Sculture da camera sono dette, sul frontespizio del catalogo, dallo stesso autore, le opere che Gabriel (Gabriele Lalatta Costerbosa) si è disposto ad offrire con vigile indipendenza e ansiosa generosa vitalità. E come osservatore molto curioso, posso dire che queste sculture sono disposte (come frammenti di cose sollevati da venti sottili) a muoversi o a indugiare straordinariamente armoniche e leggere nell’aria; meglio, nello spazio. Lì dove possono essere non solo ben guardate ma anche sfiorate dalle mani.
Quello che intimamente coinvolge, almeno me coinvolge, è come queste sculture da camera possano, anzi sappiano percepire e raccogliere ogni vibrazione, ogni respiro, quasi ogni gesto sia pure lievissimo intorno, e mettersi essa stessa a sussurrare, quasi danzare e cantare non per fragilità ma come rianimate da una ebbrezza di nascita; è questo, definendo un’azione completa di comunicazione, che tende a diventare spettacolo corale.
Disponendosi defilato contro l’ossessionante impetuosità Spettacolare di buona parte dell’arte dei nostri giorni, Gabriel riesce a raccogliere e raccontare, dalle minuzie del nostro destino, memorie del passato e intuizioni del futuro; e le raccoglie e le raduna e le riordina quasi sulle mani, come orme vive tuttora da fare alzare in volo più che da collocare, definite e silenti, nella galleria di raccolta.
Ogni sua opera, in effetti, è la conclusione di un percorso di pensiero, o di pensieri.
Ed è inoltre il contrassegno di una davvero notevole indipendenza – direi intraprendenza – nei riguardi degli obblighi ufficiali e istituzionali dell’arte in movimento – che, si sa, può fare tutto ma che quasi sempre, se vuole uscire allo scoperto deve fare i conti con tutto il peso dei poteri in atto.
Ecco perché, a me spettatore, queste «sculture» danno l’avvio a due ordini di riflessioni. La prima è sulla assoluta indipendenza nella collocazione della sua opera; nella decisione e convinzione di avviare e preservare un luogo vivo e attivo; non piccolo museo, non grande galleria ma, come dire?, casa paterna, luogo in cui anche di notte si può ritornare, accendere la luce, e riordinare, toccare, sfiorare, parlare.
Quasi da lucida bottega artigiana dei tempi antichi.
La seconda riflessione, o più particolare e specifica mi induce a prendere atto che questa riduzione all’essenziale riporta ancora una volta a protagonisti della nostra vita e dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri – contro, ripeto, la globalità imperante e frastornante – gli attimi brevi e vibranti, le voci che sembravano dimenticate o sperdute. Tanto è vero che l’apparente rugginosa modestia delle opere in oggetto, se appena sfiorate da una luce, splendono.
«Questi strani oggetti», come li definisce con sapiente e scrupolosa e affettuosa ironia Munari. Così è, da spettatore; che invita altri spettatori eventuali a visitare questa «proposta d’arte», sembra davvero non debba lasciare delusi.