Caccia all’uomo

Roberto Roversi

Caccia all’uomo

romanzo

 

 

 

Indice

 

 

I.       Una battaglia                                                 p.        7

II.      Elenco delle prostitute di questa                             25

         parrocchia

III.    Consiglio di guerra                                                 47

IV.    Assalto al castello                                                   55

V.      Fatto d’armi                                                           69

VI.    Nell’autunno del 1809                                           80

VII.   La monaca di casa                                                109

VIII.  I poveri cristiani                                                   127

IX.    Morte del Boccone                                               139

 

 

 

 

 

 

Appena usciti da una guerra devastante, in questo libro l’autore intendeva ripercorrerne violenza orrore spietatezza infame.

Sfuggendo all’abbrivio, allora dominante, di un neorealismo che sembrava tutto fagocitare, annebbiando in un lucore un po’ polveroso il panorama delle cose appena patite.

Invece la gente, con speranza e vigore

– sia pure corrotti da vincoli e ritardi, però duri e implacabili come il legno castagno – iniziava a rialzarsi da terra.

La documentazione era stata attenta

e rigorosa. Su tutto, le memorie

(o il resoconto) del generale francese Manhès, indispensabili.

R.R.

 

 

 

I.

Una battaglia

 

 

 

 

 

Arrivano alle undici di sera; la banda intera del Boccone, più il ragazzo che s’è aggregato il giorno innanzi, rifiutandosi a ogni domanda. In tutto duecentoventi uomini. Il ragazzo cavalca al fianco del Boccone, con un’aria per nulla smarrita; un’ombra di riso sulle labbra chiuse e forza nelle mani raccolte a stringere le redini. Come il fuoco sprigiona calore.

Al Carmelo, un paese sul bordo della pianura, si fermano: per riposare i cavalli, mangiare, bere, stendere le ossa. Sloggiano i borghesi dalle case, entrano a dissipare le ore. Giunge il mattino che tutti dormono.

Ma il ragazzo è già sulla strada, i piedi nudi nell’erba, guarda verso la collina. Gli uccelli volano in un cielo chiaro.

Quando la banda si sveglia il silenzio cade, appare il sole; subito dopo il Boccone.

È sui quarant’anni, forte, non alto, con una faccia tutta a crepe e rughe che si spiana come un foglio nei momenti tranquilli. Il suo riso scoppia come un colpo di pistola; è duro, costui, perfido, vanaglorioso, ladro e traditore. Ama l’adulazione, detesta servire, gode d’essere servito; ambizioso, senza paura. Ma non c’è cristo che rubi nel dividere il bottino, e se promette mantiene. I tetti, Bosco grigio, la Vetta del Somarone, I Tre ponti sono luoghi che suonano ancora il bronzo del suo nome; aveva attaccato e vinto. I francesi, con le divise appiccate alla pelle, si scioglievano nella solitudine, i petti squarciati. Provassero ad assaltare Boccone!

Dal Carmelo la banda vuole raggiungere la macchia del Goldo, a mezz’ora di cavallo; là, riparata dal sole, in luogo amico, aspettare.

Il Boccone ordina di partire. Nitriscono i cavalli, un cane abbaia. Alcuni birbaccioni trincato l’ultimo goccio strisciano sulla bocca la ruvida mano. Tutti in sella, s’alza un polverone d’inferno. Addio, bella banda. I borghesi rientrano, imprecando, nelle case

«devastate, devastate»

lamentano le donne e sembrano furie dei boschi.

 

Ancora il Boccone davanti a tutti, su un baio di tre anni che passa leggero; accanto a lui, ritto, fragile, il ragazzo che guarda in silenzio senza paura il mondo. Ogni tanto il Boccone, morso da una ilare curiosità, gli grida: «Su, parla, figlio di somara». Il ragazzo muove appena il capo, fa una smorfia con la bella bocca rossa. I calzoni gli tirano sulle cosce.

«Dimmi chi sei, spia del governo» ride Boccone. Il paese è lontano, cominciano i primi strappi della salita. Alberi con le foglie quasi bianche si tendono al cielo, la campagna è immobile, non voci; il galoppo pare acqua che si disperda picchiando sulla terra.

«Ti taglio la gola» dice il Boccone al ragazzo, alza le redini: zac! fa un gesto con la mano.

«Abbiamo i francesi ai calcagni, combatteremo come non è mai capitato, occhio sull’occhio, fiato contro fiato, e questa spia che non dice, eccoci con questo silenzio… Non parla, cristo, non parla…», poi soggiunge: «Che coraggio, il ragazzo!».

Il giorno è già tutto vivo. «Laggiù polvere» grida una voce. Arrestano la cavalcata, tutti si voltano ficcando gli occhi nella pianura. «Sono i francesi… Al galoppo!» urla il Boccone. La mandria s’avventa, a due a due, per lo stretto sentiero.

 

Nel paese di Carmelo i borghesi dicono al tenente comandante la compagnia francese che il Boccone ha pernottato, con oltre duecento uomini, e all’alba s’è diretto alla collina; che la zona è piena di pericoli, facile alle imboscate; il Boccone, quel dannato, conosce il paese come la propria mano.

Gli uomini della sua banda non temono la morte.

«Questo è da vedere» dice con stizza il comandante, che è un giovane dai capelli rossi, non molto forte, due baffi lisciati con l’olio, il viso maculato e un nasino gentile (forse un poco ridicolo, a guardare bene: piuttosto da donna che da guerriero). «Badate ai vostri passi» dicono i borghesi ai soldati. I cavalli, stracchi, con il muso soffiano nell’erba.

Fa caldo. I soldati cercano l’ombra, si slacciano la giubba; due, seduti su un tronco, cavate le carte, giocano; altri appoggiati ai muri delle case, ritti nella striscia dell’ombra.

Il tenente è entrato nella casa di un notabile. Sbirciando dentro, i soldati pensano che un’aria simile, fresca e rasserenante, è bella godersela da borghese, nella propria terra. Maledicono il caldo, le mosche che si piantano attorno agli occhi dei cavalli o sulle strette ferite aperte dagli sproni. Inutilmente i cavalli scuotono con rabbia le code; come vecchie beghine intente alla preghiera, le mosche a testa china succhiano il sangue dolce.

Il tenente s’affaccia, chiama un sergente, dice: «Ci muoveremo al tramonto… So dove trovarli; domattina attacchiamo. Ora rompete i ranghi e date fieno ai cavalli… Servitevi dei buoni e requisite pane e vino. Andate!». Il sergente sull’attenti, mentre il sole gli striscia una mano nella schiena, pensa fra sé: “Ti vedrei volentieri impiccato, sporca puttana” e con un sorriso si volta, batte i tacchi, bestemmia, s’avvia. Il tenente rientra e riprende l’amabile conversazione col proprio ospite. Ma sopraggiunge la moglie, una bella donna che appassisce, e il discorso diventa grigio, autunnale: «I danni della guerra, quest’anno…».

«L’ultima volta che mio marito giunse a Napoli ebbe assicurazione che la guardia civica…».

«Ma non c’è Reggio che deve provvedere?».

 L’altra scuote la testa; è facile intendere che riempirà le ore con lamenti, descrivendo i malanni del tempo e il tragico incubo del brigantaggio a cui poche forze il governo riesce ad opporre: «Lontano dalle città la vita è un inferno» dice. «Anche ieri sera il Boccone…».

Il tenente dopo un momento di fastidita attenzione si limita ad assentire col capo e intanto gode la frescura che s’alza dalle pietre grosse e vecchie, dai muri un poco anneriti, coperti da un velo di muffa. I travi dipinti in rosso dividono il soffitto in comparti squadrati. C’è nell’aria il puzzo di cera bruciata.

«Anche ieri sera, ieri sera» lamenta la donna.

Il tenente centellina il vino fresco di pozzo.

 

Come uno stormo la luce dilegua, sopraggiungono nel cielo le stelle. Venere, Marte e alcune lontane che non hanno nome, piccole nell’immensità del cielo.

I soldati si radunano, dopo aver sellato i cavalli eccitati dal riposo e dall’odore di fieno che sale dalla pianura, portato dall’aria. Il sergente è a rapporto dal tenente, ritorna gridando: «In sella!». Tutte le donne (sono vecchie, sono tristi) appaiono alla finestra; gli uomini sulla strada.

Infine i soldati s’avviano, il tenente dopo l’alfiere; ai suoi fianchi un aspirante e un sergente; seguono il trombettiere e la fila dei soldati, i cavalli al piccolo trotto. L’aria è fresca, morbida l’erba, il cielo rosato invita alla speranza.

 

Attorno ai fuochi gli uomini del Boccone mangiano la carne arrostita. Il sugo trabocca a ogni morso e scende fra i peli delle barbe, sulle camicie sporche di sudore. Accosciati, in giro, sembra un banchetto dopo faticose sventure. Per ordine del capo non bevono vino ma acqua dagli otri gonfi come la pancia delle vitelle gravide.

Il Boccone, seduto su un tronco, fuma e intanto per pulire i pensieri guarda il fogliame che incrocia le dita, lassù, a nascondere il cielo; par d’essere in una caverna o in una chiesa. Pensa alla battaglia di domani; fuma, pensa, guardando le foglie. Il ragazzo, accosciato, è stanco. Per la prima volta nella sua vita è così stanco e felice. Sa che domani ci sarà una battaglia e si sente pieno di forza, morso dal desiderio di correre, di colpire, di ridere. Sa che gli uomini distesi su un fianco, in giro, sono bruciati da tante battaglie e lavorano di coltello e di fucile come una verginella con l’ago. Non avrà paura; vedranno domani. A briglie lente, nelle mani pistola e pugnale, il cavallo al galoppo e le ginocchia, solo le ginocchia come una morsa a reggerlo in sella. Altro che figlio di somara; è impastato di zucchero e fiele. Non pensa neppure un momento alla casa da cui è fuggito; la fame e la miseria non si rimpiange (e poi, quando è accaduto?). Si fugge la miseria per rincorrere la ricchezza. Luci e luci s’accendono nel suo cuore.

 

I soldati hanno superato la prima collina: ora discendono verso una conca erbosa, liscia come la schiena di una ragazza; larga forse un miglio, circondata da una parte da boschetti e da alberi radi, mentre l’altra parte è nuda, senza un cespuglio.

Tutto appare semplice, al comandante: la banda nascosta nel bosco apparirà all’improvviso. La battaglia divamperà nel primo sole, fra gli uomini e i soldati appostati; ma conoscendo l’abilità di quelli a combattere a cavallo, li costringerà astutamente a combattere a piedi oppure riceveranno una morte sicura.

Si dà l’ordine di scendere da cavallo, di radunare gli animali in un luogo appartato perché non siano innervositi dagli spari di una battaglia alla quale essi non prendono parte; i soldati intanto s’appostano a schiere affiancate, ciascuna con intervallo di cento metri, pronti a sostenere il primo urto; ribattuto il quale s’andrebbe all’assalto sostenuti dalle pattuglie avanzate sui due fianchi dello schieramento.

I sergenti allibiscono. Pur nel grigiore meraviglioso della notte il loro viso è bianco come il sasso di una tomba: bianco di ira, non di paura. Essi sentono, capiscono, addirittura sanno che quest’ordine porterà i soldati alla disfatta; e anche che quest’ordine non potrà essere modificato. Conoscono quella testa.

Scendere da cavallo? Sta bene, ma per riposare, all’erta, aspettando l’alba, poi di nuovo in sella, in sella, dio birbone. Ma a piedi, a piedi? Dove correranno in quella maledetta pianura? La banda del Boccone è famosa per i suoi cavalli e per la forza satanica delle cariche! Almeno che impazzissero, mai i briganti sarebbero indotti a combattere a piedi. Resisteranno al primo urto, e nella pausa lasciata dai soldati per ricaricare i fucili torneranno ad avventarsi e non ci sarà nulla da fare. Sette minuti durò la battaglia del Bosco grigio: apparvero all’impazzata, districandosi a cavallo dal bosco più fitto, lasciarono centotrenta francesi col viso al cielo, secchi sulla terra; quando i pochi superstiti riuscirono a riprendersi, quelli erano un polverone giocondo in fondo alla pianura. E l’assalto era stato preparato da settimane di astuzie e di assaggi. Centotrenta morti al Bosco grigio, contro il secondo battaglione di linea comandato da un ufficiale, Leancy, abile e duro. Fu un macello.

Perché mai il Boccone si sarebbe rannicchiato in questo luogo, se non fosse certo d’avere l’asso nel pugno? Opporre astuzia, questo era da farsi; sorprendendolo con una manovra che gli impedisse di portare gli uomini in terreno aperto per lanciarli all’assalto. Strisciare come serpi e vincere il leone. Le forze erano eguali; disarcionati, i soldati diventavano topi dalle zampe corte.

I sergenti parlano fra loro, agitano le mani, minacciano; alla fine uno s’avvia per parlare al comandante. Riuscirà a smuovere la sua ambiziosa insolenza?

Costui siede in terra e sorseggia acqua dalla borraccia. Ascolta senza interrompere le parole del sergente. Sa che è un veterano coraggioso, pieno di esperienze. Ascolta, nella sua voce, una preghiera angosciosa.

«Lasciateci i cavalli, signore; questa è una pianura; altrimenti saremo perduti».

Il comandante risponde affabilmente. Conosce i meriti del sergente e si compiace della sua sollecitudine. È d’accordo che il suo proposito, sulle prime, possa sembrare avventato; egli stesso, prima di accettarlo ha dovuto meditarlo a lungo (che cosa ha fatto ieri, nel villaggio, seduto con il bicchiere accanto, se non pensare a questo?), ma è un piano semplice e già provato, con successo, in battaglia, dal maggiore Platta ad esempio, nel rastrellamento dei ribelli in Spagna. Essi aspettano di vederci schierati a squadroni aperti, come sarebbe naturale; dalle due parti si caricherebbe, al centro avverrebbe lo scontro. Costringiamoli a combattere a piedi se vorranno vincerci; a cavallo non s’avventano contro soldati schierati a difesa, piantati nel terreno e che possono mirare col polso fermo a un uomo per volta. Alla prima carica perderanno la metà degli uomini; alla seconda, gonfi d’odio e disperati, saranno nostri. Pochi resteranno in vita. Essi giurano che combatteremo a cavallo; noi aspettiamoli appostati a difesa, con i fucili pronti.

Il sergente s’allontana a testa bassa, col cuore che fuma, e stringe i pugni. Una situazione disperata. Chi l’avrebbe pensato, al mattino? Appariva tutto così semplice! Il pericolo, per l’appunto, veniva accettato con tranquillità, come tante volte passate. E ora? Una caparbietà scellerata.

Questo comandante non s’era mostrato fino allora sciocco; era noioso, spesso puntiglioso, non malvagio e con barlumi di umanità. Ma in caserma, o al campo. Dopo la morte del vecchio ufficiale, questa era la prima azione di guerra che il reparto compiva agli ordini del nuovo comandante. L’altro era stato ucciso in battaglia, non lo rimpiangevano; era troppo audace, per smania di onore; tanto da trascinare i soldati ad avventure disperate. Tutti erano dunque uguali?

Rischiarava; gli uomini e gli animali sonnecchiavano.

 

Il Boccone s’alzò e con un cenno ordinò che anche gli altri si preparassero. Guardava attorno come stentasse a riconoscere i luoghi che invece gli erano familiari e che di solito lo custodivano dopo le più sfibranti avventure.

Ecco che divide le squadre, assegna a ciascuna un posto, istruisce rapido i capisquadra. Ordina che tutti controllino ancora fucili, pistole, le cariche di riserva. Occorre affrettarsi, e silenzio. Se il nemico con rapida furberia sale al crinale – può accadere anche questo – la battaglia sarebbe difficile e senz’altro più faticosa. Occorre affrettarsi, e silenzio. Ogni attacco – ne prevede tre – sia violentissimo, gli spari cadano come grandine. Se il nemico cede sia incalzato, se fugge inseguito; ognuno scelga di volta in volta il proprio uomo; chi uccide un soldato avrà il suo cavallo, il suo fucile; dopo la vittoria, onore e bottino a chi ucciderà più nemici; questa sera, attorno al fuoco.

S’alzano le gazze ancora assonnate, l’aria è bagnata venendo dalla marina.

Il ragazzo avanza con Boccone, respira il fresco della terra che si calma in vento odoroso; è inebriato dall’attesa di un’azione da cui aspetta i più grandi benefici. Innanzi tutto la stima del Boccone. A questa tiene e vuole ottenerla subito, questa sera. Vuole che tutti lo guardino come un uomo, un vero uomo uguale agli altri: uno di loro.

Avrà denaro questa sera. E se fosse lui ad uccidere più nemici? Cinque nemici? Dieci nemici? Che superbia! E la faccia stupita, timida, affettuosa degli altri. Questo è un ragazzo in gamba, diranno; un eroe, sicuro. Che fortuna per la banda, il suo arrivo. Il Boccone non l’avrebbe più deriso.

Fra poco potranno scorgere i soldati. A cavallo, a cavallo! Si muovono con precauzione; alcuni animali soffiano con le froge dilatate. Sentono odore di battaglia.

Il Boccone avanza seguito da alcuni, guarda, sembra un masso, non si muove. Osserva il nemico disteso nella radura, a plotoni affiancati, come si trovasse in piazza d’armi per gli esercizi del sabato. Davanti a tutti è il minuscolo palpito del trombettiere; luccica al sole la tromba d’oro.

Laggiù, sul lato destro, in mucchio i cavalli, come prescrive il regolamento militare: “Il comandante prima di ogni azione in campo scoperto, e che ritenga debbasi fare a piedi, darà ordine che i quadrupedi ecc…”.

I soldati sono all’erta, il fucile imbracciato, il colpo in canna.

Boccone ancora non può credere ai propri occhi; poi, in un lampo gli appare il pericolo di un’imboscata. Costoro fingono e ci incantano; intanto pattuglie agguerrite, addirittura una compagnia, silenziosamente ci girano attorno e ci pigliano alle spalle.

Anche il ragazzo si sforza di vedere la divisa dei soldati i quali sembrano statue senza le braccia, ridicole e tristi sotto il cielo.

Basta voltare la testa e il sole appare dondolando, striscia sulle spalle dei cavalieri.

Il Boccone fa un cenno; lo Smarrito (un giovane tutto nodi e muscoli, dallo sguardo lucido e aperto di faina) trotta via con tre compagni, scompare. Gli altri scendono dai cavalli.

Il Boccone dice: «Sarà un buon giorno per noi, cattivo per queste carogne di francesi», si segna e sputa in terra.

Il ragazzo lo guarda; sul ventre fasciato da una cintura di cuoio, una cintura lucida di grasso, spuntano i calci di due meravigliose pistole; e il manico vecchio di un pugnale.

Boccone s’allontana e raggiunge la banda. «Voi tre» e indica «appena attacchiamo filate ai cavalli, uccidete le sentinelle, catturateli. Se non è possibile, almeno fateli fuggire: li piglieremo poi… Occorre che queste carogne se, come ancora non credo, sono tanto pazze da combattere a piedi, non trovino scampo…».

Poi seguita: «Questo è il mio piano» libera il terreno da alcuni sassi, lo spiana con un piede e con un rametto traccia righe per terra. «Ecco la pianura; qua» e segna alcuni punti, «è il nemico su una sola fila, col sedere al mare, a noi di fronte; laggiù (fa una piccola croce) i cavalli. A questi penserà la prima squadra» fa un cenno con la testa; «gli altri, come ho già detto, si dispongono su tre file; una a destra, una a sinistra, la terza al centro. Qua starò io, questo gruppo deve essere il più forte: diciamo centoventi uomini; gli altri in due gruppi. Balzeremo come saette, gli altri dovranno soprattutto sparare; poi, caricate ancora le armi, si getteranno ai lati del nemico. Non uno deve fuggire… Quanti piccioni perderanno le penne!». Getta in alto il cappello, gli uomini lanciano un urlo; molti sono già rossi di impazienza.

Il ragazzo sente un peso che lo affatica, come un groppo di pane che non riesce a scendere ed è conficcato in fondo alla gola. Ha sete. Forse, per un momento, adesso che la battaglia sta per bruciare, ha paura. Resta vicino al Boccone quasi strusciandosi al suo fianco e quando lo Smarrito ritorna dicendo che non c’è un’anima in giro, per quanto abbia guardato, anche il ragazzo butta il berretto in aria con un urlo di gioia. Lo riprende il fresco animo; la paura è annegata.

Di nuovo a cavallo; le schiere che combatteranno ai lati s’allontanano, calano tra il verde dei faggi.

Avanzano sull’orlo del declivio; alti sui cavalli, guardano e si mostrano ai soldati.

 

I soldati fissano la fila dei banditi stesa contro il cielo, da un capo all’altro del monte; saranno trecento uomini. Un cannone li fermerebbe, ma il cannone non c’è.

«Oggi è battaglia di cavalieri» grida il sergente e corre verso il comandante.

«Aspettate» ordina costui, squadrando con l’occhio infiammato gli uomini, «dobbiamo aspettare che il secondo momento del piano s’avveri… Fra poco quelli (e fa un cenno) lasceranno i cavalli».

«Chi li fermerà?» incalza concitato il sergente. «Signore, ordini di correre ai cavalli, dia quest’ordine» è così agitato dall’ira per questa cocciutaggine perversa, che sente un nodo di pianto in gola.

«Vada al suo posto» dice il comandante, con una voce fredda che appena nasconde il furore. Il sergente riparte, col cuore a pezzi come l’avessero bastonato per tutta la notte, o come una lugubre notizia gli fosse cantata spietatamente all’orecchio. C’è qualcosa di inevitabile che riesce adesso a livellare ogni passione. Ha fatto pochi passi e si sente sgonfio, rassegnato, senza quasi più volontà; corra contro il nemico o lo uccidano subito sul prato, prima ancora che riesca a spianare la pistola, è la stessa cosa: uno sconfortevole destino. Non gli importa di nulla. Forse riuscirà anche questa volta a scamparla.

Invece è il comandante a non sentirsi più tanto sicuro, adesso. La sua speranza è poi giustificata? O non dovrà pentirsi fra qualche minuto? Non era più saggio, pur persistendo nel proposito di combattere a piedi, di radunare i cavalli in luogo vicino, per dar modo alla truppa (così pregava il sergente) di balzare in sella e di tentare la carica, oppure, disgraziatamente, la fuga?

Cosa aspetta quella fila nera? Così simile a uno straccio che si scuota sinistramente. Appare il Boccone con lo stato maggiore dei suoi ribaldi; si schierano in tre gruppi. Allora il comandante ha previsto bene. Ha rafforzato i lati dello schieramento con altri uomini, sistemandoli su un fronte un poco decentrato in modo che possano colpire con i fucili una ampia zona ai fianchi.

Per la gloria della Francia non resta che questi sciagurati scendano dal cavallo e si gettino all’assalto. Impossibile che pensino d’affrontare con una carica sia pure veloce e paurosa il fuoco incrociato d’oltre duecento fucili a sei colpi.

«Se vi riesce» ordina il comandante «ognuno scelga un uomo… Ma non sparate se non udite la tromba… Ognuno intanto cerchi di trovare il suo uomo».

I soldati, col ginocchio in terra hanno imbracciato il fucile. Sembra che aspettino l’ostia sul vassoio della domenica coperto di pizzi; la pianura è una grande chiesa da cui i fedeli sono fuggiti.

Tutto è immobile. Quante cose accadono in pochi istanti, e sembrano ore! Da cinque minuti appena so­no apparsi i nemici sul ciglio del colle e già i nervi fremono, sussultano; ad alcuni soldati il sudore bagna la fronte, scende nel collo; il ginocchio pesa contro l’erba che al contatto brucia; il braccio è intorpidito per la fatica di sostenere il fucile. Il cielo è sgombro. Per chi vive nella tranquilla città sarà questa una giornata serena.

«Se ci sbrighiamo» dice il Boccone allo Smarrito, che gli è accanto «prima di sera è fatto; poi torniamo al Carmelo a pagare il debito del sabato ai galantuomini».

«È cosa di un momento» risponde lo Smarrito «in poche ore è fatto. Ci resta il tempo per tutte e due le faccende… Sono quaglie fermate dall’occhio del cane, in mezzo all’erba. Credono che lasciamo i cavalli».

Urlando il Boccone si toglie il cappello e lo agita in aria. Il ragazzo pensa che sia il segnale per lanciarsi, ma nessuno ancora si muove. Quest’attesa è opprimente. È troppo giovane e non sa che la pazienza è compagna dell’astuzia, anzi è gemella. Guardi il Boccone! Figlio di un porcaio è ora un generale vendicatore; con più denaro nelle braghe di quanto ne abbiano mai avuto in tutta la vita suo padre e il padre di suo padre. Guardi com’è forte eppure come mortifica il ruggito del cuore, l’odio che gli morde il ventre, il desiderio d’uccidere in fretta, che si scioglie come saliva in bocca. Pare che s’avvii a incontrare un fratello; solo l’occhio ha rosso; nel resto la sua persona sprigiona oltre che forza una disperatissima pazienza. Solo così riesce a confortare, a persuadere i compagni, a farli mansueti al suo cenno, teneri, ubbidienti come cervi.

Questo è il momento. Il ragazzo fa appena in tempo a lanciare un’ultima occhiata che vede precipitare la squadra alla sinistra, con i cavalli che franano nella terra sgroppando simili a tori, per non cadere. Li accoglie una rabbiosa fucileria, che rimbalza nell’aria come la grandine sui tetti. Si gettano anche i cavalieri di destra.

«Uomini pronti» urla il Boccone alzando le redini. Resta così per un secolo e sembra un monumento di bronzo a qualche oscuro eroe, sulla piazza di un paese. Infine schizza. Gli volano appresso i compagni urlanti.

Innanzi corre il ragazzo, senza briglie, a capo scoperto. Sibilano le palle da ogni parte.

«Quello è il Boccone» stride il comandante, spiana la pistola, spara.

E ancora: «Il nemico corre ai cavalli; tenti un assalto, sergente, faccia avvicinare le bestie».

«Al tuo culo» ghigna fra i denti il sergente.

Presi dalla battaglia e ancora allineati, i soldati appena intendono quei dialoghi. Poi cominciano a cadere i primi feriti, i primi morti. Il nemico cerca di chiudere i soldati in un cerchio da cui non potranno sfuggire.

I soldati cominciano a capire che il momento è drammatico e si battono con vigore. Sempre il povero soldato polveroso combatte con onore.

Anche il sergente, alla testa del proprio reparto, in piedi, calmo, spara con la pistola mirando con braccio fermo.

Così il primo assalto è respinto; i banditi s’allontanano risalendo il declivio. Non hanno avuto feriti. Dei soldati cinque sono morti, tre feriti; uno tutto insanguinato geme scuotendo la testa. Morirà dissanguato.

Uno è stato ucciso dal ragazzo che, ancora inebriato, si trattiene a stento da voltare il cavallo e ributtarsi alla carica.

Giunto in alto chiede al Boccone: «Si va?».

«Non hai paura, tu, marmotta» dice il Boccone con un sorriso. È a capo scoperto, sudato, arruffato, gli stivali e i calzoni sporchi di polvere, una manica strappata.

«Siete ferito?» gli domanda lo Smarrito.

«Ferita così sia tua madre». Subito urla: «Alla ricarica» e vola al piano. Il ragazzo è fra i primi, spara a colpi alternati, prima con la pistola destra, poi con la sinistra. I soldati, questa volta, cadono in fretta; alcuni spiccano brevi voli, prima di restare stecchiti o di rotolare urlando di dolore. Ecco, quello che adesso carica il fucile e poi prende la mira, tac!, caduto, morto. È il terzo. Il ragazzo corre col suo cavallo, strisciando velocissimo sul fronte della battaglia. Neppure ode le fucilate. Nel silenzio c’è soltanto lui, ragazzo, che spara e uccide; gli altri sono fermi perché lui possa sparare ed uccidere. Quattro, cinque morti. Anche il secondo assalto è finito, ritornano all’alto. In cima scorge il Boccone che beve avidamente, anche gli altri bevono adesso il vino che accende il fuoco nel ventre e fa di gesso il cuore. Dopo uccidi anche tuo padre, senza lacrime.

«Bravo ragazzo» dice il Boccone, fa un cenno con la mano che è proprio un saluto. Il ragazzo si ringalluzzisce e s’ascolta crescere. Guarda gli altri come li conoscesse da sempre, la stanchezza, l’eccitazione lo inteneriscono.

«Sono duri come cotiche all’ombra» bestemmia lo Smarrito asciugandosi il sudore con un fazzoletto rosso.

Abbasso suonano la tromba. Il ragazzo ascolta quel grido e intanto pensa che ha ucciso cinque soldati. Chi ha ucciso cinque soldati come lui? Domanda: «Cosa suona la tromba?».

«Aspettano altra tempesta» dice una voce.

«E tempesta avranno» geme il Boccone, con un grido stridulo precipitando verso la pianura.

Mentre s’avvicinano, a tutti sembra che i soldati siano molto radi: cespi di rose scremati. Dove sono gli altri? Morti, feriti, fuggiti? Si combatte con più asprezza, più furore, più disperazione. I soldati tentano d’impedire sia che le due schiere ai lati compiano l’accerchiamento, sia che raggiungano i cavalli: una cinquantina di ottimi puledri sono ancora ammassati al margine della pianura.

«Finiamoli subito» grida durante un passaggio il Boccone. «Non ci sarà altra carica».

«All’armi, all’armi» gridano chissà perché i soldati correndo e sparando; la tromba suona un canto angosciato.

«Coi pugnali» urla lo Smarrito mentre s’avventa alla barriera che riparava il nemico all’inizio; la foga della lotta illividisce i visi, che appaiono bianchi.

