Una nota

Una nota

 

 

Ricordo ancora bene l’opera precedente di Martines, pubblicata se non sbaglio nel 2000 con il titolo Della sete dell’anello; la ricordo, intanto, per riprendere come esatta una riga della postfazione firmata da Mariangela Gualtieri: “una pentola scoperchiata da forze bollenti”.

Sì, c’era dentro, in quelle pagine, in quei lunghi (talora lunghissimi) versi che si scuotevano forsennati, il sentimento, la sensazione di una immobilità sul punto di prorompere e scatenarsi, come un fulmine che s’apre la strada accendendosi all’improvviso e s’abbatte a spaccare, a incendiare rami foglie tronco di un albero intero. L’albero delle parole. Che sembrava impassibile seppure squassato mentre raccoglieva e conteneva sotto la scorza riflessioni, sentimenti, rabbie forti e precipitose amarezze.

In questa nuova raccolta, altrettanto articolata e coesa, invece, almeno come la percepisco, non c’è precipitazione e lo stridio lacerante e dirompente con finale esplosione a cui ho accennato, ma come mia esemplificazione il soffio rabbrividente e anche stupefacente di una grande nevicata, che si accumula, che cade e cade (sono le parole sibilanti) accompagnata e direi anche un poco pungolata da un vento raggelato che non la distrae da alcun altro suono o rumore che non sia, insistente, quel frusciare misterioso e anche minaccioso che va a rinserrarsi come approdo conclusivo in ogni pagina. Nelle pagine.

Qua Martines, in ogni caso, lo sento più perentorio, mentre nell’opera precedente era più problematico; là era più inquieto e come, anche un poco, sbalordito (al modo di uno che ancora ansimante per una lunga corsa si ferma per guardarsi intorno e in qualche modo orientarsi) non dico però smarrito, perché sottomesso al turbine che lo aggrediva mentre raccontava, patendola, la violenza del mondo. Nelle pagine di questo volume, che ha un titolo un po’ ebbro e incostante, si esercita, come se la pagina fosse via via una piazza d’armi, una rabbia fredda e sicura, una rabbia convinta che finisce alle volte a diventare o a trasformarsi in una rabbia perfino aspramente ironica o anche allegra; feroce e invadente. Che non si placa, in ogni modo; ed è comunque sempre allo stesso grado, in attesa non dico di essere placata dalla ragione o dalle fugaci occasioni ma qualche atto deciso e preciso che ci deve (dovrebbe) almeno qualche volta non consolare (che è attesa ambigua) ma rassicurare, mettendoci davanti agli occhi, come striscione d’arrivo di una lunga fatica, una sicurezza dai piedi di marmo, che ci leghi alla terra.

Sentire addosso l’ansito di quelle, di queste parole è sorpresa lieta e partecipata per qualche lettore, in un momento di rifiuto ostentato per ogni ideologia (solo intesa come accumulo di materiale riflessivo) portata sulle spalle, proprio come un peso non leggero, da soldati della poesia in cammino per incontrare altri compagni; oppure perché reduci da qualche lontana prigionia – che non ha tuttavia smorzato il bisogno bruciante di rivalsa. E questo, della rivalsa contro le avidità del mondo, è il tema di fondo, se non sbaglio a leggere, con consenso, di questi testi; così, a conferma che la poesia, nel rude rovello della pratica, esercita una costante emozione, oppure, al contrario, una costante (magari anche solo pacifica) repulsione, essendo urlo di vittoria o alto grido di dubbio e spavento. Perché indica strade o fa smarrire nei boschi; non dà pace o addormenta. E proclama sempre, con coraggio, la sua intrepida necessità.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Ho scritto ti amo sullo specchio, di Massimiliano Martines
  • Editore: Pendragon
  • Anno di pubblicazione: 2006
Letto 1493 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:13