La Dura Epica Vicenda

La Dura Epica Vicenda

 

Un poemetto inedito e due canti dal poema Dopo Campoformio

 

IMMAGINI

Fabrizio Sclocchini

 

 

***

 

[Estratti da Dopo Campoformio, Una terra e La raccolta del fieno]

 

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LA DURA EPICA VICENDA

 

(23 settembre 1860-20 marzo 1861)

 

 

I

 

Affondo il cucchiaio nella nuvolosa sprisciocca

fresca di fiamma e odorosa di prati

piango lacrime felici

perché il tempo è galantuomo

e a chi rispetta la terra e il mare dona lucente furore

 

Calmati, cuore mio, il cammino non è breve

per sfiorare con l’orma del piede

l’erba d’oro e la polvere dei secoli

a Isola a Castelli a Civitella

a Corropoli a Tortoreto che odora di mare

 

 

II

 

Era il tempo che le pecore accucciate

mormoravano strani riti notturni con i lupi

e guardavano ammirate

il lavoro dei giovani poeti sperduti fra i dirupi

che schizzavano versi d’amore

sulla schiena sublime del vento

 

Assiso sultrono degli anni

ho l’epica ebbrezza che l’oblio non cancella.

Cuor mio, la folgore di un dio

non disdegnò l’impeto e il suono

del campo di battaglia a Civitella

dove l’uomo eguagliò il suo destino

e l’aquila gli fu sorella

 

 

III

 

Furono i giorni di grida e di bandiere

poi il vincitore masticò le pietre

una per una lanciando le ossa ai cani

senza l’agio di rimpianti.

Così tacquero le canzoni si spensero le speranze.

La memoria urla la gloria

là dove la nobiltà della sconfitta

si erge sovrana

 

 

IV

 

Il gregge per il tratturo transitava lento

brucando dai sassi fiori

ma gli agnelli guardavano stupiti

le onde del cielo

coprire con lacrime azzurre

i soldati caduti la battaglia che si spegneva

in un Abruzzo avvolto nelle sue antiche memorie.

Nomi non se ne fanno, la fortezza taceva.

Nell’aprile l’Italia già polverosa canuta

impigrì davanti allo specchio

aspettando la sua quarta glaciazione

 

 

NOTE MESSE IN APPENDICE, IN FORMA ESIGUA DI UNA BALLATA SENZA

ZUCCHERO, MOLTO AMARA, MA UNA BALLATA DI PURA VERITÀ.

 

 

Il Maggior Generale Pinelli adirato per la resistenza impensata

ostinata

di Civitella che non voleva cadere

con un bando ha ordinato alle schiere dei soldati Savoja

di incendiare

i paesi vicini dove questa resistenza fosse provata

e di eseguire ipse die il comando

senza alcuna pietà

 

 

di fucilare inoltre

tutti i cittadini che si trovino armati

ed eziandio tutti coloro senz’armi alla mano

che venissero da altri indiziati

fedeli a Ferdinando lontano.

 

 

A difendere da una parte e ad assaltare la Fortezza dall’altra

questa è la verità delle cifre sicura;

382 soldati e 4 ufficiali dentro le mura

assedianti 3379 soldati e 167 ufficiali

i banditi come era usanza dei Regi

insepolti abbandonati a marcire.

 

 

Oh, l’Italia nasceva

con grande dolenza e dolore!

Nelmarzo 22 da Torino

Sessantuno era l’anno

ordinanza spietata del Ministro di Guerra

sia demolito il Forte,

siano demolite le mura di questa città.

 

 

È nemico il destino di chi si tiene fedele

alla parola che ha data

al giuramento prestato

a chi non chiede pietà

e con un’arma nel pugno da bravo soldato

lì sta

…………………

 

 

ANDANDO, ANDANDO, ERO LIETO DI ARRIVARE

 

Andavo. Nell’anno miracolosamente emerso dopo una tragedia epocale:

il 1946.

Andavo.

Da Bologna si arrivava in treno merci. Ma prima, ad Ancona, si poteva prendere una corriera.

Fino a Giulianova.

Ed era un bell’andare. Si cominciava ad essere miracolati, io almeno, dalla premura delle persone, che s’accorgevano di me foresto ed erano piene di buone premure.

Ancora una corriera per Teramo. Con quel contadino caricato a mezza strada, nel bivio verso Canzano, che entrò sedette e per un saluto a un’altra persona, sollevò la coppola, con la dignità e la fermezza di un antico romano, ed era vestito di panni solidi e odorosi di buona acqua di fiume.

Odore? Profumo? Era nell’aria?

L’aria strisciava, ordinatamente composta, sulla pelle come una brezza che mi pareva quasi curativa.

Ero, naturalmente, ben disposto e cominciavo ad essere catturato da quel mondo, che mi riportava a un ordine che avevo quasi del tutto dimenticato.

Per me, che venivo dalla tempestosa Emilia, più avvoltolata nel grigiore torbido del mondo.

Invece lì, il grande dolore, come negli antichi, era stato già pazientemente assimilato. Divenuto non sentimenti, non tanto sentimenti, ma storia.

Dopo il furore insensato e lacerante della guerra, stupidamente o sapientemente impietosa, non percepivo più l’odore denso dolente tormentato doloroso inquieto della canapa superstite in attesa di

naufragare nei maceri, ma quello di erbe fresche e giovani sopravvissute al diluvio, di tenere foglie d’alberi alti e svettanti che si disperdevano nell’aria.

Mi sembrava di entrare, lentamente ma con armonia, dentro a un rinnovato sentimento delle cose.

Venivo da una guerra, come tutti ma in quel momento io solo, le strade erano ancora tartassate dai micidiali cingoli dei carri armati; dappertutto erano andati distrutti borghi, paesi, città; l’Italia sembrava arata nella polvere ed io da questo Abruzzo, che tanto aveva sofferto, in quelle ore traevo motivi di non attesa lietezza per le cose che vedevo e che sentivo.

Io mi trovavo bene, io c’ero.

Macerie, polvere.

Macerie, polvere, rovine di pietre. Ma io c’ero e la natura mi abbracciava.

Si può essere lieti in quella situazione e in quel modo? Si può.

Ero un reduce giovane e forte che riconquistava la vita, infervorato da lieti sentimenti e l’Abruzzo, ripeto, mi ha reso subito felice, mi ha accolto, ripeto, con felicità.

Ecco perché mi libero e mi accaloro, anche dopo tanti anni trapassati.

Teramo e il suo mondo intorno, i Prati di Tivo ancora straordinariamente intatti e silenziosi fra antichissimi tronchi, Civitella del Tronto con la sua formidabile fortezza disegnata da un genio tanti secoli prima e tutta la sua riviera su cui si placava, così mi pareva, il mare di Ulisse.

Dal buio delle notti di guerra l’Abruzzo tornava a dare senso e peso alla vita, al lavoro dell’uomo.

Martin Sicuro.

Alba Adriatica.

Tortoreto.

Il ponte sul Salinello, fiume che ancora scorreva libero dal cemento; la lunga strada alberata e ancora contadina da Giulianova a Teramo.

Teramo era lì che aspettava e a Teramo sono arrivato.

Abruzzo ardito e tempestato e mai piegato una goccia del suo cielo mi è caduta sul palmo della mano e lì è restata.

 

***

 

[Estratto da Gianni D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, «Lengua», n. 10, 1990].

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in volume
  • Editore: Edizioni Banca di Teramo
  • Anno di pubblicazione: 2011
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