I banditi incombono alla barriera ma sono ricacciati; ritentano. «Fra poco passeranno» grida il sergente, intanto spara verso un’ombra a cavallo.

«Il tenente è morto, è morto» la voce del soldato, mostruosamente ingrandita, pare piuttosto una canzone, una canzone abbastanza nota:

 

È morto il tenente

il tenente è morto.

 

«Ai cavalli, ai cavalli» incita il sergente «baionetta, baionetta!».

Come una iena s’avventa prima che il cerchio di fuoco si chiuda. Morti ovunque.

Il tenente ha la fronte spaccata; il trombettiere giace con la faccia nell’erba, la tromba sulla schiena; anche altri sono morti. Morto è anche l’alfiere.

I feriti gemono, cotti dal sole. Chiamano, alcuni stesi non riescono a muoversi; altri, ma pochi, seduti, si coprono il viso con le mani. Sopra questi s’avventano i banditi e li uccidono col pugnale. Laggiù, fra la polvere, gli ultimi superstiti balzano a cavallo e fra gli spari, nel sole, dileguano.

I banditi ritornano, cavalcano adagio, radunandosi; guardano attorno, ascoltano il silenzio subito sceso dopo il frastuono della battaglia. In questo luogo ameno solo i morti sono neri nell’erba gialla. Sono morti i soldati francesi. Tutti; o quasi. I banditi guardano e si contano. Nessuno manca. Oppure: manca il ragazzo; lo chiamano, lo cercano. Lo scoprono morto, col cavallo, fra i soldati. Una baionetta nel ventre; gli occhi grigi sbarrati. Spaventato guarda la sua bella gloria che s’allontana. E i suoi anni, nel nulla.

Boccone non parla; lo Smarrito dice: «Sapessimo almeno come si chiama!».

«Seppellitelo» ordina il Boccone; intanto gli altri scendono da cavallo, frugano addosso ai morti. Al giovane soldato tolgono la tromba dalla schiena. Uno tenta di suonarla, gli altri ridono. Poi risalgono a cavallo e partono. Dimenticano anche di seppellire il ragazzo, che ora dorme vicino al suo cavallo ucciso.

 

II.

Elenco delle prostitute di questa parrocchia

 

 

 

 

 

È un giorno d’estate meravigliosamente tranquillo; non si muove foglia; né l’erba scuote il collo sulla pianura. Eppure fra terra e cielo passa un vento di mare che dà refrigerio alle coscienze annebbiate.

Un giorno d’estate a Laredo.

Non è un grande paese. La pianura, appena sfiorata all’orizzonte dall’ombra dei monti e, dalla parte opposta, dal riverbero del mare, si gonfia nel mezzo del suo ventre in una collinetta che sembra un fiore ancora chiuso ma zeppo di umore e prossimo a sbocciare. Dietro questa collina è Laredo. Un sentiero lo divide, scendendo e sperdendosi fra l’erba, laggiù, dopo le ultime case. Per chi parte o per chi arriva non c’è altra strada che quella: passare fra le baracche del paese e salire (o scendere) dalla collina, nella solennità di un paesaggio senza voci.

Non è un grande paese. Anzi, le case di qua e di là dal sentiero – un viottolo in cui i cavalli al trotto affondano quasi tutto lo zoccolo – sono di legno, ma non baracche rabberciate in fretta, con i chiodi arrugginiti e mal conficcati; sono casette di legno con porte e finestre, costruite con pazienza e allineate sui lati della strada simmetricamente una di fronte all’altra e una stretta all’altra, a farsi coraggio nelle sere d’inverno.

Questo è un giorno d’estate, tranquillo.

Gli uomini lavorano dall’alba alla costruzione della grande strada che toccherà anche Reggio (su questa le diligenze correranno come su un panno); uomini cotti dal sole che sudano, bevono, zappano e alla sera tornano al paese scossi da una furia che la fatica, anziché stroncare, ha reso più eccitata.

Pochi pensano alla moglie, ai figli; molti alle donne e all’osteria. Succedono risse, cadono i morti, dopo scende il silenzio: la vita si scarica in fretta come l’acqua da una rapida; resta la stanchezza a gonfiare i muscoli della schiena.

Troppi morti in questo paese cresciuto, un anno fa, all’inizio dei lavori per la strada imperiale che toccherà col suo fiato di rugiada Reggio; ma la fatica è grande e gli uomini, specialmente i più vecchi, imbestialiscono.

Tempo addietro con ordine della guardia civica fu chiusa l’osteria; servì a poco, poiché bevevano seduti all’ombra della strada o sdraiati sull’erba; molti riempivano le borracce sicché durante il lavoro cascavano a terra stroncati dall’ebbrezza. Ora l’osteria è riaperta.

Più spesso accadono liti per le donne. Queste, volate come rondini al profumo del denaro, sono floride conturbatrici che scuotono i sensi. Le labbra cariche di sangue friggono l’aria quando passano. I poveri ragazzi disputano la donna a colpi di coltello.

È venuto anche un prete, dopo l’inverno; hanno costruito per lui una chiesetta di legno fra le altre case ma tranne le vecchie mogli rassegnate, pochi pregano Dio.

Il lavoro è duro. Quando le stelle spuntano dal mare gli uomini ritornano; sporchi ancora di sudore, rauchi, corrono alle donne che aspettano.

Una di queste è Marta.

«Ha l’arte, quella!» dicono. Tutti vogliono Marta, pagano per questo.

Vedeste una dama scendere dalla carrozza, col piedino scoperto, in bianco raso? Quella grazia? Oh dio, così è Marta.

Marta ha il riso fresco e invoglia a berlo. La sua saliva è miele.

È tutta tenerezza; morde, bacia, geme come un gatto e intanto guarda il soffitto; è cattiva, avida, senza cuore. Conta il denaro e non ringrazia. Marta è tenera, giovane, amorevole, sincera.

I capelli duri e spietati non si piegano alle carezze ma bruciano nella mano e spingono all’amore. Il viso è ovale, gli occhi color d’acqua marina; i denti forti, scuri.

Il resto è pitturato da Dio in un momento di pace con gli uomini.

Nuda, neppure un neo in quel mare di latte.

Così ciascuno annega la tristezza.

 

Marta non sa leggere; né leggono le sue compagne, le sue amiche-nemiche. Ma altri hanno letto per lei. Ora, davanti alla porta della chiesa, guarda un cartello bianco che dice:

 

Elenco delle prostitute di questa Parrocchia

Marta De Marinis

Libera Castri

Maria De Maria

Maria Confi

Algida De Spezio

(seguono altri nove nomi)

 

Sappiano queste donne che noi, parroco rev.mo don Albino La Vista, conoscendo il loro triste commercio, diffidiamo gli uomini e i giovani dal continuare a frequentarle e invochiamo gli onesti rigori della legge affinché sia presto cancellato tanto scandalo dalla nostra comunità. Cessino così i morti e le risse, i ferimenti e le azioni comunque inique al cui pensiero piangiamo.

Vada il male lontano da Laredo, si ricostituisca l’operosità della domestica pace.

Partano da Laredo le infami meretrici.

Amen.

                               Il Parroco

                               don Albino La Vista

 

Il sole le picchia sui piedi impolverati. Non riesce a stare ferma. Guarda il cartello sporco di segni e una furia la prende, come il vomito; la stringe, la soffoca. Odia quel prete magro, miope, senza sugo, che parla con una voce da pecora.

In gola ha voglia d’urlare, di sbattere bestemmie contro la porta, di picchiare la faccia del prete – dov’è, dov’è? – di stracciare il cartello. Non ha paura, perché è certa che gli uomini non la lasceranno partire; chi sostituirebbero al suo posto, nel loro cuore? Eppure un oscuro timore l’angustia, un’ombra che non riesce a identificare. Ecco: se il prete si mostrerà più forte degli uomini? E nel suo sdegno sarà più bollente di loro?

Marta ha parecchio denaro da parte, ma è ancor poco di fronte al mucchio odoroso che potrebbe sfogliare fra sei mesi, o addirittura fra un anno, quando i lavori della strada sarebbero tanto lontani da Laredo da rendere inevitabile un trasferimento, per seguire la fame degli uomini. Allora potrebbe veramente pensare e decidere; se andare in città a fare la vita; se continuare a seguire la strada e il suo mare d’oro, almeno fino a che gli uomini travedevano per il latte delle sue cosce.

Ma si capisce che questi propositi sono vaghissimi nella testa di Marta; in passato ha riflettuto qualche volta al futuro, ma in fretta, rimandando a giorni più lontani una decisione che non appariva inevitabile. Scegliere l’angustiava, si acconciava piuttosto all’abitudine. Forse perché era pigra, anche se di sangue ardente.

La vita correva così liscia. Vero è che gli uomini qualche volta litigavano poiché non riusciva ad accontentare tutti: allora si azzannavano; ma altre volte erano così sfiniti dalla stanchezza che s’addormentavano fra le sue braccia, sopra di lei. Eppure non rinunciavano a vederla. Altri cascavano vinti dal vino; bevevano per tristezza, come per tristezza, per paura della solitudine e della vita, cercavano lei.

Alle volte le sedevano vicino e per i dieci minuti le lisciavano i capelli, il seno, con una mano inerte, come toccassero il collo di un cavallo assonnato. Oppure la guardavano in faccia, sprofondando; scompariva il fuoco dai loro occhi e pareva scendessero in una scura acqua piena di insidie. Marta li portava di fronte a se stessi: era uno specchio che rifletteva il loro viso disfatto, invecchiato o disperato; attraverso quel viso potevano affondare la mano fino all’anima. I poveri analfabeti, dalle dita più callose del legno, s’impaurivano e tacevano. Un giorno, uno la pregò di cantare.

Ma spesso le chiedevano favori violenti. Questo accadeva nei giorni caldi, quando il sole pareva una palla infuocata e le ore non passavano mai. Chini nei solchi e sotto il peso dei massi, lasciavano correre la fantasia e vincevano la fatica immaginando i piaceri con cui avrebbero guadagnata la pace, verso sera, dopo quell’inferno.

Marta cercava di rifiutarsi; ma se lo sguardo dell’uomo era troppo fisso – un occhio da morto, feroce – per discutere o soltanto per parlare, allora il denaro era ben guadagnato.

 

Questo è il passato. Se il prete insiste – pare che nella sua offensiva sia sceso in campo aperto e combatta all’arma bianca – ci sarà da penare per mantenere i privilegi (faticosi e faticati, a dire il vero) conquistati nei mesi scorsi.

Marta sputa per terra e decide di riflettere con calma. Sotto il sole torna verso casa. Prima di sera molte ore dovranno cadere dal cielo, insipido come l’occhio di un cavallo cieco.

Stesa sul letto, chiuso l’uscio con rabbia, guarda i piedi grigi di polvere. Sarà difficile trovare la pace.

Il furore che la scuote non è acceso dall’angustia; Marta sa d’essere ancora la più forte e di poter giuocare con coraggio per più partite ancora; ma l’offende l’attacco volgare e non previsto; la freddezza di un insulto gridato in piena strada e ripetuto da una eco che sembra un marchio inciso a fuoco sulla fronte. Gli uomini di Laredo che l’avevano avuta in tutti i modi, bagnandosi nella sua fontana d’amore, la rispettavano almeno in pubblico, per la strada, o quando appariva sull’uscio della casa con l’occhio lucente che avrebbe fatto precipitare un angelo.

Mai era stata mortificata, nemmeno da una moglie adirata (forse per paura del malocchio); solo il prete – così un accidente lo bruci – aveva cavato di tasca quel foglio e inchiodato sull’uscio la sua vergogna.

 

 

Mentre il tempo passava e il cervello farneticava sconclusionato e irascibile, Marta sentiva che alla rabbia dell’insulto si mescolava una vaga paura che l’ira del prete suscitasse un ordine preciso della guardia civica: oppure che un tumulto degli uomini chiamasse in paese i soldati. Questo sarebbe stato pericoloso. Tutti sapevano che il governo chiudeva gli occhi, come accecato da troppa luce, alla particolare condizione di Laredo: una babilonia, un baratro d’ignominia; ma al governo premeva troppo che i lavori della strada continuassero a volo, strappando alla terra grida di dolore, e che gli uomini non trovassero il tempo per confessarsi e per riconoscersi schiavi. Lavorassero, bevessero, fottessero; e ancora lavoro, vino, e quelle donne benedette, vera manna del cielo sulle labbra, a far dimenticare gli affanni.

Con il suo intuito da cagna Marta capiva che non avrebbero tollerato, proprio per queste ragioni, ribellioni, sommosse che intralciassero la rapidità dei lavori; che il nastro di seta strisciante per la pianura fosse tagliato.

Gli uomini non l’avrebbero lasciata sola; ma anche il prete, dopo la pubblica sfuriata, poteva calmarsi, sfinito dal fuoco dell’estate che scioglie la volontà più ostinata e vinto dalla certezza che l’uomo non può cambiare e che la terra gira sempre uguale. Questo occorre fare, almeno per qualche giorno: aspettare nell’indifferenza; costringere l’ira a ridiscendere nel ventre; volgere tutto in sorriso, come faccenda di poca importanza. Scherzare con gli uomini e intanto pensare, pensare.

Bussarono alla porta; con uno scontroso rispetto entrarono Algida e Maria Cagli (la chiamavano la baronessa, perché si rifiutava a certe richieste: gli uomini, potendo, la schivavano. Piaceva ai vecchi, per la nervosa indolenza dei suoi atti).

«Il prete ci denuda le piaghe» cominciò Algida: una faccia pallida da suora, in essa raccoglieva forse il desiderio di preghiere non dette e di penitenze mai fatte (solo vagheggiate) per la pulizia dell’anima. Pareva sempre nell’atto di gettarsi a terra, per domandare perdono a un cielo adirato. Usava un linguaggio pieno di allusioni e di immagini che metteva paura o, comunque, dava un brivido di noia, di freddo.

«Povera biscia, striscia e taci» disse Marta balzando a sedere sul letto, «tu piangi di paura. Ma a me non mi spezzeranno vicino alla siepe. Io avveleno prima che mi sorprendano… Bella paura che ho del prete… Ah, ah!» parlava adagio, adesso; le sembrava d’essere ancora là, piantata con i piedi nella polvere, davanti a quel cartello.

Continuava: «Tu non lasci affondare i denti nel melone fresco di pozzo; offri il corpo pieno di ferite… Chi ti vuole? Tu hai paura, tu hai paura».

«Parli come una malcreata» Maria s’avvicinò all’amica come per proteggerla e nello stesso tempo per dichiarare da quale parte si schierasse, a difesa. «Hai la superbia e la fortuna, frusti a destra e a sinistra e non sai chi colpisci… Non sei diversa da noi, come noi apri le gambe… Al primo autunno anche la tua foglia cade…».

«Noi andiamo via» ansimò Algida «da questa casa, poi dal paese… Torniamo a Reggio, col pane guadagnato; noi ripartiamo».

«Parti, dunque» rise con una smorfia Marta.

«La superbia t’azzanna… Tu non stendi la mano» disse ancora Maria. Le due donne erano già partite.

«Tendere la mano?… Io piglio dalle tasche quel che il mio cuore vuole… quel che il mio cuore vuole» ripeteva come una nenia Marta, stesa di nuovo sul letto, con le belle gambe nude.

 

Gli uomini dissero: «Tu servi al nostro amore… Il prete è come il castrato che annusa piangendo la femmina. Per nostalgia la odia e la colpisce… Se cedi e lo adeschi, ballando sotto la luna butta la tonaca al vento… Prova, anima bella, a scivolargli nel letto… Un prete conosce la gallina dalle penne. Provaci anima dolce e mostraci quanto sai valere».

Corsero scommesse, vino fu bevuto fra risa grasse, sputi per terra. Per molte miglia intorno i minuscoli animali della notte dal tiepido pelo, e gli uccelli, con gli occhi che luccicavano, ascoltarono stupiti quel frastuono di uomini che sembravano felici.

Marta decise fra sé che avrebbe tentato la prova il giorno seguente, quando il paese era deserto e i pochi abitanti restavano nelle case. Girando attorno all’orto avrebbe seguito un piccolo sentiero fino a giungere al retro della chiesa; l’uscio della sagrestia s’apriva lì.

Il desiderio d’evitare la strada principale, il viottolo che tagliava il paese, nasceva non da un senso di colpa o di vergognoso riserbo, ma dall’incertezza circa il risultato di questo tentativo. Il prete, quasi sicuramente, l’avrebbe cacciata spaventato e turbato; in questo caso essa avrebbe subito coperto l’insuccesso con il telo dell’indifferenza, dissimulando.

Nessuno avendola scorta mentre si avviava alla chiesa, Marta avrebbe potuto sostenere che aveva rimandato la prova o che, addirittura, ci rinunciava, preferendo misurare le sue forze in altro modo e non con la carne di un canonico.

Arrivò rapidamente, bussò e da don Albino che viveva solo fu subito aperto. Come la vide i suoi occhi d’ammalato (almeno così parevano) s’accesero di un fuocherello rosso rosso; con la mano le fece cenno d’entrare. Poi chiuse la porta.

Noi possiamo giurare soltanto nella parola di Marta; la quale, uscita dopo alcune ore, scivolò rapida verso casa, il bel volto acceso da una crucciata meraviglia.

Disse che l’aveva presa, giuocando su un letto grande come un prato; che era provato all’amore come un marchese, rotto a ogni fatica. Il suo corpo magro puzzava.

Dopo, le aveva versato il vino e offerto frutti e pane; sempre picchiandola con uno sguardo implacabile. Infine, a un timido accenno, rispose che avrebbe rimeditata la faccenda in senso più benevolo per la pecorella. Non prometteva nulla, ma intanto avrebbe pensato.

«M’hai dato piacere e sorpresa» disse sull’uscio. Marta non riuscì a intendere se queste parole significavano che l’aspettava ancora, o se erano un commiato definitivo.

Quando gli uomini tornarono, si raccolsero davanti alla casa di Marta, curiosi e eccitati. Ma essa rispose che durante il giorno aveva sofferto, che ancora le doleva la testa, che tutto era rimandato. Quella sera, avessero pazienza, ma accontentava soltanto cinque di essi; degli altri rimetteva la cresima al giorno seguente.

Qualche fischio, mentre sciamavano per la via già fresca, verso le casette di legno che questi uomini detestavano. Altri fratelli, nei paesi vicini, abitavano caverne o capanne marcite: i figli erano mangiati dalle mosche. Altrove c’era miseria e morte, la malaria, lo scorbuto, la fame. Qua una specie di paradiso, al confronto, e nessuno lo godeva; avidi soltanto di quell’acqua che la donna versava alla sete dei lazzari.

 

Il giorno seguente, nel meriggio pieno, un tocco all’uscio e apparve don Albino, con la più lieta cera. Fu accolto e soddisfatto.

Il giorno seguente, ancora. Quando gli abiti furono rassettati e Cupido schifato riaprì gli occhi, il prete disse: «Domani verrai da me; dopo il ballo ti dirò il mio pensiero».

 

Quel disgraziato! Solo lui poteva riuscire, con la povera Marta. Un farabutto. Già, hanno la pelle zigrinata, quelli. Non c’è nessuno che la possa aiutare; deve partire. Gli uomini hanno le braccia incatenate; una squadra della civica è arrivata con schioppi, grinte dure, ex briganti che non danno requie. Laredo sospira vedendo che Marta deve partire.

Marta ha il cuore in fiamma e tanta ira in corpo che non può neppure urlare, soltanto la sfoga in un tremito che dura da alcune ore; da quando ha saputo d’essere vinta in astuzia: colta con malizia e poi, superbamente, gettata.

Il prete disse che non poteva nulla: l’ordine venendo da Reggio. Il vescovo era adirato per la fama perversa che saliva dal paese come un fumo; e lui non voleva gettare la stima di un superiore e la camera (ambiva a un seggio nella cattedrale, in città) per la lacrima di una donna. Le avrebbe consegnato un biglietto per un amico; l’avrebbe accompagnata con una assoluzione da tutti i peccati passati.

Ma i suoi occhi, quello sguardo! Il tremito delle labbra che ricacciavano il riso! Tutto diceva sfrontatamente: te l’ho fatta, anima bella, ho vinto. Sei una pecora segnata. Vai, vai!

Anche questo diventa storia passata. Lacrime, umori, ira, il fuoco che prende al cuore: tutto appartiene al passato. Giorni e giorni. Marta è partita, gli uomini patiscono la fatica, alzano la testa, guardano la pianura, laggiù è Laredo vuota d’amore.

Zappano, colpiscono, scalpellano, sudano, bevono… Marta è partita.

 

Nel suo cammino adirato, Marta ha incontrato lo Smarrito; l’uomo tutto a nodi, magro, della banda del Boccone.

Costui cavalcava nella pianura, lontano da ogni ombra di città, lontano da Laredo, immerso nell’estate, cantando a gran voce. Mordicchia un filo d’erba e intanto il cavallo galoppa sull’erba, affonda il collo nell’aria.

Lo Smarrito ha trent’anni. Cavalca in un mattino d’estate sulla pianura; e incontra Marta.

L’amorosa donna, forsennata per le ingiurie patite, andava tutta sola per quella distesa? E poi: usava il cavallo oppure camminava con i piedi scalzi, non temendo la notte? O quando lo Smarrito la vide, col suo occhio di zolfo, Marta andava con altri, in mucchio, pellegrini verso la città lontana?

Non sappiamo. Vero è che adesso Marta, in sella, stretta allo Smarrito, si lascia portare dal furibondo cavallo, il quale dà l’anima in cielo e fuoco dalle nari, per quanta pace, invece, beveva prima, quando solo, col padrone, andava sulla pianura.

«Il tuo cavallo ha le ali» dice Marta, spaventata ridente.

«Altre ali proverai, bellezza» ammicca lo Smarrito e se la stringe addosso, facilmente simulando il pericolo di una caduta, o soltanto la fatica di quel galoppo a briglia sciolta. Quella carne contro il suo corpo è calda come sabbia, fa scalpitare il sangue, mette tutto in subbuglio.

È facile seguire lo Smarrito che, oh… op! trattiene il cavallo, lo ferma, scende stringendo quel fiore fra le braccia, lascia il baio libero d’affondare il muso nell’erba e intanto si rovescia con Marta per terra.

Poi cavalcano ancora, s’arrestano per la notte in un boschetto e il giorno che segue arrivano al quartiere, dove il Boccone è appostato.

Fischi, urla, voci grosse di briganti che aprono le braccia, mimando un invito, al passaggio della donna. Ma non è detto un amen e Marta è già del Boccone, e costui la gode.

La vita non è cattiva e regala qualche soddisfazione. Intanto questa; che il Boccone, afferrato come un sorcio dal lardo, travede per Marta e licenzia le altre donne, o le regala. In breve Marta diventa regina. Ha le chiavi di quel cuore (se c’è un cuore in quel buio); con una lacrima o un sorriso – fatica di un giorno! – Marta arricchisce. Ha bracciali, vesti che frusciano e tutta la stringono: i seni all’aria, freschi e bianchi; i poveri briganti si leccano le labbra quando la vedono passare. Il Boccone la gode e paga la sua schiavitù. Quando parte, e resta assente giorni e giorni, Marta s’annoia. Non ha amiche, dei briganti solo i vecchi o i feriti restano in paese, neppure un corvo vola. Ma quando il Boccone ritorna è sempre più ardente, più ricco.

«Per te ho fatto questo e questo ancora» e racconta le vicende «per te ho preso questo e questo ancora»; col sorriso imbarazzato di un ragazzo cava dalle tasche bracciali, collane, anelli, spille.

Marta se ne adorna, seduta per ore davanti allo specchio e intanto acconcia i capelli nelle fogge più varie.

 

Accade che il Boccone, alcuni mesi dopo queste vicende, cattura un corriere del re. Subito ucciso, gli trovano addosso una borsetta con documenti segreti. Fra essi un biglietto ben sigillato, piuttosto oscuro da decifrare, inviato all’intendente di una cittadina vicina. Finalmente riescono a capire che col nome di “Coscia” è indicata una località non molto lontana, nella quale sarebbe celato un tesoro, un deposito clandestino – meglio dire: segreto – del governo, il quale ordina che sia cavato e con scorta adeguata spedito a Salerno. Propositi di guerra imminente costringono al sacrificio.

L’immaginazione dei briganti corre; e nei loro sogni, fra un mare di vino, appare la montagna dell’oro, gialla, soffice, nella quale si gettano come sulla terra fresca. Per il Boccone è il momento della lucida risoluzione. Raggruppati attorno alla sua casa, gli altri aspettano; intanto hanno riordinato le armi, messo le polveri nel sacchetto, sellati i cavalli. Passano le ore, accendono i fuochi e alzano ombre sui muri. Appare il Boccone: «Penso questo; andremo prima dell’alba, circa due ore. Al galoppo giungiamo che è appena il mattino; la scorta è poca, direi, e la spazziamo; se c’è resistenza, impegniamo battaglia. È chiaro che neppure uno ci deve sfuggire, a portar la notizia».

I briganti approvano e il pensiero del massacro li eccita. «Dopo» continua il Boccone «lavoriamo fino al tramonto e potremo, credo, insaccare e partire… Se no, restiamo fino a che non arriveremo all’inferno a furia di scavare… Ma allora, dopo tante ore, le insidie cresceranno come il gelo all’inverno… A cavallo!» ordina e si getta per la via.

In una nube grigiastra scompaiono, mentre la notte è incrinata dal galoppo di questi cavalieri che puzzano già di sangue e di polvere. Presto ogni rumore dilegua.

Arrivano sul posto mentre l’ultima stella è ancora china sul petto dell’alba e ne ascolta il sospiro. Strappano rami, sparpagliano i fiori e l’erba; le foglie volano. Soltanto dieci reclute sono sul posto e cadono in silenzio, senza dolore, senza rimpianti. Quasi nel sonno. Usano il pugnale, sicché la notte non è sfiorata da grida.

Il posto è fra gli alberi, due casoni disabitati, i campi abbandonati; vicina è la villa dei padroni, gelida di solitudine, con enormi ragnatele che cadono dal cielo e la coprono (così almeno sembra; ma è l’ombra dei rami contro il sepolcro della facciata).

Corre subito il giorno a piedi scalzi: arriva il sole, il vento. Un’aria di domenica. Soltanto i dieci soldati non la godono, buttati nella polvere, con i capelli sporchi di sangue.

Aiutati da una mappa trovata in un cassetto, nell’alloggio del sergente, il Boccone dopo svariati tentativi riesce a scovare il nascondiglio. Occorre entrare nella villa, scendere in cantina, dietro ad alcune botti c’è una porta, quasi una finestrella, passare strisciando, toccare infine una stanzuccia. Nel soffitto c’è una botola non troppo pesante che s’apre in un campo; nel pavimento di terra battuta, scavando, dentro bauli c’è il tesoro.

Arrivano sul posto, alzano la botola e attraverso questa finestra entrano sole e aria nella tomba. Incomincia lo scavo, ordinato, ogni tanto alzano la terra smossa, entro secchie, per mezzo di carrucole, ai compagni che aspettano lassù. A mezzogiorno – conoscono l’ora guardando il sole – scoprono i bauli. Sono nove, enormi, disposti a sinistra e a destra, quattro per parte, e uno di traverso nel mezzo.

Il Boccone dà l’ordine di far saltare le serrature; l’oro sarà mandato verso l’alto entro le secchie, come la terra che fu subito buttata. Saltano i chiavistelli, scoperchiano i bauli. Appare il tesoro.

Dall’alto s’affacciano i visi barbuti, nessuno fiata. In basso i tre fortunati strisciano adagio un dito sull’oro più vicino. Sono monete, piccole come occhi di capre, oppure sassi rotondi e duri; gioielli, perle, bracciali, pugnali con il manico lavorato a fil di punteruolo, catene. Tutto ciò che un uomo può sognare nella tristezza nera o in una ebbrezza insensata è là nei bauli sprofondati nella campagna deserta. Gelo e inferno uniti, lì sopra, come un’ombra, si stringono la mano.

Uno dice: «Che mare!».

Un altro: «Quanto sarà, quanto sarà?».

Un altro: «Ah che sete… che sete».

Altri: «Adesso siamo ricchi…» questa frase cresce, cresce come un’onda, s’alza schiumando e avventandosi, esplode, tutti gridano, scaricano le pistole contro il cielo, agitano i cappelli; altri, balzati a cavallo, si gettano in un forsennato galoppo fra gli alberi.

Poi ritorna la calma. Con l’animo che batte di tenerezza tutti obbediscono al Boccone. Il tesoro è portato in alto, insaccato; i bauli riempiti di sassi, rinchiusi, coperti ancora di terra; la terra è battuta, serrata la botola, lasciata la cella all’umido tanfo dei ragni.

È sera, la banda s’avvia. È accaduto qualcosa di straordinario nella lunga giornata, e gli uomini sono eccitati, nervosi, dolenti; entra nel sangue, con la stanchezza, la paura che il tesoro sfugga, l’ansia d’avere la propria parte subito; una sorta di angosciata avidità di stringerlo in mano come cosa propria.

Ride lo Smarrito mentre balza a cavallo e tutti si avviano; cavalcano, passano sui viottoli bagnati di brina; sotto il peso dei sacchi, rovesciati di traverso sulle selle, i cavalli danno segno di fatica, sbuffano. Ma ormai sono arrivati. Prima d’entrare in paese il Boccone s’arresta e dice: «I sacchi li buttiamo nella casa di Simone… non un grido o una parola, voialtri… Voglio che tutto prima sia spartito. Riccio provvederà la bilancia… Poi sputate il gozzo, se volete… Via!».

