La devastazione di Montecalvo

Premessa

Montecalvo era (ed è) un cucuzzolo nudo e crudo (ma a leccarlo, dolce come il miele) del primo appennino bolognese rivolto verso la Toscana.

Da lassù si vede ancora, splendida di sfarzo ottocentesco, la città di Bologna.

Nido di api lente e pazienti, di sorci lentamente deambulanti, vicinissima ai calanchi che segnano le prode come rughe sul viso mai stanco dei vecchi soldati, senza alberi e foglie ma attorniata dal molle e disperato incanto delle ginestre che chiamano amore.

Montecalvo al suo culmine sosteneva soltanto la villa (lì improvvisamente fiorita) di densissime mura, sbalzi, fregi, ghirigori, ricami – piena di voci. Qua esemplificata.

Durante l’ultima terribile guerra in Italia caposaldo dei tedeschi, con bombarde e cannoni, a difesa della incalzante ascesa delle armate alleate lungo lo stivale, fu smembrata stravolta resa cenere e polvere.

Scusandomi per l’affanno, ne do anche solo per me l’elegos come rimemorazione mai spenta.

 

 

OCCORRE AVERE

 

Occorre avere

per giusto intendimento

fotografia del luogo

dell’ampia devastazione.

A richiesta per gli avveduti curiosi si potrà dare

gratuitamente in bianco e nero una fotografia del luogo

della lunga

battaglia.

Il ricordo dolorosamente stride.

Con dolore, comprimendosi il ventre,

si può essere disarmati di fronte alla sventura?

Chi abita in una casa sventrata dall’affanno di bombe

vaganti?

Chi ha raccolto fra macerie le lettere della madre?

Cenere e sabbia come le spalle del vulcano che non ha

pace?

Dice: parlo anch’io perché ho raccolto frammenti di

ossa che bruciavano

ancora

e il libro di Ugo Foscolo ferito a morte dal piombo

come un soldato in battaglia.

Parlo dice (racconto) per pochi amici dispersi ora che è

il tempo del tuono

e non ha quiete il delirio dell’onda impetuosa dei giorni

giaceva la collina disposta all’amore prima del grido.

È volato via dimenticando le penne lo storno pensatore.

 

 

MONTECALVO ERA LÌ ARDITA E FIERA

 

Montecalvo era lì ardita e fiera

non si consumava nell’affanno di un’attesa.

Resisteva nel brivido dell’aria la sua faccia

di antica contadina mai vinta.

Sembrava

ed era

nel tempo dei tempi

il castello di favolosi pirati

con Bologna la dotta che articolava cavilli nel

codice dei suoi

maestri.

Così correva la vicenda cara Montecalvo distesa

sotto il

cielo

e la città la vedevi giacere solenne nella pianura

simile a una venere addobbata di luce tranquilla.

                                                                      [Di luce.

Nel silenzio ansimava.

Strani riverberi sfasciavano il silenzio della notte.

Respirava le sue attese la dura ferrosa Monthly

erano pazienti e anche

con qualche trasgressione di giovinezza protesa.

Protesa a sellare il cavallo del mondo senza paura.

La vita si irradiava di fosforescenti lumi

                                                       [in questa cima di

Olimpo

e un futuro torrenziale in fuga si rovesciava

sugli occhi degli astanti allibiti.

Dove vai? Dove sei? Strillava

la madre sulla soglia di una casa non ancora

                                                         [diruta o modesto

maniero. Ridendo diceva questo a un figlio rotolante sul

prato.

In tempi lontani.

Così Montecalvo dai fremiti supremi

la speranza portava a sperare le erbe future.

Oppure…

 

 

 

TACE E DICE

 

Tace e dice:

ora sono prossimo alla riva del mare e in affanno

ma allora correva il tempo delle mele

a Montecalvo fioriva la ginestra

odorava di timo e di limoni pallidi

il tempo dei viottoli immersi nella nebbia

                                            [che aveva mistero

uomini e donne allora cedevano a un sonno di cenere

il trionfo della vita sommerso dalle lapidi

                                                       [di divise infami.

A Montecalvo il vento tirava calci nel cielo

stridevano le nevi percorse da fuochi sconosciuti

non si placavano cadendo.

Dice: qua assiso

non passerò alla storia

ma dentro alla storia sono stato gettato

                                                    [sono finito caduto.

