La poesia della grande rivoluzione silenziosa

È la poesia della standardizzazione. La poesia delle scale, cioè quella che è scesa o discende, non quella che sale o vuol risalire. È la poesia della carta che sta scomparendo e della parola che diventa immagine – avendo scavalcato anche i fumetti, che sono ormai protostorici. Ma voglio subito premettere che la mia intrusione in questa sede, senza alcuna autorità, trova l’unica e possibile giustificazione nella richiesta di dare atto, con qualche sommaria pezza d’appoggio, di un lavoro partecipato e abbastanza costante svolto in questi ultimi anni, in prevalenza, sulla o con la poesia povera. Tutto qui. Non essendo in molti ad attendervi e a pazientarci sopra (mentre molti, e alcuni dicono troppi, sono gli autori dei testi in questo campo), si può spiegare la ragione dell’ospitalità offerta; che penso di accettare affrontando come so il tema indicato e proponendolo non in modo approssimato o pretestuoso o elitario, ma con una attenzione che non si lascia distrarre e che non è benevola ma motivata. Se anche utile, in qualche modo, lo dirà alla fine il lettore, che pregherei benevolo, comunque.

Mi avvio rifacendomi e trascrivendo parte di un breve intervento di Monica Vanin pubblicato alle pagine 161/162 del quaderno numero due, autunno-inverno ’81, della rivista Abiti-lavoro, distribuito da poco; perché enuclea bene alcuni elementi e alcuni problemi interni alla tematica della poesia non ancora confezionata in prodotto librario e dunque dimessa; povera, perché si sta ancora cercando e si cerca in se stessa e non riesce a smuoversi dal basso: «Il viaggio attraversa attualmente la tappa della valutazione della mia storia, di quello che voglio dalla vita, di quello che sono e che so, delle direzioni da seguire – questo determina/determinerà il con chi. Non è una cosa facile. Sto continuando a bruciare l’ossigeno che si trova (ancora) in un orizzonte culturale/esistenziale tutto sommato, per grossa parte, “borghese” senza riuscire a trasmettermi la ragione e i riferimenti che dovrebbero dare dinamicità e una qualche solidità alla “cosa” che corrisponde a questo aggettivo tanto sciancato. Sono una figurina da mezzo punto nell’albo delle “intellettualità”; sono una figurina anfibia, praticamente proletarizzata, per dirla alla vecchia, ma non troppo. Respiro con le branchie e con i polmoni; finché succede, campo. O sono semplicemente ai margini di qualcosa a cui appartengo per storia, ma che non può più nutrirmi, perché si disfa… Ho il guaio di essere una donna, per di più. Non per fare del pietismo, ma pensate al mucchio di ricatti, dal profondo – e anche dalla superficie, cristo! – con cui faccio la guerra ogni giorno, Sono un tessuto talmente slabbrato e bucato che mi pare di stare a metà fra la mappa della superficie lunare, e un quotidiano emmenthal. Che maledizione vivere, cari miei… Certe volte penso che il nuovo non ci sia; che ci sia invece un nocciolo da scrostare costantemente, furiosamente, da difendere, da riconoscere – “valori”, in qualche modo, da pescare, ripescare, assemblare – da non “rimuovere”, da mettere alla prova… Io, ho cominciato da poco… Mi piace chi non si lascia sfuggire la complessità della vita, chi riesce a goderla e a non soccombere nel disastro, chi si ribella, chi cerca e non sta fermo, chi è sensibile… Stando così le cose. Come sto su “Abiti-lavoro”? E quest’area tragicomica in cui sto ficcata, è “antagonista”?».

In che senso la Vanin (che macera testi di dura tensione, spesso molto interessanti) riesce a cogliere, a mio parere, i motivi essenziali dei problemi, o almeno alcuni dei motivi essenziali, relativi a una comunicazione così «furiosamente» e «indisciplinatamente» di massa? Rispondo: soprattutto e innanzitutto quando riesce a equilibrare e ad abbassare, quindi a controllare, il denso liquame sentimentale che in molti tende, come elemento determinante, a inquinare – rendendola pasticciata e disarmonica – la polemica contro i contenitori e i depositari della poesia che possiamo chiamare «alta», quella riconosciuta dalle istituzioni editoriali, critiche, giornalistiche, accademiche.