Lavorano con dolcezza, in silenzio. Questa calma stupefatta dà l’impressione che tutto si svolga in fondo al mare, fra alghe e pesci, armoniosamente gentili i gesti degli uomini.

Il fatto è che sono stanchi, e dentro hanno una gioia furiosa. Pesano l’oro, poi le gemme; infine gli oggetti preziosi di varia dimensione; a ognuno tocca tanto che potrà scialare per anni con le femmine e il vino, senza pensare al domani.

 

Una montagna d’oro è per il Boccone. Lui è il capo, è il cervello, è il coraggio; è la fredda risoluzione. Lui vuole e decide. Gli altri ubbidiscono. Lui è il capo. È il Boccone!

Corre fra le braccia di Marta che, odorosa d’acqua, è calda come il pomidoro, dolce di quel sugo.

Come l’agguantò quest’idea? Forsennata, tanto che non l’abbandonò più, e dolorosa, perché dovette faticare a convincere il Boccone, a disperderne al vento i dubbi; e quanti baci dovette sciupare, e quanti abbracci, e quante lacrime strizzate dagli occhi perfidi e belli. Ma chi resiste a una donna innamorata? Non io; né voi, né il Boccone. Né gli uomini che cavalcano la pianura, combattendo, rubando, e che adesso sono ricchi. Ma la morte può agguantarli domani.

Come venne a Marta l’idea di vendicarsi di don Albino in quel modo?

Al Boccone, nei mesi addietro, aveva raccontato la sua vicenda sciacquandola in un’acqua di limpide bugie; tacque i suoi amori, gli abbracci del prete. Piuttosto raccontò, fra i sospiri, di soprusi, invidie, orribili maldicenze.

«Quel prete m’ha infangata… tu devi vendicarmi. Voglio vendetta su quella magra candela!» l’abbracciava, calando fra la barbaccia i suoi labbruzzi succhianti.

Ora un poveretto, con quest’arte, è vinto. Così è del Boccone che alla fine, dopo tanto parlare, trovò smisuratamente ridicola e divertente la voglia di Marta.

Il denaro? Ma non ne aveva tanto, ormai, da non sapere che farsene? E che gloria al suo nome, dopo un’azione che nessuno poteva prevedere! Il suo nome volerebbe… E poi: non prendeva ciò che gli piaceva, dovunque? Senza ringraziare… Il denaro?… Su, bene mio, cuore mio!

«Perché non ucciderlo?» chiedeva il Boccone, le prime volte. Non era forse più sbrigativo e, soprattutto, meno costoso? In un’ora sarebbe tutto fatto e le avrebbe offerto su un piatto (come nella favola antica) la sua testa e i suoi coglioni. Rideva gagliardamente.

«Deve soffrire, non deve morire» rispondeva Marta «lo odio troppo per volerlo morto… Deve scoppiare dopo un lungo digiuno… Su, bene mio!».

Decisero che Marta sarebbe tornata a Laredo, in abiti da festa e sulla carrozza tirata dal cavallo; e subito dava opera alla vendetta. Lo Smarrito e altri due l’accompagnavano piantandola in terra come un fiore prezioso, innaffiandolo con cura.

Quando Marta apparve sul calesse tirato da un baio di tre anni, ardito come un ragazzo, e seguito dai tre uomini truci e impettiti, con le selle lucide e i calci delle pistole che pendevano dalle tasche, anche il prete s’affacciò a guardare.

Per arrivare in paese Marta aveva scelta l’ora del tramonto, quando gli uomini erano tornati e indugiavano sulla strada o all’osteria.

Come vivevano adesso? Le pareva, mentre andava fra occhi aperti dallo stupore, che anni e anni fossero volati, e che lei, a Laredo, non fosse mai passata. Quegli uomini erano stranieri; non li conosceva, e non voleva più riconoscerli. Ricordava la fatica d’amare per denaro, mentre era così facile guadagnarlo in fretta, e con un uomo solo.

Avrebbe pensato, soltanto alcuni mesi prima, di poter ritornare a Laredo? A cavallo, con i pizzi attorno al collo e la collana dondolante come una catena? Tutta d’oro, cupa di colore, enorme?

Passava; gli uomini la salutavano ma con un rispettoso timore; tanto può la parvenza della ricchezza sull’immaginazione dei miseri. Alcuni si toglievano addirittura il cappello; altri, più audaci, lo agitavano ma senza accompagnare il gesto con grida.

Tutti erano sul viottolo di Laredo per ammirare il ritorno di Marta, in gran pompa. Com’era bella e ricca! Chi aveva sposato? Dov’era vissuta? Perché ritornava? Questo era il punto: perché ritornava? Chi pensò al prete tenne il dubbio per sé; tutti aspettavano.

 

Per alcuni giorni non si mostrò in paese; e l’assenza le giovò. La curiosità dei paesani divenne ardente: il loro cuore scampanava.

Quando apparve, a sera fatta, ripercorse il viottolo in calesse, scortata dai tre uomini. Con uno strappo delle redini fermò il cavallo davanti alla porta di Arcangelo Balestris, un padre di tre figli che Marta conosceva dal tempo dei suoi amori.

Entrò, salutando con un cenno del capo, poi chiese: «Il padrone di questa casa?». Arcangelo e la moglie, e i figli vicino, si guardavano stupiti.

«Intendo» ricominciò Marta con una voce pesante, strisciata, poiché la sforza a un tono che non è il suo, imitando l’accento cittadino «di prendere questa casa e pago subito e in fretta… Chiedete, dunque!». I poveretti non capivano. Voleva comperare la baracca? Ma erano quattro asse! La terra su cui cresceva? Non sapevano! La terra non apparteneva a nessuno. Nessuno era il padrone.

Insomma: Marta uscì stringendo una carta e avendo contato allo stupefatto cafone una somma che l’aveva lasciato secco, gelato. Non riusciva a parlare, a muoversi, singhiozzava soltanto.

In questo modo comperò anche le case di De Toni e di Alloppi. Tutti i paesani, conoscendo la notizia, corsero a offrirle la propria capanna: «Tu sei ricca, signora… Fa’ la grazia, fa’ la grazia!» ma vennero allontanati in fretta dagli uomini del Boccone. Nessun’altra casa importava a Marta. Quelle tre erano schierate, rigide come reclute, davanti alla chiesa di don Albino.

Poi le case furono abbattute; intanto cinquanta operai vennero da Reggio, al seguito di un ingegnere grasso che riempiva l’aria col fumo delle parole.

Lo Smarrito, in pieno giorno, attaccò, fissandolo con i chiodi, un cartello al muro della chiesa, su cui a grosse lettere era scritta una frase volgare. Don Albino non osò mostrarsi.

Col passare dei giorni, trenta, quaranta, i paesani cominciarono a capire; allora ballarono come sorci sotto la luna.

«Ecco una vendetta da restare immortale» dicevano.

«Solo Marta poteva pensarla»; la signora di oggi ritornava per loro la donna di un tempo, con le furie luminose e impreviste.

«L’altro creperà di rabbia» gridavano fra i bicchieri di vino. Erano tanto stupiti che cercavano l’ebbrezza.

Infatti la nuova chiesa cresceva, come un albero tropicale che fa impietrire gli sguardi per la meraviglia. Cresceva con i muri vigorosi, con la pancia che avrebbe raccolto il sospiro di mille fedeli; con le pareti bianche, così calde che veniva la tenerezza di poggiarvi sopra la guancia; con le finestre da cui entrava solenne l’aria della pianura.

Cresceva; col campanile diritto, le tegole rosse, il portone d’ingresso in legno lucido, con le borchie d’ottone; poi le panche di legno, il cancelletto per salire all’altare; e lassù in alto, fra un tripudio di angioletti, il volto di una madonna.

Quando dal campanile squillò il primo suono, e parve un tonfo d’acqua nel cielo, o un soave richiamo disperso, molte oneste faccie si strinsero nella commozione. Tutti erano a testa in su, a guardare il moto della campana, qua, là, un colpo buttato ai venti.

Laredo salutava il mondo e si faceva temere.

Sull’ingresso della chiesa, scolpito nel muro, i paesani seppero che era scritto:

 

Questa chiesa è dedicata

da Marta De Marinis

al buon santo Giuseppe.

Amen.

 

Marta godette la vendetta, in quei mesi, osservando la faccia del prete, disfatta da una disperazione solitaria, intristita dalla mancanza di fede o di una possibile speranza.

Quando la chiesa era ormai finita, il prete era ridotto all’osso. Un cappellano giunse da Rionero per la nuova chiesa. Salmodiò con giovane voce.

Marta partì e nessuno la rivide a Laredo; ogni tanto qualcuno portava notizia della sua vita favolosa.

«Un colpo ben dato» dissero i paesani.

E restò la chiesa, sempre più bella, a riempire i loro discorsi nelle sere d’inverno.

 

III.

Consiglio di guerra

 

 

 

 

 

È un mattino di maggio, alcuni ufficiali sono radunati nello studio del ministro della Guerra.

Uno, Gibraltar, è appena arrivato dalla Spagna, dove ha combattuto contro le bande dei civili che assaltano i francesi. Abbamonte, De Latour, Rambaud, Averna vennero al seguito di re Gioacchino; Pepe, Risso comandano cavalleggeri del regno.

Il salone ha le volte stuccate; tende bluette scendono dal soffitto fino a terra; alle pareti, affrescate, scene di pastori che abbeverano le pecore; quel cielo terreo contrasta con l’aria vasta, dolce, amabile che si scorge oltre le finestre. È un momento di pace nel cuore della città di Napoli.

Gli ufficiali sanno già di udire parole gravi e si lusingano d’essere stati scelti per un’azione importante.

Alla sinistra del ministro è il colonnello Manhès. Tutto nervi, ira, pelo; tutto forza, coraggio. Non si muove, eppure sembra già in mezzo alla battaglia. Di lui dicono: è un guerriero nato. Guarda gli ufficiali uno per uno, muovendo appena gli occhi, con disprezzo e con amore; il suo sguardo striscia addosso e strappa lembi di uniforme dal petto.

Il ministro è alto, magro; ha un lungo naso, gli occhi di grande fermezza e umanità. Dalla persona sprigiona una simpatia naturale che aggiunge luce a quegli occhi. Alla sua destra, già seduti, e personaggi di sfondo in questa scena, i generali Lebien, Del Sasso, Outrich, Seni. Tranne Seni, risecchito da anni di campagne (è un valoroso), i tre sono, in apparenza almeno, beati, con un’aria rosata sul volto. Indossano le divise azzurre, con alamari e bottoni d’oro; e questi scintillano sul ventre come medaglie legittimamente conquistate. Hanno le mani in grembo, simili a cardinali in siesta.

Il ministro comincia a parlare: «Signori, udrete dal colonnello Manhès a quale azione siete chiamati, riferendoci al vostro valore e alla vostra lealtà di ufficiali. Sappiate che il re vi ha scelti e che seguirà giorno per giorno questo fatto d’arme».

Parla adagio, guardando in faccia i presenti e soprattutto i generali, quasi a dar loro prestigio. Resta fermo, stringendo le mani, a pugno, sul tavolo.

«Manhès» dice «tutti sanno chi sia. È un prode e un saggio. Noi abbiamo conosciuto, spesso, prodi dissennati, e per ciò dobbiamo lamentare alcune vittorie sfuggiteci all’ultimo istante. Con Manhès questo pericolo è troncato».

I generali, che hanno girato la testa e lo guardano, approvano scuotendo il capo.

«Vi basti sapere che le azioni future del governo dipenderanno dal buon esito della vostra lotta». Le parole di quell’uomo vecchio eppure forte suonano come un’ammonizione e tuttavia suscitatrici di forti propositi di guerra.

Continua: «Manhès ha combattuto in Germania e in Vandea agli ordini dell’Imperatore; fu ferito a Genova; combatté con Murat in Spagna. Ora, a Napoli, ribadisce la sua devozione assumendo per ordine del re il comando di questa impresa difficile. Aspettiamo dalla sua opera e dalla vostra lealtà conferma rapida alla nostra speranza».

Fa un cenno, guarda Manhès per invitarlo a parlare. Il viso del colonnello ha tutti i sottili filamenti tesi. I suoi occhi fissano verso la finestra.

Gli ufficiali sono intimoriti. Sentono che quell’uomo ha una personalità prepotente che li avrebbe esaltati ma anche schiacciati. Servirlo, in guerra, richiederebbe molto coraggio e molta pazienza. Ma sono anche attratti; cresce in loro una eccitazione che sarebbe presto diventata entusiasmo. Alcuni immaginano già i prossimi eventi, dai quali cavare reputazione, esperienza, medaglie. Comincia a spiegarsi dinanzi a loro un futuro pieno di azioni di guerra, favorevole a una rapida carriera.

Il colonnello afferra un rotolo, lo svolge con un gesto preciso della mano e attacca la grande mappa colorata alla parete.

Dice: «Questa è la carta del regno. In basso c’è la Sicilia, in cui è riparato il Borbone. In Sicilia stanno anche gli inglesi, con i vascelli corsari annidati a Messina. Perché alla fine risultino del tutto chiari i nostri propositi, vi prego di ascoltare la lettura di un dispaccio speditoci il mese scorso dal sindaco di un comune della Sila. Il quadro, vi avverto, è nerissimo ma la lettura riuscirà utile a tutti: “In un rapporto del mese scorso cercai di chiarire quale fosse lo stato della nostra regione e volli offrire alcuni consigli che, attuati con prontezza, aiutassero a riportare una speranza là dove, disillusione e amarezza nei più evoluti, miseria cruda nei meschini, danno esca a un fuoco che s’ingrossa. Perché oggi, è triste dirlo, dalle nostre parti regna l’arbitrio e il terrore. Per colpa anche dei soldati francesi, che spesso sono soltanto conquistatori, non amici e seminano cenere piuttosto che buoni ricordi. I borghesi li guardano intimoriti. Essi usano la forza per soverchiare il diritto, e poco intendono della natura, dell’indole, dei pregiudizi di questo popolo (che non si frusta, perché già troppo frustato), il quale dovrebbe essere educato con la forza di esempi che invece mancano. ‘Sono questi i lumi di Francia?’ si chiedono i galantuomini, con il cuore gelato dopo le grandi speranze. ‘È questa quella libertà che appariva affascinante a tanti intelletti illuminati, e soprattutto necessaria a chi era vissuto fra trono e altare, ossia fra sacrestia e muffa? Questi gli ufficiali francesi? Intraprendenti come gli ufficiali del re fuggito, e come quelli violenti, avidi spesso di robe e senza alcuna fede al diritto?’. Calano sui paesi, impongono tributi (per le spese d’alloggio, dicono), svillaneggiano le autorità se osano opporsi, intimoriscono i deboli, seccano le casse comunali e svogliano i più accesi, i quali cavano dalle cariche comunali un cumulo di amarezze, di affanni a non finire. I francesi non aggiungano legna al nostro fuoco. Troppi guai passano per l’aria… Disertori delle ultime leve, borbonici per lucro, garzoni costretti a forza a lasciare le fattorie e a seguire i banditi, i contadini infuriati e dirò poi la ragione, chierici scatenati: tutti costoro formano bande armate che rubano, incendiano, rapiscono, uccidono, impongono taglie, impoveriscono i ricchi, atterriscono i poveri, impediscono il passaggio per le strade e i lavori nei campi infierendo per i viottoli, rendono la vita precaria, malsicura. Al marito è rubata la moglie, la figlia al padre. Al termine di queste giornate i boschi raccolgono gli avventurieri che non hanno patito danno. Abbiamo bisogno di armi, di armati e di un comandante duro, che non abbia rotto le briglie. Presto, molto presto. Ecco quanto è accaduto nel mio comune in questi tempi. Il simile è capitato nei paesi vicini; catena d’orrori che solo nei libri sacri ha l’eguale, al racconto delle grandi sventure. Nella rigida invernata, come non si ricordava a memoria d’uomo, i briganti, per scaldarsi, tagliarono gli uliveti, con un danno di scudi ventimila. Così per anni e anni queste campagne resteranno vuote. S’aggiunga adesso il flagello della mosca olearia che si avventa sugli alberi rimasti, a succhiare la vita; come un occhio vuoto resta il nocciolo crudo liscio, senza polpa, a dondolare fra le foglie. Lungo il mare gli eccellenti vini sono scesi tanto di prezzo (poiché le frontiere restano chiuse) che i contadini abbandonano i vigneti e cercano il pane altrove, per non morire. Fu creata la guardia civica; ma in fretta, senza badare ai consigli; gli uomini sono troppo spesso feccia d’aceto, rigurgito di cloaca, ladri di mestiere, preti svestiti, tutti intenti ad ammassare denaro sfuggendo al pericolo e alla battaglia. Né scendono in mare i pescatori, deserte le spiaggie, essendo il mare infestato da inglesi, borbonici, da corsari algerini. Infine il bordello che la legge sulla eversione della feudalità – togliendo terra ai conventi e ai ricchi, ma applicata precipitosamente – ha suscitato fra i proprietari piccoli e grandi, fra chi perdeva o pigliava, fra i borghesi, braccianti, preti, frati; tutto, insomma, ha creato contro il governo un vento di rancore. Non vivevano meglio prima; ma prima erano abituati alla misera vita. Gettati in braccio alle novità come a una nutrice sconosciuta, essi palpitano simili ad anime in pena, timorosi, sospettosi, gli idioti rimpiangendo il passato, e i più furbi ne godono. Pacificate le terre con l’invio di uomini onesti, riducete alla ragione i soldati di Francia; stroncate con il fuoco il brigantaggio; portate, quanto benedetta, un poco di fresca pace. Al paese occorrono ponti e strade; di andare senza paura. Le leggi, rimaste per vigliaccheria di uomini e tiepidezza di tutti ad invecchiare fra i fogli dei libri in pergamena, siano rese operanti e aiutino a scalzare il male; portino finalmente pace al regno”».

 

Manhès continua: «Da Fiumefreddo a Scilla la costa è aperta ad ogni contagio. Sbarcano le spie, i predoni, i guerriglieri che si sparpagliano nell’interno e si uniscono alle bande. La gente teme di lasciare i paesi e non lavora i campi lontani; diminuendo il lavoro, per paura, cresce la miseria, abbonda l’usura. Chi ha ricevuto la terra, nelle spartizioni passate, la rivende per fame a chi l’aveva perduta. Nei paesi gli alberi della libertà, piantati con tanta speranza, sfioriscono abbandonati. Le masserie isolate assalite, le strade impraticabili. Tre volte abbiamo dovuto difendere, con squadroni a cavallo, i lavori della grande strada per Reggio, che per noi è una Sodoma e Gomorra di vergogna. Se le strade restano chiuse le vettovaglie non passano, dai campi ai paesi, dai paesi alle città; c’è allora per gli uni miseria, per gli altri fame. Si stenta a vivere. La stessa città di Napoli, circondata da splendidi giardini ma da pochi campi, soffre di penuria e ci sottopone a grandi pene».

Il colonnello si guarda attorno quasi a pesare le parole sul volto di ognuno.

Traccia alcuni segni, poi si volge e dice: «Il male del brigantaggio è assai grave, e noi siamo chiamati per questo. Vinto il quale, e per opera dei nostri legislatori, gli altri saranno di più rapida consolazione. In autunno il Boccone, in una radura della Sila, ha ingabbiato e travolto un intero squadrone; due mesi fa, tranquillamente, sorprende e ruba il tesoro del 1° Commissariato Militare, nascosto e presidiato. Ha una banda numerosa; ora è annidato sul Monte Scuro, ma pare voglia scendere al mare. Questo sarà il primo nemico, il legno più duro. Lungo il fiume Crati, con quattrocento uomini, comanda il Bizzarro. Sui dorsi del Petiniascura c’è il Quagliarello con seicento renitenti e disertori. A Rossano, Filippo Giordano non sappiamo ancora con quanti uomini; Mirello è nella Sila grande; Priolo a Bocca di Piazza. Reputo ottomila gli uomini che imperversano in quelle terre. Il popolo è indifferente o ci è contrario. I borghesi e i nobili, invece, sono colti e liberali. I preti, tranne alcuno per paura o perché intelligente e ambizioso, sono contrari. Scegliete gli uomini, convincendoli che dovranno condursi, secondo le occasioni, ora spietati, ora amabili come possono. Il re concede tempo fino al prossimo inverno. Dovremo prosciugare la terra, seppellire quanti la inaridiscono: ladri, assassini, abituati al sangue, uomini senza dignità. Il Boccone, al Carmelo, ha scannato i nostri soldati con una ferocia che non ricordo. Dobbiamo vincerli con una paura più grande; sorprenderli con un terrore ancor più nero. Solo così riusciremo a prevalere. Allora anche altri soprusi, e gli errori, che possono essere nostri, saranno corretti e puniti».

I generali s’alzano; hanno in viso, addirittura nella persona, una severità nuova, un rigore d’atti e di sguardi che risveglia per loro un antico rispetto. Stringono la mano al colonnello.

I giovani ufficiali salutano sull’attenti, mentre i generali s’avviano alla porta. Il ministro si volge e fa un gesto con la mano, dice: «Buona fortuna». E di buona fortuna avranno bisogno, nei mesi a venire, i soldati che si preparano a quella guerra.

Restano soli, col colonnello fermo accanto alla mappa aperta, su cui spiccano segni azzurri o lunghi fili ondeggianti, e indicano paesi, regioni, città. I monti appariscono invece con segni scuri, attorti; e così le pendici, le caverne, le selve entro cui l’agguato è facile. Segni che promettono pene d’inferno. Il colonnello esprime forse un comune pensiero quando dice, a voce alta, e con un tono di commossa sincerità: «Noi siamo qui anche per questo».

Per ridare pace alla povera gente (che è il proposito, poi, d’ogni terribile guerra).

Gli ufficiali si convincono che i mesi a venire saranno i più carichi di pericoli e di fatiche della loro vita guerriera.

Lasciano la sala con severi propositi.

 

IV.

Assalto al castello

 

 

 

 

 

Le grandi finestre s’aprivano al passo del mattino, mentre dalla cima delle quattro torri gridavano gli storni che radevano i muri, tentando brevi voli con un precipitoso battere d’ali.

Il castello sorgeva sulla pianura e guardava il bosco, il monte, il mare lontano. Quando al principio del disgelo il barone Bartolomeo Frontera, arrivando dalla città, accendeva il fuoco nel camino a pianterreno, i contadini e i braccianti, vedendo il fumo salire, crescere poi sperdersi, sapevano che la primavera era vicina e con essa l’inizio del lavoro nei campi e la riscossione degli affitti e dei crediti invernali.

La fatica pesava. Il rammarico covato nel cuore durante le lunghe, fredde, a volte strazianti giornate invernali, esplodeva in ingiurie e minacce al nome del barone, alla sorte sempre avversa; gridate fra i muri dell’osteria o della casa.

Moisè Mittica saliva al castello, in quel mattino, per pagare l’affitto della bottega e della terra che la circondava, e stringeva gli scudi serrati in un sacchetto di tela. Lucidi occhi sotto folte sopracciglia bianche, la fronte agitata, le mani protese a inseguire i pensieri: era tutto segnato dalla malizia.

Oltrepassò la porta coperta di bulloni di rame, verde di ruggine e sbiadita dall’acqua ed entrò nella stanza d’ingresso. In un angolo, nel camino, crepitava la fiamma fra un mucchio di sterpi; Moisè si avvicinò stendendo le mani, infine le stropicciò con vigore, tutto beato.

Una campanella squillò in lontananza, una voce di donna, il tonfo di una secchia; la porta s’aprì e apparve Michele Parlante, segretario e amministratore del barone. Di statura mediana, con un viso crepato per la estrema magrezza, un sorriso sulle labbra che lo facevano apparire avido: e non era. Dicevano invece che conducesse il suo ufficio con dignità, lesinando le spese; duro con i debitori ma non spietato; aperto col barone fino all’audacia. Ombra nel suo animo era la nostalgia della città e il tedio per le giornate vissute nel castello, lontano dai rumori delle carrozze e del mercato. Allora incupiva anche negli occhi.

Con un cenno invitò Moisè nella stanza che serviva da studio. Seduti, il vecchio cavò dalla tasca un foglio e lo porse; Parlante lo firmò mentre Moisè deponeva sul tavolo lentamente il sacchetto con gli scudi; intanto diceva: «Il paese è pieno di tristezza. Troppo spesso arrivano cattive notizie, in questi tempi… C’è la paura della leva, della guerra. Allora hanno il cuore parte nel solco e parte ai briganti; ci sarà poco da fidarsi, per questo. Ora, poi, col bosco…».

Parlante si accese in volto: «Non si dovrebbe tagliare, lo so… Le tempeste dell’inverno, deviando l’acqua degli scoli, gonfieranno la terra e la terra franerà sui campi… L’ho detto al barone, che non si dovrebbe tagliare», si alzò e camminava dalla porta alla piccola finestra a scrollare dal corpo l’agitazione.

«Perché, allora?» chiese Moisè.

Parlante aprì le braccia: «Non ho cavato nulla, da lui».

Moisè Mittica taceva; vedendo che l’altro pareva perso dietro altri pensieri, disse: «Ormai devo andare».

Parlante tornò alla scrivania. «Con la pazzia del bosco correranno scudi in paese, almeno per poco. Voi dovreste rallegrarvi» disse.

«Spenderanno quelli e altri ne chiederanno, come sempre… Ma quanta fatica a riprenderli» rispose il vecchio con un gesto di stizza. Parlante rise.

 

I pastori, scorgendolo, tacevano e volgevano il capo; oppure fingevano di incitare le pecore, mentre il richiamo degli agnelli riempiva l’aria di echi.

Moisè sorrideva e pensava: “Perché mi scansate? Dovrete pur pagarmi”. All’incrocio lasciò le pecore fra i sassi del monte e s’avviò sul prato ancora lucido di guazza. Sentì alle spalle il respiro di un uomo.

Scorgendo Agostino Vizzarri s’arrestò.

Agostino guardava il vecchio usuraio con uno sguardo scuro, infine mormorò: «Solo il sangue mi potete cavare».

«E gli scudi che restano?» gridò Moisè. «Sei ne ho contati sul legno della mia bottega… E ti servirono, allora».

«Come si può dimenticare?» disse il giovane, «ma l’annata è cattiva, lo sapete. L’inverno dura ancora. Al principio dell’estate riscatterò il mio debito».

«Tutti mi chiedono di regalare» borbottò Moisè.

«Aspettate la primavera». Agostino contrastava al desiderio di balzargli addosso e di spaccare coi pugni quel viso di volpe. Moisè cavò dalla tasca un foglio, lo spiegò cercando con gli occhi nel groviglio dei nomi e infine segnò una croce.

«La mia morte» mormorò Agostino e si volse per andare; ma il vecchio afferratolo con la mano secca disse: «Il conto sale».

 

Seduto accanto al fuoco, Agostino guardava la fiamma crescere, mentre come un rimorso lo colpiva il respiro della moglie che gli sedeva accanto, incinta di nove mesi e ormai prossima a partorire; buona e mesta creatura. Quando pensava a lei, al suo stato, alla vita che menava, ribolliva e si odiava; odiava tutti. Egli sudava dall’alba al tramonto nel campo, ma ogni foglia cresceva con fatica; le ombre calavano presto, il beneficio del sole durava poco sulle zolle assetate.

La moglie, chinatasi per gettare sterpi nel fuoco, disse: «Senti il tuono?».

«Forse pioverà» rispose, guardandola con tenerezza. Il temporale dileguò in un mormorio lontano; udirono le voci degli uccelli che passavano a stormi.

La moglie si stese sul letto; Agostino rimase accanto alla fiamma, perso nella sonnolenza, senza pensare a nulla, o pensando a tutto, finché il fuoco si spense.

Nel mezzo della notte la tempesta tornò rotolando in un turbine di foglie smosse, di alberi squassati; una pioggia tagliente gorgogliò per il viottolo.

«Passerà» disse Agostino alla moglie che ascoltava tremante. «Domani troveremo il sole». La cinse con un braccio e «Dormi, ora» disse. Ritornarono al sonno mentre l’acqua picchiava sulla terra.

All’alba, dalla parte del monte, il cielo era ancora minaccioso; sul viottolo e intorno alla casa l’acqua stagnava fra il verzicare della prima erba. Il bosco era avvolto da un fumo bianco, nubi che scivolavano basse, stracciate dall’uragano.

Ed ecco i muli alla svolta della strada; poi gli uomini, le donne in mucchio, per ripararsi dal cielo. Salivano in silenzio al bosco che dovevano tagliare; andavano di malanimo a guadagnarsi una scarsa giornata.

Agostino scorse Giovanni Palmisano con la scure sulla spalla; lo chiamò. I due uomini sedettero sul cassone: il fuoco, acceso con pochi rametti, bruciava in un baleno; per un attimo l’aria fu coperta da una luce chiarissima.

La moglie era in un angolo, con le mani in grembo. Palmisano fissava la fiamma che scemava: “Prima la donna… Vederla morire, stesa nella paglia, con quegli occhi impauriti!… Poi il padre, la madre…”.

Palmisano si volse; vide la donna nell’angolo e si oscurò, forse per il ricordo di una quiete oramai perduta. Disse: «Moisè Mittica è tornato anche oggi. Ogni giorno batte alla porta e con un cenno riparte… Io non lo posso pagare, non posso».

I due uomini uscirono. «La primavera è lontana» disse Palmisano raccattando la scure, «così anch’io vado alla montagna».

Agostino guardò la moglie poi in fretta disse: «Ti accompagno».

All’affiorare di un timido sole fra l’incavo del monte, voci e tonfi dalla radura rimbalzavano sui fianchi della montagna. Gli alberi cadevano ondeggiando nell’aria; gli uccelli fuggivano spaventati.