A Montecalvo avida premura del tempo

anni di ferro

passata la tempesta

cancellato il destino

il libro abbandonato posa sulla pancia di un tedesco

                                                         [bevitore di birra.

 

 

A MONTECALVO NON ERA MAI COME SI DICEVA

 

A Montecalvo non era mai come si diceva.

Non era mai primavera mai domenica

natale sfuggiva per le pendici

e nei calanchi vicini dove

dove dove

le ginestre fiorivano quasi spente.

Ovunque cadevano bombe ardue da inseguire nel

crepitio della morte.

La voglia di rompere la solitudine traboccava in gola

mentre Rabagliati cantava con la voce che sapeva (era

calda) di pane

ba ba baciami bambina

e Dean Martin cantava lì a Montecalvo con la voce di

Rabagliati.

Lungo faticoso divagare di destini

divagare di immagini nello schermo di un cielo

ostico di meraviglie non caritatevoli.

Poi la guerra. La guerra. La guerra che

                                                      [veniva da lontano.

Via dai tedeschi massacratori in tuta gialla di sangue

via dagli inglesi mass

massacratori di Montecassino

bruciatori di fogli

killer spietati di monaci in fuga.

Si rimiravano nelle tiepide acque mentre il cielo

stravaccato avvampava.

Poi la guerra. Via dal solenne silenzio degli alberi.

Per la guerra imbiancarono anche le foglie.

Le madri come pietre senza sangue.

Il fiume della guerra scorreva scorreva scorreva

                                                           [scorreva a mare.

 

 

A MONTECALVO LIBERA E LEGGERA

 

A Montecalvo libera e leggera.

Le rosate albe i limpidi silenzi.

Le uova nel nido dello stormo errante

danzante – sì, danzante – fra gli arbusti.

Storni e api, i solitari richiami delle vacche

(sperdute nel mare del silenzio)

sbalordite impazienti.

Seduto scriveva la sua lunga odissea.

Non sono Ulisse diceva non tormento il mare

neppure mi consolo fuggendo la violenza del mondo.

Chi mi cerca? Chi mi vuole?

Sono io che ritorno pellegrino

per irte strade e irti sentieri dove già

giacciono uomini morti e consumati.

I guerrieri di un tempo lì stanno

 

 

MONTECALVO VICINO ALLA FRONTIERA

 

Montecalvo vicino alla frontiera.

Girotondo

il mondo si sfaceva.

La gloriosa solennità della notte

era consumata dall’ululato accanito del lupo

alla cerca di pecore da sgozzare.

Infine la campagna tacque

irrorata con il sangue della mattanza

gli uomini non ancora assopiti

ascoltavano il rigurgito sazio del lupo

sognando il fucile con la vampa del tuono.

Questo prima che accadessero altre cose

                                                          [senza speranza.

 

 

MONTECALVO MONTECALVO

NELL’ANTRO DELLE TUE DORATE FINESTRE

 

Montecalvo Montecalvo nell’antro

                                             [delle tue dorate finestre

e le sale che luccicavano per l’oro

l’asso di coppe è sicurezza diceva

l’uomo accade che felice fugge

l’incaglio del bastone.

Questa (vedi?) è un quattro, dice

i cantoni della casa

così lei trionfa.

L’asso di denari illumina questo trionfo.

Poi una persona alta.

E una casa

da lei mandata via che ritorna,

il male corre come un cane

battuto dalle pietre.

Dunque teme, ha paura che

questa cosa

non dia furore come lei spera?

Avrà il figlio domenica

con neve

a notte alta.

L’asso di coppe è sicurezza,

lei trionfa.

Così mia madre quieta ancora giovane

m’ascoltò nascere

una sera

di un anno lontanissimo.

 

 

DICE: NON TI DIMENTICARE

 

Dice: non ti dimenticare.

Le pietre frantumate

riposavano come Apollo fra le braccia di Venere

e risplendevano nella notte dorate

come le sirene che cantavano su gli scogli d’Omero.

Poi arrivò ribollendo nell’aria

sibilando un suo triste destino

l’ombra della morte svolazzante

con il mantello aperto spalancato

per raccogliere le briciole del mondo

e l’urlo sgozzato degli uccelli

che perdevano le penne.

Pace? Non ti dimenticare

dice

degli anni passati e della vita

ormai scaduta. Pace?

o Guerra?

