Una donna di Firenze

L’occasione pratica di questa proposta di lettura è data dall’invito amichevole che mi convince ad uscire dal guscio (l’aggiunta di un mio centone lo si prenda come l’adempimento di un obbligo per seguire gli schemi).

Ma l’occasione reale avrebbe l’impegno di richiamare l’attenzione di qualche buon lettore sui testi della Giaconi, perché possa valutarne, spero, il valore e rammaricarsi della disattenzione della critica.

Dato che non è poi tanto vero che l’albero della buona letteratura e della buona poesia sia sempre composto dalle foglie e dai rami secondo l’ikebana ufficiale (nel salotto delle patrie lettere); anzi, appare ogni giorno più evidente che leggiamo fogli intramezzati da molte pagine bianche o da righe troppo frettolosamente cancellate.

Per capire meglio, e qualcosa fino in fondo – cercando, tentando, scoprendo, inventando, confrontando, con una libertà inquieta, magari timida ma insistita – dobbiamo allora uscire fuori da soli, non accontentandoci mai ma rischiando i morsi dei cani, per andare alla cerca a modo nostro, aiutati dalla legittima curiosità e dalla sana impazienza. Basterebbe ricordarsi che appena in questi anni, dopo una emarginazione prolungata, si comincia sul serio a fare i conti con Rebora o a dedicare un’attenzione più allargata e più insistita a Delio Tessa, un dialettale tenuto fin d’ora in salamoia nel barile portiano, ma che ha al massimo grado di tensione – in proprio e originale – una secchezza nervosa da brividi (sembrano nocche indurite sulle mani) e una attenzione minuta, lucida da rettile, impazientemente mimetica dentro a luci e suoni che scavano, muovono e gli consentono di isolare, quasi addentandoli, stravolgenti spaccati di realtà.

Rebora o Tessa li avrei proposti. Ma avrei potuto proporre il Giusti, ombra modernissima e sconfinata dal filone privilegiato (coccolato) della nostra letteratura petrarcheggiante, cruscheggiante, quasi tutta e quasi sempre culo e camicia col bel canto. Un autore la cui poesia, in un periodo di infervorati soli e infervorate speranze, è piena di rumori, suoni della strada, voci di uomini, spari, di fischi, di treni; tutto mescolato a una disperazione affannosa, risentita, talvolta gelida talvolta gridata da ascensore bloccato. Un autore che con anticipo di settant’anni (a parte Radetzky) sembra che viva nella Vienna di Freud. O avrei potuto proporre il Barni, che piaceva a Saba o a Biagio Marin (o a Giotti), con la sua guerra in trincea fatta di ossa, di sputi, di sangue, di vomito e dove il contadino italiano che imbraccia il fucile come una falce sembra venir fuori intero da un quadro del Mantegna, o dalla macerata violenza del Trecento. Solo Jahier ma mettendoci di suo la dedizione (più un voler dare col cuore che un partecipare direttamente con la mano) ha scritto qualcosa che suona molto vicino. Dice Barni: ho venduto la mia pistola / non ho che i miei pensieri e preciso essenziale travolge subito la rispettabile enfasi di Locchi nella “Sagra”: e voliamo nel sole, anima mia! / Facciamoci coraggio (solo una indicazione, per dedurre che anche il filone della nostra poesia di guerra non è mai stato scavato veramente in profondo, tutte le velleità critico-accademiche o critico-militanti restando acquattate piuttosto sotto il bavero dei lirici).

Oppure il mio inestimabile Ragazzoni di cui – come di Morgenstern – parlerei fino a sera.

Invece, per un mio debito lungo e lontano, propongo la Giaconi. Luisa Giaconi è vissuta dal 1870 al 1908, per lo più a Firenze – ma anche qua e là per l’Italia seguendo il padre insegnante. A Firenze, fino alla morte, ricopiava in piccolo i quadri più belli dei musei; per botteghe o turisti, credo. Ha composto un solo libretto di poesia. Smilza smilza la prima edizione del 1909 a Bologna, da Zanichelli; più completa la seconda edizioncina del 1912, sempre zanichelliana, curata e prefata da G.S. Gargàno. Questa prefazione, molto partecipata nel senso della convinzione, e con alcune brevi notizie (di un grande tragico amore, ad esempio) riprendeva ampliandolo un articolo del 22 novembre 1908 su “Il Marzocco”. E devo credere che soprattutto (o solo) su “Il Marzocco” la Giaconi – in vita – abbia pubblicato i suoi testi; a lunghi intervalli (nel n. 18 del 3 maggio 1903 Dalla mia notte lontana, non fra i privilegiati ma con alcuni momenti esemplari: le tue finestre cigolanti al vento / dei cieli, oppure: sentir quasi la tua boccaah me vana – / ch’io penso calda come vivo sangue); lasciandone altri a circolare fra pochi amici e alcuni letterati (piacque molto, e subito, a D’Annunzio).

Morta giovane, il suo libro, con la sua memoria, scomparve. Così oggi cerco di presentare un’ombra perché ritorni viva; non per mio speciale potere e sapere, ma perché lo merita bene e perché ogni lettura rifatta con premura intelligente e paziente ravviva la vitalità della scrittura, specie in poesia – che in ogni caso ha lo specifico di non concedere facile riposo o troppe illusioni; incatenando o relegando ciascuno (autore e lettore) a un ruolo difficile e ai propri errori – che contrassegnano abbastanza paurosamente le giornate.