Mentre squadre di uomini colpivano i tronchi con le accette che affondavano nel legno come nella carne viva, altre sfrondavano quelli caduti, fra un crepitio di foglie. Poi i muli trascinavano i tronchi al margine della radura, uno accanto all’altro, a formare cumuli e cataste.

Il sole avendo sciolto le nuvole bruciava; la terra fumava per la calura.

Dicevano alcuni: «La montagna sospira; il suo respiro è caldo. Non ci coglierà male?».

Rispondevano altri: «Il bosco avrà legna per tutti». Le donne raccoglievano le scorie per il focolare; tutti lavoravano con furia per finire presto e tornare al paese.

A mezzogiorno la campana di frate Peluso risuonò dal basso, uomini e donne abbandonarono gli arnesi e si raccolsero all’ombra per mangiare.

Agostino trovò il figlio già nato e la moglie stesa vicino al focolare. Intorno agli occhi un cerchio rosso; respirava a fatica. Mosse appena la testa poi si lasciò afferrare di nuovo dalla stanchezza. Le erano accanto due vecchie che abitavano le prime case del paese e che si erano offerte al principio dell’estate, quando la gravidanza fu sicura.

Agostino trasse al camino il sacco con le scorie raccolte nel bosco e ne buttò una mandata sul fuoco. Il legno umido cominciò a crocchiare. Coprì la moglie col mantello e la donna serrò le palpebre, ristorata dal calore.

La notte passò lenta; la donna smaniava, con un gemito soffocato. Fermi i corpi delle vecchie avvolte negli abiti scuri, mentre dagli scialli, all’esile lume, affiorava il pallore dei volti.

Finalmente tornò il giorno. Affacciato alla porta Agostino scrutava il giro dei monti; udì lo scalpiccio dei muli fra le pozzanghere, i passi della gente che saliva. Non si mosse. Il rumore, anziché affievolirsi, s’avvicinava. Sul prato davanti alla casa arrivarono i muli a testa bassa e le donne. Anche gli uomini, in gruppo.

Le donne muovevano le labbra nella preghiera; gli uomini guardavano alla porta e a lui; aspettavano.

Agostino spalancò la porta e li invitò ad entrare.

Una vecchia porse una piccola forma di cacio che aveva raccolta nel grembiule; un’altra un sacchetto con poca farina; e poi una pagnotta; così ciascuno offrì qualcosa; infine s’allontanarono.

Erano appena scomparsi oltre la curva del viottolo quando apparve Giovanni Palmisano. Parlò con voce bassa, quasi per sé solo. «Triste giorno; ma che potevo fare?». Agostino taceva. «Così doveva essere. Fuggirò, unendomi al Boccone… Tu pensa a quelli, nella tua miseria; non lasciarli» accennò al villaggio, alla casa, ai figli.

Fissando negli occhi l’amico disse: «Ho ucciso Moisè Mittica, con una coltellata nel cuore. Era pieno di fango».

 

Il tempo passava. Marzo sfioriva e pendeva dal cielo come una foglia d’autunno; gli uomini salivano al bosco e ritornavano al tramonto, sempre più stanchi. Poi un giorno apparve la primavera. Fu un trillo più dolce d’uccello, o un soffio più caldo di vento? O soltanto un tenero barbaglio del cielo? I muli, salendo per il viottolo, tentavano furtive soste ai margini del prato per carpire una boccata d’erba.

Il dorso della montagna era ormai spoglio; il bosco giaceva riverso, con i tronchi fra un intrico di schegge e di foglie. Agostino lavorava con gli altri, perché adesso c’era anche Rocco da sfamare, il figlio di Palmisano fuggiasco; e c’era l’altra amorevole fame che rideva nei limpidi occhi o nel pianto accorato. Quando era chino sui tronchi, aveva sempre il cuore alla casa.

Di notte, seduto sul gradino dinanzi alla porta, guardava il prato, il prato bagnato dalla luna e intanto ascoltava la voce della moglie che addormentava il bambino. Spesso pensava che con la morte di Moisè sarebbe caduto il suo debito; era mai possibile questa ventura? Accanto ai tronchi gli uomini ne parlavano sempre.

Una sera apparvero due ombre nel viottolo; ombre di uomini forti. Come alzò la voce a chiamare, credendoli paesani, queste si avvicinarono e sbalordito riconobbe Palmisano; dietro a lui, Fiore.

Mentre Agostino, senza voce, lo guardava, Palmisano quasi con ira domandò: «Rocco?».

Agostino accennò alla stanza; egli entrò, la voce della moglie tacque.

Intanto Agostino guardava Fiore, avvolto in un sudicio mantello come in una notte d’inverno. Aveva la barba sporca e occhi senza luce.

«Entra, dunque!» gli disse, ma Fiore scosse la testa, fermo entro il riverbero che la lampada gettava sul prato.

La donna col piccolo in braccio; Palmisano, sulla panca, guardava gli occhi del figlio ritto fra le sue ginocchia. Gli aveva posato una mano sulla spalla, quasi temesse di vederselo sfuggire; anche Rocco lo guardava, con stupore, con uno sguardo pieno di domande.

Poi il piccolo, nelle braccia della donna, cominciò a piangere: un pianto lieve, senza fastidio. Palmisano s’alzò e rivolgendosi ad Agostino disse: «Salvalo e grazie». La voce risuonò secca, vuota di speranza.

«È mio» rispose.

«Così sia» mormorò Palmisano. I suoi occhi erano già sull’erba. Quanto era cambiato! Anche in viso portava il segno della fatica: un volto sfigurato, i capelli aridi sulla fronte.

Agostino, con Rocco accanto, li vide lontanare.

Mentre salivano al castello Palmisano era irato verso se stesso; il pensiero gli ronzava in capo e lo faceva sussultare. Forse era stanco, o commosso; lo agitava un’ansia che avrebbe voluto sfogare in un urlo.

Perché tutto questo era accaduto? Gli occhi del figlio; il suo pianto. La morte della moglie. Il pensiero andava, veniva, senza pace… Perché era ritornato? Non avrebbe dovuto rinfrescare il ricordo, sapendosi ormai perduto. Ma il viso di Rocco, quegli occhi intenti a guardarlo. Perché non l’aveva chiamato? Sentiva ancora nella mano il tepore della spalla e fra le ginocchia la forma di quel corpo. Non doveva tornare.

Guardò attorno, risollevandosi; il castello era vicino. Camminarono rapidi fino al portone.

Il battente suonò come una campana; Palmisano rabbrividì. Furono introdotti nella sala. I quadri coperti di buio avevano strani riflessi, l’aria ronzava.

Finalmente apparve il barone, seguito da Parlante. «Chi vi manda?» la voce si infranse contro le pareti.

Fiore si fece avanti: «Chiediamo cibo per gli uomini, fieno per gli animali; entro domani, al tramonto».

«Chi siete?» domandò il barone.

«Veniamo da Cosenza, scendiamo al Tirreno. Siamo per il re e la chiesa… Questa è la prima richiesta». Fiore gonfiò il petto con foga.

Il barone lo guardò: «Poi?».

«Il bosco era vecchio come il padre di mio padre; sulla montagna era un buon rifugio, signore» la voce di Fiore risuonava lenta, quasi dolce. «Il bosco era antico come la montagna; le sue ombre ristoravano. Ci è stato tolto, signore… Uno scudo per albero… Tanti scudi quanti erano gli alberi del bosco, vecchio come mio padre o vostro padre, signore; per domani al tramonto» e Fiore rise, pieno d’ira e di gioia, d’odio, di scherno, di giubilo.

Gli occhi del barone si strinsero, sibilò: «Porco contadino, vattene» le mani tese, infuriato. Fiore rideva, il barone urlava; tutta la sala era piena di quel riso e di quel furore.

Poi Fiore smorzò il riso come la luce di una candela; soltanto allora s’accorse del grido e del braccio teso a indicare la porta. Sbalordito fissò il volto di Parlante mentre udiva l’ira del barone che riempiva il castello: «Maledetto brigante!»; rapido trasse il pugnale dal mantello; ma ancora non s’era mosso che Parlante gli si buttò contro e lo stese morto con uno squarcio in gola.

Palmisano fissava il corpo dell’ucciso; rialzando il capo incontrò gli occhi allucinati di Parlante. Una forza sconosciuta lo scosse; con un urlo corse fuori, nel cortile, oltre il portone, lassù; correva nella notte, col pensiero di Fiore, verso la montagna e chiamava a gran voce.

 

Accorsero i garzoni; apparve la baronessa con i due figli ancora assonnati. La sala si riempì del palpito di molte candele; chi piangeva, chi mormorava, chi si protendeva sgomento per osservare il morto; chi guardava Parlante; chi dava ordini, chi chiamava per nome.

Costantino Nigro fu spedito a frate Peluso, in paese, perché con la campana chiamasse a raccolta gli uomini. Serrati portoni e finestre; correvano con le armi in mano nel granaio e sulle torri. Le donne si radunarono intorno alla padrona, a pregare; il morto fu abbandonato nella sala ormai buia.

Il barone s’affacciò alla finestra, alta sulla campagna: ogni cosa riposava. Dopo una lunga attesa udì un rumore: sembrava che dal monte scendesse acqua fra i sassi. E la campana, la campana?

I briganti calavano per vendicare Fiore. Quel rumore era il battito del loro cuore? O la maledizione che s’inceppava in gola per la corsa?

La campana di frate Peluso non suonava. Gli uomini nel paese dormivano; perché non suonava? Perché non li svegliava?

«Purché non sia troppo tardi» disse, volgendosi a Parlante; ma Parlante non rispose.

Nel cuore aveva la morte. Ne fu certo dall’attimo in cui sentì il coltello affondare nella carne dell’uomo; uno strano senso di leggerezza e di rinuncia al futuro; un termine, qualcosa di definitivo.

La campana, laggiù, corse in cielo. Il barone si protese. Un tocco, due… perché non suonava ancora? “Perché non suoni, perché non suoni, frate?” ma la campana tacque. Gli uomini nelle case avevano udito? Era un richiamo, un grido di aiuto. Accorrete per i miei figli!

Sulla campagna ogni cosa riposava. E sempre quel rumore d’acqua fra i sassi.

«Parlante, Parlante, che cosa accade?». Fu ripreso dal presagio di sventura.

La banda era vicina. Si udivano le bestemmie di chi incitava i cavalli, un chiamarsi per nome, risa. Sibilò una schioppettata; alcuni sassi picchiarono contro i muri del castello, vicino alle finestre. Risposero al fuoco; sulla montagna la notte affondava nell’alba. Scorgendo attorno al castello la torma degli uomini, il barone disse: «Prepariamoci a morire» e il gelo gli strinse il cuore.

Ricominciarono a combattere; ogni colpo, da basso, era accompagnato da urla di scherno.

Quanti uomini assediavano il castello? Forse duecento, ammucchiati al riparo dei tronchi trascinati dalla montagna: lontano, i cavalli e i muli pascolavano.

Mai giorno più limpido scese sulla pianura, quell’anno. L’aria vibrava e i colpi si ripercuotevano senza asprezza.

Intanto il barone, dopo lo sconforto, tornava a sperare. Forse Nigro era sceso al piano per chiedere aiuto, e intanto gli uomini del paese s’armavano alla battaglia. Presto qualcosa sarebbe accaduto; non poteva finire così. Per anni era salito su questi monti, conosceva ogni sentiero, ogni volto, ogni pietra del castello. Non sarebbero entrati. E Costantino Nigro ritornerebbe; perché disperare?

Ma guardava Parlante, il suo viso rassegnato: allora l’angoscia, la furia, l’ira lo travolgevano; avrebbe voluto gridare, uccidere, piangere, ma non poteva. Pensava alla moglie, ai figli, alla propria pazzia; perché non era subito fuggito?

Udì una voce, ancora un’ingiuria? La voce chiamava: «Bartolomeo Frontera, questa è l’offerta di Boccone per la tua vita; e sia pace fra di noi. Parlante scenda sulla radura a combattere con un amico di Fiore. Questa è l’offerta, e sia pace fra noi!».

Tutti avevano udito, sulle torri, alle finestre, e le donne raccolte nella sala.

«Cani» mormorò il barone fissando la radura gialla di sole. Parlante non l’aveva forse salvato, uccidendo quell’uomo? E non era sempre stato, negli anni andati, un amico, un poco scontroso ma onesto? Sia pace fra noi! La moglie salva, i figli salvi; tornati alla città senza dolore! E se giungessero gli aiuti, fra poco?

«Addio signore!» la voce gli batté sulla spalla come la mano di un amico. Una voce dura, un po’ triste.

Si volse: «Parlante, Parlante!»; era lontano, udirono i passi per la scala, poi nulla.

Tutti ascoltavano.

Il barone corse alla finestra; Parlante apparve sul prato e agitò una mano nel saluto.

Gli uomini erano in mucchio al margine del prato. Parlante avanzò, entrando nel sole; dal gruppo si fece avanti un gigante, gli occhi socchiusi per il riverbero, stringendo in pugno un coltello. Camminava adagio.

Parlante guardò quegli occhi lucidi d’odio. Era coperto di sudore; strinse anch’egli il pugnale, pronto a ferire.

L’altro era vicino, adesso udiva il respiro, la sua ombra lo toccava; con un balzo lo sentì addosso. Lo schivò rapido sicché fu appena sfiorato dalla lama, ma s’accorse che non l’avrebbe potuto colpire; era oltre che alto, troppo lungo di braccia.

Scorse il nemico grande nell’irrisione e capì d’essere perduto.

Arretrò alcuni passi, agitando il pugnale mentre cercava una via per fuggire. Gridò, all’improvviso, e l’altro s’arrestò sorpreso. Allora Parlante spiccò la corsa ma il nemico gli fu subito dietro. Sperava che qualcuno gli avrebbe socchiuso il portone per rientrare e s’avvicinava al muro del castello; ansimando nella corsa respirava l’odore dell’ombra e delle pietre. Alle spalle il sibilo dell’inseguitore.

Girò attorno a una torre, scavalcò il fossato, ancora l’altra torre – il cuore pesava, il respiro gli spezzava la gola – di nuovo fu sulla pianura. In un baleno vide la porta serrata e il mucchio degli uomini che gli sbarrava la strada. Si fermò; le forze, insieme alla speranza, lo abbandonarono.

Cadde in ginocchio; appena chiuse gli occhi per non scorgere l’ombra, udì la bestemmia felice dell’uomo che lo raggiungeva. Immaginò disperatamente la mano alzata, il balenio della lama; un colpo secco; la bocca si riempì di sangue, il capo risuonò come se una campana gli avesse battuto accanto all’orecchio.

Intanto gli uomini trascinarono alcuni tronchi e cominciarono a tentare la porta, incitandosi.

La montagna ripercuoteva quel rombo nel cielo, gli uccelli volavano lenti. Anche la morte volava.

I cardini cedettero e la grande porta si squarciò.

 

V.

Fatto d’armi

 

 

 

 

 

Mentre è ormai certo che domani ci sarà battaglia, il comandante della guardia civica, un possidente che parla francese, racconta gli avvenimenti dei mesi passati.

«Una sera navi e navi apparvero nel golfo, le luci accese, una festa del mare. Poiché veleggiavano senza paura, pensammo a una squadra francese, esultando, come accade in cuor nostro. Siamo pochi ad amarvi…».

«Questa è franchezza» lo interruppe Gibraltar «e vi ringrazio. Così chiedo: è possibile che i possidenti, addirittura i nobili ci aiutino, e sia proprio il popolo, questo misero popolo senza terra a voltarci le spalle, a tenderci agguati, a patirne vendetta?».

«Facile rispondere. Il popolo è nelle mani del prete. I preti parteggiano per il Borbone, poiché i francesi (dicono) sono atei e liberali; e questo popolo asino odia i francesi… li assalta, li scanna, li pugnala».

Ricordai allora il grido del colonnello, durante il primo rapporto sotto un albero, come nei parlamenti antichi: «Terrore, terrore, signori ufficiali…».

Intanto quello proseguiva: «Erano navi inglesi. Accostarono e scaricarono queste carogne, circa trecento, che rovinarono sul paese. Ce ne accorgemmo tardi; io appena scampai. Ma chi aveva famiglia, moglie, figli, vecchi genitori, perdette in un’ora la luce della vita, la speranza del futuro… Dopo il saccheggio s’alzarono i fuochi. Sangue vivo era sui gradini delle case».

«Penso a Maddalena».

Suonò la tromba. Rimase Gibraltar, dispensato dal servizio, ad ascoltare la storia.

 

Dentro la valle di Cuccaro stanno gli uomini del Boccone; nei mesi scorsi, e per molti mesi ancora, signore di queste terre. Nemmeno i corrieri più veloci riuscivano a sorprenderlo e a passare; il regno era diviso da un filo di morte.

Tutti gli uomini sono ora chiamati alle armi.

Molti accorsero, pochi si nascondono o passano alle bande. Questa sera io e Averna siamo appostati al riparo dei macchioni del golfo. C’è la luna che striscia sul mare dimenando la coda; l’acqua è tutta un fremito. Gli uomini sono caduti in braccio alla nostalgia, il mare, a riva, pare un gatto che giuochi con la palla. È un soffio, poi subito si ritrae. A quest’ora il San Carlo spegne i lumi, adagio, fasciato di rosso e d’oro. Le ballerine vanno per le strade, leggere come insetti.

Ecco lo sciacquio della barca. Il rumore cancella i pensieri; siamo all’erta, gli uomini stringono l’arma col furore dei momenti buoni.

Udiamo il suono dei remi mossi con leggerezza; poi il bianco delle camicie, l’agitarsi dei corpi nello sforzo. La barca avanza in una striscia d’ombra che s’apre, sporcando il mare. Sono vicini alla riva, ritirano i remi.

Sette uomini scendono, ascoltano per un istante e riconfortati dal silenzio s’avviano. Li prenderemo alla fine del sentiero, come uccelli nella rete; non spareremo, cadranno vivi, palpitanti.

Uno ritorna; sospinge la barca in mare; riparte.

Fra essi, in verde giovinezza, Alfonso Filomarino; suo padre è il ricco barone di Vallo.

Viene dalla Sicilia, sbarcato da una nave corsara inglese, porta denaro agli uomini annidati nella selva. La sua vita è finita.

Adesso è legato a un albero, sorvegliato dalla sentinella.

 

Il giorno passa, al tramonto il prigioniero e i cinque compagni sono fucilati. Hanno molta fierezza, quasi che morire senza paura sia la sola rivalsa da sbatterci in viso.

La mattina seguente arrivò il barone Filomarino, bianco di capelli, piccolo, segnato di rughe. Chiese il corpo del figlio. Era venuto per raccoglierlo. Lo depose su un carro, tra il fieno, e s’allontanò a piedi.

Nel pomeriggio altra battaglia contro uomini a cavallo. Quelli riuscirono a trascinar via i feriti ma abbandonarono i morti che noi lasceremo ai corvi. Due soldati andarono perduti, forse prigionieri.

Nei boschi e nei macchioni sono annidate insidie continue. Bisognerebbe bruciare tutto, cancellare villaggi, uomini, case; nero di fumo il cielo. E solo dopo la terra ritrovasse il sole.

 

Il tenente Abbamonte appartiene al genere umano dei vanesi, traditori, pugnalatori d’amici, carogne; per lui ho un’antipatia che vorrebbe mordere. Con una insistenza sfacciata, oggi vantò la sapienza con cui sfoglia le donne, le sue fortune d’amore. Alla fine gli rinfacciai il duello con Grisby, per una ragazza che gli fu soffiata via. Mi guardò cattivo, ma non trovò parole per ferirmi.

I briganti hanno rimandato in paese cinque ragazze prossime a partorire. Una di esse è alta, piena di latte come le piante che crescono nelle siepi. Nessuna ha parlato. Dicono soltanto: «Noi ci mangiamo il nostro peccato come un veleno».

Furono rapite una sera dello scorso anno, senza colpa e senza amore. Il colonnello ordina che siano affidate a una casa d’assistenza a Salerno.

 

Gibraltar m’ha raccontato di Maddalena. Era nobile e giovane tanto che le piante seminate nel suo anno ancora non erano cavate dai vasi. Viveva come si vive in questi paesi; con una severità e una solitudine che sgomenta. Per le strade soltanto alla domenica, sul balcone a vespro con la madre, nell’aria che viene dal mare.

I giorni passavano ed essa maturava soavemente. Fu all’improvviso donna; gli occhi azzurri e i capelli le circondavano il capo come un alone angelico. La sua bellezza volava. Lei, dalla mattina al tramonto, in casa, ai soliti lavori.

Poi la grazia delle ore lievi fu spezzata. La battaglia intristì la terra, l’odio storse le bocche; finché un giorno il Boccone entrò in paese, dopo aver massacrato gli uomini della guardia civica.

Tra suoni di tromba, sventolio di fazzoletti, grida di villici e di prigionieri liberati dal carcere.

Il Boccone prese Maddalena. Lasciò intatta la casa, non valicò la soglia né infranse i vetri, non rubò il vino; tolse quel fiore e odorandolo, inebriato, se lo mise sul petto.

Partì a cavallo fra nuvole di polvere. Nei paesi vicini aveva rubato, bruciato, ucciso; lì tutto restò fermo e pulito, non sporcato dalle mani dei briganti.

Se ne parlò a lungo per i villaggi della Calabria.

Una gran bellezza doveva ardere in viso alla fanciulla e un tenero vento scuotere il suo petto, se per essa il Boccone rinunciò al saccheggio. Una grande bellezza.

Il padre in pochi giorni ebbe bianchi i capelli; la madre, presa dalla furia e dalla nostalgia, non badava che a piangere, e a chiamarla fra il pianto. La sua voce s’alzava triste per le sale vuote.

Dopo molti mesi, uno della masnada, fatto prigioniero, raccontò che la ragazza, precipitata in quell’inferno di sozzure, avendo annoiato il Boccone con il pianto e la tristezza, da costui fu regalata alla banda; e passò di mano in mano, pensate in che tristissimo modo. Ormai era una larva, lontana dal mondo, volante attorno a una lampada. Un giorno mentre fuggivano inseguiti dai soldati, e Maddalena era in sella con l’ultimo malvivente, cadde o si gettò a terra.

Morì di stenti, fu divorata dai cani? Dicono che corresse nel bosco più fondo a morire di dolore.

Nessuno seppe più nulla di Maddalena.

Cercarono a lungo Maddalena.

Nessuno seppe mai se Maddalena era morta o infelicemente viveva, come una bestia, nella foresta.

 

[passano alcuni giorni]

 

Hanno ucciso il giovane che una sera raccontò di Maddalena e del Boccone. Fu trovato con il petto aperto da un’accetta; non abbiamo notizie degli uomini che lo accompagnavano.

Ritornando in paese abbiamo visto sfilare la flotta inglese. Navi che entusiasmano, a non pensare che trascinano nemici.

Erano forse trenta, d’ogni grandezza: aprivano le onde un poco inclinandosi, le più leggere all’ombra dei grandi vascelli. Le seguimmo mentre correvano verso Messina, dove si appostano per addentare la preda. Noi siamo deboli in mare.

Bruciammo il paese di Grimaldi, dopo avere raccolto gli abitanti in un campo; fra quelle case il fuoco è divampato in un momento. I briganti erano soliti nascondersi nel paese e aspettare le spie che salivano dalla costa. Le vecchie pregavano mentre le case ardevano; piangevano cupe. Le donne di questa plaga o sono giovani e belle (hanno spesso una grazia che sorprende) oppure sono violente, col coltello fra i seni, le armi nascoste sotto la veste.

Tutto ribolle come un vulcano.

 

Con Gibraltar ricordavo ieri sera cosa sono stati questi anni passati in un baleno. Non vedo mia madre da sei anni.

Per le pianure d’Europa abbiamo portato la vita, con tale impeto che non ci accorgiamo che essa fugge, vivendo nell’uragano. E che altri, più abili o fortunati, raccolgono rapidi allori, maggiore fortuna, addirittura ricchezza.

Forse ha ragione Gibraltar quando dice: è un grande tempo, zeppo di avvenimenti, il quale conquisterà i posteri.

 

La vanità mi tedia, tanto essa è lontana dalla virile ambizione, che scolpisce nel vivo della carne a colpi di lama. Il furore che la faccia, perfino la voce e il modo di camminare di Abbamonte eccitano in me, ogni volta che l’incontro, non si calma se non in questi sfoghi (e quando penso d’ucciderlo).

Ma ucciderlo non potrei: mi convinco che il suo egoismo caverebbe anche da una simile vicenda qualche vantaggio, o sfuggendo allo scontro per una via contorta, che non riesco a prevedere.

Giacomo, mio cugino, era simile; morì travolto da una carrozza a Parigi, a vent’anni. Lo odiavo. Nella faccia di Abbamonte vedo Giacomo uomo.

A Parigi piangeva miseria per commuovere gli amici e i cuori femminili; col pallore che fingeva sulle guance, confermava quale vita contraria ai suoi talenti gli era toccata.

Tenore di scarso merito (un pigro egoismo gli avrebbe impedito, in ogni modo, di sottomettersi alla disciplina dello studio) era riuscito, continuamente lodandosi e appoggiandosi su benevoli giudizi strappati quasi per scherno, a crearsi una fama non grande ma calda, sostenuta soprattutto dall’indifferenza di quanti – ed erano i più – credevano alle sue parole, ridevano ai suoi motti di spirito, ascoltavano i suoi racconti e altro non chiedevano.

Quando morì tutto era appena abbozzato, ma certo sarebbe giunto, in pochi anni, a rassodare quella fama che desiderava, un po’ indefinita e quindi più sicura e sulla quale si può tranquillamente vivere.

Io, incapace di simili raggiri, e a cui la falsità e quella indifferenza per i sentimenti davano un’angoscia dolorosa, ero giunto ad odiarlo a tal punto che mi scoprivo spesso a immaginare in quale modo, e dove, avrei potuto farlo penare; e l’urlo, se mi venissero ad annunciare che Giacomo era morto.

Alla notizia vera allibii. Sentivo troppa gioia per non essere, in qualche modo, addolorato.

Mentre lo accompagnavo al cimitero – un mattino vivificato da una luce tempestosa, accesa dal vento – pensavo a quando arrivava a casa mia, nella stanza d’affitto (studiavo, prima d’entrare all’accademia), e seduto accanto al tavolo mi guardava con occhi che si sforzava di render acuti, li buttava addosso, per sbalordirmi.

Parlava di sé, vantandosi, o s’avventava sugli amici e tutto era rovesciato, con una noncuranza perfida che mi faceva male. Passava poi ai nemici, e se alcuno aveva osato criticarlo, era spacciato: la moglie lo tradiva, la figlia se la spassava, egli aveva inclinazioni greche, la sua ricchezza ammassata col veleno e con atti falsi. Se un amico cessava di lodarlo, e con schiettezza gli apriva l’animo, subito si trasformava in un arrogante piccione, uomo senza talento e senza lettere.

Mi accanisco contro un morto? Forse aggiungo al suo ritratto tinte cavate da altri quadri, ma benché la vita m’abbia cotto e incattivito, quei veleni ancora m’infuriano. Parlo di Giacomo e forse conficco una lama nel fianco di Abbamonte.

Giacomo amava mortificarmi perché ero, come diceva mia madre, “profondamente onesto”, o come dice il colonnello “un carattere che dà pieno affidamento”. Piccoli sacrifici, considerati come imposizioni divine, acquistavano per lui il peso di prove smisurate, offerte alla sua sopportazione per saggiare la forza del carattere; ne parlava per giorni.

Era invece vigliacco. Avrebbe tollerato uno schiaffo da un gentiluomo per renderlo, con ira, al proprio cocchiere.

 

Dai monti partono nuvole nere che si vuotano con furia quasi gemendo.

Gli ordini del colonnello danno frutto. Molti che impauriti sottostavano ai briganti, rialzata la schiena s’oppongono con forza, e noi li armiamo. Altri, addirittura furiosi per i torti patiti, chiedono di combattere, smaniosi di vendicarsi.

In questa terra le passioni divampano con rapidità incredibile.

 

[suono di fanfara]

 

Soldati caduti, paesi incendiati, pioggia, vento. Il mare è sporco. Fino all’orizzonte quel fragoroso biancore è deserto. Le foglie volteggiano nell’aria.

Rambaud è ferito alla schiena; Abbamonte prigioniero; una pattuglia di cavalleggeri annientata. La banda del Boccone, aizzata dalla fame, si muove come terriccio fracido.

 

Squilla la tromba, il colonnello dice: «Non potrò tollerare altri indugi. Bravi soldati, a voi l’onore di scovare i lupi e ripulire la terra da queste macchie. Una cosa ancora: fuoco, quando avanzate. Sparate, uccidete. Fuoco, terrore. Solo il capo lo voglio vivo, trascinato a forza, perché muoia da cane. E ora seguitemi».

Dopo tre ore, il borgo Decollatura preso e incendiato. Avanziamo, è freddo. Dalle nubi cala una nebbia dura e grossa.

Il paese di Soveria è abbandonato; troviamo le porte spalancate, ancora fumanti i camini, in alcune case l’acqua è a bollire nelle pentole. Una capra legata a un alberello. Bruciamo tutto, ma il fuoco s’alza a fatica su questa miseria di pietra. Il fumo è soffocante.

Comincia la montagna.

Saliamo divisi per gruppi, ciascuno con un ordine preciso. Il vento morde la carne. I soldati napoletani sono entusiasti di Manhès e Pepe addirittura dice a tutti la sua ammirazione.

Procediamo fra gli alberi, il passo degli uomini scricchiola sulla coltre d’erba. Anche le voci delle pattuglie si propagano come attraverso l’acqua, in una estenuante uniformità. Al suono delle trombe ci accampiamo per la notte. Dispongo le sentinelle, accendiamo i fuochi.

