Pivaza!

…Oh mi Pivaza!

Che sangu’el mai qual ch’boj in t’i tù fiua?

Pinsand cus t’er la mi anma se sguaza

E la scosa la polver di tarua…”

Al Dottour Zàss

 

Mi sembrano passati cento anni; però Pieve di Cento è un luogo preciso della mia memoria. Persone, cose, frammenti di vedute, particolari di pietre o di nuvole. Tutto in quel tempo lontano. E allora, proprio per questa ragione, e per questa occasione che mi spinge a scuotere le idee, potrei cominciare un racconto breve come si comincia una favola, nel mondo degli uomini bambini; una vecchia favola contadina: c’era una volta…

Una volta, indietro negli anni e almeno fino al decennio del ’50; fino cioè allo scontro frontale e decisivo fra industria e campagna e al conseguente genocidio contro la vita, la società e la cultura contadina che duravano con drammatico vigore e altrettanto tormentato rigore da migliaia di anni; una volta, la campagna emiliana era una vera campagna; con alberi, che adesso sono scomparsi; con case, che aderivano al panorama circostante ed erano collocate a giusta misura sulla pelle distesa della pianura – come pietre lasciate cadere una per una dalle spalle di uomini sapienti. Ciascuna, poi, con un grande noce vicino.

Oggi, le vecchie case sono o in rovina (abbandonate; anzi, trascurate, squarciate, manomesse come i dispersi caselli ferroviari fra le macchie degli alberi); o sono ristrutturate leziosamente e frettolosamente; o addirittura sono state piallate con le ruspe per rendere più lucido e liscio il terreno e offrirlo all’aratro meccanico e alle altre cento meraviglie che hanno sostituito la mano il braccio e il cuore dell’uomo. Per la stessa ragione, si sono salvati pochi fra i noci che davano ombra alle case e sull’aia; spianati segati e trascinati via a pezzi sui camion verso le segherie.

Prima dello stravolgimento epocale – e lo annoto solo per contrassegnare la realtà delle cose passate presenti e future – la campagna, anche se diseguale e inquieta e troppo spesso certamente non felice, era una vera campagna; con una successione di oggetti, collocati secondo misure tradizionali, che confermavano il costante collegamento di una cultura di vita nei secoli. Passata avida e dura nei millenni, fra tempeste di cielo e di terra, sferragliare di carri e cavalli al galoppo e voci straniere e alabarde e aggressioni e stupri.

Una campagna solcata dall’acqua dei canali, umida nei novembri arcigni; e con un fiume Reno turbinoso e infido. Una terra, fra Bologna e Ferrara, che raccontava parlava cantava gridava piangeva imprecava ma non risultava mai rassegnata. Io me la vedo, per un momento, tutta distesa e per un momento anche appagata sotto il sole d’agosto; irrorata dall’odore indicibile della canapa; talvolta ripugnante, talvolta denso come un fumo di rose.

Adesso queste voci sono almeno per me una eco che accompagna la vicenda degli anni; e anni ormai definitivamente conclusi con una morale corale. Quella drammatica odissea di riso pianto e fatica è ormai trasferita negli album di fotografie familiari; oppure come freddi reperti è custodita in pezzi, in frammenti nei musei della civiltà contadina, modesti sarcofagi della cattiva coscienza collettiva; per suggerire moderate o indifferenti sorprese agli occhi dei giovani di un altro mondo e di un’altra storia.

Io invece, che non sono giovane, stringo in pugno buoni ricordi personali sulla Pieve; e posso anche disporre di collegate divagazioni per la campagna circostante. Per questo non mi sento un intruso in mezzo a queste pagine e a queste struggenti documentazioni fotografiche, dato che ho le carte in regola per elargire alcuni dati della memoria diretta; magari pochi e di minuta rilevanza ma desunti sul posto, nel progredire di anni e in rapporto stretto con le persone.

Sì, è vero; può darsi che siano piccoli i miei ricordi; troppo modesti per suscitare una qualche emozione nel lettore; eppure per me sono restati molto vivi nel tempo – e tanto ne è passato – e trascinano vicino con estrema dolcezza persone ormai passate. Mi provo, in ogni modo, ad andare avanti. Per annotare subito che, se non sbaglio, la Pieve è un paese che c’era una volta e adesso non c’è più. Il paese adesso è tutto cambiato; almeno da come l’ho incontrato per la prima volta circa sessanta anni fa; da come l’ho potuto frequentare in seguito; e al confronto del paese grosso e disteso che ho rivisto in questi ultimi anni. Direi che non c’è proprio più alcun collegamento con il passato, a parte la venatura delle strade e il nucleo stretto stretto del centro. Il resto ha un’altra faccia e un altro suono. È bene dentro a questo tempo infuriato.

