Alcuni appunti sulle povere riviste (ma con qualche nota aggiuntiva)

1. Svolgerò l’intervento da una angolazione esclusivamente pragmatica (perché la ritengo più confacente). Vale a dire: con qualche dato dell’esperienza, con qualche dato della statistica e con qualche dato (presunto) della speranza. Ma sulla base concreta dell’esperienza e della statistica.

Poiché anch’io ho una bottega di libri da trentacinque anni; e da almeno trenta, senza interruzione, curo con impegno diretto la pubblicazione di riviste; credo di potere raccogliere (dalla base, non dalla cima, quindi con realismo) due o tre spunti nel campo della carta stampata (come molti dicono con malizia), che spesso è attraversato o percorso dalle argomentazioni teoriche (qualche volta sottili) e dagli affondi polemici (spesso curiosi) di molti personaggi della cultura; la gran parte però abituati, oltre che a scrivere i libri, a riceverli in omaggio più che a comperarli. Mentre sui vari problemi, che sono specifici e assillanti, a mia memoria neanche una volta abbiamo ascoltato le voci dei rappresentanti e distributori di libri, dei rappresentanti, degli stampatori di libri, degli illustratori di libri, dei traduttori, dei cartolibrai, degli edicolanti (molti dei quali, da tempo, sono librai a tutti gli effetti). E anche fra i librai si ascoltano per lo più le voci non dei piccoli/piccolissimi ma dei grandi/grandissimi con fatturati da fabbrica, portatori di macroinformazioni molto perentorie.

Accade così che i problemi di fondo relativi al libro (o ai libri) continuano a navigare a mezz’aria come fogli di carta in una navicella in orbita. Ciascuno li annota e li striscia secondo una esperienza indiretta o una totale approssimazione o una presunzione di verità; ma senza patirne la fatica (direi la premura) quotidiana, che si rivela in una quantità di particolari costanti, anche fastidiosi e mai risolti; semmai sempre più avviluppati.

È anche per questo che sono contento di vedermi avvicinato, nella successione degli interventi, a un collega; col quale presumo di essere in sintonia, intanto, nella identificazione del quadro generale.

 

2. Perché voglio dire che, sì, ci sentiamo ripetere da ogni direzione, e quasi ogni giorno, che l’editoria è in una crisi profonda perché l’italiano legge poco, quasi niente o niente addirittura. Ma credo di dovere aggiungere che la crisi va collegata anche a una situazione di grande confusione e di grande contraddizione sia strutturale che culturale all’interno delle stesse aziende editoriali (e questa è una concausa che accentua e complica la crisi economica, tanto da farla apparire insormontabile).

Se è vero che l’editoria deve rappresentare documentare interpretare servire la società; quando faccia spalle occhi parole di questo corpo complesso riescono indecifrabili, o sembrano come mescolati dentro a un mare profondo di suoni e di segni, essa dovrebbe procedere con una cautela piena di lucide preoccupazioni e attenzioni, raffinata, adattandosi al terreno pieno di difficoltà. Invece vuole continuare a volare, sbattendo le ali come un parpaglione contro il lume. Rizzoli è così, ma è stato solo editore di libri? Einaudi è cosi (e siamo sicuri ne esce), forse perché ha scelto Diderot non solo in un momento di banche impazzite, ma quando le giovani coppie (e poi non tutte, e a stento) si annidano in miniappartamenti, con gli spazi esigui, piccole arnie dove possono entrare solo volumetti tascabili, al modo di pochi granelli di cera.

Così sentiamo che non sono in crisi piccoli editori a stretta conduzione familiare, i quali attingono a novità scelte con lucida parsimonia (perché il mondo non è già stato tutto vissuto ma, al contrario, è quasi tutto ancora da scoprire). Che si tratti in molti casi non tanto di soldi ma di ruggine, lo verifichiamo constatando che parecchi editori escono da una sospettosa immobilità solo affidandosi alle ristampe di opere da loro pubblicate dieci venti trenta e perfino quarant’anni fa. Dando conferma d’avere accantonata, sul momento, ogni voglia di ricerca.