 

[il giorno dopo]

 

Procediamo sulla schiena di questa montagna interminabile, sempre più cattiva. Verso sera un rombo di fucileria. Ci avvertono che si è incontrato il nemico e di avanzare con cautela. Attorno a noi è scuro, accendiamo le torce.

L’erba, sotto gli alberi, è rossa. Un rivo scivola fra le crepe e gorgoglia sbattendo contro i sassi.

All’alba s’alza il vento e cade nevischio. Turbina fra i rami, s’attorciglia alle foglie, addolcisce l’aria.

Grida, voci, spari. Uomini corrono, cercano l’ombra degli alberi. Ci hanno attaccato; anche ai nostri fianchi combattono. I briganti corrono da tronco a tronco; s’avvicinano, tentano d’aprirsi la strada verso la pianura.

Ordino la baionetta in canna. Cade la neve. Andiamo all’ass

 

[nota del tenente Gibraltar]

 

Il tenente De Latour è caduto tre giorni fa, nel corso dei combattimenti contro la banda del Boccone. Riuscì a cacciare i nemici, ma fu falciato da un colpo di pistola in gola.

Era un buon soldato e un mio amico. La sua morte ci ha addolorato. Aveva fermezza da bravo ufficiale e la vivacità che dà tono e misura al carattere. Parlava poco, ma con sapore. Aveva il dono di un carattere dal quale la malinconia non era esclusa; ci si poteva rivolgere al suo cuore senza il timore d’essere fraintesi.

Un bravo soldato.

La sua roba sarà spedita a Napoli. Il colonnello lo propone per l’avanzamento a capitano. Toccherà una pensione più alta a sua madre.

 

[e aggiungo]

 

Dispersa la banda, i prigionieri abbandonati ai soldati del regno e, in parte, alla popolazione nemica. Dinanzi a una casa la testa di uno di costoro era conficcata in un palo.

Il paese è devastato da questa furia di morte.

Il Parafante, luogotenente della banda, fu trascinato a Nicastro. La gente lo seguiva, meravigliando alcuni che un uomo così potente andasse a morte. Gli negarono di parlare, il conforto del prete. Pencolò fino a sera, sotto un cielo rosato, nella piazza circondato dalle case.

Alcuni lo vollero toccare dubitando che fosse la sua carne. La notizia di quella morte volò e crebbe gloria a Manhès. Ma il Boccone, con gli altri violenti, è fuggito.

Adesso ci manderanno in Sila, o sulla Femminamorta. Intanto domani torniamo a Salerno. Spero che, salva la pelle, da tanta fatica mi verrà almeno una promozione.

 

VI.

Nell’autunno del 1809

 

 

 

1

 

Quanti anni! Nell’autunno del 1809 Eugenia ed io aspettavamo di ritornare in Francia, e intanto il settembre ci ammaliava. Verso sera, quando l’onda si imporpora per il fuoco del cielo, andavamo lungo la riva deserta, abbracciati; Eugenia, guardando una barca passare, diceva: «La Francia!». Aveva diciotto anni ed eravamo sposati da poco.

In quel paese, di cui non ricordo il nome, a ottanta miglia da Napoli, attendevo l’ordine di congedo; una firma di re Gioacchino e nel meraviglioso settembre, come uccelli migranti nel sereno, saremmo volati in Francia.

«La Francia!» mormorava Eugenia e andavamo lentamente, abbracciati, lungo la riva.

Per lei, ancora tanto giovane, il ritorno significava finalmente il riposo nella nostra casa di provincia; e la pace del cuore, anche, sgombrato dal timore che un ordine improvviso mi strappasse, come nel passato, con quanto dolore, lontano.

«Non saprei più aspettare!» diceva, guardandomi.

Per me, s’intende, era diverso, ma alla fine avevo deciso.

Amavo troppo Eugenia per non soddisfarla e poi, anch’io, desideravo riposarmi. Saremmo dunque ritornati nella casa dell’Île de France, a vivere insieme, senza l’incubo del distacco, almeno per un lungo inverno; in primavera, riprendendo il servizio, avrei lasciato Eugenia con mia madre, più tranquilla.

Sapevo che desiderava, poco per volta, con un sorriso e una lacrima, ma più spesso con un bacio, persuadermi a lasciare il reggimento e a trasferirmi a Parigi, nel Ministero; ma pur convinta di non poter ottenere tanto, si accontentava di questa vacanza abbastanza lunga per riposare l’animo aprendolo ad ogni speranza.

A Napoli la corte trascorreva giornate ansiose, mescolando le feste alle pene della politica; re Gioacchino si era ingrassato; la città era piena di ufficiali. Io amavo Eugenia con tanta passione che nulla mi interessava; desideravo soltanto partire, perché essa lo voleva, e al futuro non sapevo più pensare. Non c’era un lungo inverno davanti a noi?

«Troppo lungo per non sperare» diceva Eugenia guardandomi e contava i mesi sulle dita pallide: ottobre, novembre, dicembre…

Il cielo era senza nuvole, gli ulivi avevano il colore della polvere dopo un temporale. L’aria, in quel luogo e altrove, profumava così intensamente che spesso, alla sera, dava i brividi. Felice paese! I monti lontani erano azzurri e il mare aveva una voce calma che mi ricordava i versi di Omero.

Nella cittadina, vicino al Tirreno, abitavamo una villetta solitaria, avvolta da alberi che la illuminavano anziché coprirla di ombra – magia di un paese che non conosce la neve e l’inverno. La villetta era detta delle Tre Marie, e il nome si poteva leggere inciso rozzamente sul masso appoggiato ai pilastri del cancello. Le tre Marie erano state, un tempo, padrone di quella casa.

«Non uscivano mai» diceva il custode «il nipote, invece, è sempre lontano» e sospirava. «Avevano lo stesso nome… tre sorelle con lo stesso nome: Maria, Maria, Maria!» pareva che cantasse tanto si illuminava al ricordo.

Eugenia all’alba s’affacciava e ammirava gli alberi, la marina, il giardino. Era felice. Così passavano i giorni nell’attesa. Di notte oltre la finestra, dal letto, guardavamo il cielo.

Non lo scorderò mai.

Un mattino scendemmo alla spiaggia, come eravamo soliti, per bagnarci nel mare. L’acqua anche in quella stagione al declino era tiepida accanto alla riva e le onde sciacquavano fra i ciottoli come sfinite per una lunga corsa.

Eugenia temeva che qualcuno, dal paese, la scoprisse, sicché ansiosa palpitava, movendomi al riso; io la schernivo ma ero commosso. Dopo una corsa sotto il sole ritornammo adagio verso casa; ricordo che la campana della chiesa suonava mezzogiorno. Sedemmo nel giardino, vicino alla fontana di marmo – una fontana in rovina, scheggiata ai bordi e con lunghe strisce di ruggine; la statua che sorgeva nel centro era decapitata e le mani protese a reggere un serto di fiori pareva invocassero pietà.

A Eugenia non piaceva, la intristiva, ma il luogo era appartato, lontano dal cancello e dal viale d’ingresso; raramente capitava il custode. Parlavamo di noi; Eugenia ricordava la madre, la sua casa. Raccontando si imporporava e io capivo come i ricordi le fossero cari. Udimmo una voce che chiamava, Eugenia balzò in piedi e corse, con un grido; era tanto bella! Vidi che agitava un plico, festosa. «Partiremo, partiremo!» gridava; la cara persona era così piena di felicità che tremava, sorrideva, piangeva.

Il custode ci guardava. Strappai in fretta i sigilli. Ormai per parecchi mesi eravamo liberi, padroni della nostra vita, di tutte le ore. Finalmente il re aveva firmato! Lessi in fretta, sentendo il respiro di Eugenia e il suo sguardo sul mio volto.

Mi entrò una gran pena nel cuore. Subito pensai a lei, con disperazione. Ancora, dunque, dovevo ubbidire? Scagliai il foglio per terra e la raccolsi fra le braccia. Capì? Ricordo che cominciò a singhiozzare sempre più forte, stringendosi a me. Le baciavo la fronte e guardavo i suoi capelli, bianchi nel riverbero del sole.

Due giorni dopo lasciai Eugenia così rassegnata e apparentemente tranquilla che per ore e ore vissi nell’angoscia, temendo per lei. Non pianse o gridò; ci accomiatammo con malinconia, dolcemente; disse soltanto in un soffio: «Ritorna, ritorna presto» e gli occhi si riempirono di lacrime; l’esile figura bianca nella mattina piena di sole e di cielo si rimpicciolì fino a scomparire. Spinsi il cavallo al galoppo, per la strada che fiancheggiava il mare.

 

Salivo con la mia scorta fra dirupi e precipizi, avendo a sinistra un torrente che scendeva con un fragore simile al tuono e a destra un bosco sempre più fitto.

La guida diceva: «Brutto paese, tenente!». L’aria era pesante; benché il cielo fosse limpido cadeva una pioggia leggera. Guardavo attorno pensando a Eugenia nella nostra casa sul mare, a quel cielo terso, all’acqua della riva; agli occhi di lei che mi aspettava.

Sentivo un malessere addosso che era rabbia, tristezza e freddo.

Quell’aria, il rimbombo dell’acqua mentre la nuvolaglia si addensava scura come il fango!

Giungemmo al tramonto nel più triste luogo del mondo.

Non case di pietre ma baracche di legno in uno spiazzo in mezzo al bosco; più lontana, la miniera; e una penombra grigia su tutto; un silenzio irreale scosso appena dal rumore degli alberi che rabbrividivano; strane voci di animali, richiami soffocati che si udivano dal fondo del bosco già pieno di notte. Ero stanco, il corpo ammaccato per la lunga cavalcata; la tristezza mi pesava nel petto. Ricordo che mi buttai su una branda e fui subito morto nel sonno.

Il giorno dopo conobbi Carmine, un vecchio grasso, dai capelli bianchi, che salutandomi disse: «Quassù, con l’inverno, arrivano i lupi. Sareste un lupo, tenente?» e rise.

Ci appartammo in una baracca. L’aria era piena di rumori; il cielo sgombro di nuvole si stendeva sulle cime dei monti illuminando ogni cosa; il luogo mi parve meno selvaggio e solitario.

«Un mese fa» disse Carmine «venne un signore del Governo. Sembra che a Napoli stia molto a cuore questo nostro lavoro… C’è gente alla macchia, nelle selve vicine, dopo l’ultima leva; ma li conosciamo e siamo in pace con loro. Spesso vengono a chiedere pane, e noi diamo pane a quei visi secchi, a quegli occhi lucidi. Ma ora c’è una nuova banda, sull’altro versante; ed è feroce. Abruzzesi, gente di Puglia; uomini che uccidono. Siate dunque il benvenuto, tenente!».

Le giornate erano lunghe; quando gli uomini lavoravano mi inoltravo nel bosco o salivo per il viottolo alla montagna. Mi abituai al paese.

Alle volte mi domandavo perché avessero mandato me; pensavo a un cattivo scherzo, a un odio segreto di qualcuno; non riuscivo a darmi una ragione. Scrissi a Eugenia pregandola di ritornare a Napoli, dove era più facile per lei aspettarmi. Mi rammaricavo di non averglielo detto a voce guardandola negli occhi; temevo che non si sarebbe più decisa.

Infine, doveva trascorrere soltanto un mese; altri soldati e un altro ufficiale sarebbero arrivati. Questo pensiero mi ridava fiducia. Pensavo ad Eugenia con tenerezza e mi sentivo meno turbato, senza quel furore dei primi giorni che, tempestandomi il cuore, mi rendeva insopportabile ogni attimo.

Alla sera, disposti i turni di guardia, sedevamo attorno al fuoco, nella capanna di Carmine.

Bartolomeo, Collotorto, Ammirato, Scopa; giovani e vecchi, attorno al fuoco. Il tempo passava. Ascoltavamo il bosco.

«Dove c’è il verde» dicevano «Dio ha messo l’inganno. Nei prati di alto pascolo, per le vipere: negli occhi delle donne».

Il pensiero correva ad Eugenia, sul Tirreno.

Non la dimenticavo, le parole degli uomini mi riempivano di desiderio. Ricordavo ogni attimo dei giorni passati e sprofondavo come nel sonno; rivedevo ogni suo gesto, riascoltavo le sue parole, la sua voce.

Gli uomini, comprendendolo, cercavano di strapparmi al ricordo.

«Fa male al cuore e ci riempie di tristezza» dicevano «abbi pazienza» e mi versavano vino; un vino quasi nero, dolce, che inebriava. Allora anch’io, dopo, cercavo di unirmi al canto.

I giorni passavano e l’aria si appesantiva; cadevano le foglie. La montagna era carica d’acqua.

Gli uomini si affannavano nella miniera e al tramonto, quando ritornavano nella capanna di Carmine, o in altre, i loro sguardi erano sempre più stanchi. Cantavano, bevevano restando in cerchio, accanto al fuoco, con la ciotola in mano a rimirare la fiamma.

Dondolavano il capo, socchiudevano gli occhi afferrati dalla stanchezza; si riscuotevano per bere, a testa riversa, a gola tesa.

«Non è buon segno» diceva Carmine «quando il cuore va a ritroso in cerca di ricordi… L’inverno è vicino!».

Cadevano notti scure, la montagna era fissata nel cielo come una macchia; gli alberi strisciavano contro le nuvole con un rumore secco.

Il legno delle baracche gemeva, stringendosi per il freddo; e anch’io non ero allegro. Mi tornava la smania dei primi giorni; ripensandoci, risento quel malessere, che non vorrei più provare, come una febbre; divagavo raccogliendo i fili più tenui.

Era strano che non ricordassi alcun episodio del mio passato, delle battaglie, delle marce per le pianure d’Europa; tutto era scomparso, anche il vigore.

Le lettere di Eugenia arrivavano dalla pianura due volte per settimana. Fogli pieni di piccoli caratteri e di tante cose. Raccontava del mare, della villa; come sedeva ogni giorno vicino alla fontana, tutta sola nel pomeriggio, affidando i pensieri al vento d’autunno. Diceva della sua disperazione e del suo amore; mormorava la sua attesa.

Io rispondevo pregandola di ritornare a Napoli.

Questo per me era diventato un incubo; soltanto così mi sarei rassicurato. In fondo ero geloso, rabbiosamente; la solitudine di Eugenia mi riempiva di sgomento.

Carmine, rientrando, scrollava gli abiti e diceva: «Brutto lavoro e brutto tempo, tenente».

Poi arrivavano gli altri, sedevano in cerchio. Bartolomeo versava il vino; attizzavano il fuoco; cantavano. Io mi assopivo.

Ero un legno alla deriva; che cosa mi accadeva? Forse mi aveva snervato quel luogo, o la stagione inclemente; forse l’ozio dei mesi andati, o l’amore e il ricordo di Eugenia che ancora tutto mi occupavano.

Leggevo e rileggevo ogni lettera, scendendo al fondo dei ricordi. Erano le ore più felici del giorno. Quando uscivo dalla capanna per ispezionare la guardia e per scrollare il torpore del fuoco, l’aria gelida mulinava strappando le foglie; ma il rumore più triste, senza riposo, era il tonfo dell’acqua per i dirupi. Pareva il rumore di un esercito in marcia.

Ripensando a quei giorni, mi sorprende ancora l’assenza di ogni rumore che non fosse quello dell’acqua e del vento. Camminavo in mezzo al grido doloroso degli alberi e cominciavo a temere che alcuno, a Napoli, avesse di proposito desiderato allontanarmi da Eugenia. Sapevo che l’avevano corteggiata lungamente dopo il suo arrivo: conoscevo troppo i miei colleghi per non temere.

Solo gli oziosi o i privilegiati erano rimasti a Napoli; gli altri correvano per le campagne col generale Manhès.

Non dubitavo di Eugenia, ma come pensare senza fremere a quella donna così sola e innamorata?

Non era dunque meglio che restasse ad aspettarmi presso il mare, nella villa presso il mare? Ma non sarebbe poi troppo sola? Non sapevo, non sapevo. Temevo il peggio in ogni caso.

Bartolomeo mi sedeva accanto e diceva: «La gelosia è sconsolata, fa male; ma in questo paese, vedete, col mare e con il cielo a fior di terra, le lusinghe sono troppe perché le donne non cadano. Dobbiamo vigilare… Il nostro cuore annusa l’inganno come il marinaio sente il temporale anche in un giorno di festa. Non mettetevi la berretta se siete lontano da casa; la troverete sopra un ramo!» e rideva un riso grosso.

«Sono ricordi?» arrischiai una sera.

«Perdio, non sono ricordi. Mi pare ieri» poi si calmò: «Vedete, è un cattivo pensiero, per me!» e stese le mani alla fiamma.

«All’altro cresce una vigna sul petto, là, nelle pendici del Monte Martino. E nessuno prega per lui» bisbigliò Collotorto, mentre Bartolomeo pareva che bruciasse con la fiamma.

 

Vivevo con questo animo, nel torbido declino dell’estate, quando un giorno, prima che gli uomini si avviassero alla fonderia, Carmine picchiò alla mia baracca.

Ancora non avevo acceso il fuoco sicché nella capanna l’aria era fredda.

Carmine disse: «Un uomo, sceso al paese, ritorna raccontando che i briganti sono entrati ieri notte restandovi fino all’alba; se ne andarono dicendo che ci avrebbero visitato… Sapete che Gustavo non beve; la notizia è sicura».

Domandai se conosceva molte scorciatoie fra quei monti.

Rispose che di buona lena si arrivava in mezza giornata, poi soggiunse: «Se permettete, non dirò che arriveranno subito. Fra alcuni giorni, forse, o una settimana; ma non subito. È gente maligna».

Anch’io lo pensavo; quell’affermare a voce alta che sarebbero saliti nascondeva l’inganno. «Vorranno prenderci di sorpresa, un giorno o l’altro».

«Che Dio non voglia» mormorò Carmine, «dopo l’ultima leva la banda si è ingrossata come un torrente a primavera».

Passarono due giorni, non senza ansie. Gli uomini erano pochi e le munizioni sarebbero bastate per alcune ore, se la battaglia fosse stata violenta; né dal piano sarebbe venuto aiuto.

L’attesa ci impazientiva. Gli informatori non sapevano dare altra indicazione se non che la banda era salita per il versante di Santa Nicolata, in mezzo ai querceti.

Per fortuna il tempo era schiarito, benché il freddo fosse crudo. I miei uomini vigilavano, sparsi intorno alla radura. Era trascorsa una settimana – e io vivevo nell’angoscia, poiché nessuno saliva dal paese e non avevo notizie, neppure di Eugenia – quando udimmo uno sparo e un grido. Corsi fuori e vidi un soldato che accompagnava, con la baionetta innestata, il più lurido personaggio che avessi mai incontrato. La barba nera attorno al viso; il ciuffo dei capelli gli scendeva fin sugli occhi; uose infangate, una palandrana di pelle malamente cucita e stretta al corpo con una corda da pastore.

Ordinai di accompagnarlo nella mia baracca, poi chiamai Carmine.

Guardavo intanto l’uomo che vicino al fuoco si lasciava avvolgere dal calore con un piacere che dava sinistri bagliori al suo viso feroce; gli occhi piccolissimi luccicavano.

Quando arrivò Carmine cominciammo a interrogarlo. Non comprendevo il linguaggio di quegli uomini dei boschi, sicché a ogni frase il vecchio si rivolgeva a me spiegando.

L’uomo tracciava segni con le mani, spesso indicava fuori, alla montagna; la voce non era spiacevole. Aveva il suono di una lama che sia fatta vibrare.

«Dice che non viene come un ladro o un traditore. Ha lasciato il bosco, dove era sicuro, per portare un messaggio del Boccone… È come l’uomo di Galilea di cui parlano i preti; viene col cuore pulito e l’olivo in mano. Come vediamo, nell’altra non nasconde arma».

«Parla da ispirato» dissi «chiedetegli se raccoglie saggezza nel fango dei monti».

«Dice» rispose Carmine «che suo padre era guardiano dei greggi per i tratturi di Abruzzo, nella solitudine guardava il cielo e ascoltava le voci. Egli ha imparato queste voci».

«Che vuole? Poi vada al diavolo».

«Lo ha detto, signore. Porta i saluti del Boccone. In segno di amicizia questa targa d’oro con la Vergine del Carmine e tre formaggi. Dice che Boccone è forte come un gigante e cattivo, se adirato, come la grandine che spezza la vite in rigoglio. Ma è buono come la vergine prima delle nozze, con gli amici, o con i nemici che stima. Voi siete un nemico che stima e vuole essere vostro amico. Dice che l’inverno alza la nebbia sulla montagna e gonfia i torrenti; l’erba scompare sotto la neve e i cavalli e i muli gridano affamati. Dice che è vecchio e vuole morire in pace, sul letto del padre, nella casa a strapiombo sul mare. Dice che i suoi uomini sono canaglie che lo tradiscono e lo accompagnano per derubarlo. La legge è fatta da Dio e la vita del brigante è grama. Non vuol dannarsi l’anima; quando girerà tranquillo per il paese, farà recitare cento messe per l’anima dei morti. Infine vuole deporre le armi ai vostri piedi, se gli promettete la vita e la libertà».

Carmine mi guardò, sbalordito; poi esclamò: «Perdio! È il più sporco inganno che abbia mai udito… Non gli crederete, tenente?».

Aveva ragione. Guardai il volto del messaggero e scorsi una luce impercettibile, un sorriso nero dell’anima. Dissi: «Ha cinque minuti per andarsene… Dica a Boccone che pagherà il tradimento».

Ascoltò la parola di Carmine e s’oscurò come la terra sotto una nuvola; scomparve fra gli alberi.

Ritornò il giorno seguente verso sera. Carmine, dopo averlo interrogato, riferì: «Il Boccone dimentica le cattive parole e vi saluta. Dice che la solitudine raffredda anche il galantuomo; non vi vuol male. Perché crediate alla sua intenzione propone di incontrarsi con voi sul passo di Monte Scuro. Voi e due uomini, il Boccone con due uomini: lo Smarrito e questa carogna. Non ci sarà inganno. Fra due giorni, a quest’ora. È il suo ultimo discorso d’amico. Se non accettate – Dio abbia pietà dei suoi morti – non potrà rispondere dei propositi che gli nasceranno nel cuore».

Il brigante, mentre Carmine parlava, era accanto alla porta: lo sguardo fisso alla fiamma, vuoto di furore; sembrava stanco.

«Si potrà tentare?» domandai a Carmine.

«Non c’è altra strada» rispose «siamo soli… Se permettete verrò con voi, insieme a Bartolomeo. Gli altri vigileranno… L’insidia c’è, perché nessuno potrebbe credere a queste parole… Ma il modo è conveniente. Sapremo finalmente che cosa vuole; penso che si possa andare».

Trascorsi il giorno a predisporre la difesa; scavammo altre trincee. I tronchi degli alberi offrivano un riparo sicuro attorno al pianoro.

Scesa la sera, ci radunammo, come al solito, nella baracca di Carmine. Il fuoco scoppiettava e il legno diffondeva un buon odore di foglie.

Sedendomi accanto, dopo avere acceso la pipa, Carmine disse: «Ora ci troviamo nella battaglia».

L’interrogai sul Boccone, che conoscevo per le sue gesta.

«È marcio fino alle ossa» rispose. «Dio gli ha insegnato una cattiva strada spingendolo fino a noi. Confesso, tenente, di avere paura… Ma un giorno o l’altro doveva capitarci questo castigo».

«Forse non si dovrebbe andare» disse Ammirato.

Mentre parlavamo, ripensavo all’uomo che aveva portato il messaggio. Quale odio lo spingeva alla macchia, a ricoprirsi di fango e di pioggia come una bestia sperduta? Nulla che fosse umano esisteva in lui, se non la voce; ma così fredda che agghiacciava.

L’odio verso i francesi non giustificava quella disperazione senza pietà; nello sguardo c’era una durezza che toglieva il respiro, un dolore troppo antico. Furia selvaggia, ebbrezza di distruzione agitavano il petto di quella gente.

Sentivo disgusto e ira avvamparmi, quasi soltanto ora scoprissi la realtà e mi rendessi conto del pericolo che ci sovrastava e della malvagità spietata di questi uomini.

Udivo Bartolomeo esclamare: «Domani, dopo l’incontro, vivrò più sicuro. Mi sento come fossi ammalato».

«Non ci accadrà nulla, passerai l’arco» disse Carmine «e andare è bene; così resteranno lontani».

Guardavo fuori. Nella notte la montagna è terribile. L’uomo si sente sperduto, in preda al destino, senza la volontà di salvarsi; è sopraffatto da una forza immane; l’alba appare come un miracolo.

Mi sentivo inerme; fra le masse scure gli alberi parevano correre, con le radici all’aria.

Mi voltai. Vidi Carmine, Ammirato, Sciacca, Collotorto e poi tutti gli altri; i loro volti; le loro mani; le voci mi parvero squillanti come una fanfara. Sorridevano, parlavano; il mio cuore si quietò.

 

Venne il mattino, poi il tramonto. Quando ci avviammo, le nuvole bruciavano, l’aria era gelida; l’acqua dal culmine scendeva, scendeva.

Il passo di Monte Scuro era a cavalcavia fra due cime, a mezz’ora di cammino. Ci avviammo con le armi in pugno.

L’ora e la luce del cielo insinuarono torpore nei pensieri che si affievolirono.

Guardavo l’erba ai bordi del sentiero, il fango che affiorava nei punti più battuti, il dirupo contro il quale quasi strisciavamo.

Anche Carmine e Bartolomeo salivano in silenzio; udivo alle mie spalle il loro respiro, che mi confortava.

Grande era la pace su quelle montagne; le stelle sembravano fiori sbocciati nelle cime più alte.

Eravamo intenti a questo incanto – noi, abituati all’umidità del bosco e della miniera – quando udimmo un rumore.

Bartolomeo si volse, gridando; ma la voce picchiò sul fianco del monte e scivolò lontana.

«Forse un animale» disse Carmine.

«O un pugno di terra; quando è bagnata, cade» mormorò Bartolomeo, guardandosi attorno con impazienza. Carmine, più calmo, scrutava il viottolo.

Soltanto allora pensai con quanta leggerezza avessimo ceduto a un invito infido, per trascinarci in un luogo facile all’imboscata. Ero impazzito?

Il cielo, lassù, quasi verde, l’ombra della montagna e poi l’imbocco del viottolo! Bastava che apparisse un uomo armato e per noi non c’era scampo; oppure che ci sorprendesse da un dirupo soprastante.

Sollecitati i compagni, ci ritirammo fino a una svolta più in basso. Lì il dorso della montagna impediva un agguato dall’alto, e avevamo agio, se sorpresi, di guadagnare uno spiazzo assai utile alla difesa.

«Qua è meglio» disse Carmine.

Il silenzio era uguale a quello che sovrasta i cimiteri.

«Buona sera alla bella compagnia!». Raggelai come se mi fossi immerso nell’acqua che scendeva dal monte. Sentivo l’ombra alle mie spalle; mi pareva grande, un incubo. Non rispondevo.

Poi passò lo stupore e l’angoscia della sorpresa. Sentivo il respiro di Carmine e Bartolomeo ai miei fianchi.

«Salute alla bella compagnia!»; vidi che agitava la mano in un gesto ampio, come parlasse alla moltitudine.

«Smarrito» disse «e tu, Pasquale Napolitano, salutate i signori». Udimmo nell’oscurità un borbottio. Erano distesi sulla terra? Per quanto frugassi non scorgevo altre ombre.

Distinguevo adesso i suoi occhi che parevano bianchi, paurosi. «Noi cediamo il passo a chi è più forte» diceva «o soltanto più gentile. Abbandoniamo le armi sulla montagna per scendere al piano senza rimorsi».

Si sfogava di qualcosa, parlando. Forse dei lunghi silenzi ai quali era costretto, oppure – poiché evidentemente cercava le parole più sonore – si compiaceva di ostentare la propria affabilità. Si sentiva forte, e voleva apparire anche civile. Lo ascoltavo pensando se potevo vincerlo con l’astuzia; tuttavia lo temevo, poiché era il più forte in quel momento.

Parlava degli uomini della banda morti e feriti; della scarsa riconoscenza dei Borboni; del corpo segnato da troppe marce e da tante battaglie.

Udivo il rombo dell’acqua che scendeva. Diceva: «E Nicola da Picerno? Bravo soldato, quello; manca alla compagnia. Davvero non dovrebbe essere ucciso, come dicono…». Da quanto tempo parlava? Il cielo da un momento all’altro doveva schiarire.

«Libereremo Nicola da Picerno! Ma senza armi, senza cavalli, senza amici, come fare?». Smorzava la voce in un lamento odioso.

«Questo resta, dopo aver molto pensato. Il tenente verrà con noi, come amico s’intende e ospite di pregio. Finché Nicola non ritorni, soltanto fino al ritorno di Nicola. È giusto?».

Feci scattare l’arma; poi dissi: «L’inganno è nero come la tua anima; tu sia maledetto» ma erano parole, soltanto parole. Potevo sparare, corrergli contro con il pugnale, ma gli altri avrebbero sopraffatto me e ucciso Carmine e Bartolomeo; poiché la banda ci circondava. Udii rumori di passi, da più parti. Non c’era scampo.

Sapevo che mi avrebbero ucciso; ma Carmine e Bartolomeo?

Erano sempre immobili, come alberi dalle forti radici.

Finalmente apparvero gli altri. Quale sorte era riservata ai miei due amici? Avevo creduto, con una ingenuità che ancora oggi mi sbalordisce. Dissi: «E i due che mi accompagnano?».

«I vostri amici sono nostri amici. Vadano a portare la notizia. Finché Nicola da Picerno non torni. Soltanto questo potranno dire».