Quelli erano anni di consapevole sventura.

Lì ebbe inizio

in un giorno di sole

la devastazione di Montecalvo

e delle sue arnie e delle sue urne

dei suoi castelli di sabbia e di api.

 

 

A MONTECALVO UNA PASSIONE C’ERA

 

A Montecalvo una passione c’era

cauta

di ore. Sciamavano le api

anche cantavano. L’uomo dice: è bene, le ascoltavo

volavano fra gli arbusti e

la guerra le obliava.

Lontano trionfavano i cannoni sempre più vicini.

Poi fu l’occasione di un’ecatombe di pietre.

Montecalvo era in alto, non salva.

Andate! gridavano urlavano i tedeschi

                                                [con bionde infuriate

parole

Scheise italiener raus! l’ira

vince l’onda del prato che palesemente avvampa.

I primi riboboli dorati rotolavano nell’aria

salendo da San Luca

rotolando precipitosi verso i coppi di Bologna

ed era tutto luce e fiamma

sulle spalle dei poveri umani stupefatti.

Crolla la vita e la città intera! Raus italiener cosa mai

vuol dire?

mentre tuttavia e per destino uno di questi

                                                         [baldi giovanotti

cadeva colpito a morte fra le pagine

di un libro che bruciava.

Montecalvo moriva come un delfino nel mare.

 

 

QUIETE CONTADINA

 

Quiete contadina

nelle notti di un nebbioso sopore

albe di brina

e nelle sere il confronto della luna

e i canti indugiavano sorgendo

dai casolari e

nelle stalle le candele accese.

Poi è accaduto poi accadde poi è precipitato il cielo

sperduto nel

suo divagare

le nubi spaventate non rispondevano ai venti

l’aereo di tela in cantina

smembrato come un pupazzo senza pianto

inutilmente sospirava l’ebbrezza del volo.

In un momento tutto cenere e lapilli

mortali ebbrezze conducevano gli uomini alla morte.

 

 

QUEL GIORNO MONTECALVO

 

Quel giorno Montecalvo

si ergeva in isolato furore

la sera calò

cercando di bruciare l’erba medica che sapeva di fieno.

Membra sparse.

Nessuna lacrima di sentimento

per la precipitevole fine.

Cinque colpi di cannone

risuonanti come il battere dei tamburi nella foresta.

La carezza della guerra

la sua voce corposa e improvvisa

la graziosa allegria dei bambini sul prato

spenta con un soffio. Grida.

La guerra si presenta invasata dai demoni

schizzano saette dalla pelle.

Non tace mai.

E dura.

 

 

IL VENTO HA INFURIATO

 

Il vento ha infuriato

trascinando alberi e api

Montecalvo nuda

per questo libeccio gonfio di cattivo umore

e per la vicenda mai raccontata.

Gli uccelli bianchi e neri fulminati dal cielo impetuoso.

La natura pazza di rancore.

Chi chiamava oltre le finestre serrate?

Chi schiudeva la propria anima inseguendo il fuoco

                                                               [dell’inverno?

Tempestosi erano i fuochi fra la neve.

Anche un gatto arruffato nella sera

                                                   [di vicende miserabili

ascoltava la radio prima

che Montecalvo tacesse con la gola tagliata.

Gli uccelli, ripeto, cadevano come foglie

semplicemente in silenzio cadevano e morivano.

I soldati cadevano.

Così la natura saluta

gli abitanti delle sue solitarie foreste.

Poi le donne

gli uomini

vecchi diventati

tutti vivono aspettando.

 

 

LA MINUTA STERPAGLIA

 

La minuta sterpaglia

circonda i calanchi a Montecalvo.

Dice:

è arrivata thanatos su

berlina dorata (di sole).

Sali! (dorata di vita soave e ha

occhi azzurri di cielo)

l’infinito è tuo

(albe e tramonti e il respiro rapido il trapassare

                                                              [dell’inverno)

avrai lieti ricordi

non ti disturberà la luce

se ascolterai voci saranno quelle

di una gloria perenne

che solo il silenzio concede.

Sali! i cavalli sbavano fremendo

i cavalli – angeli – hanno una

pazienza ilare da whisky

infuriati solo dalla giovinezza.

Sali! suonerò la mia chitarra

cantando una canzone d’autore.

Ascolta! ascoltami!