 

3. Per valutare quanto l’editoria italiana sia ancora disorganica dentro a una pretesa organicità; come piccolo ma preciso segnale in controluce basterebbe collazionare (e collezionare) le lettere di promozione che vengono inviate in busta chiusa, ancorché ciclostilate, dai direttori commerciali alle librerie, nel corso dell’anno, in occasione dell’uscita dei gruppi di novità e nel periodo pre-natalizio, per promuovere il gelido satyricon delle strenne. Si peserebbe il distacco dalla realtà quotidiana del libro, attraverso l’astrattezza o il generico attivismo (e trionfalismo) delle formule, che non è solo strumentale.

Il fatto è che l’editoria italiana è spesso genericamente speculativa e poi municipale, casalinga, polverosa; più di traduzioni che di intuizioni; e dalle nuove tecnologie è stata non coinvolta ma travolta, così da assumere in fretta strutture che l’hanno burocratizzata a livello amministrativo (le fatture sono quasi illeggibili), mentre non ha ancora voluto centralizzare i dati di programmazione a medio e lungo termine; per impedire la contemporanea pubblicazione di doppioni che il mercato, in linea di massima, non è in grado di assorbire. Ricordo alcuni titoli recentissimi: due vite di Rossini scritte da Stendhal, due viaggi elettorali del De Sanctis, due racconti praghesi di Rilke ecc. ecc. Questa puntigliosa difesa del privato si può verificarla anche guardando uno strumento di lavoro che non è sussidiario ma determinante: il catalogo editoriale. Quasi nessuna omologazione di formato; il primo è alto e stretto (alle volte perfino in 8° grande), il secondo è basso e gonfio (un 16° straripante), il terzo non porta l’indice finale e alfabetico dei nomi, il quarto gira ancora con la data del 1981, il quinto non ha l’indicazione dei prezzi; infine molti non sono contrassegnati sul dorso. Come un convoglio ferroviario composto di vetture di ogni risma e formato, e alcune tanto alte da non passare sotto le gallerie. Infatti girano cataloghi che non stanno negli scaffali se non sdraiati. D’altra parte non esiste un catalogo periodico generale, né una sede d’acquisto unificata, per la massa delle pubblicazioni comunali, provinciali, regionali – che sono in crescita continua e che si sottraggono a ogni ricerca, perché sparpagliate e poi subito imbucate, dimenticate. Spesso neanche si possono acquistare, perché l’ente editore non sa o non è autorizzato a vendere. Gli stranieri, di fronte a queste situazioni, passano di meraviglia in meraviglia. Lo stesso discorso potrei farlo per le pubblicazioni dei vari ministeri, quando non siano confluite nel calderone della libreria dello Stato, neppure questa accessibile con rapidità.

C’è poi la fetta consistente dell’editoria d’arte promossa dalle Casse di risparmio, dalle banche artigianali o da quelle locali e nazionali; volumi spesso sfarzosi riservati a una clientela d’élite e solo in seguito distribuiti a singhiozzo per rivoli impensabili e periferici; alle volte anche tortuosi.

Un cenno infine all’editoria dei cataloghi delle mostre d’arte, calcolato guazzabuglio fra speculazione editoriale e approssimazione distributiva. La distribuzione! Volevo arrivarci per indicarla, sia pure in termini sommari, come il punto, il momento di maggiore ingorgo nella vita abbastanza travagliata del libro. Essa è lenta, burocratica, soprattutto parcellizzata, dentro a una società che invece è in vertiginoso anche se caotico movimento. Ha cioè la presunzione o la pesantezza del nobile che si ostinava ad andare in carrozza contro il primo Ford o il primo Agnelli. E così a me sembra che il libro, in Italia, viaggi ancora in carrozza, magari in una carrozza a due cavalli. Mentre al fianco c’è il treno o un jet sopra la testa. E sulla carrozza, certamente nel bagagliaio, ci viaggia anche la rivista.

 

Ma qui in calce, prima di entrare nel merito, vorrei esternare un ultimo lamento del cuore. Una fabbrica di sofisticati strumenti elettronici, collocata in un paese di pastori, poeti, impiegati, potrebbe vivere (sopravvivere) solo esportando, non certo vendendo nei dintorni. Il libro italiano, proprio al contrario, condizionato non dalla struggente minuzia degli ingranaggi miniaturizzati ma dai sassolini puntuti della lingua, bella quanto si vuole e di straordinario respiro, non si esporta, non può essere esportato; e come un gelato al sole, va consumato subito e soltanto sul suolo nativo – altrimenti si squaglia. Lo confermano, spesso, i nostri ambasciatori delle umane lettere e delle effimere scritture, che vanno a Yale o a Stanford, a Kyoto o a Osaka, a parlare (quasi sempre) davanti a una manciata di studenti.