«Andate» dissi. S’affrettarono senza parole e scomparvero.

Come vidi che nessuna ombra si muoveva mi rassicurai; tuttavia rimasi all’erta. Il tonfo dell’acqua era uguale allo sciacquio delle onde sul Tirreno; un rumore esausto, leggerissimo. Pensai a Eugenia con disperazione.

Dopo un tempo che mi parve interminabile il Boccone disse: «Il tenente vuole seguirci?».

Mi avviai e la macchia nera degli uomini mi tenne dietro. Camminammo fino all’alba, fra lo stupore dei monti; quando apparve l’aurora, andavamo su una cima e a perdita d’occhio si stendeva la terra calabrese.

Il mare, lontanissimo, vibrava scuotendosi nell’ombra; boschi, piccoli laghi, un tepore di cielo che ristorava; l’aria odorosa di foglie, di resina. Non mi sentii più stanco. Scorgevo i paesi bianchi che riposavano come sassi in riva al fiume.

Scendemmo dal monte guadagnando il bosco. Allora il Boccone disse: «Questo è il nostro palazzo». Il sole tra il fogliame si frastagliava in striscie polverose; l’aria era verde, il bosco sembrava coperto dall’acqua.

 

 

 

 

 

 

2

 

Nunziata Lauria era la nuova donna del Boccone. Seppi poi che era stata monaca; e a guardarla si poteva capire.

Quando i suoi occhi non si allargavano nel furore ma riposavano sulle cose inanimate del bosco e quasi si socchiudevano, mentre il cuore forse ricordava, avevano una tenera dolcezza e la carità di chi desidera offrire o mortificarsi.

Era alta e vigorosa, scura nelle carni, di corti capelli; i fianchi e le gambe armoniosissimi. Io mi incantavo a guardarla, quando camminava.

Appena arrivati le fui condotto innanzi e il Boccone disse: «Il tenente è nostro ospite; ti porge i suoi omaggi», la voce suonava beffarda.

Nunziata Lauria mi guardò in viso. Indossava calzoni da pastore e una camicia che si adagiava sulle mammelle piene. Gli uomini, accesi i fuochi, mangiavano. La donna disse: «Potrete dormire accanto al masso. Napolitano vi darà le coperte» e si allontanò. Aveva una voce aspra con risonanze strane, quasi faticasse a parlare.

Avute le coperte mi adagiai per terra e caddi in un sonno senza sogni. Mi risvegliai a notte alta e trascorsi le ore di buio a pensare; dall’erba bagnata e dal masso che mi riparava s’alzava un vento freddo.

Ero certo che avrebbero riso di me, a Napoli e altrove, imprecando alla mia ingenuità. Ridessero pure! Perché non salivano su questi monti desolati? Noi non avevamo altra scelta; anche Carmine e gli altri lo affermavano.

Non importava! Ero stanco e se pensavo a Napoli, alla fatuità che circondava la corte, al mercato delle cariche, provavo fastidio. Le guerre, le grandi guerre degli dei erano finite, e nella pace gli uomini ingrassavano, impigrendo. Per quanto tempo avrei aspettato l’arrivo di Nicola da Picerno?

Questo temevo: forse una settimana o forse un mese. Dove era rinchiuso? A Potenza, a Napoli? O nel lontano Abruzzo? Purché Eugenia non si spaventasse!

Ma il cuore non si agitava rincorrendo questi pensieri, i quali andavano e venivano fiochi. Mi lasciavo sopraffare dalle circostanze. Chi era quel Nicola? La mia vita era attaccata alla sua vita, io vivevo per lui come quello, ora, per me. Pensavo a quest’uomo senza odio.

Il Boccone era violento e mi avrebbe ucciso, in un altro momento; ma la donna era bella. Pensavo a quel corpo che s’agitava nella passione; alla sua bocca, al petto caldo. E la voce!

Ero pieno di desiderio, non di lei o di Eugenia, ma di una donna.

Il bosco si riempì di verde, le fronde agitandosi dipinsero l’aria di un tenerissimo azzurro; durò a lungo quella luce, finché alberi ed erba si illuminarono. Pareva che ogni cosa fiorisse. Il bosco risuonò di voci e, lontano, di richiami.

Trascorsi il giorno in solitudine, dimenticato. Fino al tramonto durò il tramestio dei muli e dei cavalli che giungevano carichi di sacchi, forse dal piano.

Non vidi il Boccone né la donna. Quando mangiammo Napolitano mi sedette accanto. Era giovane, asciutto, senza barba; aveva occhi nerissimi e un piccolo naso. Forse era feroce ma non pareva; somigliava piuttosto ai pescatori del Tirreno che anch’io conoscevo. Domandai: «E il capo?».

Rispose: «È sceso alla pianura, in compagnia» fece un vago gesto con la testa.

Anche Napolitano, dunque, invidiava la preda.

Alla sera tornarono. L’aria era mossa da un vento che annoiava. Udii voci adirate, oltre gli alberi, poi, chiaramente, la voce della donna che ingiuriava.

Il giorno seguente partimmo, in una lunga fila.

Salimmo di nuovo sulle montagne dalle quali vidi nascere il sole. L’aria vibrava come se misteriose campane suonassero a gloria, nell’azzurro senza nuvole. Mi durava nel cuore un sentimento di serenità. Il Boccone e la sua donna cavalcavano innanzi scuri in viso, sempre guardando il sentiero; io osservavo le vallate sottostanti, le macchie dei boschi; non riuscivo a scorgere il mare; eppure all’orizzonte l’aria tremando lo annunziava.

Il mare, la Corsica, la Francia, Eugenia! Mi parevano sogni lontani, lontani.

Camminammo per i sentieri, salendo e scendendo sul dorso dei monti. Quando il sole fu altissimo nel cielo e accennò a precipitare – io lo guardavo, lo guardavo – arrivammo improvvisamente a un paese.

Casette ammucchiate una sopra l’altra, con una sporcizia, una miseria e una tristezza soffocanti. Mi domandavo come potessero vivere in quel luogo abbandonato. Il viottolo che lo attraversava era deserto.

Mescolata alle case, sporca di pioggia, la chiesa, con una piccola torre in cui s’era rifugiata, uccello impaurito, la campana.

Dondolando al vento pareva sbattesse le ali, con fatica. Al mattino e alla sera suonava colpi secchi, quasi fosse di legno.

Mi alloggiarono dal prete, con Napolitano e tre uomini. Costoro ridevano spesso, bestialmente; quanto Napolitano era silenzioso tanto questi erano loquaci e volgari.

Il prete aveva un viso senza rughe, e un grosso naso piantato sul volto, per castigo. Troppo gentile con tutti, muoveva gli occhi da spiritato e voltava la testa qua e là, guardandosi anche alle spalle. Era impaurito, e non voleva mostrarlo. Col Boccone era di una gentilezza nauseante, tuttavia non s’era ancora inacidito, rassegnandosi alla miseria, alla solitudine, allo sconforto come tanti altri, nelle parrocchie sparse intorno.

Chiamava il Boccone “eccellenza”. Dietro alla chiesetta aveva due stanze; una gli serviva da granaio, dispensa e ricovero per due capre: era puzzolente, con i muri scrostati; nell’altra dormiva, cucinava, recitava le preghiere. Capii che non sapeva se commiserarmi o disprezzarmi; ai preti per lo più i francesi non piacevano.

Si informò della mia sorte; quando gli dissi che ero un ostaggio si imporporò in viso e disse: «Bisogna rassegnarsi, pazientare… l’eccellenza è potente» alzò gli occhi come a chiedere la testimonianza del cielo, «nessuno, proprio nessuno può lamentarsi».

«Prendete me» soggiunse «sono un povero prete; eppure quando transita per il paese lascia sempre qualcosa. Questa è carità… Oh, un brav’uomo e io non credo alle storie che si raccontano… Certo i malvagi sono numerosi in terra, non credete?» spalancò gli occhi come se mi vedesse per la prima volta. «Non credete?» ripeté.

Risposi: «Sì».

Sospirò e parve liberato da un incubo.

«Anche voi siete buono» mormorò guardandosi intorno, temendo che qualcuno ascoltasse. Subito mi portò un bicchiere di vino; pessimo, quasi aceto, ma sforzandomi lo tracannai.

A mezzogiorno mangiai seduto sul gradino della chiesa e intanto guardavo le case con le finestre sprangate, il viottolo in cui correva un rigagnolo e gli uomini che mangiavano, litigavano in sagrestia. I canti, le voci sovrastavano le case arrivando dal punto più alto del paese, dove alloggiava il Boccone.

Quando incontrai il prete gli domandai perché tutte le finestre fossero chiuse, se davvero il Boccone e i suoi uomini erano così rispettati. «Eh figliuolo» disse «sapete, le donne!» e m’accorsi che si sentiva colpevole per questa legittima paura.

«Ma serve poco» soggiunse a bassa voce «quando il vino corre… Ormai sono abituati. La sera porta cattivo consiglio». Gli occhi gli luccicavano.

Erano giorni avventurosi quelli in cui i briganti scendevano dai monti.

«Certo» diceva «l’eccellenza e i suoi uomini lasciano viveri, vino, denaro. Che altro potrebbe dare in cambio il paese? Non un freddo letto, è naturale». Si fregava le mani, adagio; il naso era rosso, su quel viso di vecchio.

Alla notte mi coricai vicino all’altare. Tuttavia prima di prender sonno parve a me che il paese si risvegliasse. Udivo stridere le porte sui cardini, strisciare i piedi sui ciottoli, voci, richiami. Una nenia lamentosa, fischi.

All’alba vidi il prete davanti al tabernacolo bisbigliare una preghiera. Mi avvicinai; il vecchio si segnò in fretta.

«C’è stata sarabanda, stanotte» dissi «non ho potuto dormire… Avrete molto lavoro, oggi» continuai e il cuore mi rideva «per ripulire le coscienze».

«Tacete» gridò tutto agitato. Poi si calmò e, siccome lo guardavo con simpatia, mi domandò: «Volete mangiare?» e soprappensiero soggiunse: «Siete un bravo figliuolo, anche se miscredente. Si vede, si vede… Tutti i francesi lo sono. Non credono… Ma via, monsiè Voltaire» disse ridendo e diventando rosso «volete mangiare? Pane, cacio, vino fresco, se volete».

Quel vecchio mi divertiva e mi piaceva il paese; il cielo, la stagione colma d’autunno. Ero pazzo, lontano da ogni triste pensiero. Anzi, non avevo pensieri. Così accade, a volte. Mangiai, poi sedetti sul gradino della chiesa.

Il rigagnolo scendeva fra i sassi, ma era torbido e puzzolente del piscio dei muli. Le finestre delle case erano aperte, sulle porte si affacciavano i bambini.

Quanti bambini, per una miseria tanto grande!

Eppure c’era un’aria di pace; il paese si era liberato dall’incubo e respirava tranquillamente.

Il prete uscì trascinando le capre.

«Pascolate il gregge?» domandai.

«Oh, lego queste bestie a un palo nel prato, fino a sera» rispose.

«Vi sentite sicuro?».

«Il generale ha promesso» rispose solennemente, avviandosi. Dopo un’ora lo vidi scendere per il viottolo, a piccoli salti, come se qualcuno lo spingesse alle spalle. Sudava.

«Partono» ansimò «scendono al piano… Ma voi restate» si affrettò ad aggiungere. «Voi restate. Anche lei resta» e accennò col capo. «La donna, intendete?» bisbigliò. «Scendono alla città… Oh, il generale è potente. Va a incontrare un ministro del re, capite?… Il quale viene dal mare»; mi guardava, temendo di ferirmi. Certo si rammaricava d’aver parlato.

Un ministro del Borbone veniva dalla Sicilia e approdava nel regno! Questo era ancora possibile? La grande Francia, il leggendario Murat e un brigante dai monti scendeva al mare, con uomini e muli, per incontrare un nostro nemico? Indossavo ancora la mia divisa, sebbene sporca, e mi sentii bruciare.

Mi scopersi debole, vigliacco. Rimpiansi il coraggio perduto, la mia dignità che prima di ogni altro avevo calpestato. Perché, perché? Mi augurai che Nicola da Picerno fosse già in cammino.

La mia vita valeva quella di un bandito. Era giusto.

Nel pomeriggio Napolitano m’avvertì che abbandonavamo la chiesa. Salimmo verso l’alto e ci unimmo alla masnada.

Benché il Boccone fosse partito gli uomini erano numerosi. Sdraiati per terra, sul prato, o seduti lungo i muri, col fucile accanto e i coltelli che spuntavano dal panciotto, somigliavano a cani pazienti in attesa di un fischio del padrone.

Passarono alcuni giorni.

Un pomeriggio passeggiavo attorno alla casa col cuore affondato nell’inedia, quando vidi la donna dirigersi al bosco. Mi guardò e a me parve che volesse arrestarsi; poi si allontanò con un moto superbo della testa. Ritornò dopo alcune ore.

Bianche nubi andavano nel cielo; mentre scendeva per il prato pareva l’accompagnassero. Camminava come frustasse l’aria, o piuttosto come volesse intimorire o conquistare un re. Era bella, bella. Ma se avessi osato mi avrebbe ucciso. Cercai di coprire il mio desiderio con cenere.

Verso sera la donna ripassò, vidi che aveva adornate le orecchie con anelli, i quali dondolavano simili a piccole campane. Forse aspettava il Boccone dalla pianura; camminava lenta, quasi stanca, come sostenesse un peso, e il suo petto era colmo.

Dormii all’aperto sotto il cielo fiorito di luce. Al mattino domandai a Napolitano quando sarebbe tornato il Boccone.

«Fra una settimana» rispose «o più. Ha gravi faccende al piano».

Subito mi domandai per chi si era adornata la donna, il giorno innanzi. Nunziata Lauria consolava l’attesa e il desiderio con un altro? Ero certo di no. Forse si compiaceva della sua bellezza e ne godeva, al modo di tutte le donne? Non sapevo e non capivo.

La udivo gridare contro qualcuno; nella lontananza la voce aveva il suono stridulo di un adolescente.

Gli uomini sedevano al sole. Affacciato alla porta della chiesa scorsi il prete; le campane avevano già spaventato il cielo con i colpi.

La donna riapparve verso sera; la montagna era coperta di verde, di pace. Si arrestò sulla porta, guardando prima il viottolo poi i monti.

Ancora la guardavo, quando s’avviò strisciando lo sguardo su di me; sentii un brivido. Ero agitato, impaziente. Per un attimo mi parve di essere impegnato in una lotta, ma non mi mossi. Quando mi passò davanti restai fermo, sempre guardando la porta da cui era uscita. Volevo voltarmi ma non riuscivo; restavo attaccato alla pietra del muro, senza speranza. Eppure sentivo che qualcosa doveva accadere.

Trascorsi la notte ricordando i giorni passati. Il desiderio mi riempiva di speranza. Per me si adornava, per me, lentamente, saliva al bosco.

Capivo come questa avventura fosse assurda eppure triste; come il mio spirito avesse perduto ogni misura. Pronto alla mischia, l’attendevo con una gioiosa voluttà che i miei pensieri rinfocolavano. Nemmeno un istante pensai che, forse, potevo fuggire approfittando del tempo e degli uomini distratti. Restavo ad aspettare e come sonnambulo a guardare. Così fui preso, senza più speranza.

Allora dissi: “Se esce al bosco la seguo”. Soprattutto mi eccitava il pensiero che non l’avrei vinta senza lotta.

Nel pomeriggio, fin quasi al tramonto, il paese cadeva nella pace, gli uomini si sdraiavano lungo i muri; non s’udivano voci, pareva che tutti aspettassero qualcosa, ma senza impazienza. Non la vidi, in quel giorno, né al mattino che seguì. Apparve sul viottolo quando già i monti erano neri e il cielo lentamente scompariva.

Non portava gli orecchini lucenti; indossava, oltre ai calzoni, una grossa camicia di lana. Vidi questo in un attimo.

La seguii adagio, scorgendola innanzi a me come un’ombra. Mi sentivo triste, scoraggiato; andavo come in sogno, quasi contro voglia. Ero agitato o, piuttosto, intimorito. Ero anche stanco, sporco; non mi avrebbe scacciato?

I pensieri si affollavano aggrovigliandosi; tutto non ricordo.

Sentiva i miei passi? Cercavo di andar leggero, timoroso che mi scoprisse. Ora volevo ritornare; con quanto sollievo mi sarei di nuovo seduto sul gradino della casa; a rimirare il cielo! Invece continuavo a seguirla.

S’arrestò e anch’io mi fermai con le radici al suolo; la terra mi parve soffice, mi ridonò fiducia.

C’era qualcosa di sinistro nell’aria, il cuore raccoglieva quel presagio come un annuncio di tempesta.

Non posso seguire gli sbalzi d’umore, in quel tempo lontano. Ora tutto mi pare irreale e senza importanza; ma allora fu un’avventura strana e intensa; da vecchio la ricordo con rimpianto. Non temevo più, aspettavo. La donna era là e il cielo notturno la specchiava, bella e di alte membra come le eroine antiche.

Mi ripigliava l’ansia, e adesso sentivo di volermene ritornare, senza rumore, da quel luogo reso tetro dai rami che si intrecciavano in alto. La mia fiamma reclinava, ormai indifferente speravo di cavarmi da quella situazione senza sorprese e senza danno. Scoperto, e disarmato della foga che mi aveva spinto lassù, la donna m’avrebbe di certo perduto al ritorno del Boccone…

Sentendo frusciare mi buttai al riparo di un tronco: subito un’ombra apparve accanto alla donna. Nella notte, così nascosto, mi sentivo meschino e vigliacco. Neppure m’importava ascoltare le loro parole. Pareva voce di uomo anziano, ancora vigoroso, soffocata in quel mare di foglie; la donna lo incalzava e lui consentiva. Una giubba di cuoio attorno alle spalle. Non m’importava, ma non avrei districato il nodo di quel dialetto così concitato e grave; tuttavia non mi parve che disputassero intorno a qualche gran fatto, ma piuttosto fissassero patti, condizioni per vicende ancora da accadere.

Non poteva essere, né potevo credere che la donna tradisse il suo amico; benché fra quella gente fosse cosa d’ogni momento. Più probabile, forse, un commercio segreto con un parente – o per desiderio di alcuna novità. Oppure, semplicemente, una persona che essa voleva rivedere in segreto.

Riuscii, retrocedendo a passo a passo, inarcandomi contro i tronchi, a strisciare lontano dalle ombre; col sentimento sempre più lieto di liberarmi, fuggendo, da tutti i miei tormenti.

Arrivai finalmente alla casa. Sulla coperta distesa vicino al muro, nella camera squallida, mi sentii sollevato, senza più quella febbre; calmo, sereno, stanco, molto stanco.

 

Ritornai a visitare il prete e la sua chiesa, assaggiai ancora il suo vino e mangiai il suo pane. A volte, per lui, suonai la campana a mezzogiorno e alla sera; allora diceva che i francesi non sono malvagi.

Vecchio prete! Sarà sepolto fra quei sassi, nel silenzio e un altro batterà la campana alle ore canoniche. Il suono, secco secco, passando sul paese, voglio immaginare che scenderà fino a lui, oltre il viottolo, sulla terra che lo copre, e durerà a lungo, dolcemente.

Quanti anni! Mangiavo il suo pane, bevevo il vino e aspettavo. Aspettavo il Boccone, aspettavo Nicola da Picerno; e il tempo passava spinto dal vento d’autunno.

«Quest’anno» diceva il prete «avremo presto la neve».

Ora pensavo ad Eugenia, meravigliato che esistesse; l’avevo dimenticata e la riprendevo lentamente, con una felicità e una sorpresa che mi inebriavano.

Mentre il prete parlava nella stanza fredda, pensavo a lei, con quanta pace! Ero felice, a volte impaziente.

Vedevo alla sera, quando indugiavo accanto al fuoco, Nunziata Lauria salire al bosco. Io ridevo della mia pazzia. Ero libero e lieto nell’attesa.

Ricordo il mattino che portò la neve. Ogni cosa si addolcì, sbiancando. La neve cadeva senza peso, il paesaggio mutava; io guardavo stupefatto, tutti guardavano; anche il prete, nero in quel mare bianco. Con la neve ritornò il Boccone, poi arrivarono gli uomini ed i muli, carichi, timorosi sul viottolo coperto. E voci, grida, imprecazioni.

Passò un giorno e la neve cadeva; poi arrivò Nicola da Picerno.

Basso e tarchiato, con un viso giallo; aveva gli occhi infossati, da ammalato. Accesero per lui un gran fuoco, arrostirono la carne al riparo degli alberi; attorno la neve si scioglieva, per la fiamma.

All’alba, quando ancora il paese dormiva, fui condotto dal Boccone. Era sdraiato nel letto, con la donna; in un angolo bruciava una lampada a petrolio con acre odore; la stanza era piena d’ombre.

Disse: «Andate, ora che il cambio è avvenuto. Nicola da Picerno è qui, col suo coraggio… Se vi aspettano, andate. Addio!».

Chinai la testa in un saluto e uscii.

Due uomini, con i muli, mi accompagnarono. Il cielo rischiarava mentre scendevamo al piano fra torrenti gelati e boschi stupendi. Quando giungemmo alla pianura i due guardiani voltarono i muli e mi abbandonarono.

Guardai gli uomini allontanarsi, lontano udivo il respiro del mare.

Ero libero. Come l’eroe antico ritornavo alla mia casa. Senza gloria, senza onore; ma ritornavo alla buona creatura che mi attendeva. Non pensavo ad altro, in quel momento, e camminavo, nella pianura solitaria, come se ad ogni momento aspettassi di incontrare Eugenia.

VII.

La monaca di casa

 

 

 

 

 

Il prete aspetta la notte leggendo il breviario al lume di una candela. Oppure non legge; tiene il libro aperto sul tavolo e si abbandona ai pensieri.

Pensa agli abitanti del paese, gettato senza alcuna previdenza ai piedi di un monte. Nella città dove aveva studiato e altrove, nella campagna piena di sole, la vita correva meno affaticata e gli uomini lavoravano con il conforto di una voce o di un canto portati dalle nuvole rosseggianti. I fiumi passavano fra gli argini folti di canne e la sera gonfiava il cuore portando nel vento l’odore del Tirreno. Ma qua, assillati dalla fatica e da una angoscia senza speranza, chi poteva vivere e non maledire la sorte?

«Mio Dio» mormora il prete «da’ vigore alle mie parole, forza al mio spirito» e stringe le mani nella preghiera.

Appare sulla porta il viso di Caterina, la figlia di Nunzio di Nunno; dopo un leggero inchino mormora: «La confessione, padre».

Il prete sorride; non è infastidito benché l’abbia confessata e comunicata alla mattina, e si dispone ad assolverla ancora, sapendo come si angustia e sia piena di scrupoli. Ascolta la nuova confessione, bisbigliata in un rossore, e con dolcezza dice: «Pregherai per i tuoi morti» tracciando nell’aria il segno della croce.

La ragazza, inginocchiata, muove adagio le spalle mentre il prete guarda la candela che alza guizzi di fumo.

 

Nunzio di Nunno siede vicino al fuoco, il volto nel riflesso della fiamma è scosso da un tremito. Guarda verso l’alto, intanto segue come sempre neri pensieri. Quando Caterina si avvicina cresce il suo fantasticare: «Questo vento d’inferno! Tre pecore sono morte, nella settimana; tre pecore gravide e di buona lana. Il grano è cresciuto magro nella pianura». Ripete gli stessi discorsi, con monotonia, per riempire il vuoto di quel silenzio e per sfogare il cuore.

La sera passa così, accompagnata dal rombo del vento che scuote gli alberi e fischia per i viottoli.

«Le pecore costano; tre pecore morte sono un gran danno. Quei maledetti!» grida con rabbia all’indirizzo dei garzoni che rincorrono durante il giorno le greggi come cani e alla sera le riportano negli stazzi, sfiniti.

«Maledetti! Tre pecore gravide, e questo vento»; smuove la legna nel camino e la fiamma riempie la stanza. Caterina si protende ma la vampa reclina fra i ceppi.

«Senti questo gemito? Chiama l’inverno» dice il padre avviandosi verso la porta.

Anche Caterina sa che ogni male è annunciato da quel lamento. Il vento alza il riso convulso quando la bufera dai monti precipita sulla pianura, spezzando alberi, trascinando le pecore nei burroni; e quando nelle albe di maggio il sole nasce dal mare chiamando gioiosamente gli uomini, chi trascina borbottando le prime nuvole? Chi ronfa come un cane che vede avvicinarsi un ignoto? Chi spinge con colpi di frusta i nembi che stroncano il grano? Il vento, il vento, il vento. Ora urla il suo invito all’inverno: l’aria gelida, gli alberi bruciati, i viottoli pesanti di melma. Pochi osano avventurarsi verso il monte.

Affretta le preghiere per coricarsi; è stanca, domani sarebbe andata da Antonia a filare la lana. Il vento picchia contro la finestra, scuote la casa con le mani. Ma Caterina dorme quieta, nel pensiero che il parroco l’ha assolta ed è senza peccato.

 

Il gracidio di una sega non molto lontana; il tonfo di una secchia che a intervalli sbatte contro l’acqua nel pozzo. Intanto la nebbia sparisce come un fumo leggero.

Don Gaetano seduto al tavolo annota sul registro della parrocchia, sporco di polvere e qua e là sulla rilegatura ammuffito, gli avvenimenti degli ultimi giorni; e pensa, pensa, mentre la mano scrive, volta le pagine. Ode il richiamo di Vanni, un garzone che spinge il gregge al pascolo, poi un belato forse di un agnello sperduto. Guarda fuori: verso la campagna le case tremolano in una luce rarefatta. “Il giorno sarà quieto” e riprende a scrivere ora che gli ride il pensiero di uscire, dopo la messa, per visitare gli ammalati e i bambini che l’aspettano giocando sul prato.

Improvvisamente cessa ogni rumore: al prete, con angoscia per il sentimento di sventura che lo invade, pare di scorgere la secchia abbandonata sull’acqua da due mani immobili, la sega ferma sull’asse, gli sguardi di tutti fissi a un punto lontano. È certo di non sbagliare e si alza con furia quando un grido scivola per il viottolo e gli penetra nel cuore; poi la voce di un uomo: «Hanno ucciso Turi, nel bosco». Corre sul sagrato, vede gli uomini del paese radunati per ascoltare un ragazzo che indica la macchia degli alberi, toccata dolcemente dal mattino.

Gli uomini si scostano, anche il ragazzo lascia cadere la mano; ansima per la corsa e gli occhi sono pieni di paura.

Al prete tutto questo non giunge inaspettato; da giorni, da mesi, la più accesa ansia di carità e di fervore che lo ha preso e dà un suono di bronzo alle sue parole gli viene da un presagio di sventura. Domanda: «Dov’è accaduto?».

«Nel bosco, dopo il sasso grande».

«Andiamo» e gli uomini lo seguono.

Nel bosco il rumore dei passi si attenua in un tonfo monotono che rimbalza da un tronco all’altro.

Raccolgono il corpo sopra quattro rami intrecciati e lo portano sulle spalle come un trofeo. La camicia zeppa di sangue risplende.

Alle prime case, dove il prato immiserisce nel viottolo, le donne aspettano e fanno il loro lamento.

Così è accompagnato.

 

Nunzio di Nunno siede vicino al camino. È notte e Caterina guarda la fiamma salire mentre pensa con orrore a quel corpo senza vita che hanno portato sui rami.

Il padre scuote la testa. In paese dicono che sono uomini del Boccone a calare sugli abitati con la furia nei cuori inselvatichiti. Per questo don Gaetano ha pregato in chiesa, con parole tormentate.

Nunzio di Nunno guarda le finestre sprangate e borbotta immaginando chissà quali sciagure. Ma se per il passato una natura sospettosa lo portava a esagerare anche il più piccolo accidente, Caterina è certa che il padre questa volta ha ragione, poiché il suo timore si legge sul viso di tutti.

Dice il padre: «La sfortuna è calata con il vento cattivo; ci piegherà come spighe».

Caterina pensa: “Dio avrà pietà di noi” ma cerca di illudersi, con disperazione. Che cosa deve aspettare? Antonia, nel pomeriggio, mentre filavano la lana, le ha detto che Turi è stato ucciso per non aver voluto unirsi alla banda; ma altri pensano che il giovane abbia tradito, in qualche modo.

«Quelli non perdonano» ha sussurrato Antonia. «Non hanno pietà!».

«Mi strapperanno le pecore» borbotta il vecchio «le pecore coperte di lana; cadrò in rovina»; con nostalgia guarda la stanza illuminata dai bagliori della fiamma.

Caterina indugia, prima di coricarsi. È inquieta; pensando a Turi trema impaurita. Non aveva mai visto un uomo morto in quel modo. Credeva che la morte, come ogni altra cosa, venisse da Dio e perciò fosse calma, senza male; quel sangue e la gola coperta da uno straccio le scompigliano i pensieri e la lasciano affranta.

Anche Antonia, di solito pronta al riso, aveva alzato poche volte gli occhi dal lavoro, e sempre per guardare furtivamente intorno.

 

Al mattino viene don Gaetano. Caterina corre ad avvertire il padre che fissa, dalla finestra della stanza da letto, il bosco e la radura; e che scende lentamente, con gli occhi rossi e le rughe affondate nella pelle del volto.

Nella casa e fuori l’aria è senza brividi; da quando Turi è stato ucciso il paese non alza più alcuna voce e anche i piccoli rumori crescono stenti, eppure anche a questi la gente sussulta, temendo ancora disgrazie.

Subito il prete dice: «Toccherà anche a noi se non provvediamo».

