Prefazione

si ha l’impressione di un’apertura, sulla pagina, ampia e profonda, e di uno stormire continuo di foglie/parole, leggendo e talvolta rileggendo i tanti libri (ma mai troppi, come invece parecchi infervorati ammoniscono), le tante raccolte di poesia, di poesie che coprono il cielo e i campi della comunicazione in data odierna. Ma ognuna, intanto, è diversa dall’altra, perché ogni autore non avendo ombrelli oppressivi o maestri che lo catturano, è libero di fare solo i conti con sé stesso.

Non è proprio il tempo, questo che corre qua da noi in Italia, dei grandi poeti unici e soli ma è il tempo di un libero pascolare, secondo estro e premure, su prati o in caverne, dove con fatica ognuno è obbligato a dare il meglio di sé.

Questo dunque sembra essere il tempo, come contrassegno generale, di inveire non di implorare, di dire inseguire definire le cose con ogni tono di voce invece di cantare. Ciascuno cerca l’ombra o il sole accanto alla propria siepe, poco curandosi, in questo caso, degli altri. Ripeto ancora: senza troppi vincoli.

Se leggo bene, è così anche per Pasquali, il quale impegna la pagina a un timbro assolato ma duro, con segni che si incidono decisi: “Una disciplina plumbea costringe la natura / il polso crudele dell’uomo la piega”.

Sembrerebbe una perorazione enunciata per farsi ascoltare, per catturare il lettore; mentre a me pare piuttosto il primo secco dettaglio (direi, impietoso) di una propria autobiografia; un raccontarsi cominciando a togliersi pelle; oppure l’inizio di un catalogo critico della propria scrittura. Ma intanto: c’è una certa durezza in questa comunicazione poetica, nascosta (quasi annebbiandola con il fiato, oppure come strisciandoci sopra leggermente il dito per espanderla) dentro a una scrittura che è mobile, in forma di esercizio di destrezza e agilità, o in una forma di mobilità danzata ma senza riso; come se, in ogni occasione, si percepisce il respiro un poco ansimante per quel movimento, o per quella corsa.

Le poesie stringate in cinque versi sono un concentrato spesso esemplare di situazioni proposte con decisione, di trascrizioni d’emozioni precise e talvolta spietate: “la mente batte alle pareti del cranio / nel pensare l’infinito”. E ancora: “spalle di pietra sostengono la città”. E Pasquali avrebbe potuto definire “le città”, in un complesso di vuoti e pieni, di rancori esaltati ed esemplari, che ferisce gli occhi prima di smuovere la riflessione.

Questa rapidità di comunicazione immaginativa è, a mio parere, uno dei pregi, oppure il primo pregio, della scrittura in versi di Pasquali. E anche questo è detto, direi esemplarmente sottoscritto, e senza indugi, nelle sue pagine: “correvo sempre più veloce / fino a trascinare la mia stanza / in un’orbita di vortice”. E anche in questa occasione, si sancisce la dura presenza di una inquietudine che non si placa (era per scrivere: non si piega) a dare il significato di fondo a testi che scendono via via disposti come paletti da poter conficcare a forza per terra (per fissare qualcosa che deve durare, e deve restare fisso per servire ad alimentare emozioni e riflessioni di lettura.

Scrivere versi è come essere disposti vicino a un cratere, o comunque vicino a un fuoco. E “il suo occhio eternamente spalancato”, è la conferma a cuore aperto di una insaziabilità non tanto di emozioni ma di esperienze che solo la poesia riesce a volte a convogliare e a trasmettere.

C’è un solo testo lungo, fra queste esplosioni che si condensano fino a diventare ghiaccioli di acqua limpidissima e immobile; ma è come l’assemblaggio di vari testi brevi, accorpati come dopo una mareggiata; a segno che la voce di Pasquali, per essere lancinante,deve essere rapida come uno scroscio; come il lampo di una saetta. Che, per un attimo, può anche accecare.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: La primavera della mano, di Roberto Pasquali
  • Editore: Campanotto Editore
  • Anno di pubblicazione: 2002
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