La mia piccola Atene emiliana. Pieve di Cento, e altri luoghi

Indice

 

Introduzione

di Sergio Maccagnani

 

Premessa

di Graziano Campanini

 

Conoscere Roberto Roversi

di Alfredo Taracchini Antonaros

 

ROBERTO ROVERSI

Pieve di Cento

Un nonno di nome Umberto

Pivaza!

La Casa del Pioppeto

La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

 

Altri testi

Imola

San Marino di Bentivoglio

San Giovanni in Persiceto

Malalbergo

Teramo

Civitella del Tronto

Il Po è un fiume

 

 

***

Introduzione

 

La profonda amicizia che ha legato Roberto Roversi a Pieve di Cento, per la nostra città ha assunto e assume tuttora molte valenze. Quando in una comunità così unita, da una delle sue famiglie più note esce un poeta e scrittore che assurge, coi suoi testi ed i suoi scritti, ad una notorietà di carattere nazionale, questo diviene un onore da portare nel cuore e nella mente per sempre. Se poi questa persona, dal punto di vista umano e del suo comportamento, si è dimostrata sempre amabile, gentile, affettuosa, schiva, aumenta ancora di più questo suo valore perché l’umanità mostrata e vissuta in tanti anni diventa un modello proponibile a tutti e soprattutto alle giovani generazioni.

Se poi, ancora, la città diventa oggetto di una donazione di tutto l’archivio di lavoro, il rapporto che si ha con Roberto Roversi, poeta e uomo di cultura, non può che diventare estremamente forte e inscindibile.

Il suo materiale, donato agli archivi comunali di Pieve di Cento, ci porta ad essere testimoni e custodi di una ricchezza d’informazioni e notizie che riguardano larga parte della storia della poesia, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai primi anni di questo. Dunque, l’impegno che ci assumiamo è non solo di conservare questo archivio secondo le modalità lasciateci da Roberto Roversi, ma di cercare di mantenere vivo nella memoria collettiva il suo lavoro, la sua capacità umana e professionale. È anche per questi motivi che l’Amministrazione Comunale ha pensato di dare alle stampe questo volume che raccoglie una serie di racconti e testi che Roversi ha scritto per Pieve di Cento e per il territorio circostante.

Ci pare un piccolissimo ma doveroso omaggio alla sua figura, un mezzo per far conoscere ai giovani il nome e la storia di questo scrittore, un modo per conservarlo nella nostra identità e memoria collettiva.

Ringrazio quindi la direzione scolastica dell’Istituto Comprensivo per averci concesso di presentare questo volume ai ragazzi delle scuole medie, la casa editrice Pendragon per l’ottimo lavoro svolto, la Coop Adriatica per la collaborazione economica che ci ha permesso di realizzare il volume e la mostra fotografica che l’accompagna in un momento difficile per il Comune, che comincia appena ad uscire dai disagi del terremoto.

Ma il ringraziamento principale va a Roberto Roversi, un amico della città.

 

Sergio Maccagnani

Sindaco del Comune di Pieve di Cento

 

 

Premessa

 

In un luminoso mattino del settembre 1981 arrivò a Pieve di Cento Roberto Roversi; doveva fare un articolo per «L’Espresso» e voleva parlare di Pieve di Cento, città nella quale era vissuto da ragazzo – vi era nato il padre, che dopo la laurea aveva fatto proprio qui il medico condotto – e dove ancora esisteva la grande casa che fu della sua famiglia. Arrivò accompagnato dalla moglie Elena guidando una Mini Minor azzurra.

Io, allora assessore alla cultura, e il sindaco Eugenio Ramponi lo ricevemmo e lo accompagnammo a prendere visione delle opere di carattere culturale a cui stavamo lavorando o che avevamo già realizzato.

Ci sentivamo naturalmente onorati di quella presenza, felici che un poeta che conoscevamo per la sua fama scrivesse di noi su una delle riviste più importanti d’Italia. Gli mostrammo la biblioteca, inaugurata nel ’79, la Pinacoteca, aperta l’anno dopo, la Porta Asìa con il Centro di documentazione sulla lavorazione della canapa, aperta da pochissimi giorni.

Lo portammo in giro per le vie del centro storico dove già si vedevano i lavori che il pubblico e il privato stavano facendo per trasformare la nostra città da “vecchia” ad “antica”.

Eravamo allora impegnati a trasformare l’idea stessa che noi, i nostri cittadini, gli abitanti dei paesi limitrofi avevano di Pieve di Cento. Riscoprendo le sue radici, il suo cuore antico, il suo patrimonio storico-artistico fatto di quadri, statue, palazzi nobiliari, chiese, insomma di tutto il tessuto urbano. La città non sarebbe più stata un luogo di “forti bevitori e ladri campestri”, ma un luogo dalle tradizioni antiche, frequentato nei secoli da artisti, poeti, letterati, che aveva dato una non piccola parte alla storia dell’arte nel cuore dell’Emilia Romagna.

L’articolo poi, confermò l’entusiasmo che eravamo riusciti a trasmettere a Roberto e alla sua appassionata moglie, aiutati in questo anche dalla notevole qualità della cucina della Locanda della Tramvìa, arricchita dai racconti sulle gare di velocità dei piccioni viaggiatori che Giorgio, il proprietario, utilizzava per condire i piatti cucinati dalla moglie.

Pieve, “una piccola Atene emiliana”, così ci definì Roberto. E questo viatico ci ha aiutato, direi ci ha “costretti” a mantenere fede a quel progetto. Così l’amicizia con Roversi si è mantenuta fino alla sua morte, e continua ancora oggi, nel ricordo.

In qualche occasione, che questo libro ben documenta, ha scritto per Pieve, per alcuni libri che man mano venivano pubblicati sul patrimonio artistico e antropologico della città. Per l’inaugurazione della Rocca e del Museo Civico, nel 1994, scrisse Un nonno di nome Umberto, testo per il libro fotografico di Tiziana Bertacci. Quando abbiamo fatto la mostra dedicata all’acquisizione della collezione fotografica di Giovanni Melloni, fotografo pievese dei primi del Novecento, ci regalò un altro testo bellissimo per il catalogo Quattro porte ai quattro venti (1992) – testo e volume oramai entrati nella leggenda pievese.

La Casa del Pioppeto scritto per il volume da me curato Nature d’emozione nel 1997, e così via.

È iniziata così, e proseguita negli anni, una frequentazione fatta di rari ma solidi incontri, alla Libreria Palmaverde o a casa sua, in un dialogo con lui e la moglie dove l’interesse per le vicende della città erano sempre nel suo cuore.

“E come va, alla Pieve?”, “Cosa dicono alla Pieve?”; l’interesse e l’affetto per la città era ricambiato dalla stessa e dall’amministrazione, tant’è vero che Roberto nel 2006 con una sua lettera ha affidato agli archivi del Comune il suo archivio privato di lavoro.

“Signor Sindaco […] sono lieto e in ogni modo onorato che il Comune di Pieve di Cento da lei presieduto e da me amatissimo, abbia dato seguito, accogliendola, alla mia proposta, da lungo tempo determinata, di affidare in donazione il mio archivio privato di lavoro”.

E così la “sua Pieve” è diventata erede di gran parte del suo archivio; è un legato che onora la città e al quale la stessa cercherà, ora e in futuro, di esserne degna.

 

Graziano Campanini

 

 

Conoscere Roberto Roversi

 

Altri diranno che scriveva col lapis e cancellava con la gomma, o con una riga. O che rifiutava di farsi pubblicare, di fare dibattiti, di andare in tivù e di ricevere premi. O che era schivo e che si era costruito un esilio tutto suo, per stare legato, attimo dopo attimo, al mondo. O che i suoi occhi azzurri erano loquaci quanto le sue parole. O che il suo sorriso incantava. Ma ora, qui, vorrei tentare di dire altro. Ad esempio che, per tutta la sua lunga intensa vita, Roberto Roversi è stato giovane. Un giovane autore che ha pensato a come rifare il mondo. Ci ha lasciati, quasi un anno fa, in un tempo di nebbie, lui sempre legato alla convinzione, austera e intransigente, che quello che occorre – se si ha il desiderio urgente di cambiare l’esistenza – è una visione forte e larga del futuro, capace di riconoscere il passato, quel che è successo e quanto ora accade intorno. Una visione capace di leggere la realtà e descrivere, finalmente, il quotidiano, a partire dalle piccole cose (come molte di quelle raccontate in questo piccolo libro), ridando così alla scrittura la capacità di guardare la realtà. E di provare indignazione per l’ingiustizia, per l’umiliazione procurata ai più deboli, e allo stesso tempo, a chi legge, la voglia di cambiare davvero le cose. Per questo lo hanno definito un poeta civile. Perché, sempre, si è interessato più delle cose accadute per le strade e sulle piazze, che di quelle che gli proliferavano dentro il petto. Lui preferiva sentirsi un elaboratore culturale. Uno che, con i suoi testi, evitava di compiere operazioni del tutto private, ma che voleva invece discutere i problemi del suo tempo. Anche per questo ha sempre avvertito certe fughe idilliache della poesia come una pestilenza dell’arte. Robaccia, scorie e sbrodolature estremamente negative da superare, da scartare, da emarginare. L’arte, per lui, è stata impegno e non un nirvana. E neppure un rifugio nel passato. Solo un dovere a comprendere e descrivere la realtà e i problemi del suo tempo, in maniera precisa, sulla carta, con gli strumenti della scrittura e del linguaggio. Ha amato Campanella fin da giovane anche per questo. Sino agli ultimi giorni della sua esperienza, quando era già malato, mai ha dimenticato che la poesia serve solo se sa generare speranze. E se la speranza sa scatenare passione e una visione del mondo più grande della violenza che schiaccia i deboli, gli umili, gli indifesi. Lo ha fatto anche quando aveva avvertito che persino nella sua Emilia, in queste terre in cui era cresciuto e vissuto, ormai si viveva in un tempo arretrato, perché s’era esaurito e smarrito quel senso di comunità, in passato così forte e saldo.

Roversi è stato un poeta etico. Sul senso metafisico della parola “etica” rimando ai sacri testi. La uso qui solo per dire che quest’uomo – che mi è stato maestro ed amico – (pur vivendo in un Paese facile alla corruzione, tarlato dal malaffare, insofferente alle regole, ingiusto nel gestire la giustizia) mai ha dimenticato che ciascuno di noi ha un prezzo. E che è “etico” solo l’impegno – quotidiano, testardo, accanito – a tenere quel prezzo più alto possibile. Fuori mercato, ai limiti dell’inestimabile. Lo dico perché da questa sua convinzione scaturiva, a mio parere, la sua tolleranza, il suo altruismo, la sua indignazione, la sua forza a comprendere le debolezze degli altri, e il facile piegarsi di molti, di fronte al Potere, per diventare servi e solerti. Del resto anche alcuni degli scritti riportati in questo libro gli furono richiesti e commissionati da persone che – nei bagordi e nelle bisbocce del craxismo, del compromesso storico, delle tivù commerciali, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – sono poi passati da una barricata all’altra, da una trincea a quella opposta, da un estremismo a quello contrario, conquistando, quasi sempre, prebende, poltrone e comodi benefici. Nella storia questo è sempre accaduto, ma è bene, ogni volta che ciò si ripete, ricordarlo.

Roversi, invece, ha preferito spendere gran parte della sua vita – austera, lucida, giovane, schiva – nelle poche stanze in affitto della sua libreria e della sua casa, nel centro di Bologna, ancorato all’intransigente consapevolezza che solo guardando il quotidiano a partire dalle piccole cose è possibile coltivare lo sdegno (unico rimedio all’indifferenza) e il desiderio urgente di cambiare l’esistenza di ciascuno e i profili del mondo. La parola e la poesia le ha usate per dire solo questo. Sempre attento a quanto accadeva sotto i portici della sua Bologna, ma anche nel Vietnam bombardato, nella Roma delle prebende e dei traffici loschi, o sotto le dittature dell’Asia e dell’America Latina, o nel Sud umiliato e violentato, dove la natura e la gente è quella del Paradiso, ma dove nulla funziona, se non l’arroganza e l’umiliazione dei deboli. L’ha fatto anche cercando di dare un profilo – attraverso le parole, la riprovazione, la memoria, la pungente analisi dello stato dei fatti – a quello che, in sintesi, potremmo chiamare il suo contorto rapporto con la sua terra. La terra di Roversi è stata soprattutto l’Emilia, Bologna, la periferia degli sfasciacarrozze (figura da lui spesso usata per fotografare il degrado e il declino), ma anche la provincia e le sue campagne. Sembrano ambiti ristretti, eppure il suo è stato un lungo viaggio, in un tempo particolarmente difficile, all’interno di un laboratorio sociale dove ribollivano idee, dentro un pianeta ancora in gran parte da esplorare, di cui le pagine che seguono sono una specie di diario di bordo, di rotte e tempeste sulla sua Bologna, e sull’Italia intera (“sepolta sotto la neve”, che è il titolo di uno dei suoi libri più intensi), o arsa e spaccata dall’agosto, quando “crepita il sole alto arido fuoco” e “la terra è nel velo dell’estate” (Dopo Campoformio). Rotte eviaggi che l’hanno portato, dalle pianure dell’Emilia, ad alcuni angoli della Romagna e delle Marche (dove aveva amici cari), poi più giù, fino a quell’Abruzzo dove era nata la sua Elena e dove, per qualche anno, aveva passato estati serene, fatte di letture e di scrittura.