La mia canzone è tetra?

Non conosco altre canzoni. Solo canzoni di guerra.

 

 

A MONTECALVO GIOIA FURORE AVVENTURA E

 

Montecalvo gioia furore avventura e

poi

alte nuvole del Tiepolo erranti e disperate

in cerca di gloria

mentre la terra bruciava.

In cerca ansiosa.

 

 

MONTECALVO MONTECALVO MONTECALVO

 

Montecalvo Montecalvo Montecalvo

apta mihi. Avevo poco da spendere e poco

da dare

dovevo anche sottostare in silenzio

all’impero dei giorni sicché

poco mi orientavo e poco potevo ascoltare

la voce dei suoni.

I nuovi erano bellissimi

ma li potevano ascoltare altri che

bivaccavano intorno ai fuochi.

“Lei intanto si vergogni – mormorava la

donna e un uomo alto e triste –

per la sua ignobile arroganza”

questo diceva mentre la casa si frangeva

schizzando lontano nel prato

polvere e rombi di pietra dura e di ferro

che

improvvisi imponenti andavano per il cielo.

Montecalvo Montecalvo apta mihi

ho sempre nell’occhio l’urlo

dei soldati che morivano

uno lo trascinavano con i piedi striscianti per terra

lontano dal muro inconfondibile della vita.

 

 

I NUMERI SUONANO

 

I numeri suonano

cantano

ballano

sulla carta discesa sul prato

nella testa dell’uomo

sulla mano che stringe l’oro rubato

mentre Montecalvo si torce nel fuoco

                                                 [con dignitoso dolore

e i superstiti correvano a mendicare

pane e vita senza

lacrimare

non essendo più consentito a chi

rischiava di cedere il destino per un turpe baratto con gli

dei

per un poco

di pane. Ahi! Bruciava

l’austera Montecalvo stesa al suolo

bruciava la pietra bianca il duro legno le bifore

ferruginose e i tralicci disposti come i rami dei pioppi.

Sapienti involute sculture.

Fu breve il tempo. Poi…

Fumava la distesa del panorama di primavera inoltrata

fumante rovina.

Lì sedeva risiedeva la signora con il nome

                                                      [di antica regina.

Amore e morte. Montecalvo ardita moriva.

 

 

LASCIANDO MONTECALVO IN ROVINA

 

Lasciando Montecalvo in rovina

gli dei mi hanno sedotto dentro all’ira

accompagnandomi per i

sentieri della montagna.

Le marmotte albergavano

verso l’argine dove l’acqua dormiva.

Dove sono le lucciole? chiedevi.

Annaffiavano il cielo esse (stelle sperdute)

oscurato dalle formazioni dei

burberi portatori di fuoco.

Fuggono le marmotte.

Le lucciole cadono a terra trafitte dallo spavento.

 

 

EFFETTI COLLATERALI

 

Effetti collaterali

dopo Montecalvo fuoco e rovina.

Il fissaggio di una bomba

all’ala di un F18

 

caccia F14 pronto al decollo

una portaerei a propulsione nucleare

come la Theodore Roosevelt

ha una autonomia di navigazione

di 13 anni

 

una portaerei della classe Nimitz

costa novemila miliardi

 

a bordo ci sono 5500 uomini

2500 telefoni 3000 tv a colori

 

ma non c’è morte (dicono)

perché noi combattiamo contro la morte.

 

 

È VERA ROVINA È SILENZIO

 

È vera rovina è silenzio gelido è cupa terra.

Statti zitto e lasciami pensare.

Si scioglie l’Antartide

a rischio i continenti

stanno i ghiacciai morendo

la fine dei pinguini

le balene si arenano

se il continente bianco si scioglie

s’alzano gli oceani (si alzano è previsto

di sessanta metri)

sempre più caldo il sole

la terra inospitale diventa deserta

 

via l’uomo via le donne

l’acqua e le dune

le pietre il fiume

e il gas serra nell’atmosfera

l’uomo contro l’uomo

donna contro donna

il filo della vita

una guerra perduta o

una guerra infinita?

Già da allora è partita questa rovina.

 

 

LA RUINA DI MONTECALVO

SFRACELLO DI GUERRA

 

La mina di Montecalvo sfracello di guerra.

Hegel te lo puoi scordare.

Era lì sopra il camino.