La domanda di fondo, conclusiva, della Vanin è infatti: «come sto su Abiti-lavoro?». «In altre parole: Io adesso sono qui e voi mi riconoscete, mi volete, mi accettate? La mia domanda, lo ripeto a voi, è recisa e d’altra parte è dubbiosa perché anch’io non so (ancora non so bene) fino in fondo se vi riconosco, se vi voglio, se vi accetto. Per il momento so che cerco, tento, provo. E anche, ve lo assicuro, voglio».

Questo cercare di riconoscersi e di farsi riconoscere, di uscire fuori per tentare di avvicinarsi a qualcosa e a qualcuno che non tanto rassicuri ma che possa garantire in qualche modo «una continuità» nel rapporto, è un punto – il primo – che per il momento trascriverei in margine per riprenderlo in seguito e incorporarlo al mio discorso. Infatti, nello stesso quaderno una nota redazionale rincalzava che «questo di Abiti-lavoro è un invito a confrontarsi, a non disperdersi; a lavorare insieme». E anche questo invito è un elemento da annotare e da trascrivere a lato, per riprenderlo a futura memoria. Comunque è facile accorgersi che dai vari contesti si comincia a precisare e a delineare la figura della persona sola, che non cerca più per se stessa o non si riferisce agli altri per avere soltanto un consenso che la rassicuri, ma che si muove per riconoscersi in un lavoro da svolgere e da compiere insieme ad altri, quindi per partecipare a una impresa. La frase standard è ormai la seguente: ci sono anch’io. D’altra parte ogni gruppo che si sia consorziato ha come punto di riferimento immediato di essere via via sempre più organico, sempre più operativo; di riuscire ad amalgamarsi, a coagulare, per produrre e assorbire i nuovi dati; o esibire i nuovi problemi con «quella» comunicazione. Sottraendosi nello stesso tempo alle suggestioni volgari e bellettistiche di un mercato della letteratura e delle idee sempre più rigorosamente controllato circoscritto ed esasperato da leggi di potere, di mercato e di competizione.

Ma per precisarsi, questo appunto deve almeno poggiare su alcune conclusioni di una rilettura dello stato attuale della poesia nel nostro paese; nonché del suo commercio e della sua mercificazione (vale a dire – intanto – dell’uso del tutto strumentale che le amministrazioni regionali provinciali comunali e di quartiere fanno oggigiorno della comunicazione in versi, dei testi poetici declamati recitati sussurrati descritti gestualizzati e performatizzati, e dei relativi autori (sarebbe a dire: dei poeti).

Si può ricordare che la poesia agli inizi degli anni Settanta fuoriesce, con una certa esplosione che non sembra controllata, da una sacca rattrappita in cui era rinchiusa (magari senza affanno e con una certa condiscendenza) da secoli seculorum; e questo accade proprio quando, in concomitanza, l’involuzione dal politico al privato col conseguente rigurgito culturale pietrificato riprende corda e fiato dopo il bailamme teso caotico impegolato contraddittorio ma assai fruttuoso prodottosi a partire dalla metà circa del secolo.

Nel corso degli anni Settanta, tuttavia, il progressivo ritorno al privato induce – dopo i primi momenti di brivido per l’ombra di un piacere e di un rapporto che sembravano riconquistati – a riconoscere il profondo disfacimento di una solitudine ormai guastata, che non difende più dalle autentiche aggressioni del mondo e che, di conseguenza, né dà né ha più speranza (vera speranza di modificazione e di salvezza); e sembra non avere neanche più dignità nei suoi apparenti servizi sui sentimenti (e per questo non è capace di tutelarli o difenderli neppure per un momento). Perché questa solitudine non è più la solitudine dell’esistenza, cioè un vuoto che la memoria, o i sentimenti come fascino che essa ricupera, possono in qualche modo riempire; trascicando il filo rosso della propria storia, dentro alla quale ciascuno si annidava riuscendo così a difendersi e a difenderla. La nuova solitudine è assenza di storia, mancanza sia di una memoria «narrante», che sappia o possa raccontare le cose accadute dentro la propria vita e ancorare la barca in quell’approdo che riesce qualche volta a salvare dalle tempeste; sia di un sentimento d’attesa, dato che sono venute meno tanto la fiducia quanto la speranza di o nel futuro che gratifichi. Tutto ciò comporta non tanto un vuoto ma un raffreddamento nelle tensioni culturali dei nostri giorni (una perdita balorda e dolorosa, frenetica, di identità – troppo rapidamente e approssimativamente contestata); ed è per questo che i giovani tendono di nuovo a intrupparsi (lasciando i fratelli maggiori e padri e madri a vagolare soli e irati per la savana). Si cercano per avere modo di comunicare, di tornare a comunicare direttamente e di ascoltare altrettanto direttamente, cioè senza intermediazione.