Allora sarebbe il caso di prendere atto che diciotto o ventimila fra novità e ristampe annuali sono non un risultato ma un disastro. Non luce di cultura ma autentica inondazione. Tracimazione di acque.

Tanto più che poco o niente si fa per una organica promozione della nostra lingua all’estero. E d’altra parte, come può questa poco beata Italia degli anni ottanta amare, promuovere, difendere la nostra lingua e i libri nuovi se non sa neanche proteggere (né si interessa di farlo) i suoi libri vecchi e antichi, autentici monumenti del passato, soli di vitalità culturale e gioia autentica della mente e degli occhi? Ricordiamoci (per un momento) che nelle biblioteche pubbliche italiane, grandi e piccole, nelle civiche raccolte è in corso una sistematica sottrazione di rarità, quasi giornaliera, e in una misura tale da rendere tali furti veri genocidi bibliografici: incunaboli, cinquecentine, i grandi illustrati del Settecento, le mappe, gli atlanti, le stampe, edizioni «princeps». Finiremo per lasciare alle generazioni future, come documentazione, solo la collezione degli Oscar Mondadori – e forse anche questa scompleta. Ma, dicono, il libro non mangia e quando è rubato non grida. Perciò fa più notizia un cavallo: «In data 7 settembre c.a. ignoti trafugavano all’interno del museo Albani, ubicato presso il Duomo di Urbino, un messale romano manoscritto, miniato su carta pergamena e rilegato in legno»; «In data 1° ottobre il direttore della biblioteca comunale Saffi degli Istituti artistici e culturali di Forlì ha denunciato il furto dell’opera Viaggi in Italia di Francesco Scotto (volume in 8°, con rami), stampato a Roma nell’anno 1747»; «In data 2 settembre ignoti malviventi, dopo avere forzato una finestra sul retro del palazzo ove hanno sede le biblioteche e accademie riunite, gestite da questa Accademia, hanno asportato circa 4000 (quattromila) stampe antiche i cui soggetti…»; l’Unità di giovedì 15 dicembre 1983: «Un anno e mezzo fa uno studioso mise piede in una stanzetta all’ultimo piano dell’Osservatorio di Brera. Abbandonato, in sacchi della spazzatura, c’era un patrimonio inestimabile: mappe astronomiche e lettere di scienziati del ’700…»; «Nel mese di luglio 1983, dall’Archivio della Basilica di S. Pietro Apostolo-Collegiata di Broni (Pavia) sono state sottratte le seguenti opere: Aesopus, Aldobrandinus, Augustinus Ticinensis, Bembo, Bernardino da Feltre, Bernardinus Senensis, Bladus, Blondus, Boetius, Borromeo, Canobio, Caracciolus… Picus Mirandula… Salis s. Trovamala, Zileto… 68 fra incunaboli, cinquecentine e seicentine»; ecc. ecc.

Fatta questa annotazione accorata, su riferimenti rigorosi scelti fra tanti, rientro nel merito delle mie riviste.

 

4. Riscontriamole, dunque, per un rapido orientamento. Quante sono le riviste di cultura che si stampano oggi in Italia? Una risposta esatta non è possibile; perché, insieme alle riviste importanti o anche solo note, che si trovano almeno nelle grandi librerie e in certe edicole centrali delle grandi città, girano – come pesci fuor d’acqua – tante riviste minori, le cosiddette «rivistine», che arrivano a intermittenza attraverso percorsi particolari, spesse volte diretti.