«Maledetti, maledetti» vocia il vecchio, alzando gli occhi cattivi; poi siede accennando a una panca, ma don Gaetano rimane in piedi.

«Noi soli possiamo provvedere, in qualche modo» aggiunge il prete: quasi lo supplica.

Caterina, sulla porta, guarda con tristezza; il futuro davvero vacilla se anche nel cuore del sacerdote è penetrato lo sgomento.

«Che cosa potremo fare contro quelli?» domanda il vecchio.

«Anche voi li conoscete»; don Gaetano parla in fretta, per liberarsi da un peso e ripetendo parole lungamente meditate. «Sapete che la banda è qua intorno e presto caleranno… Allora non basteranno i rami della Sila per il nostro dolore». Affonda il viso nelle mani. Il vecchio lo guarda e il suo volto è come la pietra.

«Fucili non ne abbiamo» dice, «pochi gli uomini. Ma è certo che dobbiamo difendere le pecore e le nostre vite». Avvicinandosi al prete ripete a voce alta: «Qualcosa faremo» poi si affaccia alla finestra, urla tre nomi e scompare. Don Gaetano siede e intanto sorride a Caterina che lo fissa. «Riusciremo» e la voce è un poco più calma.

«Le sue pecore!»; a Caterina sembra d’essere in colpa per l’avidità del padre.

«Non importa, non importa» risponde don Gaetano. «Ora sono più tranquillo, per loro» e accenna alla strada. «Chi è misero soffre tre volte il proprio male».

«E la madre di Turi?» mormora Caterina.

«Oggi noi pregheremo per lei e per il figlio perduto». Dalla strada salgono rumori di zoccoli, di catene, voci di uomini. Nunzio di Nunno li manda finalmente al piano a caricare carabine e polvere.

Caterina visita la madre di Turi. Uomini e donne sostano accanto alla porta.

Nella stanza rischiarata da un lume a olio, la vecchia siede, tutta grigia, come dormisse; ogni tanto con un sussulto apre gli occhi, chiama: «Figlio mio benedetto!».

Caterina si raccoglie in un angolo, dopo aver abbandonato sulla sedia un involto in cui ha messo una focaccia. È stanca, ma anche agitata, piena di dubbi. Benché incapace di cattivi pensieri o di sentimenti improvvisi (le occorre sempre molto tempo per adattarsi anche a una piccola novità) la vicenda dei giorni scorsi, triste e impreveduta, l’ha tanto turbata che stenta a riconoscersi. Seduta nella penombra, circondata dalle donne e dagli uomini, ascolta la campana che a intervalli lancia un grido.

Dicono gli uomini: «Morto, la sua forza è perduta».

E le donne: «Chi l’ha ucciso sarà punito; San Carlo cadrà su di lui con le saette».

E gli uomini: «Amen».

La madre mormora: «Figlio mio benedetto» alzando, reclinando la testa. Poi urla ma nessuno si muove; Caterina la vede di nuovo afflosciarsi quasi che nel grido abbia raccolto le ultime forze.

Pensa che, con l’aiuto di Dio, la povera donna potrà riaversi. Allora decide di dedicarsi a lei; la vecchia è rimasta sola, calpestata dagli anni. «La salverò» e guarda, oltre la porta, la macchia del cielo.

Entra don Gaetano: s’avvicina alla donna, le alza il viso, la bacia dolcemente sulla fronte. La vecchia apre gli occhi. Il prete unisce le mani e ad alta voce dice: «Sancta Maria…».

Tutti rispondono: «Ora pro nobis».

E il prete: «Sancta Dei Genitrix…».

Infine anche la voce della madre s’accompagna a quella di tutte le donne e degli uomini.

 

Cade la prima neve. L’aria diventa soffice, il bosco ammutolisce e pare assopirsi.

Caterina ogni giorno visita la vecchia. Nei primi tempi s’era proposta di consolarla aiutandola a dimenticare; invece, dopo alcune parole, siedono in silenzio, l’una sempre fissando per terra, l’altra abbandonata ai pensieri.

Compare spesso anche don Gaetano e la vecchia lo guarda negli occhi, senza fiatare; nella sua tristezza aspettando notizie. Invece ascolta poche frasi di conforto, mentre negli occhi del prete passa l’angoscia di non poterla soccorrere.

«Mi è rimasta soltanto la voce» bisbiglia a Caterina, poi riparte.

La ragazza apre la porta, guarda la strada coperta di neve, con l’orma dei passi, e anch’essa si allontana. A casa il padre ha già cenato e l’aspetta vicino al fuoco. Caterina mangia in fretta, poiché è sempre impaurita dall’oscurità della stanza, con i mobili che riflettono la fiamma della candela; infine siede nella poltrona, alle spalle del padre. Sa che il vecchio attende quel momento per sfogare con le parole la solitudine e il tormento della giornata, e benché il suo cuore sia altrove guarda attenta, consentendo ogni tanto.

«Tutto è pronto» comincia a voce bassa. «Quel che ho potuto è stato fatto. Caduta la neve, siamo veramente soli come le croci di un cimitero… Soli e lontani da ogni altro fiato di uomini… Vengano, vengano pure questi bastardi» e protende il bastone o la mano come parlasse a qualcuno. Ricade poi a sedere e tace per lungo tempo.

Caterina bisbiglia il rosario e pensa intanto alla chiesa, alla madre di Turi, a don Gaetano; soprattutto al prete. Negli ultimi giorni è apparso cambiato; agitato da un fuoco che lo sfinisce, non come per il passato per esuberanza di carità e di fede ma piuttosto per tristezza e sconforto; pare che ormai sia rassegnato a mali peggiori. Caterina pensa a questo e non trova pace.

«Caleranno come i lupi» dicono fra le labbra, di porta in porta, guardandosi attorno. Ma quando? L’aveva chiesto anche al prete e il prete aveva aperto le braccia. «Quando? Molto presto, figliola. Il Boccone è astuto».

Il padre dice: «Son vecchio e morirò di morte cattiva. E sai perché? Lo sappiamo, forse?… Nessuno lo può capire». Il fuoco crepita. «Quanti anni per radunare le pecore, quanti mattoni per questa casa, quanta pena per vivere; poi quelli vengono e tutto sarà finito… Sappiamo forse perché? Che cosa vogliono, che cercano?… La nostra guerra è qua, fra questa miseria, questa morte».

Fra questa miseria e questa morte! Quando sarebbero venuti? Nessuno da molti giorni s’avventura fuori del paese.

 

Caterina è nella casa di Turi. Vedendola entrare ora la donna accenna sempre a un sorriso, e di questo Caterina gioisce.

“Forse l’aiuterò a guarire” e ripiglia speranza.

Don Gaetano capita di rado; più spesso prega in chiesa, con i suoi morti e i suoi dolori. Se predica, la voce ha una risonanza dura; le donne lo ascoltano ma non capiscono. «Soffre per tutti» dicono.

Aprono con forza la porta, Caterina crede che appaia il prete. Scorge invece il viso di uno sconosciuto, con i capelli lunghi, gli occhi lucidi e un ghigno che non capisce se di scherno o di dolore.

Balza in piedi; la porta è chiusa lentamente.

Immobile, essa lo fissa; ha un fazzoletto al collo e neve sulle spalle, sui calzoni. La madre di Turi comincia a piangere.

Caterina sente intorno a sé un gran vuoto; le sembra di dondolare; un sentimento di angoscia mescolata a rassegnazione. Non paura. Vede solo gli occhi che s’avvicinano.

Quando l’uomo l’abbandona per affacciarsi alla porta (risponde con un fischio a una voce) Caterina rimane ferma, oppressa da uno stupore triste. Con sorpresa riascolta il gemito della vecchia.

L’uomo dice: «Non muoverti, ritornerò» e corre via.

Caterina comincia a piangere, con ira; poi tace e allora ode gemiti e voci, in lontananza. Si alza. In corpo sente un male a volte lacerante; la testa pesa. Non è capace di raccogliere i pensieri: ogni immagine arriva di sorpresa facendola sussultare. Ma non pensa d’andarsene o di gridare: in piedi, accanto alla tavola, guarda la porta come fosse naturale che da un momento all’altro ritornassero quegli occhi e la voce dal suono forestiero.

La vecchia tace, pare assopita. Caterina scuote le gambe dure come il legno, prova a muoversi e questo le costa fatica.

Dopo un po’ l’uomo torna e rimane fino all’alba. Caterina s’accorge che ha le mani grandi, con i peli sulle dita, a ciuffo. E sempre l’avvolge un sentimento d’irrealtà, di lontananza, quasi che ciò che accade sia appena sognato.

Uscendo le dice ancora: «Non muoverti, aspettami».

La madre di Turi geme; ogni tanto chiama: «Figlio mio benedetto», guarda attorno impaurita; scorgendo Caterina sorride, con un sorriso furbo, incerto, da pazza.

Caterina appena la guarda; fissa la porta, aspettando. “Non mi debbo muovere…”.

Le ore passano; portati dal vento ancora gemiti e grida. Ma sono davvero grida, gemiti? Caterina cede finalmente al sonno.

Quando si risveglia, la vecchia dorme col viso appoggiato alla tavola; sul paese stagna una pace angosciosa.

Caterina non ci bada; siede aspettando. Finalmente egli s’affaccia e ordina in fretta: «Dammi la sacca» indicando in un angolo; la prende e scompare senza rinchiudere, come un estraneo.

Il silenzio è rotto dalle voci di donne e uomini, da rumori di passi sul viottolo, da tonfi di porte chiuse con violenza.

«Caterina, Caterina, benedetta!» Chi la chiama? Sull’uscio vede Antonia: un volto strano, i capelli sfatti e lo sguardo! Quegli occhi! Antonia l’abbraccia; piange, ride, la bacia: «Caterina, cara, benedetta!». Escono.

Il portone della chiesa è aperto: Antonia tace. In terra, disteso fra le panche, con una candela vicino, don Gaetano; senza tonaca, a torso nudo, come un montanaro morto nel bosco; le braccia abbandonate indietro, in un volo stroncato.

Alcune vecchie piangono col viso fra le mani.

Caterina riprendendo il cammino chiede: «Che cosa è successo?» ed è ancora in balia di quella sensazione di stanca indifferenza e di leggerezza; un suono nella testa; il desiderio di lasciarsi cadere, di abbandonarsi.

Antonia risponde: «Stamattina, prima di partire. L’hanno tenuto prigioniero per i due giorni…» appoggia il viso sulla spalla dell’amica. Dice: «Tutti siamo morti, uccisi dal peccato».

Caterina la costringe a riprendere la strada con un gesto di dolcezza risoluta; arrivano a casa.

La porta scardinata, appoggiata al muro; finestre spalancate, tutto in disordine; sembra che il vento di novembre abbia turbinato fra i muri.

Nunzio di Nunno, avvolto in una palandrana, è accanto al camino mentre la fiamma stenta ad alzarsi fra gli sterpi.

Caterina cade in ginocchio. La stanza è gelida; il vecchio tace, eppure la guarda, immerso in una indifferenza terribile, macchiata di dolore e rancore. Mormora con monotonia: «Tutto è finito, finito» la voce non ha quasi suono.

Antonia è scomparsa.

Il vecchio: «Hai visto? La tempesta è venuta e io sono troppo stanco per cacciarla»; parla, parla.

Caterina rivede in un lampo ciò che le è accaduto nelle ore vissute lontano dalla sua casa. Possibile che il padre non le rivolga domande? O nasconde invece in quel monologo una certezza disperata?

Le cresce in cuore una irrequietudine dilaniante, mentre pensieri e ricordi si ricompongono adagio.

Don Gaetano morto, sulla terra; la porta spalancata, il buio della chiesa. E gli altri occhi, l’altra voce, il peso di quelle ore. Piange, oppressa da un’angoscia improvvisa; ed è scossa da un tremito, forse per il freddo che entra dalle finestre.

Il padre dice: «Lasceremo questa casa, il paese» la notte porta voci di uomini radunati.

Intanto, a fatica, aiutandosi col bastone, il padre raggiunge la finestra. Qualcuno gli parla: sulla neve lo scalpiccio dei muli e di passi.

«Ora andiamo» urla una voce, un’altra più lontana risponde con una benedizione.

«Credi che riusciranno?» domanda il vecchio.

Caterina non risponde: da mesi, è questa la prima volta che il padre l’interroga. Lo guarda stupita; egli china gli occhi verso il fuoco e mormora: «Nemmeno la speranza è rimasta».

 

È scesa in un sonno travagliato dagli incubi. Al risveglio trova ancora la notte. Guardando le finestre penzolanti dai cardini ricorda la voce del padre, il fuoco misero; Antonia; il cuore trema come all’annuncio di una cattiva notizia. E la madre di Turi? Nella strada dura ancora il rumore degli zoccoli, lo sbattere delle porte, dei passi. “Fra poco spunterà l’alba. Un altro giorno… e don Gaetano?” tenta di pensare al padre, di pregare – da quanti giorni non dice una preghiera? E sempre quegli occhi, e la voce: “Non muoverti”.

“Dio mio”; ma non ha paura, non è mortificata; che cosa le accade? Sui monti stentatamente rischiara.

Udendo il passo del padre balza dal letto.

Le cresce nel cuore un sentimento di sollievo e di conforto: aspetta qualcosa che ancora non sa. Insegue i ricordi più stravaganti e a questi s’abbandona al modo di un uomo stanco che si tuffa nell’acqua. Quando risale alla realtà sbalordisce: era dunque lei, Caterina, con quel cuore?

La campana suona per don Gaetano. Nella neve gli uomini e le donne in fila. Il prete col viso di cera nell’aria azzurra e il corpo in un lenzuolo è portato su rami intrecciati. Vanno verso il sole che esce strisciando dal monte.

Ora passano sotto la finestra di Caterina; sulla neve i piedi affondano e la gente sembra che giunga dalla pianura dopo un cammino senza riposo. Scompare chi ha riempito il paese di luce e benedetto i cuori, i pensieri; in quel lenzuolo sono raccolte le speranze più care, per sempre dileguate.

Caterina ascolta. Il paese è già nella luce; il padre dice: «Lo seppelliscono nella terra dopo aver scostata la neve, sul viso gli metteranno i rami del ginepro. Addio, addio!» piange. Caterina col cuore mormora: “Addio, don Gaetano” ma anche in quel momento la tristezza e la meraviglia, angoscia e incomprensibile leggerezza lottano mescolandosi. Le sembra che ogni cosa si muova, allontanandosi dal suo centro; la stessa sensazione di allora, nella casa di Turi. Non vede nulla, solo il vano della finestra che urta contro il cielo. Laggiù, in una macchia, scorge la gente radunata; poi il bosco e la montagna.

Al ritorno tutti s’accalcano nel viottolo, ombre d’inverno: e finalmente anche Caterina piange. Ancora quella tristezza, una tenerezza indicibile; il pianto la solleva.

Il padre, senza guardare la strada ma indicando col bastone il monte, dice: «Nella selva i maledetti adesso sono inseguiti come lupi». Il cuore di Caterina palpita d’angoscia; deve fare qualcosa e invece resta ferma, con gli occhi alla montagna.

Scende la notte, ritorna la luce. La campana della chiesa, a intervalli, suona un colpo.

“Il sagrestano accompagna don Gaetano in paradiso” ma in tutti rimane un dolore acre e il bisogno di sfogarsi su qualcuno. “Dio non li lascerà impuniti”. Sulla fossa del prete i giovani, stendendo la mano, hanno promesso di vendicarlo, e sono già sulla montagna a cercare da una caverna all’altra, da un masso all’altro.

In paese aspettano. Anche Nunzio di Nunno è sceso sul viottolo e con sorpresa di tutti indugia a parlare sulla porta.

Caterina dalla finestra guarda il padre, ascolta le voci, ma il suo pensiero corre altrove.

Le par d’essere cresciuta da un giorno all’altro e d’avere mutato le penne. È un sentimento strano, quasi il tempo abbia acquistato per lei una grande importanza; nel cuore, sebbene indistinte, ha una nostalgia profonda e una gratitudine che non sa a chi riversare e che simili a un vento la inebriano; un fermento che lentamente sconvolge i pensieri e gli affetti. Non prega e non ha rimorso; eppure pensando alla chiesa sente ancora nostalgia. Forse tutti i sentimenti di un tempo sono andati dispersi e ora non scorge che i riflessi di un coccio che per un ultimo palpito la illudono. La vita passata è diventata un ricordo.

Antonia in casa fila di nuovo la lana delle pecore? Le altre donne vanno forse alla fontana o accendono il fuoco radunando gli sterpi del bosco? Tutti aspettano. Il giorno invecchia nel silenzio.

 

Verso sera, quando insieme a rade nuvole scende dal monte un’aria che gela i rigagnoli, dal paese scorgono il fuoco che crepita in una caverna. Le porte s’aprono e chi grida, chi chiama ed è un accorrere sul sagrato della chiesa di uomini e donne; anche Nunzio di Nunno s’affaccia.

Fissa con odio la vampa che nell’oscurità ha riflessi paurosi. «Eccoli catturati» dice. Caterina con uno sforzo riesce a domandare: «Che cosa faranno, padre?».

Il viso del vecchio è di nuovo come nei mesi andati: «Raccoglieranno i sassi e li lapideranno finché cadono morti» dice.

«È orribile» mormora Caterina coprendosi il volto con le mani.

«È giusto» risponde il padre e tuttavia pensa, è un attimo, che se gli uomini fossero tornati a tempo dalla pianura, con i fucili e le polveri, il paese non avrebbe patito quel tormento.

 

«Là, dovranno morire» avevano promesso e là attendono, sulla radura sporca di neve.

Ciascuno stringe un sasso. Anche Caterina è fra loro, col padre, ma la sua mano è vuota. Soltanto la sua mano pende vuota. Poi le prime grida e infine appare un uomo.

È il figlio di Laura Cagno che viene innanzi a dare la buona ventura; grida agitando le braccia: «Tre, tre».

Caterina è subito certa che fra i prigionieri scorgerà l’uomo dagli occhi grandi. «Non muoverti, verrò presto!». Perché non era tornato? L’avrebbe custodito e protetto come una madre, l’avrebbe calzato, vestito, sfamato; avrebbe acceso il fuoco per riscaldarlo; l’avrebbe nascosto. Questo pensiero le dà una grande tenerezza ma subito l’invade un sentimento d’abbandono, di morte.

Sulla radura sbucano gli altri e i tre uomini legati sono nel mezzo.

La gente aspetta col pugno chiuso, quelli scendono fra i sassi e il nevischio, nel grigiore del mattino invernale.

“Lo uccideranno, lo uccideranno” il cuore di Caterina batte, il tremito la scuote. Guarda il padre: è tutto proteso, con le rughe del volto ancora più scavate nella pelle. Guarda gli altri, uomini e donne, col sasso in mano, un sasso simile a quelli che si trovano sulle rive del Crati, levigati dall’acqua.

Ascolta il rumore dei passi che s’avvicinano, scorge il fiato che esce in nebbia dalle gole affaticate.

“Lo uccideranno” ansima Caterina, e vorrebbe gridare: “Non muoverti, aspettami, io ti salverò. Non muoverti!”. Si guarda attorno, atterrita; ha paura, dolorosa come un taglio. Pare a lei che tutti la guardino, sogghignando, a lei, sventurata, peccatrice.

Ma riesce finalmente a osservare questi tre uomini, fermi sul prato, stretti nelle corde, e si accorge di non conoscerli; nel suo stupefatto sollievo, li compatisce. Oh, come è libera e leggera (un attimo); si prepara una scena straziante ed essa ha in cuore, tutto a un tratto, una quiete non sperata. Signore, vi ringrazio. È mai possibile?

Era pronta alla più orribile delle morti e adesso le pare d’essere rivolata agli anni sereni, ai momenti più lieti dell’esistenza; la illumina la gioia. Subito si vergogna che gli altri la scoprissero con quel pensiero ferocemente egoistico che le canta sul viso. Stringe le mani sul petto. Le sembra di correre senz’affanno, condotta lontano; tenta di indovinare dove egli sarà, in questo momento, sul monte, ancora in fuga o già salvo in un luogo amico? Seduto al riparo, accanto al fuoco, oppure affannato nella corsa, per sentieri che strappano i polmoni?

Caterina si riscuote; ritorna da un cielo chiaro alla grigia terra.

Un sasso colpisce uno dei tre prigionieri al petto e lo fa vacillare; preso di nuovo alla testa casca sui ginocchi; dalla ferita sgorga il sangue. I sassi infittiscono; anche gli altri adesso sono colpiti, ma durano in piedi, sprezzanti, a mostrare la loro forza imprigionata. Li colpiscono alla fronte, vacillano, gli occhi scompaiono in un barlume di bianco, senza più un goccio di vita.

Caterina grida, vorrebbe chinarsi su quei corpi vinta da una pietà che non può contenere; piange, dice: «Basta, basta, mio Dio».

Ma Nunzio di Nunno continua a scagliare il suo sasso, così come gli altri lanciano il proprio, con un gesto rapido, continuo, cogliendolo dalla mucchia accatastata lì vicino. Il rumore dei fiati somiglia al mare in tempesta, ascoltato da lontano.

I sassi cadono su altri sassi ancora, bianchi, tranquilli; stesi sopra i corpi dei lapidati. E quando scende la sera, s’alza già un tumulo davanti agli occhi dei vivi. Copre tre uomini; la gente non sa staccarsi; anche Nunzio di Nunno è rauco e il polso gli duole.

Suona la campana, adesso tutti pregano; anche Caterina, vicino al padre, piange e prega. Prega e sorride.

 

VIII.

I poveri cristiani

 

 

 

 

 

Filippo di Liso: «Guardatevi! Siamo miserabili, senza speranza di vita migliore… Ora anche da morti ci vogliono umiliare come cani». La piazza era zeppa di gente, il sole batteva sulla polvere, la fontanella nel mezzo, così bianca, da due mesi non gettava acqua.

Gli uomini, con gli occhi socchiusi, scuotevano il capo quando il discorso li convinceva.

«Dicono» continuava «che i morti non li metteranno più nelle chiese, perché già piene di ossa e di poveri corpi in consunzione… D’ora innanzi li seppelliscono nella terra, oltre il paese, in un luogo appartato… Così il primo fra noi che vorrà morire è interrato nello spiazzo recintato dai soldati… Resterà tutto solo a piangere in quella prima notte di solitudine».

I soldati infatti erano venuti a sistemare la radura all’inizio della salita, come fosse luogo per rinchiudervi i montoni in calore.

Attratti dalla ressa – così ogni giorno, da due settimane – i frati apparvero sotto il portico della chiesa; in tonache scure, a piedi scalzi e con i colli rossi per il sudore. Fra’ Pollino, fra’ Michele, fra’ Alfonso e gli altri ascoltavano i discorsi di Filippo, fino a che scorgevano la turba pigliare fuoco; allora invocando l’aiuto di Dio avanzavano a piccoli passi, stretti uno all’altro, e cercavano di parlare per calmarla. Dicevano che la terra è buona, profumata d’erba e di semplici insetti, benefica custode di ogni tesoro che in essa fosse deposto. Perché non dovrebbe conservare con uguale affetto i vostri corpi che puzzano di onesto sudore?

«Per malvagità» urlò Filippo di Liso dall’altro lato della piazza; e le teste si voltarono «per malvagità vogliono togliere ai miserabili anche l’ultimo conforto, che è quello di dormire coi propri amici, con i vecchi della famiglia, sotto il lastrone di marmo, ascoltando il canto dell’organo… C’è ancora posto nella chiesa?» domandò infine. Tutti aspettarono, vedendo i frati in confusione, rossi in volto come il papavero. Questi temevano la bugia ma la verità, già lo sapevano, suscitava un putiferio di imprecazioni, urla, minacce a loro e al governo.

«Nella nostra chiesa» risposero, guardandosi attorno «c’è ancora posto, per essere sinceri… Poco, veh!… Ma in altre chiese, nel regno, nemmeno un morticino bianco d’ali entrerebbe nel fondo a confondersi con i dormenti… Convincetevi!».

«E voi, fratacchioni» gridò Filippo di Liso, che da anni aveva scrollato dal cuore la religione, «voi, dove vi porteranno?… Coi poveri cristiani, oltre il ponte, nel recinto dei montoni?» e rideva con sforzo.

Frate Pollino, piccolo e con un grosso ventre, rispose: «Con voi, pecore del nostro gregge; con voi, sulla nostra anima».

«Noi non andremo nella terra come carogne» gridò Filippo «e voi aprirete la porta della chiesa, perdio, o succederà un fatto da raccontare per anni».

Le cose erano a questo punto da molti giorni, fra discorsi, sospiri, minacce e, da parte delle donne, pianti trattenuti. Non parlavano d’altro; altro non temevano.

Le tasse, la fame, la paura dei briganti, l’acqua che scarseggiava anche nel pozzo del convento: tutto era dimenticato. Quel pensiero solo avevano conficcato nel cuore.

Filippo di Liso raggiunse il capoluogo e al tramonto ritornò, sporco di fame e di tristezza.

La legge è legge – avevano detto – e l’editto del settembre 1806 andava osservato. L’ordine era chiaro e non lasciava dubbi; e poi in un luogo o in un altro il corpo poteva ben allegramente imputridire.

Non abbastanza di ruberie, vessazioni, malanni di guerra avevano dunque portato i francesi in questi anni disgraziati; si doveva anche smettere di morire in pace. Ora ti gettavano lontano dalla chiesa, lontano dal paese, nella nuda terra, senza speranza!

Piansero le vecchie pensando alla tristezza delle ultime giornate con quella paura nel cuore: gli uomini incupirono.

Col passare dei giorni, nelle case, davanti agli usci sbattuti dal sole, nei campi durante il lavoro, sulla strada quando ritornavano alla sera, cominciarono a prevedere chi sarebbe morto per primo.

Sarà frate Ulderico – disse qualcuno – ha più di ottanta anni, è sordo, non cammina… Steso sul giaciglio, è imboccato come un neonato; si sgrava di corpo ogni mezz’ora per l’estrema stanchezza dei reni… Non c’è dubbio: sarà frate Ulderico.

Anche gli altri frati aspettavano questa morte da un giorno all’altro come una manna, ed erano già pronti ad annunciarla col colpo della campana.

Ma Ulderico, sempre più vecchio, sempre più magro, per volontà di Dio non moriva e i frati lo imboccavano, gli rincalzavano le coperte e gli tenevano la mano quando cominciava a tremare travagliato dal freddo delle ossa. Ma c’era Filippo Perrino, perdio! Ricco e potente, padrone di tutta la terra attorno al paese; giovane d’anni ma frustato dal male, risecchito più di un vecchio per avere alzate troppe gonnelle mentre studiava in città, negli anni passati. Quello è un male che non perdona – dicevano gli uomini – né i ricchi né i poveri la scampano. Ha steso nella tomba più re del pugnale dei congiurati.

Sarà Filippo Perrino? Sarà frate Ulderico? Questo è vecchio come il mondo; quello è appestato, sferzato dal male? Filippo Perrino? Frate Ulderico?

Nel camposanto ancora vuoto era spuntata l’erba; e con l’erba i fiori. I fiori, dondolando al vento, spandevano un dolcissimo odore attirando le api e le vespe. Ritornando dai campi con i badili, le zappe e i muli, gli uomini si fermavano a guardare. Ascoltavano il vento che scendeva dal monte; il suono dei fiori percossi dalle dita del vento; vedevano l’erba crescere e impallidire, i petali aprirsi, ascoltavano le voci dell’aria e della terra, leggere leggere, piene di mistero. Ascoltavano anche il proprio cuore.

«Signore» pregavano i frati «ordina che sia frate Ulderico a lasciare questo paese per primo. È vecchio, non ragiona, non sente, non può pregare. È pronto. Accoglilo per la tua misericordia e la nostra pace; perché noi temiamo per questa chiesa e per il convento; per la nostra vita… Raccogli frate Ulderico nel tuo grembo» gridavano in coro. «O protettore del mondo, padre nostro, signore della luce, ascoltaci! Oh, oh, oh!».

Una sera, dopo la funzione, corse la voce che Filippo Perrino era morto. «Giace nel gran letto, vegliato dai parenti. Le candele bruciano grosse come tronchi».

I paesani corsero davanti al palazzo ingombrando la via, ma le finestre erano spalancate e ne usciva un canto di donna.

Ascoltando quel canto capirono che la morte era lontana.

 

Passò la primavera, leggera come una vergine; venne l’estate calda come una meretrice. Pensare alla morte quando il sangue ribolliva e il corpo lievitava eguale a una pianta in succhio era un tormento insopportabile. L’inferno non fu mai così vicino alla terra.

L’annata fu magra, il grano rese la metà dell’estate trascorsa, la moria decimò gli agnelli. I debiti crescevano; un’apatica desolazione cadde sul paese. Il luogo più frequentato divenne la chiesa, per la sua ombra e perché l’immagine di Cristo dava ancora un poco di refrigerio alle coscienze annebbiate.

“Non puoi abbandonarci” minacciavano uomini e donne prima di calare il capo nella preghiera.

Quell’ansia, come un male contagioso, afferrò anche i frati, sicché giunsero a dire preci, a cantare inni dinanzi al popolo con tutte le candele accese per indurre il creatore a pigliarsi finalmente il vecchio frate, a sconto del peccato degli uomini e a sollievo del paese.

«Amen, amen» gemevano le vecchie battendosi il petto.

Una sera, dopo il tramonto, quando già le stelle palpitavano, gli uomini radunati in piazza scorsero in fondo allo stradone Filippo di Liso che ritornava dal campo e cantava una canzone. Sul mulo che gli cammina innanzi c’è una donna.