Questo coagulare dei corpi; il quotidiano struscio di chi ha bisogno, per «essere», del continuo contatto con gli altri – quasi una verifica e una conferma dell’atto di vivere – sono determinati da una necessità, non da una situazione; da «qualcosa» ottenuto dopo averlo cercato, che tende quindi a essere e a restare definitivo e non transitorio (destinato a consumarsi in fretta).

Omero «fa» e «dice» poesia in grandi spazi ancora da consumare e liberi da ombre; Ariosto, Shakespeare «fanno» e «dicono» in centri di grande cultura, definiti, ristretti, preziosi, circoscritti, identificabili (e voci, se alzate, riempivano completamente la notte, arrivavano a tutti e svegliavano perfino i galli della campagna vicina); Goethe a Weimar è tutto dentro la straordinaria natura che lo difende preserva e solleva, in parchi lavorati come quadri e difesi perfino dal fulmine per l’uso del principe, in una limpidezza da brivido. Esenin può uccidersi ancora una volta, l’ultima, per amore, raccogliendo il cuore in una foglia; e può andare da Mosca a Parigi in treno impiegandoci una settimana – con l’agio di poter riempire, se l’avesse voluto, un quaderno con versi o con note di viaggio o con riflessioni più generali, stimolato dalla locomotiva a carbone. Voglio dire che gli spazi erano ancora aperti e si tendevano molli come elastici; anche se dentro a un bisogno culturale di delimitarli, configurarli. Ma non erano ancora spennati, non erano stati uccisi. Perfino all’inizio degli anni Cinquanta, qua da noi, Pasolini poteva cantare i corsi d’acqua del Friuli – un piccolo residuato di guerra nel paradiso – splendidi e azzurri non sporcati da terremoti, da lottizzazioni o da scempi vari. Ma oggi. Oggi, che abbiamo le lenti degli occhiali coperti di smog dopo mezz’ora di passeggiata lungo il mare, e affoghiamo quietamente nella polvere amara dei gas di scarico, cosa possiamo dirci e aspettarci per noi, se vogliamo difenderci dal potenziale di morte sopravvenuto nelle cose, attaccandoci alla vita; che è anch’essa presente e relegata fra le intersezioni delle cose (con le sue ragnatele minute)?

Tutto questo argomentare, occorre precisare, non è del sottoscritto ma è piuttosto riferito e dedotto dagli interventi poetici di tanti giovani, che sono quelli che ci camminano accanto per le strade. Io, per me, potrei precisare: chi è che fa poesia e che cosa comunica la poesia e come è possibile (se è ancora possibile) comunicare con essa, nell’età dell’informatica; ad esempio a Città del Messico, che è quell’agglomerato spaventoso di oltre diciassette milioni di persone che tutti, direttamente o indirettamente, conosciamo? E quali saranno i testi poetici, in quella stessa capitale, nel Duemila, se è vero che allora avrà raddoppiato gli abitanti? La poesia potrà ancora fungere da riparo e camicia; o si rifugerà in cielo trascinandosi via da terra come un aquilone impazzito, mentre la enorme periferia sarà un letamaio di escrementi?

Anche se alcuni personaggi giustamente importanti e intelligenti qualcosa hanno preveduto in merito e qualcosa argomentato e qualcosa ammonito mettendo un poco in allarme (e scrivendo con matita fine, secondo l’uso dell’intelligenza e della buona cultura), si può dire che nessuno ci ha dato fino ad oggi, tutta intera, la mappa delle nuove necessità e dei nuovi grandi pericoli; delle novità «reali» che si sono create con rapidità furiosa e sovrabbondante in questi ultimi anni; quindi dei nuovi sistemi di lettura (e anche di scrittura) occorrenti per interpellare senza indugio il mondo che abbiamo intorno – e senza lasciarci ritardare dai piccoli infami scrupoli, da tiepidezze di idee, dai tanti sospetti generici che ci avvolgono ogni giorno come una ragnatela, causandoci vecchiaia. Tanto più quando si tratta della poesia (che è l’oggetto minuto di questo nostro discorso), che tanti insistono ancora a definire «inutile», che ha misera e lenta mercificazione in quanto poco si legge, anche se – come sembra – molto si consuma (specialmente come momento di riflessione dentro alle «feste» gestite e allestite dai pubblici poteri. Qua da noi).