Per avere almeno una pezza d’appoggio si può prendere come riferimento La rivisteria, catalogo di periodici di cultura italiana, curato da Bea Marin e finito di stampare il 1° giugno 1983 per conto del Centro riviste di Milano. In contemporanea, come controllo e momentanea integrazione, si potrebbe far capo al volume Catalogo dei periodici italiani 1981 a cura di Roberto Maini, pubblicato nel gennaio 1981 dalla Editrice bibliografica di Milano. In questo, nelle prime 176 pagine sono elencate in ordine alfabetico almeno ottomila riviste (non solo di cultura generale, è ovvio), con una media di 46 testate per facciata. La precedente edizione di questo repertorio era stata pubblicata nel 1967. La rivisteria, di 166 pagine, registra 437 testate culturali; e 38 case editrici di almeno due riviste. Gli editori con il maggior numero di testate in catalogo sono 5: Franco Angeli ne ha 30; il Mulino 24; Vita e Pensiero di Milano, Olschki e Licosa di Firenze 13 ognuno (quest’ultima, fra riviste edite in proprio o distribuite). Olschki, in una pubblicità editoriale che invia direttamente, elenca invece 32 riviste.

Per gli argomenti specifici si riscontra che la cultura generale è in testa con un largo margine, interessando 84 testate; segue la politica con 64; la storia con 60; la letteratura con 36; la filosofia con 34; l’arte con 28; l’architettura con 26; la poesia con 23; la critica letteraria con 20; il cinema con 13. Ultima è la semantica con una sola testata.

Riassunto così il quadro, sia pure con approssimazione, possiamo concludere che se le riviste elencate sono 437, almeno altrettante o forse più saranno quelle non catalogate per varie ragioni; dato che il lavoro di raggruppamento dei dati richiede premura e diligenza non solo da chi chiede, ma anche da chi deve o dovrebbe rispondere.

Comunque, se l’ipotesi non è lontana dal vero, si può concludere che circa mille riviste grandi e piccole di cultura (abbastanza ricche o annegate in una splendida ma inquieta miseria) girano per le strade editoriali italiane. Con quale e con quanta utilità? Assolvono tutte a un servizio richiesto? a una necessità? o si attribuiscono meriti non riconosciuti poi dai lettori, i quali le abbandonano subito al loro destino stentato, sotterraneo, sempre alla ricerca di piccole estenuanti rivalse? Per rispondere, almeno nel senso limitato da me voluto, credo sia necessario ricapitolare per uso comune quali sono da noi i canali di distribuzione delle riviste; tenendo presente che edicole e librerie hanno canali diversificati – e che il loro lavoro non è antagonista ma complementare.

Intanto suddividerei le librerie in quattro gruppi: grandi librerie centralizzate nelle metropoli (Milano, Roma, Napoli) o in alcuni centri universitari (Torino, Bologna, Firenze, Genova, Palermo), e direi che non sono più di trenta/trentacinque; medie librerie di varia, di scolastico e di cultura, ben dirette, attente ai dibattiti e ai venti, sparse qua e là, e ne conterei un centinaio; piccole librerie di provincia e piccole librerie ad accentuata specializzazione (una libreria alpina, una libreria naturista, una libreria delle donne, una libreria medica, una giuridica), e saranno fra tutte circa trecento; nel quarto gruppo stanno le cartolibrerie, e sono migliaia.

 

5. Un primo dato da rilevare è il seguente: là dove c’è molto movimento, nelle librerie cioè a più alta fatturazione complessiva, i fascicoli delle riviste si vendono ancora bene, spesse volte benissimo. Basti rifarsi, per avere il supporto di alcuni dati, alle librerie Feltrinelli, che godono di direzioni molto attive e attente e di una situazione di privilegio sia per l’ubicazione che per la possibilità ampia nei rifornimenti. La percentuale di vendita delle riviste, sulla base dell’intero fatturato mensile, è del 4% a Milano, del 3,60% a Bologna, del 4% a Padova, del 3% a Firenze; e nell’altro punto di vendita a Milano, comprensivo di una edicola, la percentuale sale al 25%. E allora occorre ricordare come sia la ristrettezza o addirittura la mancanza di spazio la prima ragione che avversa oggi la introduzione e la diffusione delle riviste in libreria. Infatti il rapporto spazio/vetrina per l’esterno e il rapporto spazio/bancone per l’interno si è molto ristretto a seguito dell’aumento delle novità annuali, semestrali, trimestrali, mensili; soprattutto per l’aggressività dei grossi editori, i quali si disputano questi spazi quasi fossero lotti di terreno, dietro l’incentivo ossessionante della pubblicità televisiva e giornalistica. E tuttavia, se riescono ad arrivare in libreria, le riviste sono esaminate e anche acquistate; con particolare attenzione ai fascicoli monografici.