Queste pagine ritornano, di quando in quando, su momenti, spazi, sapori, presenze che il tempo, come quasi tutto di ciò che è appartenuto al Novecento, ha ormai cancellato, stropicciato o sepolto. La sua terra – per lui nato a Bologna nel 1923 da una famiglia di origini pievesi – era anche, come testimonia ampiamente questo libro, la Pieve di Cento dove aveva trascorso momenti teneri della sua infanzia. Ma credo che sbaglierebbe chi leggesse queste pagine nell’ottica di un confuso intreccio di identità, tradizione, cultura, appartenenza, radici, eccetera. Roversi è stato sempre troppo lucido per sapere bene che l’identità di ciascuno è un oggetto indefinibile. Che le radici di ogni uomo si espandono nelle tenebre e che, scendendo in profondità nel terreno, le radici si allargano. E più sono ampie, più la pianta è forte e solida, ma anche incosciente delle sue radici e delle loro dimensioni. E che nessuna identità si costruisce sul nulla, ma solo nel confronto e nello scambio con identità diverse e con altre storie. E che l’identità di ciascuno è tanto più solida, quanto più la capacità di confronto e di scambio si fa forte. E che ogni tradizione è solo un’innovazione ben riuscita, e che, per questo solo motivo, è da tenere bene a mente, in attesa che succeda qualcosa di meglio che, prima o poi, comunque accade. Pieve di Cento e la sua Bologna sono luoghi amati e riamati. Nonostante le molte delusioni. Luoghi guardati in ogni caso, sempre, con affetto. Ma anche con diffidenza, soprattutto la Bologna carogna, arrugginita e smagata, ma da amare comunque, la Bologna che “negli anni ’50 e ’60 era inimitabile, vitale” – scriveva Roversi – “e venivano dall’estero a esaminarla come corpo fresco, operativo. Ora è come passare in una camera mortuaria. Si è uniformata alle altre città. Si lascia vivere, polverosa, grigia. Non ha più voglia di reinventarsi ogni giorno”.

Va anche detto che l’esperienza della sua lunga vita è stata, come accade a quasi tutti noi, un viaggio d’allontanamento dalle radici e dal guscio originale. Poi accade – quando gli anni si fanno tanti e il corpo inizia a cedere – che ogni viaggiatore, che tanti spazi ha percorso, avverte il dolore della distanza. È un’amarezza che si fa acuta. E si sente appesantito, il viaggiatore, dal troppo carico del lungo viaggio d’andata e di quello di ritorno, che si aggiunge al viaggio d’andata ma non lo annulla. Accade, quando la vita che resta si fa breve, che si desideri solo un approdo su cui posare i piedi e dove mettere in ordine cose, prima della fine.

Roversi – nel suo instancabile scrivere – questo difficile attracco l’ha cercato, di nuovo, nella sua terra. L’ha voluto raccontare in una delle sue ultime poesie, scritta pochi mesi prima della sua scomparsa. Una poesia così forte e grande che la trascrivo tutt’intera per due motivi che voglio esporre. Il primo è politico: la sua passione e la sua lucidità hanno saputo far diventare la parola “patria” (finalmente, per una delle prime volte) un suono dolce, carico di tenerezza, legato agli interessi e ai bisogni degli ultimi e dei deboli del pianeta, ma anche di quelli per i quali la patria, da sempre, è il mondo intero. Il secondo motivo è che questa poesia spiega meglio di qualsiasi commento cosa sia stata, per Roversi, la sua terra.

 

Patria è una parola che mi cammina sul cuore.

E poco mi importa se i laici cittadini del mondo

possono irridere presuntuosi e arroganti.

Patria è la terra in cui riposa mio padre

in cui riposa mia madre, in cui riposa mio figlio.

E in cui anche mia moglie e io, molto

avanti a sdipanare il filo rosso della vita,

andremo lenti come la nebbia costante sulla

nostra amata pianura

a confonderci in una polvere d’oro

fra api fiori (e fieno)

(come avere, dopo il lavoro, quieto riposo

dalla lunga fatica).

Patria consolami. La Patria non chiama ma dà. Si fa riconoscere

subito per i benefici

di commozione dei sentimenti che suscita

                       senza essere affranta.

La sento viva in mano. Non mi lascia mai

confortandomi con il

racconto delle sue memorie e

delle sue avventure, delle sue cento sconfitte,

                     delle sue vittorie.

È tutta cielo e mare.

Nubi bianche su alte montagne.

È la voce di bambini che chiaman la madre.

È il rumore di un treno sulla pianura.

È l’Italia ferita e altera.

Sono io. Siamo noi.

Qualche marmo. Comune destino.

 

Vorrei, per concludere, dire (soprattutto ai più giovani) un’ultima cosa sulla sua generosità. Lui, che ha vissuto in tempi in cui tutti, o quasi, scrivevano e scrivono, con la pretesa – spesso supponente, presuntuosa, a volte arrogante – d’essere letti e ascoltati, ma, quasi sempre, con alcuna pazienza e poca curiosità di prestare attenzione e sfogliare le cose d’altri, lui invece è stato, per quasi tutto il corso della sua vita, uno dei pochi grandi giovani poeti che ha voluto dedicare ore e ore, e giorni, e tempo, e tempo, alla lettura di quanto raccontavano e componevano altri, soprattutto se giovani. È stato curioso nel cercare, tra quelle pagine, qualcosa di buono, di etico, di civile, di forte, di interessante, nonostante fossero, spesso, fogli scritti da sconosciuti, o da pischelli che conosceva appena, e che – lo sapeva bene – sarebbero spariti nel nulla com’erano apparsi, per caso, nella sua libreria col pacco di fogli sotto il braccio, che spesso erano accozzaglie di scempiaggini, quei fogli e quella roba da leggere, abbozzi fatti per abbindolare i babbei, o intrugli di stramberie. Eppure lui aveva letto ugualmente, e appuntato, e su quelle carte aveva costruito, nonostante tutto, un giudizio e una lista di buoni consigli per suggerire come rimediare e come fare meglio. Molti neppure hanno saputo tornare per dirgli grazie (anche la riconoscenza è un’arte e una virtù). Eppure, per questo suo impegno e da questa sua giovane, fresca, curiosa generosità sono usciti alcuni bravi poeti. Gente che, grazie a lui, è cresciuta e ha imparato a scrivere e ha capito cosa significasse la parola, e che senso potesse avere la poesia per poter essere una utile medicina per rimediare ai molti nostri mali.

 

Alfredo Taracchini Antonaros

Maggio 2013

 

 

Pieve di Cento

 

È un paese di seimila anime, a ventisette chilometri da Bologna, fra Modena e Ferrara, appoggiato con la schiena al margine del Reno che lo separa dalla foscoliana Cento. Quando c’era ancora la canapa stava quasi sprofondato fra il verde e odorava come un mucchio di mele; mentre oggi, intorno, i campi sono lucidi e piatti e le fabbrichette sono tante. Ma anche se la canapa è scomparsa e tutti hanno la macchina, il paese si è difeso bene e ha difeso con orgoglio culturale la sua storia (dato che col suo nome è già segnato in un documento del 1207).

Case sparpagliate da gonfiarlo e farlo scoppiare non ce ne sono; è evidente invece la compostezza urbanistica e le opere messe in atto col fine preciso di un rispetto, come dire?, attivo alla propria identità sociale. Così il viaggiatore seguirà il fervore ammirevole con cui si provvede al restauro del patrimonio urbanistico, soprattutto per lo stimolo di un’amministrazione comunale molto giovane, che è riuscita ad avviare un tale movimento di fatti e di proposte che oggi, la Pieve, si può definire una piccola Atene emiliana.

Coi suoi portici, la casa degli Anziani del 1272 ancora abitata, la casa Panini del Trecento, l’antica farmacia dell’Immacolata, le quattro “porte” fra cui quella d’Asia appena restaurata; con il delizioso teatrino della metà del Settecento, messo al primo piano del palazzo Comunale; con l’archivio notarile che è un misurato e ricuperato gioiello da godere; per finire alla sede della Partecipanza Agraria. È forse intorno a questo Istituto risalente al 1460 che si è mantenuto compatto il tessuto sociale del paese. Per visitarlo, le scuole e i privati possono telefonare a Maurizio Garuti, al Centro Culturale Ramponi (051-975533).

Da Filizôn, in via Garibaldi, si potrà gustare il vero bollito misto della campagna bolognese e ascoltare il racconto delle gare di velocità fra piccioni viaggiatori che dalla Calabria o dalla Jugoslavia a volo radente bevendo in corsa ritornano nella colombaia sopra casa. Filizôn ne ha più di duecento. Nei giorni di gara i pievesi, a testa in su e col cronometro in mano, ne aspettano l’arrivo prima che cali il sole. Dico che è un paese da conoscere.

 

«L’Espresso», 14 febbraio 1982.

 

 

Un nonno di nome Umberto

 

Un paese, anche un paese che è l’ombra di Atene antica, può essere grande come il mondo o piccolo come una formica.

Può avere i soliti giorni grigi, le solite notti gonfie di un sonno senza alcuna avventura; oppure può partecipare come in volo libero, ogni ora, in improvvise saette di vita; in abbandoni precipitosi e magnifici alla vita.

In altre parole, un paese come Pieve (dove non pascolano i bisonti) può vivere cento vite (e cento vite diverse) oppure sopravvivere a una solita vita. Implacabile come la vita.

E per vivere, lo sappiamo, non è necessario ogni ora fare cose di grande fantasia o addirittura sublimi; basta avere e mantenere la voglia, la volontà di inventarsi le trame delle proprie giornate, componendole con le mani, con gli occhi; strizzando le labbra come quando si rifila un legno; non aspettando che cali una sera con un po’ di nebbia per serrare le persiane, sbarrare la porta, rinchiudersi in casa; ma liberandosi dentro al mistero della notte, scendendo in strada, perché una voglia non ancora spenta di partecipare conoscere taroccare spinge e sprona.

Insomma, fare nonostante tutto, di giornate che dovrebbero risultare e svolgersi molto comuni, avventure della fantasia, della speranza, della curiosità attiva, dei sentimenti mai quieti, del buon operare– almeno nel proposito.

Anche in un momento, in generale così disamorato di tutto tranne che del denaro, come il presente.

Ma che vive dentro alla fatica della vita lo sa bene che non bisogna (non bisognerebbe mai) lasciarsi sgomentare dai racconti di favole ossessive. E mai impedirsi o lasciarsi impedire di entrare nella nebbia, in mezzo alla nebbia, quando la nebbia viene.

C’era una volta un nonno…

Riprendo la storia là dove l’avevo lasciata mesi fa, prima dell’inverno; e mi affido di nuovo al lettore.

La prima storia lo raccontava e lo seguiva mentre assisteva, a Pieve, a un partita di calcio sotto la neve rossa; e si copriva di neve come una rosa. Di neve, di nebbia.

La neve, le grandi nevicate.

 

La nebbia, le snebbiate che piacevano tanto al grande Salimbene, per cui mi stravolgo.

L’ultima nevicata pochi la ricordano, perché in questo buco esemplare di pianura non nevica più. La neve, col suo odore simile a quello degli uccelli stanziali, che hanno paura della tempesta, è emigrata in Sicilia.

Anche la nebbia è diventata solo un lenzuolo grigio, forato dai fanali gialli delle auto impaurite.

Nessuno canta in mezzo alla nebbia, al riparo della nebbia; nessuno canta e fischia nelle strade. Le voci si rintanano dietro i vetri; delle case, dei negozi, delle auto…

Ma c’è questo nonno, seduto davanti alla porta, sotto il porticato basso, vicino a una colonna; ascolta la notte che viene, la guarda, riscontra i suoi occhi profondi.

Egli guarda lontano, non porta gli occhiali.

Ascolta anche, il suo cuore è intrepido, il silenzio d’autunno e, nella memoria, rivede quel fiato splendido di nebbia che è come l’ù lionza d’antan, l’uva lionza di una volta, scomparsa dall’orizzonte contadino.

Una nebbia da masticare adagio; da leccare adagio; appena dorata sotto lumi accesi – proprio come l’uva che non c’è più (Un chicco grosso, uno piccolo, uno grosso, uno minutissimo come la capocchia di uno spillo; gli acini saltellavano sotto i denti e finivano per lasciarsi schiacciare in una poltiglia che si succhiava per ore).

