “Inquietato – per riprendere sue parole da una recensione del 1947 a Lisi – da una prospettiva incalcolabile”. È vero, per lui: nelle sue pagine la piccola voragine aperta, appena aperta, si sente che è disponibile solo per progredire nell’affondo dentro ai problemi della riflessione non certo per arrivare ad una qualche immediata conclusione – così ambita, altrimenti, da quanti si sentono deputati a stilare referti definitivi. Il suo è il dramma in scrittura “di una spiritualità (affatto propensa a dilagare o a divagare) che si cerca, si smarrisce e si cerca di nuovo” (parole del dicembre 1945).

Nel 1947, scrivendo sulle idee estetiche di Eliot, precisa ancora, come per riaffermare una convinzione determinante: “Non abbiamo un metodo, ma abbiamo un esempio di partecipazione, una affermazione di stile, un accento, in ultima analisi, di poesia”. La partecipazione, come opera costante di vita intellettuale e di vita privata; l’irrequietezza, cauta e pensierosa, per sottrarsi alle immediate seduzioni o persecuzioni del presente. Di fronte alle enfasi giaculatorie di certi soloni del tempo (i quali sembravano non avere passato con cui confrontarsi, con cui scontrarsi, e magari da cui sottrarsi; ed essere passati poco tartassati attraverso il crogiuolo della guerra, per dedicarsi subito a rovistare con le mani dentro all’oggettistica culturale del presente), la generosità paziente ma inflessibile di Romanò (che si dedicava alla riflessione ed alla scrittura con la costanza di perseguire e di approfondire per individuare e segnalare, quindi con vera disponibilità culturale) è un esempio di altezza critica e di moralità letteraria elargito dalle pagine di questa rivista; contrassegnata almeno da una perseverante indipendenza di riflessione di cui i partecipanti non dovrebbero risentirsi, ricordandola. Prendo per Romanò ancora sue parole, sempre dal lontano 1945, da diversa collocazione; e le uso a conclusione: “Un’angoscia continuamente taciuta nelle sue virtuali derivazioni patetiche, una disperazione esuberante e l’insopprimibile anelito a una finale verità; l’assillo della propria vita spirituale ridotto volontariamente a dei limiti senza scampo, giuocata giorno per giorno sul filo dell’assoluto”.

In altre parole, è quanto ho cercato appena di delineare nelle righe precedenti; con qualche personale emozione. “Scrivere o leggere ha significato mettere in giuoco un destino che pesa al di là della catena dei giorni, cercare la verità dell’esistenza e la strada unica che porta ad una regione religiosa”.

Le precedenti estrapolazioni si riferivano al “Diario aperto e chiuso” di Carlo Bo, ma le sento enunciate come per una rispettosa suddivisione e partecipazione dei compiti.

A chi, come il sottoscritto, scompensato dalle prolungate violenze della terra e della guerra appena subite e partecipate, ma dedicato alla ricerca di soccorsi reali alla riflessione (per la ricomposizione e la ricostituzione di un bagaglio culturale non più deludente), le pagine di Romanò sulla rivista “Officina” erano di un aiuto privilegiato. Queste righe ne siano testimonianza; mentre sono contento che altre generazioni, al nostro tempo, le ritrovino ancora vibranti di quella autentica e non ancora esaurita vitalità.

 

 

 

Lengua, n. 11, 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: saggi critici
  • Testata: Lengua
  • Editore: Crocetti Editore
  • Anno di pubblicazione: n. 11, 1991
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