Io non scherzo, perché la storia è vera

Ripeto subito: questa in breve non è una storia inventata, così, tanto per fare (o per dire); batti al computer e vai via difilato. No, è piuttosto una storia (una piccola storia) di parecchi anni fa che mi va di raccontare, proprio adesso che lì fuori cade la neve. La neve. Così fitta e leggiadra che vien voglia di cantare. La neve. Una meraviglia.

Dice: non potresti stare un po’ calmo! Embe’? cade la neve. Dall’alto, tutto grigio, cade la neve, come sempre. Meraviglia sarebbe, bellomio, se dal basso salisse verso l’alto. Questo sì sarebbe uno spettacolo nuovo, non credi?

Azzardo a replicare; un tempo, e parlo soltanto delle mie parti, perché queste solo conosco; dalle mie parti, la neve veniva giù a ira di dio da dicembre a marzo; ed essa, buona cara neve, arrivava anche dentro le case e mica era tanto benedetta; sfondava perfino i tetti. Voglio dire che, da allora, qua la neve non cade più; non è caduta più; né dall’alto né dal basso. Tanto è vero che avendo chiesto “cos’è la neve” a bimbetta o bimbetto, questa risposta è stata data: “È una cosa bianca che non si mangia, perché è sporca”. Niente di meno, niente di più. Hai capito, dunque, cosa intendevo dire?

Neanche mi ascolta, scrolla le spalle e si allontana.

Io proseguo.

La storia vera, quella che vorrei raccontare in breve, se mi ascoltate, comincia con due nomi che sembrano un poco strani o disdicevoli ma che sono, lo giuro, nomi veri; e nomi di ragazzina e ragazzino, abitanti entrambi in una città con le torri. Dove, in realtà?

Non importa, non lo dico.

Nome della bimbetta con le calzette bianche: Bice Corrilontano. Nome del maschietto senza il coltello: Serafino Fatti da parte.

Lei era tranquilla e serena, e al nome neanche ci pensava; lui invece, del proprio si vergognava.

Un amico di suo zio, una volta, aveva riso e gli aveva quasi soffiato sul naso, da persona senza decoro, cioè da vero cialtrone: caro mio, hai un nome con il quale non ti resta altro che fare il paladino; sai, uno con la corazza e lo scudo e il cavallo bardato e via per sentieri e foreste per liberare la bella che sta andando sposa. Serafino aveva capito: che sta andando in chiesa. Così ogni domenica alla mattina, entrava in traversie, vedendosi con uno spadone in mano davanti al portone della chiesa del proprio quartiere, che era giusto quasi sotto la sua casa, la sua finestra.

Lasciamo da parte Serafino; volgiamoci a Bice; un nome stretto stretto che sembra uno starnuto.

Bice portava sempre delle calzine bianche, estate inverno; anche in primavera e autunno. Accadde un giorno, non so di quale stagione, che essa bambina, camminando per strada con il cagnolino al guinzaglio e vicina alla madre, incespicando, scivolò per terra. Niente di grave o di male, se si è giovani molto e si incespica per terra; ma rialzandosi, Bice si vide i calzini tutti sporchi di polvere, di fanghiglia leggera, di nerofumo e con un ginocchio appena strusciato dal sangue.

Serafino, senza spada, passava in quel momento di là e altro non fece che scoppiare a ridere, ma poi subito dopo si aggrottò, vedendo il rosso di quel giovane sangue. Tanto che accorse, staccandosi dalla madre e con un fazzoletto che aveva in tasca cercò di ripulire quel ginocchietto contaminato. Poi le persone si allontanarono, non senza aver udito un “che bravo ragazzino” annunciato a voce alta dalla madre di Bice, e aver carpito un fuggevole ma preciso sguardo di stupita gratitudine da parte di Bice stessa.

Il giorno seguente, Serafino dalla sua stanza vide Bice affacciata a una finestra della casa di fronte. Serafino, cuor di leone, si defilò per non farsi vedere e intanto qualcosa gli ballava in petto. Bice guardava in giro, cercandolo? Si dà il caso che pochissimo tempo dopo, la famiglia di Bice emigrò in Australia (l’ho saputo molto tempo dopo) e mai più rivide Serafino. Ma è pur vero che Serafino, crescendo, portò in cuore il magone di quella mancanza e cominciò a sognare nel sonno, ogni tanto, ma con preciso vigore.

Si vedeva con Bice in un campo coperto di candidissima neve e loro due inginocchiati e con le mani immerse nel bianco incontaminato: “il primo che pesca un fiore, si sposa entro l’anno; oppure se pesca un’erba, va soldato”. Si guardavano negli occhi, speravano.

Non so nulla di Bice; ma Serafino soldato è andato davvero. E talvolta in trincea si consolava pensando, ripensando a questo sogno. Il quale, per fortuna, un poco lo consolava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Testata: Agenda Smemoranda
  • Anno di pubblicazione: 2005
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