MUNDIAL. A Bologna, a casa da solo, con tv spenta. Ma radio accesa

Sono le dieci di sera di domenica 11 luglio, 1982, la partita per il primo e secondo posto nel campionato del mondo di calcio è appena terminata e la nostra squadra, che ha progressivamente lasciati tutti stupiti e infine ammirati si è laureata campione.

Inoltre il centravanti Paolo Rossi ha vinto, con sei reti, la classifica per il miglior marcatore di questi campionati e ha avuto l'onore di una fotografia in prima pagina perfino sul New York Times. Intanto sotto le mie finestre la città di Bologna si è riempita di gente che grida, mentre sento dire che anche Roma e, come ricorda il radiocronista, la compassata Torino, ma poi tutte le altre città italiane ancora sono affogate dentro a un mare di euforia, “perché il calcio non è più una vittoria sportiva ma un grande momento di identità nazionale”. Dunque, conclude sempre il radiocronista, la grande notte è appena cominciata.

Per me, non ho alcuna autorità per tifare in generale, o in merito, conclusioni di alcun tipo, o per stilare a fil di penna moralismi di vario genere; ma qualche riflessione appena più cauta o meno eccitata, questo sì, penso che sia consentita. Per uso anche solo di quattro gatti, fra cui mi metto. Alla mattina, prima nella partita, avendo aperto le pagine sui Mundial '82 di La Repubblica (il solo giornale, per quanto ho visto e saputo, che ha dedicato giorno dopo giorno una cura particolare con almeno quattro pagine e alle volte anche sei pagine alle cronache, alle notizie e ai commenti su questo avvenimento) aveva letto questi titoli: “E l'Italia si prepara al carnevale. A Roma centro chiuso. Tutti videodipendenti. Ma Rimini ha paura”.

Fermiamoci un attimo su quest'ultima notizia. Perché Rimini aveva paura? Perché “la partita Italia-Germania da queste parti è un tremendo problema diplomatico. Quaranta, forse cinquantamila tedeschi sono già sulle spiagge, insieme a quasi duecentomila turisti italiani e la riviera romagnola si trasformerà in un immenso stadio. Ma possibile che tra tante nazioni – dice mestamente Giorgio Casadei, dell'azienda di soggiorno di Riccione – proprio la Germania doveva toccarci ?”.

Poche righe più avanti sono informato sulla vendita delle bandiere tricolori, andate a ruba; e leggo insieme questi primi elementi, inapparenza marginali per tornare a considerare i miei propositi, alcuni del quali enunciati su questo caro giornale all'inizio del mundial. Dicevo allora che non avrei guardato le partite e che le sollecitazioni di coinvolgimento mi sembravano tanto violente e interessate da dovermi e volermi sottrarre all'inghippo; e che ritenevo esserci in giro tali problemi che non consentivano per urgenza, per atrocità o per peso nessuna distrazione prolungata; e osavo suggerire anche ad altri con convinta insistenza di adottare il mio metro e il mio proposito. Certo non nuovo, ma, credo, ben definito. Ebbi, a scrittarello pubblicato, solo parole di dissenso. Non una o pochissime a favore. Tutte in disaccordo. Anche con ironia.

Sta bene; ma non cambio virgola e resto sulla mia seggiola col televisore spento. Posso, ogni tanto, aprire la radio; che è meno totale, più tollerante e lascia vivere (si ascolta, come tutti sanno e dicono, mentre pianti un chiodo, cerchi un libro, rimetti ordine nel macello delle carte, stai sdraiato pensando al mondo o guardi oltre la finestra il cielo che si fa rosso).

Così la mia partita l'ho rubata in parte, nel secondo tempo, alla piccola radio; e intanto, se mi affacciavo a guardare le strade, le strade erano deserte. Non un'anima. Così ricordo di aver letto sul giornale che oltre due miliardi di persone (fra cui in Usa per la prima volta) seguiranno in diretta la partita. Cioè, mentre si fa. Oltre ai centoventi mila che erano nello stadio madrileno, intorno a Pertini, a Schimidt, al re, alla regina di Spagna. Ma entrando tra le righe, mi accorgo che ancora una volta, dentro e addosso a questa partita, si giocano impegni ben più grossi e duraturi e vincolanti in futuro. “In questi giorni oltre duecento proiettori con schermo gigante stanno ronzando per l'Italia; e anche i vescovi nel loro convegno milanese si sono serviti di un maxi proiettore video”. Perché si conferma che la comunicazione “diffusa” cioè quella che raduna la gente a milioni, riciclata tecnologicamente e già cooptata, amministrata e organizzata nella sperimentazione, programmazione, e in dettaglio, dalle grandi centrali del potere reale; e che sempre più difficile improbabile e complessa si rende la gestione del consenso d'ascolto ed attenzione, da parte di chi non ha in previsione la possibilità di contare sul consenso generalizzato o di accedere in diretta a questi centri di gestione e di manipolazione.

Io, come cittadino, credo con freddezza che al problema e ai relativi quesiti sia legata la durata, la sopravvivenza, sia pure in mezzo alle continue difficoltà, della comunicazione alternativa, insomma della nostra stampa. Già da domani, ma tanto più nel prossimo futuro, quando saranno ancora più fitte le occasioni di aggregazione popolare, con i relativi scatenamenti verbali, gestuali, sentimentali. La precedente notazione, d'altra parte, si lega stretta stretta a questa domanda: dentro a tale situazione di fatto, per chi posso continuare a scrivere? E ancora: perché scrivo, qui, adesso, mentre lì fuori c'é un mare di suoni, di voci, di piatti, che non riuscirò neanche a sfiorare tanto sono diversi? Non rischia in questo momento la nostra comunicazione di essere come il gioco della pelota, che dall'autore sbatte contro un muro di calcio, (o di pietra, di ombra) lì di fronte, per ritornare con forza quasi sul palmo del giocatore?

Sono semplici domande (ma con qualche inquietudine) che propongo, battendo con un dito i tasti di una Olivetti Studio 44 nel cuore di una accaldata notte bolognese. Sia chiaro che non mi aspetto risposta, da qualche anima attenta, ma che ci si debba riflettere un poco sopra, questo sì. Perché non piango su niente e ricordo in ogni momento che il mondo corre, corre, né io mi oppongo ad esso, ma ci vivo dentro con una curiosità ed una attenzione affascinata. Solo non vorrei che ancora una volta, col naso attaccato alto schermo di una partita, ci trovassimo con quattro mosche in mano mentre gli altri sono ancora più lontani nello spazio. Il punto, vale a dire il mio quesito, è solo questo.

 

 

 

il manifesto, 13 luglio 1982.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 13 luglio 1982
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