Invece negli anni a cui mi riferisco, Pieve era lì in piedi da secoli e secoli; battuta ma resistente alla rabbia della storia e delle stagioni; un vero piccolo paese della pianura padana, agricolo e brutalmente calmo (perché l’apparente quietezza ricopriva una sommersa violenza dietro e dentro i muri delle piccole vecchissime case); acquattato fra l’odore fitto fitto della canapa quando era il tempo della canapa e il lezzo che si alzava dai maceri nel mese d’agosto. Il brulicare degli insetti; le rane che gracidavano quando calava la sera, e allora la pianura sembrava un telo afflosciato su campi finalmente appagati e dormenti.

Oggi la Pieve è un bel paese lindo dell’Emilia fino a ieri rigogliosa; con i muri non più umidi e scrostati ma di nuovo intonacati e ridipinti; con le persiane non leccate dal tempo e squinternate ma riconsegnate all’uso senza più ruggine. Insomma, Pieve partecipa del lucido adeguamento alle giuste convenzioni attuali; le quali, là dove è in atto buona cultura attiva, onestà di intenti e correttezza sincera di pubblica amministrazione, si impegnano almeno a ripulire lavare sciacquare il vecchiume persistente e nocivo che insiste sulle pietre dei muri; o a ricuperare e restaurare per quello che vale tutto ciò che è memoria del passato e deve dunque continuare a smuovere ricordi e sentimenti o a suscitare sorpresa e ammirazione (anche se, alle volte, lucidare la pietra è come soffiare la polvere adagiata per anni sulla schiena di una bottiglia di vino nero; una di quelle bottiglie di vetro pesante che un tempo si preparavano e si disponevano nelle cantine private perché invecchiassero seguendo la luna).

La Pieve è dunque un paese molto cresciuto e forse anche amabile da abitare, oggi. Non so dirlo, lo spero. Amabile magari per certe garbate referenze, che potranno essere catalogate da chi ci abita, e spesso viene da lontano. Si potrà vederle; ma io parlo del mio tempo. Allora, ai miei occhi, appariva molto conturbato e anche aggredito dall’invadenza dei secoli (mai contrastata e mortificata da costanti pulizie o restauri); logorato dalla fatica di vivere; ma che tuttavia serbava ed esibiva qualcosa di solido, di resistente che poggiava sul ceppo duro e un po’ risentito o scontroso della sua gente contadina, la quale, dentro ad ogni violenza e ad ogni fatica, sapeva comunque difendere e perfino proporre in attivo un proprio privilegio di civiltà e una propria autonomia di vita.

In questi giorni, definitivamente scomparsi questi riferimenti circostanziati, è inutile ogni residuo rammarico, sia pure privato. Qua siamo e qua restiamo. Alle tagliatelle della nonna si sono sostituite le taglioline a quattro colori dell’industria, durata della cottura quattro minuti. E vediamo la Pieve rammodernata anch’essa; e anch’essa uguale ad altre piazze e ad altre strade, dove c’è un po’ di arte scampata e molta gastronomia. Però ha perduto cose e cose, piccoli benefizi; il pane, per esempio. Perfino il suo pane; l’odore di quel pane a croce, bianco dentro come un fiore e all’esterno appena rosato dal forno; crocchiava leggero leggero e si masticava odorandolo.

Ho detto che io, per questa parte, posso solo cominciare da lontano. Con scrupolo, cerco di trascrivere soltanto dati di cose e persone con cui ho avuto a che fare, con cui ho partecipato. E ad esibire, in quattro parole, le mie semplici credenziali. Mio padre nacque a Pieve, lì stava la sua famiglia. Lì c’è ancora la casa che era di mio nonno e poi di mio padre, fino a trent’anni fa, nella strada ora via Gramsci che dalla piazza arriva a porta d’Asia; a sinistra, sotto il portico. Davanti al portone mio nonno Umberto sedeva appoggiato al bastone, e sulla testa calva aveva un bozzo molto rilevato che ogni volta mi meravigliava; già da lontano, quando arrivavo, lo speculavo come uno spettacolo in preparazione e nei primi tempi credevo anche di poterlo vedere crescere; alzarsi, appunto. Non lo toccavo, quel nonno Umberto, neanche con la mano; un poco mi intimoriva, perché dava del voi alla moglie, alla nonna Enrica. Per me, lui era soltanto quella sedia sopra i sassi del portico, quel bastone pieno di nodi e un poco annerito, e la cosa strana sulla testa, che sembrava ammonirmi.

La nonna Enrica era un donnone con una larga faccia emiliana; di pelle bianca e leggera; sorridente, almeno quando io la incontravo e spesso era seduta vicino al camino acceso o spento – un grande focolare, con uno strato di polvere morbida e chiara fra alare e alare – con i ferri da calza in mano. Li muoveva in fretta ma neanche li guardava mentre continuava ad ascoltare o a parlare. Attraverso una finestrella che era a metà del camino, si vedeva un cortiletto con un albero sulla sinistra e un fico in fondo (che dava frutti dalla goccia d’oro); sulla destra, un recinto con quattro fagiani. Venivano sostituiti ma erano sempre quattro, e alle volte avevano piume splendenti.