«Ha bevuto troppo e ha smarrito lo spirito» dissero. Giunto fra la gente, Filippo fece scendere la donna afferrandola per i fianchi. Le vecchie sporsero il muso dall’uscio, anche le finestre furono aperte.

La donna era soda, con un viso rosso; guardava tutti senza sorridere, senza una luce negli occhi. Pareva stanca, rassegnata; o idiota.

Filippo agitò le mani, guardò attorno poi disse con una voce arrochita: «Dunque, la vedete?… Non biasimatemi. Ha le carni dolci e le cosce calde calde. Chi vuol toccarle il collo?».

Un uomo allungò cautamente la mano poi la ritrasse, impaurito. Alcuni risero. L’uomo sospirò, abbassando la testa sul petto.

Filippo, afferrata la donna per un braccio e incitato il mulo, andò verso casa.

La donna di Filippo; frate Ulderico, il giovane Perrino; non pensavano ad altro i paesani; erano ormai forsennati.

Partendo per il campo, all’alba, Filippo aveva sul volto la luce dell’uomo che ha contentato il corpo cavalcando a piacere; giocondamente salutava gli amici. E a chi domandava, frustato dalla torbida curiosità, rispondeva sempre: «Pescata sullo stradone, mentre andava alla ventura».

 

Una mattina, passando davanti alla porta di Filippo, i paesani udirono un lamento. Dopo qualche momento di stupita indecisione stabilirono di abbattere l’uscio.

A loro apparve il grosso uomo steso in terra, rantolante; e vicino a lui la donna accosciata che lo guardava fisso, con occhi nei quali c’era una smorta indifferenza, una calma pazzia. Ogni tanto gli accarezzava una mano, ma con un gesto automatico, senza alcun calore. Pallido, gli occhi sbarrati, con un estremo palpito di vita sulle labbra, Filippo moriva. La lucerna ardeva ancora. Essa, finalmente, alzando la faccia fece un cenno con la mano a indicare che aveva sentito una ferita nel cuore, un grande male. Poi la donna riaffondò nel suo mare.

Filippo ebbe un’agonia dolorosa, dall’alba al tramonto. Come tristemente può finire la vita di un uomo! Ieri pieno di forza e di sangue, ora giaceva lamentandosi con una voce fievole. Un po’ di sangue era per terra, vicino al tavolo (così resta traccia sull’aia quando si macella il porco).

La gente, nella stanza e fuori, ascoltava il rantolo in silenzio. Venne anche frate Michele. Il moribondo smaniava: «No, no… aiutatemi… non voglio… Non voglio, aiutatemi… Lasciatemi la mia vita».

Gli uomini, passato lo sgomento della sorpresa, tutti ammucchiati nel vano della porta, per nulla vinti dal soffio di quella vita che usciva, avevano cominciato ad ammiccare con una maligna innocenza: e pareva soltanto che lo compatissero. Anche la donna ormai era un fagotto gonfio e sporco di carne e di stracci, a quel lume giallo.

L’agonia improvvisa che mortificava il più forte e quello che fino a ieri era stato da tutti considerato il più fortunato era una specie di dolce rivalsa per le invidie lungamente compresse; una torbida lietezza, sia pur per poco, diede luce agli occhi scuri di tutti. Pareva che uomini e donne fossero d’accordo sul genere di morte che Filippo pativa; e se erano pronti a perdonargli le prepotenze passate ancora non riuscivano ad avere pietà per questa sua fine di vecchio scatenato. “Chi raccoglie provvede” dicevano i vecchi, ad ammonire che la fortuna va divisa a spicchi, e goduta con sapienza un poco ogni giorno.

Ma poi la lunga agonia, e l’ombra triste della donna che pareva (ed era) una cosa vecchia e brutta, senza peso, da dimenticare, ricondussero i sentimenti di ognuno a una giusta pietà.

«Prega, figliolo. Uomini, preghiamo» diceva il frate. Ma il moribondo invocava: «Non voglio cadere là sotto, solo, questa notte… Non lasciatemi, solo, salvatemi». Furono le ultime parole.

Frate Michele gli pose le mani in croce sul petto, gli avvicinò le grosse gambe inzaccherate di polvere, gli tracciò sulla fronte un segno di croce. Poi mormorò in cuor suo: “Se così hai voluto, Signore, da’ forza ai frati per sostenere la tempesta che certo cadrà su di noi” e scomparve.

Allora tutta la turba si riversò nella casa di Filippo e sul viottolo antistante; un piccolo lume (la lucerna era già spenta) bruciava riempendo d’ombre la camera. «Requie eterna donais domine» cominciarono le donne, agitando il rosario.

Requie eterna; pace eterna. Ma dov’è mai la pace? Nera è la notte; i vestiti delle donne sono neri; e così gli occhi degli uomini.

 

Il paese gridava, per le vie c’era un chiarore da giorno di festa; pareva che tutto bruciasse e gli uomini gemessero fra le fiamme.

Avevano barricato l’ingresso alla piazza con carri e tavole; nella piazza i paesani si pigiavano verso la chiesa, rossa di tutte le candele.

Avvertiti da un ragazzo trafelato: «Venite, correte… I frati dicono che il paese va in malora» accorsero i soldati del distaccamento di C; un sergente e sei uomini di truppa. Furono accompagnati alla casa dei Perrino che sorgeva appartata, alta fra le casupole circostanti. Lì trovarono i frati.

«Oh noi miseri» gemettero, «profanata la chiesa da quei cristiani bestemmiatori; tutte le candele saccheggiate e accese. Ora recitano il de profundis al morto, davanti a Cristo crocefisso… Che sarà di noi, della chiesa?» si battevano il petto piangendo. «Oh, Dio, o Signore, o Vergine celestissima!».

Una cantilena triste riempiva l’aria e si smorzava a volte in un singhiozzo: «De profundis clamavi a tei domines».

«Occorre far qualcosa» scongiuravano i frati. «La chiesa è profanata, il nostro cuore sanguina… Non possiamo nulla contro quei meschini scatenati; le parole non servono».

Un soldato corse a chiedere rinforzi alla città vicina. «Ma fino a domani non potremo nulla» disse il sergente. «Sono troppo eccitati; aspettiamo che questo vento si calmi… Aspettiamo domani. Succederebbe un macello».

Spentosi il canto, seguì un mormorio confuso; non di preghiera ma di affannose domande; intanto anche il fulgore che usciva dalla chiesa e sprofondava in cielo incupiva; pareva che le candele palpitando consumassero gli ultimi istanti di vita.

«Il morto è seppellito, escono all’aperto» gridò un ragazzo, entrando; era salito sul tetto per guardare.

«Oh cielo!» gemettero i frati «vengono ad accopparci, infuriati come sono!». Le donne della casa cominciarono a piangere.

Ma la turba sciamò senza parole per le vie, ciascuno ritornando alla misera vita e alla rassegnazione. Chiudevano gli usci adagio.

Le ultime ore della notte furono piene di silenzio.

Un frate s’avventurò alla chiesa. Negli angoli bruciavano puzzando i mozziconi delle candele, ma ogni cosa era in ordine, né devastata o manomessa; solo l’alta volta pareva che risuonasse ancora di angosciate preghiere.

I soldati rimossero i carri e le casse che sbarravano la piazza. Nel buio mille occhi li osservavano.

 

Per ordine del generale Manhès, e d’accordo con il vescovo, il paese fu interdetto.

I frati si raccolsero a Maida.

Le porte della chiesa e del convento furono sigillate; nessuno poteva entrare in paese, né commerciare con esso; i paesani potevano allontanarsi soltanto per andare ai campi solitari. Né campane a indicare il mezzogiorno né messa purificatrice per le loro anime sanguinanti; e se alcuno fosse morto, non il prete o il frate che spalancasse con un calcio, per loro, la porta del paradiso.

E non tanto erano morsi dall’angoscia di un peccato che non credevano ancora d’aver commesso, quanto dal non avere più il refrigerio della messa e di una confessione che distraesse il male del cuore e li riconciliasse alla loro antica miseria.

Il tempo intanto passava, pesante, nella calura del cielo e in quella desolazione. Poi un vecchio morì, affranto dagli anni. Cadde fra la polvere come un albero scalzato alle radici; nemmeno una requie fu recitata per la sua anima. Il giorno seguente verso sera, l’ala della morte sbatté contro la faccia di una donna. Ancora alcuni giorni e toccò a un uomo, nel fiore degli anni.

I paesani credettero che Dio li avesse abbandonati.

Cominciarono a piangere, inginocchiati davanti alla chiesa, sotto il sole; si picchiavano il petto; le donne allentarono i capelli che caddero sulle spalle e coprirono i volti.

Piansero fino a che gli occhi non ebbero più lacrime e le guance ardevano per l’amaro di quel pianto; fino a che il cuore non bruciò per il desiderio delle vecchie cose che a un tratto erano dileguate: il suono della campana, la porta spalancata della chiesa davanti alla quale si scoprivano passando per la piazza, il passo dei frati quando uscivano all’alba o al tramonto. Per quanti malanni potessero colpirli in futuro, nessuno sarebbe peggiore di questo; essi lo sentivano.

Così un giorno, sul far del mattino, la turba avanzò sullo stradone, pregando. Andavano stretti uno all’altro come uccelli durante la tempesta.

Attraversarono il ponte e la vallata; sfilarono lungo il dorso della montagna; e già era mezzogiorno.

I soldati li seguivano a distanza.

La strada per Maida era lunga. Avevano raccolto ramoscelli scuri o gialli dalle siepi; adesso andavano cantando e stringendo i rami come bandiere. Cantavano per soffocare la paura, l’angoscia e il rimorso.

La strada per Maida era lunga, fra vallate, boschi, a filo di ardite montagne. Giunsero che il sole dolcemente si spegneva.

Nella piazza, dove l’arcivescovo aspettava con il generale Manhès, dove i frati aspettavano, dove uomini e donne aspettavano e dove il sole morente bruciava l’intonaco delle vecchie case, i poveri cristiani caddero in ginocchio. Il silenzio era immenso.

Infine l’urlo aprì il cielo, spalancò le porte celesti e costrinse Dio ad affacciarsi. Videro il volto del vecchio sorridere e il riflesso della barba bianca? Parve, a un tratto, che l’aria si illuminasse. I cristiani piangevano, gridavano, invocavano agitando i ramoscelli come campane. Era un tumulto di parole.

L’arcivescovo avanzò seguito dai frati e dai soldati. Piantato dinanzi a loro come l’angelo giustiziere, tuonò: «Eretici e non cristiani, voi che vi sostituite ai frati nella chiesa e come un satanasso li fate fuggire… Che il vostro peccato sia grande lo scorgete nell’ira del Signore che in pochi giorni tre di voi ha rapito alla vita… Gran scandalo è avvenuto per vostra colpa; molti occhi ora piangono allibiti».

«Pietà, pietà» gemevano. «Perdono, o buon pastore!».

«Voi siete cattive pecore… ma il vostro pianto mi dice che siete pentiti e sgomenti… Riapriremo dunque la chiesa e ritorneranno i frati, dopo che il lavacro di una nuova consacrazione avrà cancellato da quel santo luogo l’odore dell’eresia… Ma voi, voi, siete pentiti davvero?».

Con un urlo di gioia, d’angoscia, lugubre e dolcissimo, le anime si liberarono dalla tempesta.

«Allora» disse l’arcivescovo aprendo le braccia «ecco io vi accolgo di nuovo nel mio abbraccio e qui, subito, vi benedico». Tracciò nell’aria il segno della croce; quindi la sua voce intono il Te Deum.

Lo accompagnarono i frati, rossi in viso; l’accompagnò la turba con angelici volti trasfigurati.

 

IX.

Morte del Boccone

 

 

 

 

 

Dicono che s’avvicinano. Tra questi boschi il silenzio è così grande che non si ha più paura. Guardo gli altri negli occhi; è il nostro modo di parlare. La voce serve per bestemmiare. Qua, nostri nemici sono i preti e i soldati di re Gioacchino.

Egli è un francese venuto dall’Alpe e la sua donna è bella. Come l’ultima che presi a Paternopoli. Dirò di questa, se mi serve il tempo.

C’era una casa ai piedi di un picco e la nostra masnada passava in silenzio; se tacciamo, la paura è per gli altri.

La casa è prima del paese; quattro passi poi le altre, fitte fitte, scure, umide.

Sputai in terra per il disgusto; meglio – pensavo – l’erba del bosco o il sasso della montagna. Chi vive in questo marciume? Perché non si fanno briganti? O forse il re Gioacchino li paga? La rabbia mi cresceva. Alzo gli occhi e vedo dietro le assi di una finestra – in quella casa a picco – il viso di una ragazza che mi mette il brivido. Cammino con la gola secca e il corpo che mi pesava: e volevo voltarmi. Appena entrato in paese sapevo bene che fare. Gli altri nelle case a frugar per il vino e per le donne, io indietro per quella; mi pareva non averne mai toccate, tanto il corpo e il petto mi prudeva. E non appena vidi i compagni correre alla ventura, ritornai anch’io alla mia.

Anche un brigante sa fingere, se conviene; mi leggerete in seguito come quest’arte serva.

Ma ora ho sonno e tronco.

 

Oggi c’è stata battaglia come da mesi non si combatteva. Dei nostri, trenta sono distesi lungo il fosso di Montefalcone, morti di moschetto: dieci, forse, pendono dai rami della discesa. Ma non ci siamo ancora contati.

Segno i nomi dei capi avversari, venduti al francese; nomi da ricordare. Lebruni capo squadrone della gendarmeria e Averna tenente.

Perdemmo nella mischia molti cavalli; e questo è male.

 

Siamo a Lapio. Camminammo per l’intero giorno con molta stanchezza in corpo; avendo predato il cibo e lasciato a mezza via uno dei nostri, presso un manutengolo fidato; ferito a un braccio dolorava e minacciava la cancrena.

Molti imprecano, con ragione. Nel passato era assai meglio. Ricordiamo gli ozi a Tricarico presso il fiume Busento, nella nostra Calabria. Qui che si resta a fare?

Le strade e il cielo sono scuri, l’aria pesa. Che si resta a fare?

Posdomani c’incontreremo con l’Antonelli. Chieti è città sua e dell’Abruzzo egli è il signore. Ha radunato molte ricchezze, la regione trema ai suoi piedi.

Il re borbonico lo fece colonnello; i generali gli portarono la divisa, con spalline d’oro come il grano.

Sul cavallo baio, per le vie di Chieti, era come un santo. Ora è di nuovo alla montagna; il re Gioacchino ha messo taglia su di lui. Domani l’incontreremo.

Dicevo che ritornai indietro, infilai l’uscio e via per le scale. Incontro una vecchia che scosto col braccio; sulla tavola era un bicchiere colmo d’acqua; la bevo e cerco con gli occhi nella stanza; c’era accanto un camerino con un pertugio, anche lì guardo. Già maledico, quando la scorgo sotto il letto e quasi non la vedevo. La strappo fuori ridendo; lei impaurita e rossa, con certi occhi da giovedì santo; la getto sul letto e faccio a piacer mio.

Sulla soglia la vecchia pareva un albero, con quelle braccia aperte che sembrava ruzzolasse abbasso.

La giovane mugugnava, con un lamento di cuore che mi rinfocolava, sicché indugiai a lungo, fin verso sera.

 

L’Antonelli ha raccontato del tempo trascorso; sotto un albero, e noi d’attorno carichi di vino e d’arrosto che quasi non ci si muoveva. Indicando un paese al fondo valle, raccontava che vi assalirono la casa di Angelo Soriano, un maledetto, fracassando ogni cosa e portando via, fra l’altro, la moglie Maddalena Russo che tennero venticinque giorni su per i boschi, finché non ottennero il riscatto. E disse che l’aveva cavalcata più volte.

Poi narrò il suo incontro con i generali del re sullo stradone per Chieti, nel marzo ventoso; e la divisa che ricevette, con i gradi gialli, fregi sulle maniche, i bottoni grossi come uova. La pergamena col sigillo regale e il suo nome scritto a svolazzi, con inchiostro rosso.

Ora tutto è mutato. Disse che ritornava l’inverno, senza speranza; che anche lui corre la montagna contro i francesi.

Io dico che l’Antonelli negli occhi ha lo stesso fuoco del Boccone, del Quagliarello.

Il bosco era pieno della sua voce.

Salutandoci nel partire lodò la Calabria alla quale torniamo.

 

Procediamo lungo la costa e ci guardiamo dai presidi che sono numerosi. La terra è arida, poco abitata. La sete ci travaglia.

Riposando in un bosco scorgemmo lontano, sul mare, un legno inglese attaccare con moschetteria e cannoni una barca francese. Questa dirottò e si sottrasse ma inclinava troppo su un lato per non aver subito danno; sicché cercò un approdo. Doveva essere carica di armi; buon pascolo per noi se non fosse accorso un distaccamento di cavalleggeri che spararono verso il mare. La buona sorte ci sfuggì.

 

Nel golfo di Vallo attendemmo una notte e sul fare dell’alba un legno siciliano ci raccolse e ci sbarcò nel golfo di Sant’Eufemia. Avemmo armi, munizioni, cavalli.

Ci inoltrammo verso la Sila.

Il 3 e 4 agosto toccammo Faroleto e Serrastretta; infine, dopo essere saliti sul Montenero, giungemmo a San Giovanni in Fiore, nella Sila, dimora sognata da troppi mesi. Nel Neto ci bagnammo.

Attacchiamo le guardie del re Gioacchino. Costringiamo i contadini a proteggerci.

Tutti credono che i francesi siano nemici di Dio, che il re Ferdinando tornerà presto. I preti nelle chiese parlano contro i francesi poi fuggono all’arrivo delle guardie. Dicono che i francesi agognano alle donne e alle robe; i contadini odiano i francesi per questo; intanto noi ci prendiamo le robe e le donne.

Stefano Accame ci raggiunse, disfatto dal cammino fra i monti. S’era disperso sfuggendo ai gendarmi, coi piedi sanguinanti e la lingua arida per la fame. Il vino gli mosse i pensieri.

Era il tramonto, il cielo bruciava rosso come il sangue.

Raccontò questo inganno teso ai francesi e di cui molto gioimmo. Sono cani e azzannano, ahi quanto spietatamente.

Una compagnia di volteggiatori in marcia verso Scigliano, essendo il sole bollente, s’arrestò lungo la riva del fiume, presso il villaggio di Parenti.

Gli uomini e gli ufficiali, radunate le armi in fascio, guazzavano nell’acqua a scrollare i cattivi umori. Il luogo era ombroso; dolcemente l’acqua trapassava, sfiorando l’erba delle sponde. I soldati cantavano.

Ed ecco apparire sullo stradone picchiato dal sole gran turba di popolo, col sindaco alla testa cinto della fascia municipale; allegramente inneggiando ai francesi.

I soldati guardavano.

Allorché quelli furono prossimi, il sindaco alzando le braccia nel saluto e con lieta cera gridò: «Buoni francesi salute! A voi il popolo di Parenti offre il suo cuore e le sue case; lieto se vorrete approfittarne, sfuggendo al sole nemico. Nessuno vi è più di noi riconoscente, sicché venendo non riscuoterete che in parte un premio che vi spetta. La patria vi è grata per il vostro zelo e il vostro valore; il popolo non può dimenticare i sacrifici da voi patiti per dargli libertà e pace; questa pace vuole offrire per un giorno, ai soldati francesi, il popolo di Parenti».

Dalla folla s’alzano grida ed evviva, sbandierio di nastri multicolori. I soldati, sorridendo, lieti dell’accoglienza non aspettata, guardarono gli ufficiali. Costoro, dopo breve consulto, rivolti al sindaco, per bocca d’uno di loro risposero: «Fino al tramonto sia accolta l’ospitalità del paese, gradita quanta inattesa; sicché ci pare, per poco, di ritornare fra amici nella nostra terra». E raccolte le armi, seguiti dal popolo acclamante, s’avviarono.

Giunti nella piazza, circondati da uomini, donne e bambini, i soldati – alleggeriti dell’armi e del carico, condotti, quasi trascinati qua e là nelle case, accolti con sereni occhi a tavole imbandite, costretti a bere e a mangiare – presto furono ebbri e satolli. Gli ufficiali furono portati al municipio, ove era allestita una cena con candide tovaglie. Si mangiò e si bevve, inneggiando al regno e alla Francia. Più volte il sindaco alzò il bicchiere, più volte gli ufficiali, come trascinati da quella festa, s’avventarono al vino. Crescevano le risa, le allegre parole; e già era scesa la sera.

Allora avvenne la strage.

Nelle case i soldati scannati nel sonno o vinti dal vino; gli ufficiali, in municipio, dopo breve zuffa travolti.

Sul paese di Parenti scese il silenzio e, col vento, l’odore acre del sangue. Pareva che Stefano Accame se lo trascinasse ancora addosso, inzuppato nei vestiti.

Era fuggito, come tanti, perché Manhès accorreva a vendicare la strage; e travalicando il monte temeva cattivi incontri, prima di congiungersi alla sua banda.

Raccontò questo non cessando, ogni tanto, di bere.

Presto il sonno lo colse.

 

Si dice che domani attaccheremo un battaglione di linea. Il luogo scelto è buono; anche il tempo.

Dopo forse scenderemo a Cosenza.

 

Tutto è fatto e vi ricorderò come.

Il battaglione era di Charron, un ufficiale orbo di un occhio e superbissimo, già altre volte incontrato dal Boccone in scaramucce improvvise. Dovendo da Cosenza portarsi a Rogliano, noi scendemmo dal monte e ci appostammo in località Lago.

Il Boccone fece sapere all’ufficiale che ivi l’aspettava. Costui rise, sprezzante.

Ma giunto il battaglione a certe strette, nel luogo sopraddetto, dalle cime dei monti cominciammo a buttare sassi che scendevano a precipizio. Un nembo di polvere coperse le gole; i soldati per essa accecarono. Noi li attaccammo senza indugio, all’impazzata; i colpi dei nemici andavano senza bersaglio.

Questo durò mezz’ora, poi fu silenzio.

Quando ci avvicinammo guardinghi, forse venti ne scorgemmo ancora in vita, forsennati dalla sorpresa. Invitati con urla, si arresero.

Trascinati davanti al Boccone che si ristorava sotto un albero, parevano inebetiti. Stracciati nelle vesti e le braccia rilassate: giovani tutti; gli ufficiali non si distinguevano dai soldati.

Negli occhi del Boccone andava un lampo che noi conoscevamo; sotto vi covava la malizia. Attendevamo, muti.

Così parlò il Boccone: «Della vostra sorte assai mi pesa, o soldati, e volentieri vi libererei se non avessi fatto voto a Sant’Antonio di non risparmiare nessuno. Pure, considerando che guerreggiate non per volontà vostra ma per la legge inesorabile della coscrizione, mi sentirei piegato a misericordia. Ma ad ottenerla, è necessario mi diate una prova di ravvedimento, ed è che mettiate a morte queste carogne di ufficiali. Se lo fate, giuro all’Immacolata – e si toccò il petto – di salvarvi; se no, morirete tutti di mala morte».

Ghiacci d’orrore, i soldati guardarono i due ufficiali e costoro con un cenno li radunarono attorno: parlarono a lungo, pareva che tentassero di convincerli e gli altri rifuggissero; infine i soldati si indussero, per scansare la morte, a fucilare i condannati.

Presero le armi con i colpi contati e, appostatili contro un masso, li uccisero. Ancora non s’erano voltati i soldati, che a un cenno del capo la banda si gettò sui rimasti e li ammazzarono turpemente dopo averli denudati.

Io m’astenni, fingendo altro lavoro. Vidi poi il Boccone dormire al rezzo di un masso.

 

Quasi alle porte di Cosenza ci incontrammo col principe di Canosa, venuto di Sicilia per conto del re Ferdinando. Disse poche parole e diede a ciascuno del denaro, altro promettendone per il futuro. Poi se ne andò: un legno lo aspettava nella notte.

Il futuro s’oscura.

 

L’autunno è piovoso.

Iersera – ma ancora non era buio – sorpresi una contadina che tornava dal campo con un figlioletto. Tenendo la donna per il braccio, con un verso feci continuare il ragazzo, il quale si volse più volte a guardarci. La donna, sapendo ciò che volevo, s’acconciò senza lagni. Non ci dicemmo parole. La lasciai andare ed essa si avviò di corsa; era già sera. Quando giunsi, i fuochi erano accesi e mangiammo fino a tardi.

Durante il giorno sapemmo che il villaggio di Parenti era stato arso dal generale, per l’imboscata ai volteggiatori francesi che dovevano recarsi a Scigliano e invece tutti perirono.

 

Antonelli fu preso e impiccato il mese scorso a Fossacieca, il suo paese, dopo aver traversato Chieti in ludibrio; e che gli siano state mozze le orecchie e le mani dicono.

Il generale ha sede a Monteleone.

Anche lì ha emesso proclami e intende che i preti li leggano in chiesa; a questo essi s’acconciano.

Gli ordini recano: che siano pubblicate le liste dei briganti; che i cittadini – conoscendoli – hanno l’obbligo di prenderli o ucciderli; che gli atti alle armi debbono correre al servizio dello Stato; che chiunque ha commercio con noi sia punito di morte; che le greggi siano radunate in luoghi stabiliti e sospesi i lavori di campagna.

Pare che il nostro tempo non sia ancora venuto e che il generale, prima di muoversi, aspetti che la campagna si spogli di frutta e di fronde e che la Sila si copra di neve.

Nel Cilento e nell’Abruzzo fu vittorioso e spietato.

Attendiamo legni dalla Sicilia ma le coste sono bene guardate.

 

Undici della città di Stilo, donne e bambini, recandosi a cogliere olive in un podere, sorpresi con pane addosso – e ciò contrasta con i proclami – per ristorarsi a mezzogiorno, persero la vita, fucilati.

 

Scendiamo di rado al piano. Mi torna spesso in mente la morbida vergine di Paternopoli.

La gente è impaurita. Riesce difficile raggiungere i paesi, a cagione delle spie e del gran numero di soldati.

Il generale si avvicina. Sono cominciate le piogge, la terra è nuda e sola.

Il Bizzarro è stato ucciso.

Taccone, catturato dopo furibonda battaglia, trascinato a Potenza su di un mulo, con un cartello in fronte, fu impiccato.

Quagliarello è morto, ucciso a Roncigliano; sul capo aveva una taglia di mille ducati.

 

Troppi sono morti, le bande non sussistono più. Molti si arresero e furono amnistiati; ora si volgono contro di noi.

Col Boccone a capo cerchiamo di raggiungere la costa. La gente s’è voltata al più forte e ci è ostile.

Il generale è tra i boschi della Sila; a volte sentiamo il suono delle trombe.

Dal cielo diluvia spietatamente; l’acqua scorre con una voce sinistra. Senza fuoco, noi pochi ascoltavamo ieri sera quella voce; pareva un rantolo.

E la donna del Boccone, smagrita fino all’osso, con gli occhi aperti, è prossima a partorire. Non vuole allontanarsi.

Nell’ira, il capo gridò che era meglio morisse; la donna singhiozzava.

Verso sera, nel bosco, senza aiuto, la donna ha partorito. Il Boccone imprecava.

Essa soffocò le grida; ma ascoltando quell’ansimare spietato noi fummo pieni di odio e di pietà. Partorì una femmina piccola, che appena si muoveva; non pianse, per sua fortuna.

Restammo un giorno al riparo dei macigni; il Boccone s’era allontanato per guardare.

Allora la donna poté sfogarsi con un pianto che fece male al cuore. «Morirà, morirà» diceva. Non si poteva ascoltare.

Napolitano, d’un tratto, disse che avrebbe portato la piccola creatura al paese. Il pericolo c’era ma poteva tentare; un giovane solo con una bambina in braccio!

Raccoltala in un mantello, partì!

All’alba riprendemmo il cammino.

 

Abbiamo fame; non ci resta che tentare verso la costa. Mangiamo i cavalli e abbandoniamo i cadaveri lungo la strada.

Svegliandoci, mentre scrosciava di nuovo fra i rami del bosco, altri sette mancavano. Non accendiamo più il fuoco. Il silenzio fa rabbrividire. Dove saranno i soldati?

Addio mare! Non ci resta che salire alle cime della Sila, coperta di neve. Abbiamo abbandonati i cavalli. Uno di noi geme, con un braccio spezzato.

La terra è fradicia. Sentiamo lontani i rumori.

Siamo in cinque; altri due sono morti. Saliamo per la strada di questa montagna verso l’inferno; fra la nebbia, a volte, scorgiamo il mare. È ormai troppo lontano.

Udiamo voci e spari che arrivano dalla valle.

Mi cresce l’odio addosso; vorrei uccidere e soffro; il sangue mi calmerebbe.

La compagna del Boccone s’è accasciata per terra ed egli voleva ucciderla, poi l’ha sollevata e costretta a proseguire.

Giunti a quel masso daremo termine al cammino; non ci sarebbe altra strada, se non scendere all’opposto versante per cui sale, invece, il generale.

Il tempo s’è schiarito ma l’aria è gelida e il vento soffia.

La compagna del Boccone… Con un balzo il capo la strappa dal sentiero e si gettano a precipizio per la discesa. Prima ancora di capire sentiamo un rimbombo e palle di moschetto fischiare sopra la nostra testa. Ci gettiamo a terra, al riparo di alcuni macigni e rispondiamo al fuoco. Lo Smarrito steso nel mezzo del viottolo sussulta gorgogliando. Il Boccone è ormai lontano.

Sacr…! Affiorano le divise dei soldati di re Gioacchino; altre salgono, altre appaiono sull’opposto cucuzzolo. Ci hanno preso in un’imboscata; così doveva finire. Il Boccone è lontano.

Non ci arrenderemo; ma il generale avrà vinto.

 

 

 

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Letto 4521 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 10:50
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