L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi

Leggo 46 frammenti, tratti dalla “Parte prima” (82-127) di un lungo poema inedito, di cui Roversi pubblica ora uno stralcio, come sempre un po’ alla macchia, presso le curate edizioni siciliane di Angelo Scandurra.

Il sommario de L’Italia sepolta sotto la neve è molto ampio e prevede quattro sezioni, per più di quattrocento lemmi, oltre a una “Premessa” già edita in un foglio-manifesto semiclandestino bolognese nel 1984.

Bisogna dire subito, nonostante la reticenza ad apparire e la stessa difficoltà di seguire “fisicamente” l’opera di uno degli autori più liberi e intransigenti della poesia italiana, che questo poema epico e civile appare già dai pochi lacerti a disposizione come una novità reale e importante, per tensione espressiva e invenzione linguistica, tanto da ricollegarsi al lavoro forse più impegnativo di Roversi, Le descrizioni in atto (1963-1969), stampate nel 1970, e con successive aggiunte sempre ciclostilate in proprio nel 1974 e 1985.

Le distruzioni in corso, le utopie nascoste di anni sazi e disperati, la rabbia civile e le figure della tarda modernità (il viaggio, l’esilio, i giovani, lo spatriamento): tutto questo è centrifugato nei testi di Roversi in una interrogazione continua, ininterrotta, di “uno che guarda e vuole vedere”. Così, in ogni frammento, la parola finale di ogni testo viene ripresa dall’attacco del testo successivo, come in una macrosequenza barocca, in una concatenazione seriale.

Lo stesso immaginario mitico del viaggio e del diario policentrico che Roversi ha scelto, nella rigorosa costruzione di una materia apparentemente informale, spinge l’autore verso una figuratività barocca, o meglio settecentesca e tardobarocca, con richiami alla pittura inglese e italiana.

Il quadro citato di Alessandro Magnasco, Soldati e mendicanti fra i ruderi, allude perciò a un tempo di nuovi sconvolgimenti e carestie, guerre ed occupazioni straniere.

Si tratta di una maniera verbale febbrile, ma ragionata, e in un certo senso antibarocca perché contraria a una grandiosità generica, sprezzante e audace (sintatticamente, più che lessicalmente) sui fatti minimi o epocali descritti sempre con acutezza tagliente, tra memoria presente e utopia.

C’è forse qualcosa di cupo e di “fanatico” in questa maniera poetica di Roversi, più che di ascetico (come volle Pasolini in una sua “poesia in forma di rosa” dedicata al sodale bolognese, dallo stesso autore qua ripresa; “Grazie per il monaco pazzo…”). Ma il segno di Roversi è caustico e tormentato, proprio perché il suo “genere” lo è in massimo grado; l’uomo tartassato dalla Storia e dalla negatività biologica.

Così, il dispetto della poesia antiretorica sembra reagire in lui al discredito, con cui è bollato (dalla pigrizia di critica, e anche di autori e lettori) chi metta davvero in questione il privilegio lirico ed estetico del “grande stile”, della letteratura “bella”. Ed ecco che la pagina di Roversi ci viene incontro, con questo senso di cordiale tormento e di disperazione che possiede la lucidità del vero, e che è proprio l’opposto del poetismo sublime o dell’avanguardismo a freddo ugualmente superficiali, ufficiali.

L’ossessione della verbalità rivela il ricorrere della stessa situazione, delle stesse occasioni, figure, persone, dello stesso paesaggio emiliano coi suoi colori rossi e scuri, squarciati da luci fredde e invernali; un uomo che guarda e sogna, ascolta la radio, legge, viaggia.

È però la fantasia, vero protagonista del poema, a costringere dati e materiali costanti in combinazioni infinite; una fantasia che non produce immagini, ma fissa il neobarocco contemporaneo già troppo “carico” di istantanee, lo disgrega per mettere in evidenza se stessa, il proprio ritmo lungo e irritato che “doppia” la realtà.

L’impasto è ora meno pesante, e la visione allucinante non è mai fantomatica bensì lucida e chiara, a volte “serena”, sapienziale.

La prassi poetica non è dissimulata; la materia del linguaggio non è un mezzo, ma una realtà corrente della fantasia, che è sviluppo della capacità tecnica (si legga L’ora per me solitaria).

Ma, soprattutto, queste poesie sono emozionanti e affilate, imprevedibili e mobili, “corsare” come le domande e le invettive del vecchio amico di “Officina”, Pasolini, col quale Roversi divide la passione politica e civile, il coraggio di tracciare un’epica allucinante della tarda modernità, la pìetas di disegnare una testarda etica dei sentimenti e delle idee in discussione, il disperato ottimismo di fondo nella volontà di mettersi sempre in discussione e in ascolto.

Le età della vita di un uomo, gli affetti, il destino biologico nella biforcazione di Storia/Natura, le apparizioni della morte “stradale”, le vittime del “viaggio”. Sono temi da sempre presenti nell’opera poetica e narrativa di Roversi, ma qui sembrano giungere a una fissione allo stesso tempo estensiva e lapidaria; come di una “curiosità” essenziale che ci aiuti a vivere, di una pietà creaturale e dolente, nel “grande freddo” oggidiano.

Questa dimissione della poesia verso la prosa del mondo, necessita di un nutrimento anche retorico, di una moralità stridente che ha memoria di autori “fuori moda”, quali Bruno e Campanella, o il Goethe da sempre caro al poeta di Dopo Campoformio (Einaudi 1965), o, per gli italiani contemporanei, l’asprezza espressionistica e antiretorica di Clemente Rèbora.

E l’abbassamento retorico si intende bene nell’ascolto di un verso da “telegramma”, di una andatura surrealmente scarna e testimoniale, “informativa”, che costruisce una prosodia volutamente grigia e priva di eloquenza.

Tuttavia, se “nell’inverno lo stile è tutto”, lo stile basso e iterativo di Roversi ha la capacità di spezzare la tonalità uniforme della trascrizione parodica dei “media”, attraverso l’utilizzo di una ritmica alternata al metro tradizionale, al respiro della lingua italiana già “catturato” nelle misure canoniche.

Così, il verso libero e prosodico si alterna a un verso metrico ormai inconsapevole e “naturale”, poiché l’intenzionalità dell’opera pare rivolgersi alla coincidenza di prosa e poesia, di frase e verso, così come di immaginario e di civile, di etico e di politico, di estetico e cognitivo.

E non era questo forse il sentiero retorico dell’unica poesia materialistica, in Leopardi, che però restava chiusa ancora in un paesaggio preindustriale e contadino?

Là, prosa e verso coincidevano in quel paesaggio: “E chiaro nella valle il fiume appare”. Qua, nell’oggi che Roversi attraversa, l’endecasillabo naturale estratto dalla frequenza ritmica del nostro parlare, della nostra lingua, recita: “l’autostrada in quel momento deserta”.

 

 

 

Poesia, – Mensile internazionale di cultura poetica, anno II, n. 11, novembre 1989.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Gianni D’Elia
  • Tipologia di testo: saggio
  • Testata: Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica
  • Editore: Crocetti
  • Anno di pubblicazione: anno II, n. 11, novembre 1989
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