L’attore

Un teatro molto grande, ottocentesco; tutto stucchi e oro; con i palchi e in platea le poltrone con il velluto rosso.

Sul palcoscenico, protetto alle spalle da un paravento bianchissimo, un attore in frac, con la faccia leggermente truccata, sta declamando – o recitando – un lungo testo poetico. Lo recita quasi immobile, dentro la protezione sacrale del paravento.

In platea e nei palchi il pubblico è abbastanza numeroso, ma in galleria si scorgono le teste di solo due spettatori.

L’attore è sui quarantacinque anni, un volto nobile e devastato, i capelli ingrigiti; recita adagio, scandendo; ormai alla conclusione di una parte:

“È la saggezza dell’umiltà; l’umiltà è sconfinata.

Le case sono andate tutte sotto il mare.

I danzatori sono andati tutti sotto la collina”.

L’attore si ferma, fa una pausa. In sala si sentono colpi di tosse, stropicciare di piedi. Si sente perfino una voce che trattenendosi chiama: Alda, Alda!; e poi il fruscio di carta stagnola, forse per un cioccolatino.

L’autore riprende, dopo aver bevuto un sorso d’acqua da un bicchiere mezzo pieno:

“O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio,

nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto…”.

 

Rumori del pubblico, una agitazione dettata da piccoli fastidi o da una più generale insoddisfazione. O da incomprensione.

L’attore si ferma e si rivolge al pubblico: “Non mi lasciate arrivare alla fine? Vi posso appena ricordare che il testo è di un nostro classico, dopotutto!”.

Una voce dal pubblico: “Infatti, noioso e morto!”.

L’attore: “Niente affatto!” (…lascia il posto fra il siparietto e s’avvicina al boccascena…) “È ben vivo. Inoltre sa arrivare in fondo alle cose. Scava con le parole. Perciò non mortificate, non dico me, che sono soltanto un tramite, un tramite per la voce; ma Eliot. Il quale è autore che perde poche volte la pazienza, ma quando la perde…”.

Un’altra voce dal pubblico: “Cosa fa?”.

L’attore: “Niente di particolare, ma invia messaggi come tante frecce avvelenate, contro il nemico; o l’avversario. In questo caso contro di voi”. (…brusio…) “No, no; lasciatemi finire. È la verità. Questo autore, come tutti quelli che si rispettano, si conquista lo spazio con le parole, una dopo l’altra…”.

Un’altra voce dal pubblico: “Se sono uguali a queste!”.

L’attore: “…una dopo l’altra, come un concerto di frecce avvelenate. Colui che non ascolta, infatti, è il vero nemico; il vero avversario, appunto!”.

La prima voce dal pubblico: “E chi scrive non è nemico dell’uomo?”.

Risate; poi, all’improvviso, incredibilmente, si fa di nuovo silenzio. Neanche lo strusciare di un piede. Un silenzio da predatore in agguato; la gola che palpita ma il respiro trattenuto.

L’attore si guarda intorno, lusingato, poi ritorna al suo posto; beve un altro sorso d’acqua e riprende la dizione con gli ultimi due versi:

“O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio,

nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto,

i capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati…”.

Vediamo nel buio, in fondo alla sala, spettatori delle ultime file alzarsi quasi come ombre e allontanarsi.

Percepiamo queste uscite, che man mano si susseguono ma ordinate – almeno in un primo momento – dal riverbero della luce della hall, quando la porta viene socchiusa.

Anche la gente dei palchi si agita, poi si alza confabulando e infine poco per volta si allontana.

L’attore continua, senza particolare preoccupazione:

“Perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede

Ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.

Attendi senza pensiero, perché non sei pronta al pensiero:

Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.

Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.

Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,

Le risa del giardino, eco di un’estasi

Non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia

Della nascita e della morte”.

 

A questo punto l’attore si ferma; si sforza di vedere e di ascoltare; perché percepisce un frusciare cauto ma sospetto.

Però le luci forti e colorate del palcoscenico gli impediscono, nonostante aguzzi gli occhi, di capire ciò che realmente sta accadendo.