Caduto per terra è poi volato via

guardando me con gli occhi azzurri alteri.

Arrivato a Jena incontra Hölderlin e parlano dei topi

monaci misteriosi che bisbigliano nelle tenebre.

Così passa il giorno passa una notte intera.

Al ritorno del sole

l’erba è rossa la terra è stata bruciata

i buchi neri ringraziano il cielo dei cieli

per essere stati accettati e collocati

con armonica sapienza nello spazio.

Per il momento, Hegel sospira, questo

è qualcosa di completamente incomprensibile.

 

 

MONTECALVO IN ROVINA. HO

 

Montecalvo in rovina. Ho

ballato fino a tarda sera

il cielo era tutto una stella

mai ho visto il mondo

così disteso nell’infinito

con splendido cuore.

Le cose capitano secondo ragione

(talvolta).

Suonavano campane

da chiese nascoste nelle foreste

sulle città impietrite

divagavano suoni e suoni.

L’alba verde è arrivata

stracciare suoni e pensieri

il mondo ruggendo si è accasciato

sul tratturo di ieri.

 

 

LA ROVINA DI MONTECALVO

 

La rovina di Montecalvo

lì, sulla collina. C’era una casa.

Adesso non c’è più.

Non è sparita ma

ferita sconsacrata bombardata

muri in ruina forte mitragliati i muri

precipiti i muri in una angoscia

grigia senza domani.

Una volta (una volta) voci

rompevano il prato nel momento

del giorno declinante dentro al sole.

Un padre fra le api

madre con l’aquilone in mano

a sdipanare con la bandiera il cielo.

Oggi il silenzio è steso fra le ombre

a piedi scalzi gli anni divagano

fra le macerie e il

grido di memoria delle battaglie crudeli.

Vicino al dirupo un cimitero di guerra

trascurato già dimenticato.

 

 

MONTECALVO IN SILENZIO TERRIBILE

 

Montecalvo in silenzio terribile

giace a terra distrutta.

Stai lontano da me, l’odio è un signore

splendido e potente.

Luminoso di grazia e pazienza.

Verrà il tempo di raccogliere il miele

per addolcire le mani.

Aspetterai che l’inverno

sia trapassato e giunga

l’adornata primavera.

La stagione più vera e consacrata

per rallegrare la fronte del nemico

come si deve.

Così ha detto il sapiente che è saggio

ma non è paziente.

 

 

VICINO AL FUOCO FUMANDO LA PIPA

 

Vicino al fuoco fumando la pipa

dopo che Montecalvo è distrutta.

Tutti noi sopravvissuti dobbiamo morire

già sulla retta d’arrivo per ottenere questo consenso di

morte.

Non c’è nessun destino maldestro

                                          [e sventurato da lamentare

o per corrucciarsi.

Patiamolo dunque con la dovuta ironia.

Morire a ottant’anni è tanto ovvio

che a pensarci durante il giorno

viene il riso alla gola:

oh! Giove quanto ho vissuto

e quasi inutilmente

vale a dire senza aver fornito alcuna

                                                [prestazione originale

o alcun servizio valido al pubblico inclito

                                                         [del mio tempo.

Società, comunità si fa per dire.

In sostanza essendo stati magri compagni di viaggio

nonostante il volere.

Si dice alle volte Potendo rinascere

Ma cosa potremmo fare dopo questa sventura?

Il medico? Il fornaio? L’artista di bella pittura?

Saremo sempre degli onesti viandanti che

spezzano la spada sul ginocchio e

Dio perché mi hai offeso a morte in un delirio di fuoco?

Ecco qua la cenere.

 

 

MONTECALVO SI PLACAVA IN UN LUNGO LETARGO

 

Montecalvo si placava in un lungo letargo.

Poi disse: ogni risveglio è amaro

non vorrei (credetemi che)

che come acqua che cade

non vorrei (credetemi vi ripeto ascoltate)

che come precipitoso defluire di un fiume verso il mare

aperto agitato

un cielo non più paziente apra il forziere

                                                       [delle sue rabbie occulte

e ci punisca per le cose non fatte

con alluvione di pietre e fango scivolante dai monti.

Dice Montecalvo: io resto in attesa. Non piango.

Ma è vero che la tristezza dei tempi

rotola fra i denti e rende

ogni boccone di pane prigioniero di un cupo veleno.