Il chicco piccolissimo si poteva strizzare fra pollice e indice, in un giuoco da ragazzi.

Un nonno è lì sulla porta.

Come un cavallo al pascolo fiuta l’odore della nebbia, fiuta l’odore della notte.

La nebbia padana non c’è più; ma in questo paese così civile e cauto, immerso nella foschia, o mescolato con la foschia; intabarrato come un vecchio signore da una sciarpa di lana grigia intorno al collo, tra i mezzi fari che distribuiscono manciate di luce quasi fosse sabbia; bene, in questo paese, se ci si vuole sentire vivi anche da vecchi, bisogna camminarci dentro, frugare con le scarpe il suo antico cuore, stringerlo fra i denti come un mezzo toscano dal sapore indicibile.

Camminarci come in un viaggio intorno alla propria stanza; lasciandosi andare ad ascoltare il suono dei passi, che sembrano anche leggeri; il respiro del cielo che non si vede e che sembra immerso in un mare d’onde; le voci che scendono sfumandosi dalle case; e, insieme, il deciso arrancare dell’ombra che ci segue e non si consuma mai; mai si disperde.

Questo muoversi, questo mettersi in viaggio per andare da qui e là, per cercare, per ascoltarsi vivere, per quietarsi almeno un momento nel tumulto degli anni che traboccano, quasi mai si può farlo in città ormai, se non in luoghi particolari del centro o discosti e marginali; che, in ogni caso, mettono paura.

 

Qua no, invece; qua è come affondare il viso in un cuscino morbido, in un panno d’antica data. È anche come mettersi in una canoa e avviarsi pagaiando sul fiume della vita, ancora lontani dalle turbinose cascate. La sera, nei paesi, può riuscire a stendere questo velo; magari per un’ora soltanto.

Sotto il portico, alla Pieve – potendo quasi sfiorare con un dito le colonne con le travi di legno, imperterrite anche se strinate dal vento, dalla pioggia, dalle ghiacciate invernali e dal sole della pianura – quell’uomo vecchio vecchio, che è nonno, prova una emozione giovane a risentire, ricordando, il colpo secco, da accetta contro un tronco, del giuoco del pallone col bracciale.

Il campo per le partite era, un tempo, al bordo del paese e proponeva uno spettacolo sportivo in cui non si gridava, non si inveiva ma si commentava sfiatando, quasi liberandosi da una forte emozione, con “bravo bravissimo”, “oh boia”, “ma va’ là”, ad ogni battuta o ribattuta esemplare.

Questo nobile giuoco che veniva dai greci antichi è scomparso nel nulla e quasi mai ricordato. Ma era magnifico, per uomini ruvidi, dalla muscolatura possente, agilissimi come pantere all’inseguimento. Un giuoco del popolo, che al popolo è stato rubato. Resiste solo nelle Langhe, ad Alba.

Il nonno cammina. Ha un bozzo rilevato in mezzo al cranio senza capelli. Ha un bastane solido, tagliato a colpi d’accetta da un ramo vecchio di cent’anni. Picchiando a terra, la punta placcata fa piccole scintille.

Il fiato del vecchio fuma ma i suoi passi sono incredibilmente leggeri.

Attraversa una strada, arriva alla porta d’Asia, illuminata dentro come in un’opera di Donizetti. Sente l’odore dell’erba, dei campi, delle foglie; mentre da un campanello, bianco di luce sopra i tetti, arriva il suono registrato di una campana.

Il nonno intanto, con il suo passo di ottant’anni, ritornato dentro al paese, ha di fronte la facciata di una casa con le finestre chiuse, forse disabitata. A sinistra, l’androne basso con il cancello di ferro, chiuso. Un lampo e il vecchio uomo ricorda voci bambine, le filastrocche nel giardino, in circolo, toccandosi i bottoni: Om, Mez’om, Furb, Leder, Galantòm; oppure, inteneriti dall’odore di polvere delle indicibili sere padane: “Lozla lozla, vin da bas…”. Tutto rivive e scuote mosso dal vento di sentimenti.

Le case, le facciate delle case, le finestre, i coppi, i campanelli sembrano aspettare proprio questi incontri.

Un uomo contro le pietre, un uomo contro il tempo, per tornare a capire le pietre e per non rifiutarsi alla vita che è di continuo alimentata da questa straordinaria forza della memoria. Le cose sembrano restare ferme e intatte, solo per aspettarci.

Il vecchio è possibile che decida di arrivare a quel cortile, a quella osteria, a quelle sedie, a quel tavolo, a quel goccio di vino, di birra fresca, di limonata. Sorride ricordando le bordate di urla dei giovani centesi da argine ad argine del Reno: “Pivarùa, pein d’fasùa”. Pievesi pieni di fagioli.

Adesso il mondo è diverso, stravolto. Meglio sedere e ascoltare le voci della terra, in questa sera di ombre e di luci precise e straordinarie da invitare a non dormire ma a camminare anche per chi ha già vissuto la vita.

 

In Tiziana Bertacci, Notturni, Bologna, Compositori, 1995.

 

 

Pivaza!

 

…Oh mi Pivaza!

Che sangu’el mai qual ch’boj in t’i tù fiua?

Pinsand cus t’er la mi anma se sguaza

E la scosa la polver di tarua…

Al Dottour Zàss

 

Mi sembrano passati cento anni; però Pieve di Cento è un luogo preciso della mia memoria. Persone, cose, frammenti di vedute, particolari di pietre o di nuvole. Tutto in quel tempo lontano. E allora, proprio per questa ragione, e per questa occasione che mi spinge a scuotere le idee, potrei cominciare un racconto breve come si comincia una favola, nel mondo degli uomini bambini; una vecchia favola contadina: c’era una volta…

Una volta, indietro negli anni e almeno fino al decennio del ’50; fino cioè allo scontro frontale e decisivo fra industria e campagna e al conseguente genocidio contro la vita, la società e la cultura contadina che duravano con drammatico vigore e altrettanto tormentato rigore da migliaia di anni; una volta, la campagna emiliana era una vera campagna; con alberi, che adesso sono scomparsi; con case, che aderivano al panorama circostante ed erano collocate a giusta misura sulla pelle distesa della pianura – come pietre lasciate cadere una per una dalle spalle di uomini sapienti. Ciascuna, poi, con un grande noce vicino.

Oggi, le vecchie case sono o in rovina (abbandonate; anzi, trascurate, squarciate, manomesse come i dispersi caselli ferroviari fra le macchie degli alberi); o sono ristrutturate leziosamente e frettolosamente; o addirittura sono state piallate con le ruspe per rendere più lucido e liscio il terreno e offrirlo all’aratro meccanico e alle altre cento meraviglie che hanno sostituito la mano il braccio e il cuore dell’uomo. Per la stessa ragione, si sono salvati pochi fra i noci che davano ombra alle case e sull’aia; spianati segati e trascinati via a pezzi sui camion verso le segherie.

Prima dello stravolgimento epocale – e lo annoto solo per contrassegnare la realtà delle cose passate presenti e future – la campagna, anche se diseguale e inquieta e troppo spesso certamente non felice, era una vera campagna; con una successione di oggetti, collocati secondo misure tradizionali, che confermavano il costante collegamento di una cultura di vita nei secoli. Passata avida e dura nei millenni, fra tempeste di cielo e di terra, sferragliare di carri e cavalli al galoppo e voci straniere e alabarde e aggressioni e stupri.

Una campagna solcata dall’acqua dei canali, umida nei novembri arcigni; e con un fiume Reno turbinoso e infido. Una terra, fra Bologna e Ferrara, che raccontava parlava cantava gridava piangeva imprecava ma non risultava mai rassegnata. Io me la vedo, per un momento, tutta distesa e per un momento anche appagata sotto il sole d’agosto; irrorata dall’odore indicibile della canapa; talvolta ripugnante, talvolta denso come un fumo di rose.

Adesso queste voci sono almeno per me una eco che accompagna la vicenda degli anni; e anni ormai definitivamente conclusi con una morale corale. Quella drammatica odissea di riso pianto e fatica è ormai trasferita negli album di fotografie familiari; oppure come freddi reperti è custodita in pezzi, in frammenti nei musei della civiltà contadina, modesti sarcofagi della cattiva coscienza collettiva; per suggerire moderate o indifferenti sorprese agli occhi dei giovani di un altro mondo e di un’altra storia.

Io invece, che non sono giovane, stringo in pugno buoni ricordi personali sulla Pieve; e posso anche disporre di collegate divagazioni per la campagna circostante. Per questo non mi sento un intruso in mezzo a queste pagine e a queste struggenti documentazioni fotografiche, dato che ho le carte in regola per elargire alcuni dati della memoria diretta; magari pochi e di minuta rilevanza ma desunti sul posto, nel progredire di anni e in rapporto stretto con le persone.

Sì, è vero; può darsi che siano piccoli i miei ricordi; troppo modesti per suscitare una qualche emozione nel lettore; eppure per me sono restati molto vivi nel tempo – e tanto ne è passato – e trascinano vicino con estrema dolcezza persone ormai passate. Mi provo, in ogni modo, ad andare avanti. Per annotare subito che, se non sbaglio, la Pieve è un paese che c’era una volta e adesso non c’è più. Il paese adesso è tutto cambiato; almeno da come l’ho incontrato per la prima volta circa sessanta anni fa; da come l’ho potuto frequentare in seguito; e al confronto del paese grosso e disteso che ho rivisto in questi ultimi anni. Direi che non c’è proprio più alcun collegamento con il passato, a parte la venatura delle strade e il nucleo stretto stretto del centro. Il resto ha un’altra faccia e un altro suono. È bene dentro a questo tempo infuriato.

Invece negli anni a cui mi riferisco, Pieve era lì in piedi da secoli e secoli; battuta ma resistente alla rabbia della storia e delle stagioni; un vero piccolo paese della pianura padana, agricolo e brutalmente calmo (perché l’apparente quietezza ricopriva una sommersa violenza dietro e dentro i muri delle piccole vecchissime case); acquattato fra l’odore fitto fitto della canapa quando era il tempo della canapa e il lezzo che si alzava dai maceri nel mese d’agosto. Il brulicare degli insetti; le rane che gracidavano quando calava la sera, e allora la pianura sembrava un telo afflosciato su campi finalmente appagati e dormenti.

Oggi la Pieve è un bel paese lindo dell’Emilia fino a ieri rigogliosa; con i muri non più umidi e scrostati ma di nuovo intonacati e ridipinti; con le persiane non leccate dal tempo e squinternate ma riconsegnate all’uso senza più ruggine. Insomma, Pieve partecipa del lucido adeguamento alle giuste convenzioni attuali; le quali, là dove è in atto buona cultura attiva, onestà di intenti e correttezza sincera di pubblica amministrazione, si impegnano almeno a ripulire lavare sciacquare il vecchiume persistente e nocivo che insiste sulle pietre dei muri; o a ricuperare e restaurare per quello che vale tutto ciò che è memoria del passato e deve dunque continuare a smuovere ricordi e sentimenti o a suscitare sorpresa e ammirazione (anche se, alle volte, lucidare la pietra è come soffiare la polvere adagiata per anni sulla schiena di una bottiglia di vino nero; una di quelle bottiglie di vetro pesante che un tempo si preparavano e si disponevano nelle cantine private perché invecchiassero seguendo la luna).

La Pieve è dunque un paese molto cresciuto e forse anche amabile da abitare, oggi. Non so dirlo, lo spero. Amabile magari per certe garbate referenze, che potranno essere catalogate da chi ci abita, e spesso viene da lontano. Si potrà vederle; ma io parlo del mio tempo. Allora, ai miei occhi, appariva molto conturbato e anche aggredito dall’invadenza dei secoli (mai contrastata e mortificata da costanti pulizie o restauri); logorato dalla fatica di vivere; ma che tuttavia serbava ed esibiva qualcosa di solido, di resistente che poggiava sul ceppo duro e un po’ risentito o scontroso della sua gente contadina, la quale, dentro ad ogni violenza e ad ogni fatica, sapeva comunque difendere e perfino proporre in attivo un proprio privilegio di civiltà e una propria autonomia di vita.

In questi giorni, definitivamente scomparsi questi riferimenti circostanziati, è inutile ogni residuo rammarico, sia pure privato. Qua siamo e qua restiamo. Alle tagliatelle della nonna si sono sostituite le taglioline a quattro colori dell’industria, durata della cottura quattro minuti. E vediamo la Pieve rammodernata anch’essa; e anch’essa uguale ad altre piazze e ad altre strade, dove c’è un po’ di arte scampata e molta gastronomia. Però ha perduto cose e cose, piccoli benefizi; il pane, per esempio. Perfino il suo pane; l’odore di quel pane a croce, bianco dentro come un fiore e all’esterno appena rosato dal forno; crocchiava leggero leggero e si masticava odorandolo.