Allora torna a rivolgersi al pubblico: “Vi prego d’ascoltare. Non solo io, o voi; ma anche l’autore, a questo punto, è rimasto così bonariamente colpito dalle sue stesse parole, da raggiungere una…” (fa una pausa, scuote la testa quasi riflettendo tra sé, poi continua…) “Meglio proseguire lasciando che sia lui a raccontare qualcosa, e a chiudere il discorso così come l’aveva aperto:

“Voi dite ch’io ripeto

Qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.

Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,

Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,

Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza

Per possedere ciò che non possedete

Dovete fare la strada della privazione.

Per arrivare a quello che non siete

Dovete andare per la strada nella quale non siete.

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete

E ciò che avete è ciò che non avete

E dove siete è là dove non siete”.

 

L’attore ha una sensazione lancinante; come un incubo che esplode.

Si ferma, fa qualche passo avanti, afferra il bicchiere d’acqua; vorrebbe bere ma non beve – non riesce a portarselo alle labbra – allora lo trattiene in mano.

Ritorna sul boccascena, si china cercando di guardare; e in questo atto piega il bicchiere e fa versare quasi tutta l’acqua rimasta.

Incerto sul daffarsi, decide di riprendere a recitare ancora; mentre vediamo che una sola persona è rimasta nei palchi e tre altre sono sparse in platea. Stringe sempre il bicchiere in mano:

“Il chirurgo ferito maneggia l’acciaio

Che indaga la parte malata;

Sotto le mani insanguinate sentiamo

L’arte pungente e pietosa di chi guarisce

E scioglie l’enigma del diagramma della febbre.

I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,

Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,

I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio,

E bui il Sole e la Luna, e l’Almanacco di Gotha

E la Gazzetta della Borsa, e l’Annuario delle Società Anonime,

E freddo il senso e perduto il motivo dell’azione.

E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,

Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.

Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che scenda su di te il buio

Che sarà l’oscurità di Dio. Come, in un teatro…”.

 

A questo punto si sente un tonfo, come per la caduta di un oggetto pesante, quindi lo sbattere di una porta.

L’attore, interdetto, si piega e depone il bicchiere sul pavimento. Mormora ancora alcuni versi, più per sé che per altri:

“Si spengono le luci, per poter cambiare la scena

Con un cupo rombo d’ali, con un moto del buio sul buio…”.

Poi grida, in una sorta di impaurita esaltazione; come se temesse di scoprire un baratro: “Luci, luci… perdio, accendete le luci!”.

 

Passano alcuni istanti, durante i quali l’attore, muovendosi o girandosi nervosamente, scalcia il bicchiere che rotola per il palcoscenico; mentre, intanto, tutte le luci di sala, del palcoscenico, dei palchi si accendono e il bicchiere termina il suo viaggio contro una lampada del boccascena.

L’attore, davanti a quel vuoto, resta allibito; e ancor più impaurito. Fa un passo indietro, come a ritrarsi, poi ha un brivido.

Infine si volta verso le quinte e chiama: “Alessandro, Alessandro!”.

Un vecchietto sui sessant’anni, vestito di nero con un garbo da poveri, entra sul palcoscenico dicendo: “Il signor Alessandro è andato via, poco dopo l’inizio”.

L’attore, interdetto: “Poco dopo l’inizio?”.

Il vecchietto: “È così”.

Si può capire che l’attore si sente addosso, all’improvviso, una grande stanchezza; una stanchezza di lunga durata, che gli circonda le ossa. Guarda il vecchietto e gli chiede: “Come è stato possibile tutto questo?”.

Il vecchietto lo guada e tace.

L’attore insiste: “È forse colpa mia. Vediamo…; cerca con gli occhi intorno; vede dietro le quinte alcune seggiole, va a prenderne una poi, fatti alcuni passi, ritorna a prenderne un’altra. Siede, si rivolge al vecchietto con un gesto invitandolo a sedersi a sua volta, e recita questi due versi:

“Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza

Perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore”…

Il vecchietto è rimasto immobile, in piedi. L’attore gli dice: “Non volete stare qua con me, almeno un momento? Confortare un povero attore trombato o, meglio, mortificato a morte è un atto di coraggio non un atto d’amore”.