Quell’ambito così accogliente, ristretto e tranquillo – tale pareva anche a me molto giovane, ma erano tempi in cui si poteva e si sapeva riconoscere ancora la qualità di un silenzio, nel ricordo è rapportabile ad altri interni familiari, sempre alla Pieve, qualche volta intravisti o frequentati.

Il pavimento, in cucina, di legno grezzo rialzato; la legna tagliata e ammassata in un angolo; qualche odore, come quello delle mele sul fuoco; i fichi in un piatto e la vespa paziente che gira e annusa, il ronzio che scivola su silenzio; il rumore morbido dei passi, simile a una piccola prua che si apre la strada in un laghetto d’acqua immobile. Il rumore di un tappo di bottiglia che salta; l’albana frizzante, con quel colore che hanno a volte i capelli dei bambini nati da pochi mesi; la schiuma spessa del lambrusco, da ammirare contro luce, felice come il sangue giovane.

Dopo mia nonna Enrica (con la sua faccia ottocentesca, che ritrovo in tante altre fotografie di donne anziane dell’epoca riprodotte nei libri e su giornali); donne del nord e del sud; a conferma di una identità abbastanza stretta o ravvicinata delle varie regioni italiane, tanto da poter fare di mille paesi un solo paese, il quale può avere la forza di non disunirsi sia pure dietro ai continui dolori), devo ricordare bene il canonico don Luigi Roversi, lo zio Gigio, zio di mio padre.

Questo personaggio, nato alla Pieve il 28 dicembre 1869, i giornali nel 1972 lo illustravano così: “Compie oggi 103 anni il prete più vecchio d’Italia. Non ha più la vista di un falco l’udito di una guida indiana, il canonico Roversi, ma conserva una memoria e una lucidità da fare invidia a Pico della Mirandola. Questo ci ha permesso ieri – quando siamo andati a trovarlo all’Opera Pia Galuppi ove risiede e ove ha svolto il suo ministero fino a pochissimi anni fa – di allacciare una conversazione simpatica e rievocativa… A Pieve di Cento il canonico centenario ha prestato la sua opera di sacerdote come cappellano presso la parrocchia e l’ospedale, come economo, come predicatore”.

Di lui ho sempre osservato con un senso di ammirata attenzione la magrezza del viso che disegnava armonicamente le ossa, su cui la pelle tesa e bianchissima si depositava come un velo di polvere. Temevo che soffiando – ma io sapevo soltanto baciargli la mano – la polvere si sollevasse e quel volto con denti lucentissimi scomparisse; lasciando un’ombra.

Era lui che nella cucina della casa di famiglia, dove viveva in una bella stanza con uno scrittoio che adesso è qua e sul quale sto scrivendo questa ripresa di piccole memorie mai scadute, sturava la bottiglia di lambrusco prima del pranzo. Questo del vino – acquistato in una mezza castellata, pigiato nel tino conservato in cantina e lasciato fermentare quindi imbottigliato secondo i cicli lunari – per questo prete alto e magro, sempre silenzioso e con un sorriso tenue di meditata accondiscendenza sulle labbra, era quasi un rito che riconduceva esclusivamente al buon ordine, nei singoli dettagli, di una famiglia composta allora da persone non più giovani. Ogni gesto doveva contare. Perché mio nonno, mia nonna, lo zio Gigio erano invecchiati modesti, con la quieta costanza dei tempi antichi, che riusciva a ricucire anche i continui dolori.

Il vino nel bicchiere frizzava a lungo, come ho detto; poi si adagiava come una crema, senza spegnersi. Potevo berne un sorso alla fine del pranzo del giovedì, quando dalla credenza era portata in tavola la torta margherita, che potevo inzuppare. Quello era un buon momento, il momento finale, del pranzo. Il vino entrava e risaliva veloce nella pasta leggera e intanto riprendeva a vibrare saltare splendere come un diavolo nel bicchiere. I miei occhi voraci di bambino ci vedevano un giuoco di fuochi d’artificio.

Ma adesso che sono di nuovo in quella cucina, vicino a quel fuoco e risento le voci e i passi quindi il sopravveniente momento di silenzio mentre si comincia a mangiare e tutti sorbiscono il brodo, aggiungo un altro odore e un altro sapore, direi anche un altro colore; vale a dire, quelli della zucca al forno. Le fette caldissime ricurve o contorte come un sasso o un legno colpito dal fulmine; il colore ambrato che sembrava impallidire quando il cucchiaio o la forchetta entravano nella polpa, il sapore morbido che si scioglieva deglutendo, una completezza fra odore e sapore e colore che si riusciva davvero a godere mangiando adagio senza distogliere gli occhi dal piatto e dal lento scomparire delle forme. Si grattava perfino il fondo, lasciando appena appena la buccia (che altri, invece, suggeriscono di mangiare). Una fetta sola bastava; e mai zucca e torta margherita insieme. L’una o l’altra; ciascuna con il privilegio di chiudere la partita.