Ho detto che io, per questa parte, posso solo cominciare da lontano. Con scrupolo, cerco di trascrivere soltanto dati di cose e persone con cui ho avuto a che fare, con cui ho partecipato. E ad esibire, in quattro parole, le mie semplici credenziali. Mio padre nacque a Pieve, lì stava la sua famiglia. Lì c’è ancora la casa che era di mio nonno e poi di mio padre, fino a trent’anni fa, nella strada ora via Gramsci che dalla piazza arriva a porta d’Asia; a sinistra, sotto il portico. Davanti al portone mio nonno Umberto sedeva appoggiato al bastone, e sulla testa calva aveva un bozzo molto rilevato che ogni volta mi meravigliava; già da lontano, quando arrivavo, lo speculavo come uno spettacolo in preparazione e nei primi tempi credevo anche di poterlo vedere crescere; alzarsi, appunto. Non lo toccavo, quel nonno Umberto, neanche con la mano; un poco mi intimoriva, perché dava del voi alla moglie, alla nonna Enrica. Per me, lui era soltanto quella sedia sopra i sassi del portico, quel bastone pieno di nodi e un poco annerito, e la cosa strana sulla testa, che sembrava ammonirmi.

La nonna Enrica era un donnone con una larga faccia emiliana; di pelle bianca e leggera; sorridente, almeno quando io la incontravo e spesso era seduta vicino al camino acceso o spento – un grande focolare, con uno strato di polvere morbida e chiara fra alare e alare – con i ferri da calza in mano. Li muoveva in fretta ma neanche li guardava mentre continuava ad ascoltare o a parlare. Attraverso una finestrella che era a metà del camino, si vedeva un cortiletto con un albero sulla sinistra e un fico in fondo (che dava frutti dalla goccia d’oro); sulla destra, un recinto con quattro fagiani. Venivano sostituiti ma erano sempre quattro, e alle volte avevano piume splendenti.

Quell’ambito così accogliente, ristretto e tranquillo – tale pareva anche a me molto giovane, ma erano tempi in cui si poteva e si sapeva riconoscere ancora la qualità di un silenzio, nel ricordo è rapportabile ad altri interni familiari, sempre alla Pieve, qualche volta intravisti o frequentati.

Il pavimento, in cucina, di legno grezzo rialzato; la legna tagliata e ammassata in un angolo; qualche odore, come quello delle mele sul fuoco; i fichi in un piatto e la vespa paziente che gira e annusa, il ronzio che scivola su silenzio; il rumore morbido dei passi, simile a una piccola prua che si apre la strada in un laghetto d’acqua immobile. Il rumore di un tappo di bottiglia che salta; l’albana frizzante, con quel colore che hanno a volte i capelli dei bambini nati da pochi mesi; la schiuma spessa del lambrusco, da ammirare contro luce, felice come il sangue giovane.

Dopo mia nonna Enrica (con la sua faccia ottocentesca, che ritrovo in tante altre fotografie di donne anziane dell’epoca riprodotte nei libri e su giornali); donne del nord e del sud; a conferma di una identità abbastanza stretta o ravvicinata delle varie regione italiane, tanto da poter fare di mille paesi un solo paese, il quale può avere la forza di non disunirsi sia pure dietro ai continui dolori), devo ricordare bene il canonico don Luigi Roversi, lo zio Gigio, zio di mio padre.

Questo personaggio, nato alla Pieve il 28 dicembre 1869, i giornali nel 1972 lo illustravano così: “Compie oggi 103 anni il prete più vecchio d’Italia. Non ha più la vista di un falco l’udito di una guida indiana, il canonico Roversi, ma conserva una memoria e una lucidità da fare invidia a Pico della Mirandola. Questo ci ha permesso ieri – quando siamo andati a trovarlo all’Opera Pia Galuppi ove risiede e ove ha svolto il suo ministero fino a pochissimi anni fa – di allacciare una conversazione simpatica e rievocativa… A Pieve di Cento il canonico centenario ha prestato la sua opera di sacerdote come cappellano presso la parrocchia e l’ospedale, come economo, come predicatore”.

Di lui ho sempre osservato con un senso di ammirata attenzione la magrezza del viso che disegnava armonicamente le ossa, su cui la pelle tesa e bianchissima si depositava come un velo di polvere. Temevo che soffiando – ma io sapevo soltanto baciargli la mano – la polvere si sollevasse e quel volto con denti lucentissimi scomparisse; lasciando un’ombra.

Era lui che nella cucina della casa di famiglia, dove viveva in una bella stanza con uno scrittoio che adesso è qua e sul quale sto scrivendo questa ripresa di piccole memorie mai scadute, sturava la bottiglia di lambrusco prima del pranzo. Questo del vino – acquistato in una mezza castellata, pigiato nel tino conservato in cantina e lasciato fermentare quindi imbottigliato secondo i cicli lunari – per questo prete alto e magro, sempre silenzioso e con un sorriso tenue di meditata accondiscendenza sulle labbra, era quasi un rito che riconduceva esclusivamente al buon ordine, nei singoli dettagli, di una famiglia composta allora da persone non più giovani. Ogni gesto doveva contare. Perché mio nonno, mia nonna, lo zio Gigio erano invecchiati modesti, con la quieta costanza dei tempi antichi, che riusciva a ricucire anche i continui dolori.

Il vino nel bicchiere frizzava a lungo, come ho detto; poi si adagiava come una crema, senza spegnersi. Potevo berne un sorso alla fine del pranzo del giovedì, quando dalla credenza era portata in tavola la torta margherita, che potevo inzuppare. Quello era un buon momento, il momento finale, del pranzo. Il vino entrava e risaliva veloce nella pasta leggera e intanto riprendeva a vibrare saltare splendere come un diavolo nel bicchiere. I miei occhi voraci di bambino ci vedevano un giuoco di fuochi d’artificio.

Ma adesso che sono di nuovo in quella cucina, vicino a quel fuoco e risento le voci e i passi quindi il sopravveniente momento di silenzio mentre si comincia a mangiare e tutti sorbiscono il brodo, aggiungo un altro odore e un altro sapore, direi anche un altro colore; vale a dire, quelli della zucca al forno. Le fette caldissime ricurve o contorte come un sasso o un legno colpito dal fulmine; il colore ambrato che sembrava impallidire quando il cucchiaio o la forchetta entravano nella polpa, il sapore morbido che si scioglieva deglutendo, una completezza fra odore e sapore e colore che si riusciva davvero a godere mangiando adagio senza distogliere gli occhi dal piatto e dal lento scomparire delle forme. Si grattava perfino il fondo, lasciando appena appena la buccia (che altri, invece, suggeriscono di mangiare). Una fetta sola bastava; e mai zucca e torta margherita insieme. L’una o l’altra; ciascuna con il privilegio di chiudere la partita.

Alle volte in tavola venivano i ranocchi in umido. “Li mangiamo tutti, dunque anche tu; e guarda come si fa” mi aveva suggerito mio padre la prima volta, e così mi ero adattato ad affrontare questa situazione nuova. “Li pescano di notte, qua intorno, con le lampade” dicevano e io immaginavo un mondo di avventure, di pericoli; e quel piatto un’offerta per crescere in fretta e forte. Questo mi fa ritornare alla campagna circostante la Pieve, a quel mondo indicibile e straordinario per i miei occhi, che osservano ogni volta con il timore e l’entusiasmo del viaggio e della sorpresa. Specialmente all’inverno e nel tempo della grande neve e delle grandi gelate, quando mio padre, medico radiologo, mi portava con sé in auto a Cento e alla Pieve dove andava nei due ospedali civili.

Nebbie densissime sulla campagna, dentro alle quali si entrava come nelle nuvole. Gelate simili le ho ritrovate in annotazioni di Salimbeni de Adam, ricalcando quasi esattamente questi luoghi: “Nell’anno del Signore 1234 le nevi e la ghiacciaia furono sì grandi per l’intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal freddo. E i lupi penetravano entro le città di notte e molti ne furono presi durante il giorno e uccisi e impiccati per la gola nelle piazze. E gli alberi si spaccavano lungo il tronco per le grandi gelate dall’alto fino a terra; e molte piante persero tutto il loro verdore e si distaccarono”.

Io non ho visto i lupi, ma gli alberi spaccati e uccelli morti, tutti neri nella neve bianca. Gli alberi di cristallo. Un luccicore che leggermente fumava mentre i vetri dell’auto si appannavano. Con la mano cercavo di ripulirli per continuare a guardare, fuori, la campagna con i campi che sembravano sterminati e gli alberi dalle forme umane che, in fila, reggevano le viti al bordo delle tornature. Sembrava di andare verso la fine del mondo e nella strada vuota solo, ogni tanto, un contadino in bicicletta intabarrato nella capparella.

Ma ancora due brevi stralci da Salimbeni, il grande, il saggio, il paziente; così dentro alla sua terra, alla nostra terra. Il primo: “Nell’anno del Signore 1235, un mercoledì, tredici giorni avanti la fine d’aprile, ci fu un vento rigido e venne giù una neve freddissima. E la notte seguente venne una gran brinata che guastò le vigne; parevano secche. È vero. Anch’io guardavo quel paesaggio con gli occhi insaziabili e mi sembrava tutto vetro e che stesse per rompersi. La stupefazione per quel miracolo che rendeva più umano il mondo si univa alla preoccupazione che poco bastasse perché ogni cosa crollasse a terra in mille pezzi, come un piatto o un bicchiere; e che non restassero che cocci.

Il secondo e ultimo stralcio annota: “E il 23 aprile scese altra neve e ci fu brina ancora e le vigne andarono completamente distrutte. E nel medesimo anno ci fu gelata nel Po che la gente passava da una riva all’altra, in sui cavalli e a piedi”.

Questi paesaggi così totali, vere realtà naturali, sono scomparsi; non si vedono più. Tutto sembra ridursi a una minuta misura tecnologica, senza troppe concessioni alla stupefazione disinteressata, neppure per i bambini, credo.

I bambini. Io mi sono perso, e forse disperso, dietro queste tenere scaglie di ricordi. Non c’è alcuna avventura dentro, se non la suggestione a percepire qualche suono, qualche passo, qualche voce, qualche odore. Non grandi disegni di cose, non avventure. Un percorso privato dentro un tempo determinato e in un paese chiamato Pieve; Pieve di Cento, perché il fiume è nel mezzo e di qua è Bologna di là Ferrara. Un ponte li separa.

Non ho voluto, o saputo, ancora ricordare il funerale dello zio Gigio, nella Collegiata, quando morì a 105 anni. Non ero più un bambino, allora; e fu un giorno di grande sorpresa. Veramente ho sentito, per un momento ma mai così intenso, che il passato si univa al presente per aprire il futuro. Quel giorno, a Pieve di Cento, vicino al fiume Reno.

 

In Quattro porte ai quattro venti. Pieve di Cento e la sua gente nelle fotografie di Giovanni Melloni, Cento, Cassa rurale ed artigiana di Cento, 1992.

 

 

La Casa del Pioppeto

 

Grano, pioppi poi canapa. La casa del pioppeto. E lì – non racconto storie, perché le parole non si buttano via come polvere al vento – ho abitato anch’io, da giovane, in tanti lunghi mesi d’estate. Nella solitudine della pianura che sembrava senza confine e io ci stavo dentro intenerito dai fantasmi. Dirò come, in seguito.

Dietro c’era un laghetto con le carpe gialle; trecento metri a destra un macero con i pesci gatto neri neri e dalla pancia bianca; e la canapa, quando era stagione.

Che cos’era la canapa! La signora canapa. La foresta verde contro cui annegavano le nubi. Un macello per i poveri mezzadri, per i braccianti, a lavorarla a mollo nell’acqua fetida del macero sempre più scuro; ma per me, carogna nell’adolescenza, un mare di canapa alta agile odorosa come una ragazza in fiore, mentre le foglie maturavano, diventando un poco ispide come le foglie della menta. Si muoveva adagio adagio scossa un poco dall’aria infuocata come una bandiera dopo un combattimento vittorioso.

Che spazi c’erano allora e che solitudine senza paura ma vigorosa; e in attesa di qualche avventura persisteva, promettendo grandi cose. Quali?

Noi sì, che adesso siamo vecchi, almeno per sorte abbiamo conosciuto cos’è il silenzio; il vero silenzio della campagna che vuol dormire o che vuole ascoltare il mare lontano o vuole parlare al cuore della terra con misteriose parole. Possiamo dirlo: questo silenzio l’abbiamo ascoltato ma non possiamo raccontarlo; lo possiamo solo vedere, rivedere e basta. Rivederlo con gli occhi, le orecchie sole non bastano. È il silenzio. Se ne è andato, ci aspetta.