Ma sia per la grande libreria che mantiene con la stampa periodica questo rapporto mai interrotto; sia per quelle, fra le medie e piccole librerie, che tengono vivo un interesse molto selettivo; un dato è ancora in discussione: lo sconto. Fino a non molti anni fa, lo sconto riservato al libraio per o dalla stampa periodica era mediamente il 10%. Per ripagare almeno in parte le beghe e il lavoro relativo era perciò indispensabile una vendita minima di venti fascicoli per testata. Oggi gli sconti sono quasi tutti uniformati al 20%; molti, al 25%. Eppure non è ancora uno sconto remunerativo. Sono convinto che occorrerà presto uniformare gli sconti della stampa periodica agli sconti dei libri, cioè sullo standard del 30%; ma ritengo che in seguito, uno sconto competitivo e che solleciti o giustifichi la voglia di fare dovrà salire al 35% – se si considera il lavoro minuto, molto brigoso, che inerisce alle riviste, con l’obbligo inoltre periodico di rimandare le giacenze con le spese di porto a carico del mittente.

Ma per ritornare al primo problema di fondo, mi pare dunque che il problema realistico e urgente, per le riviste, sia quello di riverificare e ricontrollare tutti i buoni centri di vendita ancora in atto (e per fortuna resistono, sparse qua e là, splendide librerie che funzionano); mentre, per coprire i vuoti, bisognerebbe ridisegnare una mappa delle necessità e dei desideri che ancora non c’è – né mi sembra in programma.

Oggi, un fascicolo di poesia, di millecinquecento copie, di centocinquanta/centosessanta pagine, con copertina cartonata e senza eccessive sottigliezze ma in una confezione non sciatta, costa sui due milioni e mezzo-tre milioni. Tre numeri all’anno costano perciò fra i sette milioni e mezzo e i nove milioni. A questi prezzi anche le piccole riviste giovanili, o di gruppi ridotti, autogestite, credo che debbano inevitabilmente fare i conti con una necessità, con la necessità di mercato. Cioè, che bisogna vendere almeno un poco; tanto quanto è possibile; spingendo per rendere le spese generali almeno sopportabili. E per non ridursi al silenzio.

Ma senza una distribuzione che sia aggiornata, o – meglio – nuovamente gestita, questo obiettivo non è perseguibile. Ed è qui il nocciolo della questione. Basti ricordare che un fascicolo di 180 grammi, spedito con tariffa ridotta e per stampa raccomandata, costa di francobollo 700 lire. Più generalmente, perché i problemi non sono mai rigidamente settoriali, sono convinto (con altri) che la difesa del libro dalla crisi di astinenza, e la possibilità di una prossima ripresa, siano soprattutto (o in gran pane) affidate alla nostra capacità culturale di ridefinire il ruolo e la capacità (nonché la volontà) operativa della distribuzione della stampa. Soprattutto dell’editoria minore e delle riviste in specie.

E poi la libreria è vista ancora da varie parti come l’angolo ombroso dei romantici; luogo di quiete insigne; o sogno realizzato delle giovani signore che vorrebbero fare qualcosa di personale, di creativo; o dei giovani dimezzati fra la voglia di fare e quella di sognare. Mentre in realtà, essa è luogo di scontro quotidiano, una piazza d’armi, in cui le idee si scontrano coi numeri, la cultura con l’Iva, Leopardi direttamente con l’equo canone, Peano con la denuncia dei redditi, in un susseguirsi di rapporti stretti, perché tutto va registrato, numerato, trascritto, rapportato, bollato, rubricato. D’altra parte, proprio dagli agglomerati editoriali, enfatici come elefanti pasciuti, la libreria viene considerata – al di fuori delle elegie ciclostilate – come quella parte di mare in cui le petroliere, dopo avere scaricato il greggio, sciacquano e lavano le cisterne.

Per tante ragioni, dunque, alcune rapidamente enunciate, libri e riviste, riviste e libri, da noi, non sono ancora allineati per la sfida con il Duemila. Intendo, come oggetti necessari di cui non si può fare a meno.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: saggi critici
  • Testata: Il destino del libro, di AA.VV.
  • Editore: Editori Riuniti
  • Anno di pubblicazione: 1984
Letto 1803 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:20