Poi c’è l’altro modo di parlare di poesia; il modo ufficiale; cioè del bello e del brutto, del buono e cattivo, della poesia che dura, della poesia che assicura al suo autore la resistenza contro il tempo di quella che finisce nell’antologia o al pantheon, al campidoglio, nelle gipsoteche, nelle biblioteche e che infine si manda a memoria per gli esami scolastici.

Non intendo parlare, né posso parlare, mi pare chiaro, di questa poesia tutta in ghingheri, che non sopporta senza offesa e insofferenza le intrusioni (tanto che da questo versante i sorrisini di compatimento si sprecano nella direzione dei giovani o giovanissimi autori e di quanti si perdono dietro a queste lucciole sderenate). Con molta indifferenza alle voci circostanti o sovrastanti, parlo proprio della comunicazione in versi non ancora incasellata e che non si lascia incasellare (sfuggendo a ogni controllo); quindi libera; sottratta al giogo e al gioco delle varie contrattazioni. È vero che questa poesia dilaga tanto che alle volte sommerge, ma al modo o a un modo che mi sembra naturale, direi necessario; così come l’acqua sovrabbonda in certi luoghi e in certe stagioni; o al modo in cui nelle metropoli s’ammucchiano i rifiuti, si infittiscono i ragazzini per le strade, c’è eccedenza di mele, di zucchero (o anche di caffè). Parlo dunque di una eccedenza necessaria, inevitabile, strutturale e vitale; destinata semmai a proliferare e a diventare un dato fermo della comunicazione (scritta parlata cantata); quindi della cultura in generale. Lo sottoscrivo senza particolari emozioni ma come il dato di una situazione di fatto che ormai «è». La domanda relativa credo possa essere la seguente: cosa scrive, come scrive il ragazzo di una periferia di grande città (di Città del Messico, per esempio)? Come Borges, che dispone di una grande biblioteca? O ha gli empiti oratori, ancora resistenti, di Neruda? O la decisione colta, lungimirante di Alberti? Sa qualcosa d’altro oltre che tastarsi il corpo per riconoscersi di essergli ancora dentro? e di non sognarsi soltanto la vita come un’ombra infuriata? E per rientrare fra le nostre quattro mura: un giovane giovanissimo italiano che ha solo un rapporto di droga (magari) e di qualche canzone in concerto; che non ha lavoro e neanche lo cerca più perché non può trovarlo; che non ha casa e neanche la cerca più perché non può ottenerla; che non può sposarsi perché come il lupo della prateria non ha né conosce alcun buco dentro a cui imbucarsi; che non può fare in generale alcun investimento per il proprio futuro; e che quindi, per ironica opposizione, non intende produrre «speranza» per non invelenirsi oltre il lecito e il sopportabile; che ruba i libri non potendoli più comprare dai negozi o dalla biblioteca di quartiere, di scuola, di università; bene questo italiano di anni venti che poesia può scrivere? Oppure: che poesia deve scrivere? E dove scriverla? Come, quando?

È di questa poesia che intenderei parlare per un momento; di questa poesia quando è scritta e dopo che è stata scritta; premettendo che la comunicazione in versi si sta affrettando verso un canale «parlato» (di dizione diretta, a voce); che è ancora agli inizi nella sua complessità e che, perciò, propone ancora oggi (è necessario precisarlo) una affabulazione incerta e sovrapposta, che identificherei con una forma inviluppata, infuriata e anche imbarazzata di improvvisazione. È come stracciare dei veli che coprono qualcosa. Ma intanto sulla poesia «scritta» si può affermare che la lingua è quasi sempre l’assemblaggio di segni i più indifferenziati e talvolta anche i più affrettati (per libera scelta). Questa operazione è compiuta con una approssimazione spesso abbastanza selvaggia (decisamente violenta); con una insofferenza che al primo impatto può sembrare anche offensiva per la sua superficiale volgarità; mentre quasi sempre non è altro che una ironia molto responsabilizzata nella sua ingenuità solo apparente, e mescolata e manipolata con una paranoia quasi irresistibile all’interno del tradizionale sistema di segni che così appare del tutto esautorato di ogni residua autorità. L’archetipo di questa situazione di fatto è certamente da registrare – come momento storico e come ormai tante volte è stato ripetuto – nel livellamento prodotto sui modelli dialettali e sulla lingua ufficiale dalla «pressione» televisiva; ma adesso il «segno», svuotato di ogni possibile o residua ironia, di ogni forza oppressiva e funzionale, tende piuttosto a ricostituire uno specifico «cantato», appoggiato a rilievi sentimentali, ma senza troppo sforzo, senza patemi formali. Direi che è in atto una riappropriazione delle istituzioni linguistiche tradizionali per un uso «sfatto», un poco ironicamente sciammanato e rapido della richiesta di comunicazione poetica, con risultati di ossessiva diversità. Si può notare, con prevalente esemplificazione, inseguendo la «quantità» e la «qualità» dell’aggettivazione, continuamente riferita a prototipi: il cielo è azzurro, la fame atroce, il mare verde, il mattino limpido. I neologismi, che in un passato abbastanza prossimo sguazzavano come pesci nel piccolo mare di questi testi, sono magri e scarsi e non danno quasi mai peso; anzi, tendono essi stessi a codificarsi quando vengono mescolati nell’uniformità un po’ rallentata e un po’ polverosa di questo linguaggio che sembra, sempre, parlato in cucina. Declassando il linguaggio o il «piccolo segno» da ogni mandato che rinnovi oppure che prema sul reale, a che cosa può tendere o vuole tendere questa poesia che si insegue e preme proliferando in modo quasi viscerale, quindi senza tregua? Tende, se non sbaglio, a ricostituire una propria unità (o la propria unità) dal frammentario dell’approssimazione che è in atto e che sussiste; dalla mescolanza ibrida dei segni e dei suoni nell’atto di essere ascoltata (una volta avrei potuto scrivere soltanto: di essere letta) dallo spettatore/lettore.