E non è nemmeno giusto dire che se ne era semplicemente andato; meglio confermare che se ne è andato sconfitto, travolto stravolto fucilato impiccato dagli uomini imprevidenti e violenti fra il rimbombo di una guerra mondiale che distribuiva solo macerie. Così oggi è scomparso come le tribù dell’Amazzonia libere nei secoli dentro le foreste e poi annichilite distrutte dall’uomo bianco, ragno divoratore.

Il silenzio, dicevo. Ma scomparsa anche la canapa che per secoli e secoli era stata l’ombrello verdissimo della nostra pianura; ragione, dentro al faticoso lavoro, di vita o anche solo di sopravvivenza.

Dietro la casa, il lago. Si svuotava una volta all’anno, nel mese di giugno. Il livello dell’acqua si abbassava adagio e tutti i pesci guizzando restavano adagiati sulla mota; li raccoglievano con le mani. Anguille, non grandi, ma soprattutto carpe impigrite e indifferenti per un’opulenza di vita senza fatica. Di carne bianchissima, le detestavo per via del labirinto di sottilissime resche che si stendeva dentro a quella palla neve. Si mangiavano carpe, pesci gatti e le piccole anguille per più di un mese; in gola, fino all’uva di settembre – soprattutto uva fragola di settembre o la lionza zuccherina e bionda – restava il sapore morbidiccio della fanghiglia.

Ma non voglio esagerare nel disporre i truccioli dei miei privati ricordi, che dati solo come un monologare davanti al fuoco di stecchi. Stecchi di canapa, appunto, canapa macerata e poi gramolata.

Intorno alla casa del pioppeto persisteva sempre il fervore della vita di uomini donne vecchi e vecchiette astute e impavide a suscitare continue meraviglie dentro al buio schiarante dei sentimenti e dei pensieri.

Ritornano vivi, se appena li ricordo, li chiamo per nome, li tocco sulla spalla, li faccio voltare. Celso, per primo.

Il suo viso è di bronzo come i vasi cavati dalle tombe. Dicono che Celso è avido, spietato ma io l’ho visto piangere una sera all’urlo di un bambino trafitto dalla vespa. Dicono che di notte cammina per la cavedagna e si getta nell’orto a rubare i meloni ormai gialli, e che all’alba spaventa gli storni con la sua voce secca: “Un ladro è venuto, il figlio di puttana ha rubato meloni pomidori e l’orto ha devastato”. Ma anche chi ha visto, disegnato sotto la luna, il suo corpo inchinarsi fra i tralicci dell’orto, sa che a Celso si deve perdonare. Bisogna perdonare. Nelle sere d’estate sedeva sull’erba, immobile, a guardare il cielo. Diceva: “Sono disgraziato” e nella voce tremava una terribile malinconia. Diceva anche: “Sono vecchio, morirò quando la terra grida al passo di lupo dell’inverno. All’inverno non voglio morire, solo come un agnello nella stalla”. Era un vecchio per racconti di mare, aveva occhi neri grandi da pirata, la sua pelle era secca per le ingiurie patite. Diceva anche: “Chi mi amava, un tempo, ora è partita” e sembrava che ascoltasse un prossimo uragano.

L’Ersilia, per seconda; e la sua vita è come un lungo racconto d’inverno, fra il fieno della stalla. Si poteva dire così: l’Ersilia è morta. Il sale della terra che consuma queste poche ossa si rivolge in calore alla pianta che tremola vicino, così la vita della donna faticata con lungo dolore ricresce in forza a in tenera ebbrezza intorno a un fiore. Sempre credendo a un cielo che l’offese fu serva ma anche padrona del suo uomo crudele, si mortificò, pianse – soffrendo i lampi della vita passata in una palude di fango: il battere di un ramo sopra l’acqua del macero, i baffi gialli di Celso che bruciavano sopra la pipa, e il suo dialetto incredibile. Non poté figliare come la capra che addenta i tralci immersa nella vigna e avventandosi per paura sfascia i tralicci di canne. Lei consumò in silenzio i giorni. Nessun galante l’invitò a ballare, nessuno prese l’ascia per crescere la casa, nessuno rivoltò per lei una brace d’amore. Poi venne Celso. Gli inverni le ferirono il cuore con un diamante di gelo piegandole la pelle. Morì al lume della lampada acetilene e la guardava ansimare un medico ottuagenario, che scuoteva la testa incombendo sul seno di legno. Un colpo sulla cervice e fu cenere bianca, creatura umana subito dimenticata e mai più compianta.

La cavalla Baiesa per terza. Due volte al mese Varisto dalle larghe mani piene di nodi duri, la bardava e con il calesse e un sacco di grano puntava adagio adagio, nel pieno pomeriggio, verso il mulino. La polvere della strada era alta almeno due dita bastava niente per farla sollevare e disperderla come un palloncino. Sembrava farina soffiata via. La Baiesa aveva una pazienza indiana, un passo dietro l’altro, con la testa bassa che annusava la strada quasi a cercare le orme. Gli anni non si sapevano, ma Varisto dalle larghe mani sosteneva che ne aveva più di venti, era sicuro. Anch’io accompagnavo volentieri quel viaggio, perché mi era concesso di sostenere le redini e mi sentivo forte felice. È la rassegnata pazienza della cavalla vecchissima, che mi fa riandare a quelle sottili emozioni, che ritrovo. Essa sapeva fin dove doveva e poteva andare, e al fine adeguava le forze. Le ultime forze.

Ma anche i vecchi soldati muoiono. E la Baiesa morì all’inverno, dentro un letto di paglia appena rinnovato, mentre intorno la campagna emiliana era bianca di una neve appena caduta. Buone mani la seppellirono in una buca, così com’era, vicino all’albero di noci, pochi metri dopo la cavedagna. Adesso ti dico addio per allora, Baiesa, cavalla da trotto e da galoppo e chissà come eri splendida e vivace nella piena giovinezza; signora delle strade impolverate e dei piccoli mulini di campagna, sempre in moto, mentre le nuvole si arrestavano in cielo per guardarti arrivare. La vita, in quegli anni, era fatta di minutissime meraviglie, per i ragazzini.

Varisto, l’ho detto, per quarto. Mani dure e nodose, da ramo di albero di montagna contro cui di notte il cinghiale striscia per grattarsi la groppa. Era fattore, inoltre allenava cavalli trottatori per le corse dell’Arcoveggio. Cominciava alla mattina molto presto, quando ancora la guazza era sull’erba e il fiato dei cavalli pareva nebbia fina. Fra questi, servito davvero come un principe, Peter Fellow. Lo cavo fuori dal sonno della memoria. Tonfi di secchie buttate nel pozzo in un mattino bagnato di guazza, e in cielo un volo di storni impazza. Peter trotta sulla pista, è solo. Venuto dalle praterie d’America, chiaro di pelo con la fronte bianca, rigira i grandi occhi in cui trema fra nubi e sole, furore nostalgia. Sogna il profumo di quelle erbe alte e lontane, su cui appena ieri correva. Qui invece la terra di castelli abbandonati, di città con le mura antiche distrutte al margine dei canali; e nei viali ancora alberati, al fischio di un uomo in un campo, si alza il muso del sole.

Varisto adesso è coperto dall’ombra; a molti ragazzi insegnò i nomi degli astri, il percorso delle stelle, a riconoscere i fuochi fatui, a non temere i morti; indicò la naturale semplicità degli amori silenziosi fra le pecore e i montoni. Ora ha le ossa perdute in un solco e ascolta i bisbigli delle acque. La sua voce profonda a volte cantava sull’aia deserta sfiorata dal vento; o rovesciando un quartino ormai scolato con un bacio invitata le spose sopra il fieno seccato. Sempre si udiva il suo canto fra le rose della notte perdersi per chilometri sul fiume.

la vita dentro e intorno o vicino alla casa del pioppeto non era un segreto ma un fulgore di vita, il sangue della vita. Nel silenzio dei campi il cielo sembrava appannarsi al fiato di un bambino. Buoi lenti arano la terra, le albe nascono sempre dalla nebbia e a notte si ascoltano le voci degli uccelli migratori che scendono verso le lagune. Arde nel camino un fuoco d’altri tempi, cadono si spezzano i pensieri. Ogni cuore si caricava di tanti sentimenti al rumore del vento sulla casa, sul fango della strada, sui sentieri, tra le siepi, sull’erba rada colma di piccole lumache desolate. Le foglie scendevano in un soffio nude dall’aria ed erano subito calpestate.

Quella gente che amavo oggi è dispersa.

Li strappò una raffica, l’infranse contro i muri e a molti sbriciolò la bella vanità ridente. La terra era diventata un covone in mezzo al campo azzannato dal fuoco, col tridente conficcato nel mezzo per un giuoco terribile. Quando l’incendio fu smorzato, Luca inseguiva il sole con le mani; Dante, in un agguato, storto sfigurato al lume delle torce; Rizzi, Marcello sotterrati in lontane pianure. Pochi trovarono angosciati il sentiero della casa fra i pioppi bolognesi per raccontarsi gli anni seduti sulla ghiaia.

E Peter razziato sparì simile all’uccello invernale lasciando orme sui prati di neve…

Poi c’è ancora la storia, l’arco di vita, di Mara, di Celeste, di Rachele del pianto. Un’altra volta, forse; la casa fra i pioppi è ancora lì, vuota ma palpitante, che aspetta voci. Le voci. Ha ancora pazienza. Ha tempo per aspettare.

 

In Graziano Campanini (a cura di), Nature d’emozione, Bologna, Grafiche dell’Artiere, 1997.

 

 

La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

 

Ferruccio Lamborghini è nato a Renazzo di Cento; e basta guardare una fotografia della sua casa natale, tipico forte casone della nostra pianura, buttato sopra questa terra operosa in pieno sole e senza troppo soccorso di ombre o di rii, per capire la pasta dell’uomo. E per rivedere le strade emiliane, soprattutto fino a quarant’anni fa. Strade lunghe strette solitarie impolverate, che avanzano (avanzavano) a perdita d’occhio e spingono, direi costringono a correre – prima con lo sguardo poi con le gambe o le ruote; perché là in fondo ci deve essere, c’è sicuramente una curva stretta, una casa sul fosso e poi un’altra lunga dirittura d’arrivo che si inserisce in questa linea lunare.

Dunque, la velocità come sentimento del cuore e della mente, come tensione vitale, sembra essere la componente di fondo della psicologia emiliana. Non per niente i campioni motociclisti sono molto spesso della nostra regione, essendo la moto un mezzo velocissimo e ardito che richiede esasperato spirito d’avventura e innata rocambolesca persistente fame di competizione, voglia dura di gareggiare e di vincere. La competizione dell’ultimo metro, all’ultimo secondo. E ancora prima delle moto furono i cavalli ad accompagnare questo spirito attivo e competitivo. Cavalli e motori; poi alla fine i cavalli nei motori.

Per i cavalli basterebbe con una rapida riflessione domandarsi perché in Emilia, e in Romagna, terra conflittuale e fraterna, da sempre negli ippodromi si programmano corse di cavalli al trotto, non al galoppo. Il fatto è che, a testimoniare una realtà di interessi, di umori e di passioni oramai secolari, l’avvio delle prime gare con il calesse si può collocare nell’Ottocento, con l’abitudine da parte dei mediatori ricchi o dei fittavoli di peso, dopo le fiere del bestiame – con ottimi affari in tasca e alimentati nelle personali presunzioni da buone mangiate e altrettanto vigorose bevute – di sfidarsi reciprocamente in corsa sulla via del ritorno, frustando allegramente i puledri per i vialoni solitari avvolti dall’abbraccio dei grandi pioppi che distribuivano ombra e frescura ridente.

È dunque vero che in generale la voglia di velocità, di guardarla esplodere ma anche di strizzarla in mano e di liberarla e cavarla fuori da qualche motore – o in altri modi, comunque – è sempre stata un brivido caldo comune alla nostra gente. Per esempio, uno dei fratelli Maserati, ancor prima che il nome fosse esaltato dalle sue sfolgoranti monoposto, si provò – conquistandolo – in un record su bicicletta a motore. E nella Certosa di Bologna, entrando dalla parte antica, subito si ha di fronte il monumento funebre a Olindo Raggi (il bruno centauro dal cuore leonino) e di Amedeo Ruggeri. altro campione caduto in gara.

Così anche Lamborghini, con il suo berrettuccio a visiera, è fotografato su una Topolino 500 da lui trasformata per correre le Mille Miglia del 1948. Ma per aggiungere parola e parola all’argomento appena toccato, non si può inoltre dimenticare che dalle nostre parti, più che parlare del rombo di un motore, si esalta il suono, la musica, il suo interno e miracoloso respiro.

Questi cenni, che si ingegnano di radunare trucioli esemplificativi da varie parti, tendono a indicare senza alcuna regionalistica presunzione, anche solo per la realtà dei risultati, che la Lamborghini non poteva essere pensata voluta allestita che dentro a questa onnivora miracolosa paziente pianura. Con risultati eccezionali; subito fuori da ogni norma. Macchine pensate e volute velocissime ma così squillanti e morbide che il vento appena le accarezzasse. Nella loro linea rigorosa c’era l’annuncio che in mezzo al conflitto fra telaio e aria, l’aria è stata vinta e ha scelto di essere involata e sospinta, respirata e soffiata, da quel sogno dorato che trapassa la strada come una freccia.