La mia dedizione a Luisa Giaconi non è improvvisata ma risale agli anni della prima giovinezza quando, durante un breve viaggio, trovai il suo libretto su una bancarella di Firenze. Aprendolo, prima ancora di leggere, mi colpì la sua immagine fotografata (un ritratto tra i fiori che ho sempre immaginato di grandi accesi colori); così composta, ironicamente sostenuta, tanto diversa dai visi italiani. Sembrava una ragazza tedesca o ibseniana, concentrata in sé eppure con un sorriso che lentamente le nasceva dentro; come protesa, o in procinto di protendersi, al limite di una qualche esplosione dei sentimenti. E pareva sul punto di dirmi tutto, anche se incuteva soggezione. Leggendo, sia pure in modo inesperto e con una faticosa precipitazione, cominciai a percepire il suono e il senso delle sue stilizzazioni vibratili, molto lineari ma cariche di supporti via via esplodenti; nella direzione di una essenzialità che non è mai rarefatta ma sembra sottrarsi e definirsi fuori o ai margini del mondo (il mondo comune, il mondo della nostra vita); e che in qualche modo riusciva ad avvicinarla al Campana ebbro e paziente delle grandi prose e delle grandi liriche – che sembrano non potere mai riposare sulla pagina.

In seguito, riuscendo a migliorare un poco nella lettura, mi colpì la sua disposizione a dannarsi e a riabilitarsi dentro ai sentimenti; non tralasciando mai di affidarsi ad un sogno d’amore che in lei è sempre al limite della passione, del dramma, della morte. Un amore che è ebbrezza continuata e assoluta nella speranza, partecipazione di questa speranza, di questa attesa (come in Hölderlin, per esempio); conseguentemente, discesa lenta e acuminata dentro a momenti che bruciano inappagati; patiti come delusione oppure come il segno di un tormento in cui non è tanto ristretto il corpo quanto i sentimenti oscillanti e contrapposti dentro al sogno.

Di questo dolore ravvicinato sembra che lei non si possa liberare se non morendo; tuttavia la morte non può averla, accettarla ma solo invocarla. L’amore dunque è un sentimento sublime, che esalta, brucia e può annientare. Anzi, annienta.

Si potrebbe commentare che questa vocazione e sottomissione all’amore e al dolore è riconducibile all’equazione tremenda e semplificata di amore/morte e a un dannunzianesimo partecipato come cultura, come “vista del mondo”. Per ribattere basta appena riscontrare la struttura dei testi della Giaconi, continuamente sottoposti a minute interne manomissioni, al vento di una musica tenuta sempre alta ma spesso interferita da scricchiolii che risaltano simili ad annunci successivi di terremoti del cuore – con una decisione (o spietatezza) che può essere feroce. Eppure, oltre questa sua dedizione al dolore come corazza luminosa, i suoi testi ci danno l’aspettazione della felicità attraverso questo stesso dolore – come completezza raggiunta di vita. Da ciò, la furia paziente e insistente che si rivolta dentro all’attesa.

È certamente una situazione di assoluta eroicità esistenziale, come necessità e come scelta; dato che al fondo è priva di speranza e senza il correttivo di alcuna rassegnazione. Il canzoniere che la registra si alimenta di questa drammaticità intensa, continuata; con un floreale molto rilevato – alle volte allucinato in eccesso – che passa attraverso D’Annunzio, attraverso una linea del Pascoli ma alla fine si isola nella esaltazione del cuore; non invocata ma temuta, vissuta.

Subito, sulla Giaconi, ha visto bene Campana, con la sua giocosa e aspra brutalità critica addirittura raffinata. Basterà ricordare la lettera del 1916 a Novaro – quando gli mandava la poesia “Dianora” per La riviera ligure: “…questa poesia mi sembra memorabile. È scritta molti anni fa da una donna di Firenze (morta). A parte qualche noiosità femminile di melopea e qualche scintillamento di braccialetto (all’odalisca) apre un po’ la gretta e taccagna arte italiana. La strofa liberata dalla multiforme catena, con due o tre assonanze elementari ritenta un più puro amore delle luci e delle forme. C’è in questa poesia una sensibilità neogreca che è quella della vera poesia italiana moderna”.

Meglio non si può dire in generale, e nel particolare di questo testo che è certo fra i più belli del nostro novecento. Davvero: memorabile. Da non lasciarsi uscire dalla memoria, da recepire con doppia attenzione mentre si svolge.

Per i necessari riscontri e per una eventuale conferma propongo dunque la lettura di questa solitaria e alta autrice che è morta, si può dire, d’amore. Non per tenera passività, non subendolo o rincorrendolo; direi, invece, con un fuoco e per un fuoco “cinquecentesco” – dentro all’armatura. Insanguinandosi, in uno scontro non passivo col grande sentimento della vita.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Roversi, Giaconi (collana di poesia Paso Doble)
  • Editore: Editrice Il ventaglio
  • Anno di pubblicazione: 1986
Letto 3076 volte Ultima modifica il Venerdì, 29 Marzo 2013 15:50