Alle volte in tavola venivano i ranocchi in umido. “Li mangiamo tutti, dunque anche tu; e guarda come si fa” mi aveva suggerito mio padre la prima volta, e così mi ero adattato ad affrontare questa situazione nuova. “Li pescano di notte, qua intorno, con le lampade” dicevano e io immaginavo un mondo di avventure, di pericoli; e quel piatto un’offerta per crescere in fretta e forte. Questo mi fa ritornare alla campagna circostante la Pieve, a quel mondo indicibile e straordinario per i miei occhi, che osservano ogni volta con il timore e l’entusiasmo del viaggio e della sorpresa. Specialmente all’inverno e nel tempo della grande neve e delle grandi gelate, quando mio padre, medico radiologo, mi portava con sé in auto a Cento e alla Pieve dove andava nei due ospedali civili.

Nebbie densissime sulla campagna, dentro alle quali si entrava come nelle nuvole. Gelate simili le ho ritrovate in annotazioni di Salimbeni de Adam, ricalcando quasi esattamente questi luoghi: “Nell’anno del Signore 1234 le nevi e la ghiacciaia furono sì grandi per l’intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal freddo. E i lupi penetravano entro le città di notte e molti ne furono presi durante il giorno e uccisi e impiccati per la gola nelle piazze. E gli alberi si spaccavano lungo il tronco per le grandi gelate dall’alto fino a terra; e molte piante persero tutto il loro verdore e si distaccarono”.

Io non ho visto i lupi, ma gli alberi spaccati e uccelli morti, tutti neri nella neve bianca. Gli alberi di cristallo. Un luccicore che leggermente fumava mentre i vetri dell’auto si appannavano. Con la mano cercavo di ripulirli per continuare a guardare, fuori, la campagna con i campi che sembravano sterminati e gli alberi dalle forme umane che, in fila, reggevano le viti al bordo delle tornature. Sembrava di andare verso la fine del mondo e nella strada vuota solo, ogni tanto, un contadino in bicicletta intabarrato nella capparella.

Ma ancora due brevi stralci da Salimbeni, il grande, il saggio, il paziente; così dentro alla sua terra, alla nostra terra. Il primo: “Nell’anno del Signore 1235, un mercoledì, tredici giorni avanti la fine d’aprile, ci fu un vento rigido e venne giù una neve freddissima. E la notte seguente venne una gran brinata che guastò le vigne; parevano secche. È vero. Anch’io guardavo quel paesaggio con gli occhi insaziabili e mi sembrava tutto vetro e che stesse per rompersi. La stupefazione per quel miracolo che rendeva più umano il mondo si univa alla preoccupazione che poco bastasse perché ogni cosa crollasse a terra in mille pezzi, come un piatto o un bicchiere; e che non restassero che cocci.

Il secondo e ultimo stralcio annota: “E il 23 aprile scese altra neve e ci fu brina ancora e le vigne andarono completamente distrutte. E nel medesimo anno ci fu gelata nel Po che la gente passava da una riva all’altra, in sui cavalli e a piedi”.

Questi paesaggi così totali, vere realtà naturali, sono scomparsi; non si vedono più. Tutto sembra ridursi a una minuta misura tecnologica, senza troppe concessioni alla stupefazione disinteressata, neppure per i bambini, credo.

I bambini. Io mi sono perso, e forse disperso, dietro queste tenere scaglie di ricordi. Non c’è alcuna avventura dentro, se non la suggestione a percepire qualche suono, qualche passo, qualche voce, qualche odore. Non grandi disegni di cose, non avventure. Un percorso privato dentro un tempo determinato e in un paese chiamato Pieve; Pieve di Cento, perché il fiume è nel mezzo e di qua è Bologna di là Ferrara. Un ponte li separa.

Non ho voluto, o saputo, ancora ricordare il funerale dello zio Gigio, nella Collegiata, quando morì a 105 anni. Non ero più un bambino, allora; e fu un giorno di grande sorpresa. Veramente ho sentito, per un momento ma mai così intenso, che il passato si univa al presente per aprire il futuro. Quel giorno, a Pieve di Cento, vicino al fiume Reno.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Quattro porte ai quattro venti. Pieve di Cento e la sua gente nelle fotografie di Giovanni Melloni
  • Editore: Cassa rurale ed artigiana di Cento
  • Anno di pubblicazione: 1992
Letto 3747 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Maggio 2013 14:00
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