Non c’è quasi niente, in questo campo, e si può dirlo senza enfasi, che possa eguagliare la 350 GTV del 1963 o la Miura P 400, se non l’altro miracolo automobilistico firmato Bugatti.

Entrambe non si possono immaginare se non in corsa sulla strada; in un rapporto diretto con la polvere, l’asfalto, l’ombra irridente degli alberi, le sferrate violente del sole, il soffio delle foglie stravolte; perché le une e le altre sono progettate e costruite per lasciarsi lambire dall’aria quasi fossero avvolte da veli, e la strada sotto le ruote scorre liscia come una pelle tirata. Anche questo è molto emiliano. La bellezza che non si sottrae al bisogno continuo prolungato di toccare, di vedere la realtà in modo corposo, per sincerarsi, per controllare, per immergersi.

Eppure la Bugatti, quasi perfetta, direi che sembra piuttosto il risultato di un’arte meccanica e costruttiva dell’Ottocento; ha l’eleganza di un pensiero trionfante in una società che progredisce ed esulta; la Lamborghini sullo stesso piano per l’eccezionalità dei risultati, ha una inquietudine impetuosa e sembra, anzi è già nel Duemila. Lo scatto felino è uguale, uguali la felicità inventiva, la genialità delle intuizioni anche minute ma l’impeto che si scatena è immediatamente più sconvolgente, già attrezzato per un futuro tranquillo. Partecipe dell’epopea degli sgomenti. La Bugatti correndo sembra produrre suoni che volano, la Lamborghini esprime una violenza ordinata, ma inesauribile che riassume la totalità della velocità su terra dentro a una forma che sembra stretta nel pugno di un dio. E non è un caso, almeno a mio parere, che i risultati più alti ed emozionanti delle macchine realizzate dalla Lamborghini si possano, direi si debbano riferire alla 350 GTV e alla Miura P 400 già indicate; che hanno raggiunto quell’eccezionale equilibrio fra peso e potenza, fra scatto inesorabile e solidità di struttura; velocissime e resistenti, ma senza un’ombra di grasso. Infatti tutti gli altri modelli superano la tonnellata e mezzo, persino la Diablo del 1990 che arriva a 1576 kg; mentre la 350 GTV e la Miura P 400, fulmini di guerra con una scia di zolfo, restano sui 1196 e 1445 kg. La leggerezza, ripeto, nella sua lucida completezza, unita alla velocità pura, senza inframmittenze. Il frontale della 350, vedendolo di profilo, sembra il muso di uno squalo, in attesa, che abbia all’improvviso aperto grandi occhi misteriosi; dà il senso di una quiete impassibile ma anche di una violenza trattenuta che basta un colpo di pedala a liberare.

La Miura, più che da collezione privata è da museo d’arte (e credo sia già stata accolta). Avendola lì davanti sembra nata tutta intera da un unico clic vitale, dallo scoppio di un vulcano; e strisciandola con un dito vibra quasi dorso di un leone addormentato. Mi accade di guardarla in qualche fotografia, come ogni tanto si guarda quella di un quadro, e viene anche il richiamo visivo e il confronto con la Dino della Ferrari. Ma è appena un cenno. La Dino è più premente, morde la terra. La Miura è lì pronta ad alzarsi per muoversi sopra gli alberi e riconoscere il mondo. Sembra guardarsi intorno, curiosare, non avere sospetti, non avere rimpianti. Dimostra una pazienza, direi una compiacenza infinita. Nata non dal freddo rigore standardizzato del computer ma come l’invenzione felice di un autentico artista del nostro tempo, che traccia i segni sul foglio provando e riprovando, nel silenzio di una stanza immersa nel liscio orizzonte della nostra regione; che sollecita con duro e spietato realismo gli inventori e gli artisti geniali. Sia quelli che guardano il cielo sia quelli che tengono gli occhi fissi alla terra, con la voglia di confrontarsi. Con la Miura, per i vialoni emiliani non più polverosi, nel silenzio dell’estate si poteva in ogni istante sognare di volare su uno dei cavalli fantastici dell’Ariosto, che non avevano paura né della velocità né dello spazio né del tempo.

La Miura non è solo la vittoria di un motore ma di un sogno reale, corrispondente alla intrepida volontà di un uomo – che ha saputo unire il furore all’incandescente bellezza della rosa, quando è compatta e prima del gelo.

 

In Fabio Foresti, La fucina del toro. Lamborghini, uomini macchine saperi, Bologna, Cappelli, 1993.

 

 

Altri testi

 

 

Imola

 

Non sono un vacanziere, non sono un weekendiere; sabato e domenica per me valgono lunedì o martedì; perciò propongo viaggi minuti, che si consumano in un fiato dentro a queste prime nebbie padane, e verso luoghi in cui si arriva aprendo la porta, si ascolta il silenzio e si guarda con gli occhi aperti. Se va bene questo modo, allora propongo di andare a Imola, 34 chilometri da Bologna per la via Emilia, dove in via Garibaldi 18, da qualche settimana, è aperto al pubblico il palazzo Tozzoni, diventato di proprietà comunale sotto forma di donazione vincolata alla conservazione. Un complesso straordinario nel senso della completezza e della conservazione; tale da renderlo esemplare strumento di educazione culturale, soprattutto per i giovani delle scuole (a questo fine, se può servire, ecco il numero telefonico del Comune: 0542/26380, chiedere del dottor Alfredo Taracchini).

La nobile famiglia Tozzoni, di cui le prime notizie risalgono al 1140, pur attraverso varie peregrinazioni e vicende dedicò molta cura alla conservazione, nella più completa integrità, delle strutture e degli arredi del palazzo imolese; che adesso può proporsi come un documento dettagliato e sorprendente della storia e della vita dell’aristocrazia provinciale nei secoli passati.

Per fare alcuni esempi rapidi: dalle livree dei servi ai taccuini di casa o a quelli con le indicazioni esatte e puntuali delle perdite al gioco di Giuseppe Ercole Tozzoni con il Duca di Modena nel secolo XVII; dal vasellame agli arredi delle camere; dall’archivio di famiglia alla raccolta dei bandi, delle medaglie, delle monete; dalle maioliche alle chiavi, agli strumenti per i vari servizi, anche quello, da scrittoio, per appuntire le penne d’oca; per finire all’immagine in cera a grandezza naturale e completamente agghindata, di Orsola Bandini moglie dal 1819 di Giorgio Barbato Tozzoni e che, morta e rimpianta, fu così tenuta in effige nella camera da letto anche dopo il nuovo matrimonio del marito con una Amaducci di Cesena. Certamente i due piani di questo palazzo non sono un freddo antro museografato ma un centro vivo che stimola domande, curiosità, scoperte e suggerisce qualche precisa risposta che serve a capire.

Chi vuol pranzare vada cento metri più in là, alla Locanda Moderna, e avrà conferma che l’antica paziente e nobile arte della cucina non è spenta, in alcuni angoli della provincia.

 

«L’Espresso», 8 novembre 1981.

 

 

San Marino di Bentivoglio

 

Duemila anni fa lo storico greco Polibio scriveva che la raccolta delle ghiande nei querceti della Pianura padana era abbondantissima; ma è sotto i Longobardi che l’Emilia diventa terra di grandi allevamenti di maiali; mentre la Romagna, passata dai Romani al dominio bizantino, continuava ad allevare pecore e vacche. San Marino di Bentivoglio è dentro a questa pianura oggi fertilissima ma un tempo, dunque, piena di canne boschi ghiande canali. La bonifica, cominciata alla fine del Settecento, durò per tutto l’Ottocento con una fatica dura e continuata di uomini; tanto che qui si formarono alcune delle più importanti leghe socialiste e si organizzarono i primi scioperi delle nostre parti.

Il paese è ormai quasi una periferia di Bologna, con le sue villette che hanno il citofono al cancello, e non ha una faccia importante; ma di quella lunga terribile fatica sulla terra resta un’ampia  documentazione – direi palpitante – nello splendido museo allestito dentro la villa Smeraldi, a due passi dal paese e acquistata negli anni Settanta dalla Provincia di Bologna. Organizzato amministrato gestito con rigore, il Museo della Civiltà Contadina è ormai un centro di rilievo europeo per la sua specificità, ed è un luogo di sistemazione e di tutela “viva” dei fondamentali strumenti del lavoro contadino di un tempo neanche troppo lontano (con prevalente riferimento alla produzione della canapa, del grano, dell’uva).

Non riesco a dimenticare che nel pomeriggio della mia ultima visita fra gli altri c’era una coppia di vecchi contadini i quali, mentre si additavano gli strumenti e ricordavano le fatiche patite a maneggiarli, piangevano. Ma anche il grande parco della villa meriterebbe una visita attenta per la varietà degli alberi, anche rarissimi. Perciò dispiace lo scarso zelo dedicato alla manutenzione di questo gioiello botanico; e soprattutto l’evidente disinteresse dell’università che qui invece avrebbe modo di applicarsi con scienza e professionalità. Il Museo, chiuso al mercoledì, si può raggiungere con un autobus comunale.

 

«L’Espresso», 3 ottobre 1982.

 

 

San Giovanni in Persiceto

 

Qui è nato nel 1550 Giulio Cesare Croce, l’autore dello scaltro Bertoldo che ne sapeva una più del diavolo o del re (e del suo estro generoso nonché del suo pragmatismo diabolico molta parte è rimasta sopra la pelle e nel cuore di questa gente). Qui nel gennaio del 1868 partì la rivolta dei contadini bolognesi contro la tassa sul macinato, con l’assalto al municipio, il fuoco all’archivio e le campane delle chiese fatte suonare a stermida (a stormo) per chiamare a raccolta. Oggi, a venti chilometri da Bologna; con ventiduemila abitanti fra centro e campagna; con tante piccole industrie che fino a ieri hanno lavorato a pieno ritmo; con una Partecipanza Agraria antichissima che coinvolge i nuclei familiari con sorteggi e assegnazioni novenali di terreno agricolo; S. Giovanni in Persiceto è amministrato da una giunta giovane, dal sindaco all’assessore alla cultura, che intende la politica soprattutto come un impegno a interrogarsi sulle cose, mentre si cerca puntigliosamente di farle.

Dunque un paese da visitare e osservare in dettaglio; come uno dei tasselli importanti per intendere la realtà di questa terra emiliana. Inoltre è un paese bello. Ha un centro storico; un teatro del Seicento in fase di restauro; strade con portici, da camminarle pensando. La biblioteca, ricca di libri e povera di spazio, è diretta da Mario Gandini, uno studioso che riconferma la vitalità della provincia italiana, che nonostante i tempi continua a progredire toccando il vivo dei problemi. A lui, telefonando allo 051/821878, ci si può rivolgere per predisporre una visita delle scuole o per avere ogni possibile notizia in merito.

Non lontano dalla biblioteca sorge la Chiesa Collegiata, esempio alto di architettura del Seicento, con un prezioso e raro arredo di oggetti di culto. Il parroco, don Enrico Sazzini, sta riordinando o facendo restaurare una raccolta di quadri del ’600 e ’700 bolognese (Scuola del Guercino, Scuola del Crespi; e poi Tiarini, Gandolfi, il Garofalo, Ercole Graziani) che meriterebbe, essa sola, un viaggio. Tanto più che don Sazzini è una guida preziosa.

 

«L’Espresso», 19 dicembre 1982.

 

 

Malalbergo

 

Sabato, primo pomeriggio, mese di maggio. Il cielo, anche qua a Bologna, ha spazzato via la polvere gessosa che la pianura soffia in alto durante l’inverno e che si stampa come un calco fra le nuvole arroventate dal primo sole. Così si può andare, per una strada piatta e a ghirigori, verso Malalbergo, un paese sdraiato lungo la statale, al confine delle provincie di Bologna e Ferrara.

Più vicino a Ferrara (otto chilometri circa); più lontano da Bologna (circa venticinque chilometri). È molto antico anche se adesso è tutto nuovo; con 6103 abitanti (erano cinquemila al censimento del ’71) che sono pendolari o addetti alla coltivazione intensiva dell’asparago, di cui in maggio si fa la sagra, qui e ad Altedo – un paesone più popolato e più ricco, lontano un tiro di schioppo.

Malalbergo, dentro a questa pianura liscia come un lenzuolo (una volta era acqua e terra da qui fino al mare), si trovano ancora miracolosamente intatti (ma fino a quando?) circa settanta ettari di terreno splendido, silenzioso, ancora incantato nel suo fulgore e nel suo rigore millenario. Parlo della tenuta “La Comune”, usata esclusivamente dal ricchissimo proprietario per riserva di caccia (e, in questo caso, fortunatamente). Dell’antica zona valliva – nella quale un tempo si coltivava il riso e oggi, dentro a questi limiti e forse ancora per poco, l’erbasala (il quadrello) con cui si impagliano i fiaschi e le sedie – conserva una varietà eccezionale di alberi, piante, uccelli, animali (piccoli animali) d’acqua.