Il vecchietto, rispettoso e un poco aulico: “Siederò con lei per il breve tempo di una sigaretta”. Si accomoda.

L’attore: “Avete ascoltato? E la mia dizione?”.

Il vecchietto: “L’ho ascoltata”.

L’attore: “Che cosa mancava?”.

Il vecchietto è intento a trafficare con i fiammiferi. Uno gli cade per terra. Si piega a cercarlo e alla fine lo trova.

L’attore: “Che cosa non andava?”.

Il vecchietto tira la prima boccata, poi: “Non era perspicuo!”.

L’attore: “Cosa?”.

Il vecchietto: “Perspicuo. Voglio dire, troppo denso. Avvoltolato in se stesso come una palla. La gente vuol capire subito, non vuol restare in attesa. Allora si fa sospettosa, anche contro i poeti”.

L’attore: “Davvero? Anche contro i poeti?”.

Il vecchietto: “Sì, perché sono i becchini del cielo”.

L’attore mormora a se stesso un verso:

“E così eccomi qua, nel mezzo del cammino, dopo vent’anni…”.

Il vecchietto getta per terra la sigaretta e la schiaccia sotto un tacco.

L’attore si alza in piedi. Dice: “Dove devo andare?”.

Il vecchietto: “È possibile che ci conduca il destino. Io intanto spegnerò le luci” – e scompare.

L’attore, così com’è, un po’ allucinato, s’avvia per uscire; intanto il teatro piomba nel buio.

Appena all’aperto, l’attore è come abbracciato da una folla; la stessa che all’inizio era il pubblico del teatro; e che adesso guarda verso il cielo, eccitata, esaltata.

Voci:

“No, guardate, sono sopra la chiesa di Mariano e Cosma”.

“Si abbassano, cadono, oh! sembrano cadere”.

“Ma cosa sono, sono uccelli?”.

“Navicelle, oggetti dello spazio”.

“Giochi per bambini”.

“Sì, sono palloni”.

“Sono fermi”.

Restano lì immobili, come in aspettativa”.

“E se lanciano bombe?”.

“Cosa dice! Sono palloni”.

“Palloncini di gomma, per far divertire i bambini”.

 

L’attore si rivolge a uno della folla, un giovane sui trent’anni, con una cicatrice sulla guancia e un libro stretto sotto l’ascella: “Perché siete usciti tutti?”.

Il giovane lo guarda e lo riconosce: “Gli altri non lo so, non posso dirlo. Parlo per me; io aspettavo altre cose, altre parole. Una scelta migliore. Quelle si chiudevano; non lasciavano respirare. Voglio dire, neanche il tempo di riflettere”.

Voci:

“Ecco, si muovono”.

“Sono veloci, vanno via. Scappano”.

“Vedete come sono leggeri”.

“Palloncini pieni d’aria. Leggeri, veloci”.

“Si dirigono verso il mare”.

“Quanti sono! Un’intera foresta”.

Il giovane commenta: “Ma basta poco per farli precipitare”; poi si allontana.

Anche la folla comincia a diradarsi.

Vicino all’attore compare il vecchietto, un po’ intabarrato, con il cappello in testa.

Il vecchietto gli allunga un libro: “Aveva dimenticato questo, in teatro. È suo, o mi sbaglio?”.

L’attore prende il libro: “No, è mio. Ma se vuole, glielo regalo. Tanto, ha visto stasera!”.

Il vecchietto: “È gentile, grazie. Ma la poesia non la leggo. Non la leggo più. Non la so leggere, per la verità. Qualche volta l’ascolto, se capita. In teatro. Ma è difficile. Arriva come un pugno e non so se è un bene o un male. Quando c’era la rima era meglio. Si poteva tenerla a memoria. Custodirla in tasca come il pane, o come il fumo. Buona sera!”.

Il vecchietto saluta e si allontana.

L’attore, guardandolo: “Si poteva mandare a memoria!”.

Fa qualche passo e butta il libro nella vasca di una fontana.

Il libro s’apre e galleggia, come un grande fiore bianco.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Editore: inedito
Letto 4186 volte