Un inquieto proliferare di gaiezze

Credo che si possa riconoscere che oggi, da noi, tutto è dramma (qualche volta tragedia) o tutto è carnevale. Un dramma che entra nei giornali; un carnevale che impazza, come si dice, qua e là per l’Italia; con poche pause. E le pause sono semmai le vacanze estive tutte all’insegna del sole e le feste invernali, tutte all’insegna del bebè di Marie e della gioia della famiglia.

Questo proliferare di allegre gaiezze offerte al popolo, pensate e organizzate per il popolo, sono il segno di una inversione di tendenza, rispetto anche a un prossimo passato; dentro al quale la noia più greve e l’assenza di una qualche fantasia trapassavano senza lasciare segni. Adesso, infatti, basterebbe riprendere in mano anche soltanto un fascicolo abbastanza recente de L’Espresso per avere la conferma che una specifica frenesia organizzativa (nel senso di interferire negli e modificare gli schemi tradizionali dell’offerta pubblica di svago) ha contagiato un po’ tutti gli amministratori comunali italiani, sia i piccoli che i grandi, i quali oggi tendono esclusivamente a competere fra loro. Così si aprono, uno dietro l’altro, carnevali verdi, carnevali gialli, feste della ragione, della memoria, della buona volontà, della fantasia, carnevali dell’esistenza perduta, feste dell’esistenza ritrovata. Un carnevale, cento carnevali, una festa e poi feste feste feste. Prendiamone pure atto, come dimostrazione di un attivismo comunque degno di nota. Ma questa è la domanda: questi carnevali, queste feste sono spettacolo vero? Sono uno spettacolo utile, uno spettacolo nuovo? Insomma, sono sul serio spettacoli popolari? ricuperi compiuti con la secchia di Aladino dentro al pozzo della storia di una comunità intera, di una città, di una regione?

Per esempio: nel passato, il mascheramento grossolano del popolo durante la festa di un nobile, di una marchesa, non era tanto dovuto alla voglia di giocare ma alla malizia calcolata e sottile di agire meglio e più liberi l’amore; e il mascheramento grossolano del popolo era motivato dal desiderio di esercitare meglio e più liberi la propria rapida violenza e la propria satira lacerante, dentro a un periodo breve, concentrato; da usare tutto intero. In quelle feste che si svolgevano dentro al gran teatro del mondo – che era ancora una piccola palla, ciascuno pertanto non partecipava a un giuoco né godeva un giuoco (quindi non si mascherava), ma si copriva, anzi direi che si ricopriva, per modificare aumentandolo il proprio rapporto di forza col potere; direi, per falsificare se stesso al fine di ottenere qualcosa. Ciò che in ogni modo sembra vero è che dentro a quelle feste tetre e forsennate, la cosa che era assente, che mancava perché era impossibile che ci fosse dato che non era né cercata né voluta, era il puro, il semplice divertimento. La gioia, la gioia di vivere. Naturalmente sono le mie conclusioni.

Ad ogni modo, se è vero che in ogni spettacolo/festa c’è dentro il terno della morte, della memoria, della violenza; e che il riso è solo assatanato; allora è vero che si fa urgente la necessità di inventare oppure di programmare (si dice così?) proposte di aggregazione meno ossessive, meno iterative, meno pletoriche e meno globali; puntando piuttosto su una attenuazione dell’accentramento.

La densità, la qualità dell’offerta ludica pubblica ha ormai ingolfato, a mio parere, i canali di questa comunicazione e sembra quasi che, per eccesso, ci si sia riavvicinati alla vecchia situazione di routine, che peccava certamente per difetto. Non metterei dunque la mano sul fuoco per confermare, e testimoniare, che questo è un momento favorevole del divertimento gestito – in mezzo al molto polverone. E d’altra parte i risultati attuali, se esaminati con attenzione nel senso della quantità e della qualità (specialmente della qualità) del pubblico partecipante, cominciano a confermare dei rallentamenti; e preciso che per qualità intendo grado di interesse, tensione di partecipazione, decisione responsabile a non volersi di nuovo “costituire come folla”, ecc. Perciò sono d’accordo con Renzi, che occorre “rispetto”, da parte degli intellettuali amministrativi, nell’atto, proprio nell’atto di pensare, di preparare il momento, il giorno, i giorni della festa. Rispetto per la gente e rispetto per l’ambiente. Rispetto per la gente, che sembra in un modo stupendo e struggente sempre quasi sempre disponibile (ma non più disarmata), vale a dire pronta ad accettare, ad ascoltare, a partecipare; ma non senza giudizio. E nei suoi riguardi, il rispetto induce subito, come primo dato, a non eccedere per non rendere alla fine inutilizzabili questi canali e per non produrre un rifiuto, un gesto di rigetto per sopravvenuta situazione.

Credo anch’io che alla gente bisogna sempre dare tutto, informarla di tutto, divertirla (cercare di farlo) con tutto; ma con una totalità, una compiutezza che sia libera nell’ordine; cioè che proponga e contenga un ordine tale da consentire in ogni momento e in ogni occasione un rapporto diretto, attento e critico, dentro all’entusiasmo, con la festa.

Su questo tema/problema, vale a dire sugli spettacoli in piazza e sul conseguente impegno di realizzazione, l’Emilia ancora una volta può diventare esemplare. Fuori dalla narcosi dello spettacolone alla De Mille; fuori dagli eccessi ormai maniacali del “sempre più tanto”, del “sempre più molto”, si può pensare e si può sperare di mettere in atto una nuova disposizione della festa dentro alla realtà sociale; cercando contemporaneamente di ricuperare la pietra, le pietre non come un referto da rispettare per vetustà ma come un corpo caldo e vivo che chiede solo di vivere – vivendo ancora. Noi tardiamo e stentiamo a diventare moderni perché siamo troppo antichi; siamo impacciati un poco a muoverci perché rischiamo sempre di impattarci in un qualche capolavoro del Trecento o del Rinascimento; e questa straordinaria maledizione di essere ricoperti dalla storia fino al collo, come un albero dell’edera, rende diseguali e troppe volte impacciati i nostri atti, i movimenti; e le nostre scelte.

Così puntiamo a strafare macinando grandiosità da antichi romani; con giorni e giorni di feste, di spettacoli inzeppati da ogni genere di paccottiglia, di continui ricuperi del passato come eden di straordinarie invenzioni di fronte al grigio torbido e torpido presente; e così, convinti di stare facendo, ci viene meno la voglia di badare direttamente e con rigore a queste nostre giornate. Ci lasciamo tentare, e poi vincere, dai suggerimenti peregrini dei cervelloni ufficiali che sulle gazzette distribuiscono manciate di rancorosa insofferenza. Mentre a un popolo che in questo marasma, coltivato dalla corruzione del potere, sa mantenersi libero difendendo come può e come sa la libertà, non bisogna dare ma chiedere di dare. Bisogna avere presente, prima di muovere foglia, la sua pazienza, la sua saggezza dentro le cose, la sua voglia di futuro; perché lui è molto più nuovo, più avanti, di tutte le cose che gli vengono presentemente ammanite.

 

 

 

Bologna incontri, n. 4, aprile 1981.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Bologna incontri
  • Anno di pubblicazione: n. 4, aprile 1981
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