I canali si snodano fra siepi di canne che si aprono all’improvviso in slarghi intorno ai quali sostano gli uccelli più belli e più rari: dai trampolieri, alle sgarze ciuffetto, all’airone bianco, ai cavalieri d’Italia – che sono ormai in estinzione. Il luogo si può girare con l’aiuto di un custode bravissimo, informato e paziente. Dovrebbero andarci soprattutto le scuole, perché lì c’è da imparare più che su un libro aperto. Si può telefonare all’Ufficio Cultura del Comune (055/872011) chiedendo dell’assessore Franco Ghedini o di Fulvio De Nigris, che dirige il nuovissimo Centro Culturale polivalente, molto bello e appena ultimato. Ci sono anche due ottimi ristoranti, con autentiche specialità.

 

«L’Espresso», 27 giugno 1982.

 

 

Teramo

 

Chi dal nord arriva in Abruzzo per la statale Adriatica, a un bivio dopo Giulianova svolta a destra e infilato un asfalto lungo venticinque chilometri si trova a Teramo, Interamnia, la città fra i due fiumi. Quei venticinque chilometri, tuttavia, possono sembrare Monza o Indianapolis, perché nei rettifili ingobbiti da dossi maligni, macchine e macchinette di giovinastri strabuzzati e di catuzzi con moglie nonna figlioletti e cane sfrecciano incuranti di divieti con sorpassi che fanno accapponare la pelle.

Comunque questo rischio merita la posta. Perché la città è incantevole non tanto per la sua faccia di pietre, mortificata da una aggressione urbanistica per niente rispettosa dell’antica struttura che risale ai Romani; ma perché è in realtà uno degli ultimi habitat naturali non ancora decapitati dalla furia nevrotica del nuovo millennio che è già in corso. Infatti Teramo è una città da abitare, anche per pochi giorni, più che da visitare; è una città morbida e fresca che si fa conoscere con piccole sorprese più che una città ossessionante come tante città italiane in cui non sai dove volgere il collo, perché in ogni pertugio trovi i secoli che incombono e ti fanno strabuzzare gli occhi e allora devi stare in continui di meraviglia. Qui invece la vita è a misura – come dire? – giusta d’uomo; e la città senza gridare si accompagna a te ti respira vicina acquattata come un cagnone; e ti lascia in pace.

Città terziaria non è né greve né volgare ma vigile e in moto. Sta a 25 chilometri da un mare che una volta era verdissimo e a 25 chilometri dal Gran Sasso e da altre cime non ancora sconvolte; con soprastante un cielo lucido e un’aria sopraffina. Ed è legata, come ho detto, a consuetudini di vita non ancora spente; a una vera civiltà delle cose. Il negozio di Fumo, per esempio, ha il gusto e il garbo di una pasticceria di Vienna. Così il negozio di Alberto il fornaio o di Caterini che presenta i formaggi come vini d’annata. A Teramo dunque bisogna starci con le mani in tasca (dico del forestiero), respirando col naso e cercando di parlare alla gente. Per chi vuol proprio vedere, proporrei la deliziosa pinacoteca e il duomo. Il duomo col suo paliotto.

 

«L’Espresso», 18 aprile 1982.

 

 

Civitella del Tronto

 

Civitella del Tronto è uno di quei paesi italiani, stupendi e severi, che suscitano ancora forti sentimenti; e che non si visitano senza emozione. Citata per la prima volta in un documento del 1001, collocata fra Teramo e Ascoli Piceno, a un’altitudine di circa 600 metri e a 30 chilometri dall’Adriatico, è circondata da un panorama che va dal mare alla Montagna dei Fiori, al monte Fultrone, al Gran Sasso, alla Maiella, fra boschi luce cielo e gran chiamare d’uccelli. Ma chi la domina, la esalta e la contrassegna è la sua fortezza; uno degli esempi più alti e completi in Europa di architettura militare.

Sistemata e ampliata verso il 1445, fu trasformata in un poderoso complesso di difesa da Filippo II di Spagna, a baluardo del Viceregno di Napoli. Subì il primo grande assedio da parte dei francesi nel 1557. Il secondo nel 1806 dall’esercito napoleonico. Il terzo, leggendario, dal 2 novembre 1860 al 20 maggio 1861 dai piemontesi dilaganti verso il sud. Fu una resistenza superba e disperata, fino all’ultima cartuccia. Ripagata alla fine dal vincitore con la fucilazione dei capi, la violenza sui singoli e nei mesi seguenti con il criminale smantellamento a colpi di mine del forte. Che adesso sta lì, come un albero spaccato dal fulmine, a testimoniare che chi vince spesso è peggiore dei vinti. E i vinti si fecero molto onore in quei mesi, durante i quali non solo i soldati asserragliati, ma l’intero paese (salvo pochi) era in armi per offrire l’ultima resistenza del sud contro unnemico spesso soltanto feroce.

Ma oggi, chi sale al paese, sarà rimeritato intanto da una stupenda occhiata sul mondo; dalle stradine antiche, silenziose, in salita; e dai particolari minuti che potrà osservare e godere. Palperà la storia con le mani, ruvidamente. Purtroppo la fortezza, da tempo, è chiusa. Speriamo che chi amministra si svegli dal sonno e si decida a farla riaprire, come un bene a servizio della comunità.

Per chi vuol restare ci sono alcuni buoni alberghi e cibi tradizionali squisiti, fra cui i maccheroni alle ceppe.

 

«L’Espresso», 6 giugno 1982.

 

 

Il Po è un fiume

 

Testo del documentario Sguardi dal fiume

(Movie Movie, 1997)

 

Il Po è un fiume,

il più grande il più lungo d’Italia.

È il principe dei fiumi.

per 634 chilometri dal Monviso al mare Adriatico

si snoda come un serpente

attraverso la pianura padana –

e come tutti i fiumi grandi

è un fiume che parla.

Racconta storie, ricorda storie.

Ne ha visti di eserciti stranieri

arrivare e fuggire!

 

 

1. Po

 

Canta un’antica ninna nanna, riferendosi al fiume:

 

passa il re di Francia / con tutti i suoi soldati /

passa Radetzki / con tutti i suoi tedeschi

passa ancora una volta / e poi non passa più.

 

Dunque, camminare sul Po

è sempre un viaggio, è un’avventura.

E anch’io ci cammino

come su una strada d’acqua

per immergermi nell’antica storia d’Italia,

ricordare formidabili vicende,

incontrare personaggi dalle lunghe barbe di marmo,

dai lucidi occhi dipinti;

poi affreschi, chiese, palazzi, piazze.

E dopo le file dei pioppi –

che sembrano non avere fine –

le antiche città

giovani di mille anni.

Cremona.

 

 

2. Cremona

 

Esterni

La città medievale, dalle strade lunghe e strette,

è passata nei secoli attraverso sconvolgenti vicende.

Nella piazza:

– il duomo, un capolavoro di architettura religiosa,

– e il terrazzo vicino, alto più di cento metri,

tanto che annuncia la città da molto lontano.

– Nella facciata del duomo,

bianca che sembra di pelle viva, statue di profeti,

leoni accucciati come a Venezia.

Marmo, marmo, lavorato, scolpito,

a scavare nel tempo, negli anni, nei secoli.

Uno scontro con l’esterno.

 

Interno

All’interno del duomo

– oltre la “Deposizione”

c’è la “Crocifissione” conclusa dal Pordenone nel 1521.

Un brivido, a rivederla.

È la scena di una violenza appena consumata

e di un dolore ancora da espiare

mentre la terra si è spaccata

nel momento della morte di Cristo.

Una scena animata e incupita

da bagliori di spade,

gonfi nembi vaganti;

tanto che tutto sembra svolgersi sulle rive del Po,

in un giorno che annuncia tempesta.

Il viso del Cristo,

duro di sofferenza,

sembra proprio di un uomo che muore.

 

Cremona non può stare da sola

ma vive nel suo territorio,

col suo territorio,

insieme alle acque che l’accompagnano

e la circondano:

il Po, primo fra tutti;

poi l’Adda e l’Oglio.

Poi la pianura a perdita d’occhio.

 

 

3. Colorno

 

A Colorno tanti arrivano per il Palazzo Ducale.

Il paese risale al Medioevo

– come tanti in questa pianura –

ma sono i Farnese

che lo prescelgono come bel luogo di villeggiatura,

e nel Settecento restaurano il palazzo

– un tempo rocca dei Sanseverino –

che diventa luogo di meraviglie

e di cultura.

Così Colorno fu chiamata “la piccola Versailles”.

Splendido di pietre levigate dentro

a un mare di verde ordinato

– quasi geometrico –

si può assomigliare ai grandi palazzi

dell’Austria imperiale,

alzati con spavalda superbia

per accogliere fasto e bellezza.

 

 

4. Parma

 

Ha scritto un grande viaggiatore italiano quarant’anni

fa, Guido Piovene:

 

Con Parma comincia la vera Emilia,

sensuale, pittoresca, estremista.

Ma Parma ha caratteri diversi

dalle altre città emiliane.

È la più francese.

Perciò si entra a Parma

in un piccolo mondo unico,

sanguigno e ironico nel medesimo tempo.

Nelle sue vene scorre il sangue del melodramma.

 

Teatro Regio: qua siedi e ascolta.

Costruito fra il 1821 e il 1829

sembra un teatro d’oro.

È il centro palpitante del melodramma verdiano.

Anche a sala vuota,

con le luci spente,

risuonano accordi

vibrazioni di canti

s’alzano verso la cupola.

 

La piazza del Duomo

 

– Nella piazza

il battistero, il duomo e il campanile dell’Angelo

sono raggruppati

– è stato detto –

come in un riposo solenne e magnifico.

 

– Il battistero,

uno dei capolavori dell’arte romanica,

è opera dell’architetto Benedetto Antelami

– il grande “magister Benedictus” –

che,

nel corso del XII secolo,

comincia a lavorare

anche dentro e fuori la cattedrale.

Il marmo, le pietre, le strutture architettoniche

lui le trasforma

con una forza cupa e fiera

quasi in voci che gridano,

in parole.

A guardare le opere

si è coinvolti e sconvolti

come da un maestro severo ma amico.

 

– Interno del duomo

con la “Deposizione” dell’Antelami.

La lastra ha imprigionato

per sempre

il rigore di un movimento terribile

rendendolo indimenticabile.

Il Cristo,

con le braccia aperte come ali,

sembra sceso da un volo

per consegnarsi ancora una volta

agli uomini.

 

Teatro Farnese

 

“Teatrum orbis miraculum”

– meraviglia del mondo –

il teatro Farnese,

costruito tutto in legno all’interno del

palazzo della Pilotta,

era dipinto

– insieme alle statue –

a imitazione di marmi molto rari.

Gli girava intorno

una ricca decorazione in oro.

Inaugurato nel 1628

e usato solo per occasioni ufficiali

– poteva ospitare più di quindicimila persone –

alla fine del Settecento era già

“un vecchio teatro,

d’aspetto triste e grandioso,

che il tempo riduce lentamente

in un mucchio di rovine”

(così scriveva Dickens nell’Ottocento).

Oggi, come si vede,

è stato ricuperato e risanato.

 

Camera di San Paolo

 

Stendhal nel 1817:

 

Mi strappo a Milano.

Un’oretta di fermata a Parma

per i sublimi affreschi del Correggio.

 

E nell’antico convento di San Paolo

c’è la camera

con i primi dipinti eseguiti a parma

dal Correggio,

commissionati dalla badessa Giovanna.

Nella volta

il pittore ha dipinto

un giardino meraviglioso, e meravigliato,

di naturale freschezza,

di generosa speranza,

di giovinezza.

In un ordine pittorico

sostenuto da una fantasia

quasi miracolosa.

 

 

5. Tutto è Po!

 

Dietro panorami che sembrano immutabili

c’è una realtà

che cambia.

Tutti dovremmo fare e pensare

perché anche il mondo del fiume

possa migliorare

ma difendendolo

dalla speculazione selvaggia.

Raccontano che un amico chiese a un amico:

“Qual è il Po?”.

“Tutto è Po!” la risposta.

 

 

6. Fontanellato

 

Anche Fontanellato

con i suoi portici e le sue vecchie case

ha un aspetto medievale.

All’inizio del Quattrocento

i Sanvitale la trasformarono in fortezza

con bastioni, fossati

e la rocca.

Fra i suoi muri si trovano

mobili, arazzi, armi

e – fra altri –

un affresco del Parmigianino

datato 1523:

la Favola di Diana e Atteone.