Non lo dico lo penso

se prima di cedere il campo si scriverebbe dalla mattina

alla sera

(la poesia è una compagna avida e amara

appare scompare non lascia tracce).

Potessi aspettare impaziente

la nuova primavera.

 

 

COSA TI ASPETTI IN QUESTI

 

Cosa ti aspetti in questi

                               giorni

che sono di nebbia?

A Montecalvo così lontana dal mare.

Voglio contare i giorni

che ancora mancano per arrivare alla sera

benefica di luci di stelle.

La musica non deve

disporre a qualcosa ma

mi deve lucidare dentro

come acqua molto fine di sorgente

che scorra fra le dita sulle spalle

sui piedi impolverati

di colui che cammina con speranza.

Un deltaplano riduce l’aria del sogno di

un richiamo di ghiaccio.

 

 

MONTECALVO

 

Montecalvo

moriva ferita a morte moriva

ricordate

dicendo noi sopra le lapidi fredde

ricordate

scolpendo voi i nomi sopra i marmi placati

ricordate dite ricordate

noi che le libertà l’abbiamo inseguita mordendola

                                                                        [come i

cani

camminando nel fuoco

 

ricordate

 

ricordate

la nostra morte per voi

sia un ricordo per sempre

 

ricordate

 

ricordateci ancora

noi sperduti dimenticati nella bufera.

 

 

Nota

Ero su una scala di legno appoggiata a uno scaffale. In una libreria di gran nome (allora) nel centro di Bologna.

Attraverso una finestra (grande allora) a destra, vedevo la statua di Galvani, reclina la testa sulla tana, nella piazza (piazzetta) che si apriva davanti al portico della biblioteca (favolosa, tutt’ora) dell’Archiginnasio, luogo di inestimabile gradimento per la lettura e per le conseguenti sorprese nella lettura (come accade quando si è giovani, e come accade per chi, da giovane molto, cerca la compagnia non effimera dei libri).

Era uno dei portici che sono un respiro vitale e di accondiscendente effetto della città di Bologna, inclita un tempo e oggi violentemente disanimata e perduta. In quegli anni, terribili, della mia prima giovinezza, era invece solida, polverosa, profonda.

Anch’io ero, in quegli anni, polveroso e cominciavo a tentare di scrivere registrando considerazioni ed emozioni in versi, come ne scrivo ancora, sperando bene.

Il libro (lo ricordo) era edito dai Fratelli Parenti a Firenze, copertina ruvida, colore verde scuro.

Leggere e sbirciare al sommo di una scala di legno (non più consentito) è diverso dal leggere seduti davanti a un tavolo al lume di candela, è davvero un inebriante invito alla furbizia generosa dell’apprendimento (e, sempre quando si è giovani, talvolta un invito non rimediabile al furto agreste).

Insomma, sbirciavo. In quel momento esplose il lugubre avvertimento della sirena d’allarme.

Avviso che anche quel giorno la dotta città di Bologna era sotto tiro.

Poco dopo, il rumore rotolante strisciante inviperito dolente (improvviso sgomentevole) di una formazione aerea disposta a massacrare le antiche onerose memorie della città (fra le più tempestate dal cielo in Europa).

Uno sgretolare di chiodi nell’aria, sempre più rampante; infine, a completare il quadro dell’attesa, la sibilante perfidia e l’estenuante brivido del cadere delle bombe.

Dico di sentimenti, di emozioni provate in quel preciso momento e non aggiungo altro.

Gente che prima non c’era correva a perdifiato, per la strada e verso gli androni; un indistinto greve vociare e talvolta urlare; parole gettate al vento dalla paura e dall’ansia delle speranze di salvezza. Insomma tutto. Fu colpita la stazione ferroviaria, così vicina al centro, ma anche zone collinari e per la città fu la conferma di una progressiva devastazione. Tale fu, in collegamento, il destino avverso di Montecalvo, dove risiedeva una villa, in solitudine sublime, piena di api d’oro.

Gli eventi seguenti tentarono di consegnare il mondo, non solo quelle pietre, alla morte.

Le pietre caddero a terra e noi le abbiamo viste cadere.

Ne ho raccolta una.

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in volume
  • Editore: Oèdipus
  • Anno di pubblicazione: 2010
Letto 2092 volte Ultima modifica il Venerdì, 29 Marzo 2013 18:22