Ma la poesia, questa poesia così circoscritta, non è ancora la poesia comunicata ad alta voce che si manifesta e forse un poco rigurgita qua e là per l’Italia in questi ultimi anni. Perché la poesia che si legge ad alta voce, la poesia che è detta, è quasi sempre una poesia prima scritta e poi raccontata; anzi, quella verbale è una seconda comunicazione, una comunicazione indotta. Il manoscritto resta comunque il suo ricettacolo rituale e privilegiato. Mentre la «poesia da dire» ha i suoi segni fissati in una forma di grande (direi: dolente, tragica) approssimazione. Sussiste consapevole della sua fragilità e dell’effimero che l’accompagna. E il passaggio dalla prima forma di comunicazione – che si deve dire o si propone per la lettura – alla seconda – che esige esclusivamente l’attenzione dell’ascolto – stabilisce anche una specifica diversità nella quantità dell’utenza (naturalmente non parlo della qualità). Infatti sono più numerosi, molto più numerosi coloro che ascoltano (e magari ascoltano volentieri) la poesia di quelli che la leggono, quindi che comperano i testi relativi. È diverso il comportamento del pubblico rock, che oltre a partecipare direttamente all’ascolto è anche un sollecito e abituale acquirente delle incisioni. Confermando che la crisi congenita all’editoria «poetica» non è un problema di costi (come insinuava con ingenua approssimazione la sociologia degli anni Sessanta) ma una educazione completamente diversificata nell’uso e nel consumo della comunicazione; una diversa necessità; che coglie la situazione reale della cultura giovanile (e questa non si lascia scappare nulla d’importante).

Quanto detto può trovare un’altra conferma nel disinteresse quasi generalizzato che i giovani autori di testi poetici hanno fra di loro e per gli anziani loro coevi (a parte certi classici ormai rnuseografati). Non si cercano per conoscersi, se non in rare occasioni; non provano reciproca curiosità di confrontarsi leggendosi; neanche soggiacciono a un sentimento di normale competizione. Sembrano operare per compartimenti stagni, refrattari. La loro offerta resta prevalentemente consegnata a una richiesta di attenzione sul momento, quindi alla pazienza di ascoltare. Si esaurisce in quell’atto condiscendente; compiuto il quale, lo strumento vocale viene metaforicamente rinchiuso nel cassetto e il concertino aggiornato fino ad una prossima udienza (o a una prossima urgenza, determinata da motivi esistenziali).

Questo stato di cose, che non è inventato o interpretato ma reale, sembrerebbe far prevedere a breve scadenza una crisi, forse inarrestabile, della comunicazione poetica scritta; magari a favore, o a vantaggio, del segno verbale o gestuale o visivo; o di tutti insieme, in competizione fra loro. Ma anche di questa situazione generale e dello scontro in atto (una battaglia palese e decisiva) i gestori giovanili della comunicazione sembrano non preoccuparsi o interessarsi; in quanto, per il momento, il bisogno di suggerire e richiedere ascolto è legato a situazioni e a circostanze immediate, facilmente riconoscibili e abbastanza facilmente controllabili; e che, oltre all’urgenza già citata, richiedono spazi umili, poveri, limitati, quindi ottenibili senza sforzo.