Dipinto per ordine di Galeazzo Sanvitale

– in una piccola stanza

dedicata alla moglie –

racconta che Diana,

sorpresa nuda nel bagno,

per vendetta muta Atteone in cervo.

C’è una luce intensa che viene dall’alto

e la scena è resa con una struggente efficacia

da questo grande artista

morto giovane,

tormentato da una insoddisfazione dolorosa

per volontà di continua perfezione.

 

 

7. Questo è il Po, oggi

 

Fetonte

– secondo la mitologia –

precipitò dal cielo e annegò nel Po.

Le sorelle

– che lo piangevano sulla riva – furono trasformate in pioppi.

E la pioppicultura

è una delle attività tipiche del fiume.

Oggi

sulle sue rive

possiamo ancora vedere pecore al pascolo

ma

– nei giorni di festa –

gare di motocross.

Questo è il Po, oggi.

E questa, più in generale, è l’Italia

– nuova e vecchia insieme

già del Duemila e ancora antica.

Cimiteri sopra cimiteri di altre ossa

città sopra città

chiese sopra altre chiese scomparse.

Niente riposa

sotto e sopra il suolo italiano;

tutto è testimonianza di altre vite,

di antichi percorsi,

di perdute fantastiche o strazianti primavere.

 

 

8. Sabbioneta

 

All’imbrunire

sul Po

si scatenano le fantasie.

E Sabbioneta

– con i suoi edifici monumentali,

fra cui il Teatro Olimpico –

è nata

nella seconda metà del Cinquecento

dalle fantasie quasi ossessive

di potere e di bellezza

dei Gonzaga

– soprattutto del principe Vespasiano.

La “piccola Atene”, fu chiamata.

Utopica città ideale.

Centro da cui tener lontane

la volgarità del mondo

e ogni ignoranza;

e dedicato, con l’arte la scienza e la poesia,

a mantenere

– o a riportare, se perduta –

l’armonia nella vita

e a vincere la morte del tempo.

 

 

9. Po – Mincio

 

Il Po si allontana

ed è il fiume Mincio

che porta verso Mantova

– cominciando intanto a trasformare

questi luoghi

in un mare d’acqua di verde.

Laghi, canneti, piante, uccelli.

Siamo sempre sulla più grande distesa

d’Italia,

e anche la quiete virgiliana

– Virgilio nacque qui –

è un sogno della memoria.

Traffico, suoni, voci,

frenesia di vita,

irrompono da ogni parte.

Mantova adesso è come assestata

su un fazzoletto di terra

circondato da tre laghi.

E custodisce il Mantegna.

 

 

10. Mantova

 

Camera degli Sposi

 

Palazzo Ducale a Mantova.

Camera degli Sposi.

“La camera picta” – la camera dipinta,

con la rappresentazione di momenti familiari

alla corte dei Gonzaga.

Andrea Mantegna dipinse

tra il 1465 e il 1474.

Nella parete a destra

una solennità maestosa

– che pare ormai perduta nella storia –

viene riconosciuta

a questa casata di potere, di sapere, di gloria;

con il magistero dell’arte,

ma anche con un’attenzione

che conferma un rispetto ammirato.

Seduti o in piedi sotto una loggia,

tutti sembrano in posa per una fotografia immortale,

con abiti sfiorati da un lucore appena smorzato.

Ma, per esempio,

sono singolarmente definiti anche solo

dalla varietà degli sguardi;

oppure accompagnati da memorabili dettagli

che fanno vibrare il muro:

il cane accucciato sotto la poltrona;

la ragazza con una mela;

la nana, contratta e immobile,

con un fazzoletto o nastro o borsello traforato

in mano.

E, seppure riparati da quella parete dipinta,

sembra di sentire

il respiro della campagna che vive.

A sinistra,

le figure nobili hanno alle spalle

un panorama

con una città fortificata

immersa in un silenzio drammatico d’attesa.

Con l’emozione, in primo piano,

di un particolare esaltante:

la piccola figura giovane

che stringe intimidita con tutta la mano

due dita della donna che ha vicino.

Tutto il racconto esaltante

trova alla fine un collegamento

con l’ovulo del soffitto

aperto contro un cielo appena rannuvolato.

Piove luce a fiotti da quel grande occhio aperto,

rovesciato nell’infinito

da un astronauta pittore

che ha visitato lo spazio lontano

e si è liberato da ogni vincolo culturale

che lo legava alla terra.

 

Teatro scientifico del Bibiena

 

“Lo scientifico”

o, esattamente, “il teatro scientifico”

di Antonio Galli Bibiena,

è un capolavoro costruito in appena due anni

alla fine del Settecento;

più come luogo di convegni intellettuali

che di spettacoli tradizionali.

Da qui l’impressione di abbraccio spaziale

che la sala raffinatissima propone,

quasi volesse avvicinarsi al pubblico

per far sentire il respiro delle idee,

non la voce gridata dei teatranti.

 

Palazzo del Te

(Sala dei Giganti: Caduta di Fetonte)

 

Il “Palazzo del Te”

(“Uno degli edifici chiave del Rinascimento”,

secondo un grande critico)

fu costruito in dieci anni

– dal 1525 al ’35 –

da Giulio Pippi detto “il romano”

(grande mirabile e stupendo,

come disse di lui Pietro Aretino).

Il palazzo è, esemplarmente,

la conferma del mecenatismo dei Gonzaga

Basso, su un solo piano,

a pianta quadrata, molto ampio.

Sembra uno splendido disco volante

sceso e appiattito a speculare la terra.

Dà una forte impressione di solida fragilità,

di arcana resistenza al tempo.

Piene le sale di capolavori pittorici,

quella detta “dei Giganti”

o “il Camerone”

prevale per il terrificante spettacolo

di vittoria e di morte.

Grandi figure di Titani,

che hanno osato ribellarsi a Giove,

sono vinte e travolte

in mezzo a un ruinare apocalittico di massi

– e fra questi le membra

si lacerano e scompaiono.

In alto, gli dei,

sembrano ancora ansimanti

per una vittoria faticosa e non ancora goduta.

Il grande diluvio

cupamente traslucido e gridato

lo leggiamo ancora come un

possibile racconto

dei nostri giorni.

 

 

11. Ancora sul Mincio

 

Ancora sul Mincio;

di nuovo verso il Po

lasciamo Mantova

città da non dimenticare.

Un cuore del mondo.

Molto verde sulle rive

ancora non scomposte

e un battello.

Sono pochi,

per un’autostrada fluviale

che aspetta soltanto

d’essere rispettata

e di servire.

E che corre fra rive

che sono una sola voce d’arte.

 

 

12. San Benedetto Po

 

Ancora in provincia di Mantova,

San Benedetto Po

è ricca terra agricola

ma con industrie importanti.

Fra queste,

la lavorazione del legno, di pioppo.

Il paese si formò

intorno all’abbazia di Polirone

(e l’abbazia fu costruita

fra il Po e il Lirone,

assorbito poi dal fiume Zara).

Dell’antica abbazia

restano poche tracce;

mentre, sulla piazza del paese,

si trova la basilica di San Benedetto,

rifatta splendidamente nel Cinquecento

da Giulio Romano

sulla vecchia chiesa di San Floriano.

Custodisce dipinti del Cinquecento veneziano

e, fra l’altro,

trentadue statue di terracotta

opera di Antonio Begarelli

– metà del Cinquecento.

Sotto il portico della facciata

sono collocate quelle

di Adamo,

di Eva,

di Davide.

Nell’andito della sagrestia

la tomba di Matilde di Canossa.

 

 

13. Verso Ferrara

 

Da Ostiglia a Occhiobello,

verso Ferrara,

il Po è già carico di veleni.

Il suo bacino è diviso

fra quattro regioni,

13 provincie.

Intorno gli vivono e premono

circa venti milioni di italiani

e una massa imponente di grandi

medie e piccole industrie

– che spurgano nell’acqua.

Per risanare questo gigante ferito

– un titano del Mantegna –

è necessaria la volontà

la responsabilità

di una nazione.

Non l’occhio di Giove

ma l’occhio dell’Italia intera.

 

 

14. Ferrara

 

Ferrara

che aveva il Po addosso,

ora lo ha solo vicino;

come ha vicino il mare.

È, dunque, anche città d’acque

come tante città padane.

Ha l’acqua intorno il Castello Estense,

prima un bastione

poi ripreso e inglobato

nel tessuto del centro cittadino.

La città non è un museo a cielo aperto.

È una delle meraviglie italiane,

per il complesso delle opere monumentali,

di scultura, di pittura

che le generazioni le hanno via via consegnato

come un lascito immortale

da tutelare.

Il duomo è esemplare

per esaltare testimoniare

le vicende cittadine, le antiche memorie,

a partire dal 1135.

Più volte ristrutturato,

quasi rifatto nel 1712,

esprime una forza che lo ancora al terreno,

mentre è percorso, quasi trasfigurato,

da una luce errante

che si inoltra e sfugge,

seguendo la varietà del cielo;

che indugia e vola;

tanto da renderlo quasi parlante

con la strada,

con la gente nella piazza.

È questo inarrestabile

moto vitale sulle pietre

che sembra legare

la intransigenza medievale

– che ha sempre costruito contro il tempo –

al moto rinascimentale

delle idee,

che del tempo e nel tempo

cercava di scegliere splendide rose.

La duplicità miracolosa e articolata

si può anche cogliere

da una parte

nelle sculture dei “Mesi”

 – oggi nel museo della Cattedrale –

con le figure che sembrano fuoriuscite

o liberate

da magmi di lava

per essere consegnate a una nuova fatica,

non a una libertà.

Dall’altra parte,

si può cogliere nella città rinascimentale;

nel corso Ercole I d’Este;

nella lunga prospettiva euclidea.

Qui, valutiamo il rigore dell’intelligenza

tesa a cercare una bellezza reale;

e la passione di fare, costruire,

realizzare per poterla sfiorare, toccare,

godere.

Così per il palazzo dei Diamanti;

che del lavoro per il terzo ampliamento della città

è un risultato di vertice.

Sembra avvolto da una pietra palpitante.

Così per il palazzo Schifanoia;

che custodisce nel “Salone dei mesi”

un ciclo di affreschi

riferiti ai dodici mesi dell’anno;

considerati un capolavoro dell’officina ferrarese

e del nostro Rinascimento.

Ferrara

è un libro d’arte, di poesia;

ma è anche un libro di storie

alte e concrete.

Induce alla pazienza generosa

e inevitabile

della contemplazione attiva.

Che vuol dire

– perché lei lo suggerisce –

non sfuggire alla vita.

 

 

15. Pomposa

 

Pomposa ha una storia che affonda nei secoli.

Prima era sull’acqua,

fra boschi,

quasi un’isola.

Adesso sente il mare lontano

nel volo dei gabbiani

che entrano per le discariche.

La facciata dell’abbazia

è dominata da un campanile di mille anni

con la cuspide a cono di agilissima eleganza

che svetta fa pochi alberi

e ha, dietro, la campagna

distesa a perdita d’occhio.

Oggi, nella chiesa abbaziale

meraviglia ancora la ricchezza

delle pareti affrescate

e dell’antico pavimento,

che sembra nuovo

per i colori che risaltano.

Nella calotta dell’abside

è memorabile

il Cristo in maestà del 1351,

da attribuire a Vitale da Bologna.

Mentre suoi allievi

hanno dipinto sulle pareti della navata maggiore

fatti del Nuovo e Vecchio Testamento.

Nel refettorio

gli affreschi eseguiti intorno al 1320

è probabile che siano di Pietro da Rimini.

In ogni modo, è soprattutto vero

che al visitatore non distratto

l’emozione esemplare

è data dal sentimento del tempo che non muore,

del moto della storia che non si ferma,

delle voci che hanno parlato

e parlano ancora

– con l’esempio di tutte le cose

fatte o sperate in passato

che s’alza fra questi muri.

 

 

16. Po – Mare

 

È la fine del viaggio.

Non più imperioso

ma ampio lento dolente

il Po apre le braccia

e si rovescia in mare.

Lascia un percorso d’arte

fra i più luminosi del mondo,

con opere fortunosamente

preservate nei secoli

nei millenni

nonostante le tempeste che hanno

travolta la pianura;

mentre per lui

delle valli di un tempo,

verso la foce,

oggi rimane ben poco

– perché quasi tutto è stato bonificato.

Poche case

basse

schiacciate a terra.

Le sere sono lunghe.

Rimane qualche giovane a mendicare lavoro.

L’uomo del delta, dicono,

passa e non si ferma.

In qualche paese

le donne vanno ancora al cimitero

e parlano con i morti.

La solitudine è grande.

La verità è che sul Po si appoggiano

272 centrali idroelettriche

6 centrali termiche

2 centrali nucleari.

Il futuro, per il grande fiume,

forse non è ancora arrivato.

 

 

 

 

 

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Letto 2844 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Giugno 2013 07:56