Ne conseguirà certo una crisi del libro come raccoglitore «deputato» e tradizionale dei segni scritti; ma una crisi di forma diversa dalla crisi patologica di cui il libro soffre da sempre, qua da noi. Del libro non come oggetto mercificabile e mercificato ma come oggetto di conservazione. E come quotidiano casalingo museo dei segni. Una crisi che sta preannunciando il completo rovesciamento del sistema di comunicazione scritta fino ad ora in uso. La straordinaria fascia di ascolto giovanile (sempre in aumento) dei messaggi cantati – nel corso degli ultimi vent’anni – avrebbe dovuto fare riflettere in merito più a fondo e più a lungo di quanto non sia stato fatto – a parte le periodiche e folkloristiche inchieste dei quotidiani. Invece, sia i pochi tempestivi interventi, sia le svariate smazzate di articoli frammentari e approssimativi, hanno tardato fino ad oggi a legare questi problemi e a riferirli in modo organico, continuato alla comunicazione poetica dei giovani e alla conseguente riflessione sui termini in dettaglio; così che adesso c’è scarsa convinzione e parecchio sospettoso disinteresse sul cambiamento in atto di pelle e di colore del segno poetico, in riferimento ai nuovi «consumatori» – assai esigenti e diversificati. Come annotatore all’interno di una situazione in svolgimento, mi farebbe piacere ricordare che in merito a questo problema si stanno già profilando alcune utili conclusioni, magari anche solo parziali. Invece è onesto riconoscere, come punto della situazione, che al di fuori delle giuste analisi i risultati concreti sfuggono o sono mediocri, incerti, inquieti. Però è altrettanto vero che tutta l’area del consumo di comunicazione giovanile è in movimento; ed è una utenza allargata. Quest’anno, pertanto, ci sarà un infittirsi delle parole dette, al chiuso o in piazza. E staremo attenti a vedere – o ad ascoltare. Tenendo magari presente quanto scrive Mandel’štam nel suo saggio «Della natura della parola»: «le forme letterarie si avvicendano; le une cedono il posto alle altre. Ma ogni cambio di guardia, ogni acquisto è accompagnato da una perdita, da una privazione. Non ci può essere nessun meglio, nessun progresso in letteratura, per la semplice ragione che non esiste nessuna macchina letteraria e nessun traguardo a cui si debba arrivare prima degli altri». Aggiungerei soltanto che quello che abbiamo intorno non è un traguardo ma un panorama «aperto» in cui non sussiste niente di intatto e di definitivo; nulla che ci leghi con qualche rassicurazione al passato della nostra memoria culturale o a un futuro che stia dentro ai binari. Oggi, tanto più oggi non serve arrivare prima, ma arrivare; e arrivare senza affardellamenti precostituiti. Meno contratti, più disponibili, con una attenzione insistita e interessata sulle novità del reale, dilacerato e risplendente dentro alla tempesta che ci sta seguendo. E forse al modo ebbro e irregolare con cui si avventano, verso gli anni che vengono, i giovani. I quali non possono più restare soli, isolati, a causa del peso impressionante che i giorni caricano sulle loro spalle. È per questo che sono in mutazione continua; che si cercano, si trovano, si lasciano. Tentandosi, di volta in volta. Poi scomparendo nel nulla. Quindi ritornando, con altro nome, con altra veste, con altri segni. Poesia, musica. Come dice Roberto Antoni nelle «Stagioni del rock demenziale»; «I Defo cambiarono il nome in Atrox, poi in Black Maria (pronuncia; bleckmaraia), poi scomparvero e i nastri rimasero alla Impressive Records».

Via. Lasciando traccia di suoni. Di alcune parole. Di qualche componimento completo. Come gli antichi popoli scomparsi sotto l’acqua o sotto la sabbia. E magari ricomparendo da tutt’altra parte rivestiti da re. Con grande compagnia.

In questo secolo eccezionale e difficile tutto è possibile, tutto può accadere. Basta non accontentarsi di aspettare.

È il tema di fondo della poesia a cui mi riferisco.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: saggi critici
  • Testata: La poesia in mostra: quarantacinque autoritratti a voce alta, a cura di Stefano Mecatti
  • Editore: Le lettere
  • Anno di pubblicazione: 1982
Letto 1697 volte Ultima modifica il Venerdì, 24 Maggio 2013 14:26