Bologna

 

1. IL CENTRO STORICO

 

Questa è Bologna.

Capoluogo della regione Emilia-Romagna.

Con una popolazione che nel 1870 era di 107.000 persone e oggi è di oltre 490.000.

Con una università che precede storicamente tutte le altre in Europa.

Con una amministrazione comunale composta, ininterrottamente dal 1945, di socialisti e comunisti; avendo la collaborazione delle altre forze democratiche.

È vero che una città è di tutti (di tutti i suoi cittadini); ma una città deve anche scegliere il suo modo d’essere: cioè il modo di parlare, di interrogarsi, di comunicare, di crescere, di svilupparsi.

Bologna vuole fare cultura mentre si autogoverna; vuole compiere scelte sociali e politiche di fondo e non semplicemente strumentali; e comunicarle con un linguaggio autonomo, antagonista, non subalterno alla norma. Dunque, Bologna propone un modo (o un metodo) di governo; non un’utopia.

Alcuni modelli urbanistici del centro, come via Castiglione o la piazza Santo Stefano, rimandano al ricordo di una città che era e si manteneva al servizio di tutti; con la varietà dei portici, che assolvono a precise ragioni urbanistiche e sociali; con gli androni dei palazzi e delle case, tutti aperti sui giardini e sugli orti.

Il complesso del Baraccano (di una semplicità affascinante che non può restare pura decorazione) è invece l’esempio di un grande contenitore entrato nella nuova strategia dell’appropriazione dei complessi monumentali da parte dei quartieri; per trasformarli in luoghi in cui si possono finalmente gestire i servizi culturali e sociali di una comunità.

Perché una città non può rassegnarsi o lasciarsi sopraffare e accettare di subire nuove aggressioni.

Non può restare imprigionata dalle pietre dure della storia. Una città deve cercare e trovare gli strumenti per difendersi dalla speculazione; e deve proporsi di rovesciare e sostituire i rapporti codificati; per esempio: quelli che dispongono l’operatore pubblico a promuovere e l’operatore privato a realizzare e a guadagnare.

Oggi la forza di Bologna è avere scelto d’essere una città con la voglia di confrontarsi, di comunicare, di lottare.

La vitalità è nelle scelte dirette non nelle ipotesi astratte.

Naturalmente: scelte discusse e realizzate con la partecipazione di coloro che ne sono i destinatari, cioè i quartieri; e quasi sempre contro le ostilità burocratiche ufficiali.

Noi contiamo, dicono infatti i quartieri agli amministratori, se e in quanto ci ascoltate non in quanto vi ascoltiamo.

In questo modo è stato possibile avviare l’impegno più nuovo dell’amministrazione comunale negli anni ’70: il restauro organico del centro storico con il consenso e la partecipazione di chi ci sta.

Sottrarre questi centri all’avidità speculativa, vuol dire mantenere le classi popolari nell’uso dei luoghi in cui da sempre sono integrate, e opporsi alla loro emarginazione. L’avvio alle iniziative per un piano urbanistico del centro storico risale al 1968, con il censimento degli edifici.

Fino allora Bologna aveva proseguito i piani impostati dal ’36 al ’42; e intanto accoglieva un forte flusso migratorio dalle campagne e dalle montagne intorno. Di conseguenza, negli anni ’50, il problema della casa era diventato preminente. In questo periodo si impostano i primi insediamenti di edilizia economico – popolare, con il programma di una crescita illimitata della città (comune all’ideologia del tempo); infatti l’obiettivo era una metropoli da un milione, un milione e duecentomila abitanti. Solo negli anni ’60 si prende coscienza che la crescita di una città è sempre a scapito di qualcuno e che, prima di crescere, bisogna cercare di trovare e realizzare nuovi equilibri territoriali. Perciò anche i quartieri antichi della città non sono più visti in funzione decorativa o turistica o pronti per la speculazione, ma come pietre da rinnovare secondo un metodo, perché possano essere naturalmente abitate.

Qui in San Leonardo siamo al centro dell’intervento.

Al piccone demolitore si sostituisce il restauro o la ricostruzione tipologica, che mantiene gli antichi elementi e le antiche strutture. Dunque, usando il mattone bolognese, che nel tempo ha codificato la dimensione degli ambienti e degli interi edifici.

Il modo tecnico dell’operazione è molto semplificato; ma interessa ripetere l’obiettivo che sta a monte dell’intero programma di restauro: assicurare l’assetto della città antica, perché questo consente di mantenere nel centro storico le classi popolari che lo abitano e le piccole attività commerciali e artigiane che lo caratterizzano.

Presto sarà completata la rete primaria che convoglia il traffico di penetrazione verso l’area urbana, il traffico tangente e il traffico di scorrimento veloce.

Questa rete, impostata nel ’58 e modificata nel ’69, è costituita dalla tangenziale, dall’asse sud-ovest e dall’asse sud-est.

Su tre corsie, ha alleggerito la città dall’incubo del traffico (anche se, certamente, non da tutti i suoi problemi) e ha aperto prospettive razionali per i nuovi insediamenti urbanistici.

Le strade sono arterie vitali dell’organismo urbano. Ma anche il verde è una fondamentale necessità sociale. Bologna ha affrontato il problema del verde pubblico con la stessa metodologia che è servita per il centro storico.

Alcuni esempi:

Villa Chigi, nel quartiere Colli, circa 280 mila mq. di parco, aree agricole, piante rare e l’antica villa al centro;

Villa Spada, nel quartiere Costa-Saragozza;

il parco Cavaioni, nel quartiere Colli, che con Paderno forma due zone collinari vicine di circa 600 mila mq.;

Un verde non solo da scoprire, conservare, difendere; ma da promuovere e produrre. Perciò sul piano regolatore la distribuzione degli spazi verdi è stata segnata dopo le indicazioni dei consigli di quartiere, che ne hanno stabilito anche le finalità.

Usando la politica degli acquisti immobiliari, luoghi di incantevole armonia naturale sono stati sottratti alla speculazione e disposti in modo adeguato al servizio dei cittadini, come lo stupendo complesso dei Prati di Mugnano (acquisito col concorso del comune di Sasso Marconi) con una superficie di oltre un milione di mq. Qui sono già in funzione i servizi di ristoro e di collegamento, mentre una cooperativa gestisce all’interno la zona agricola.

Questi polmoni di verde confermano due obiettivi della politica immobiliare del comune: riequilibrare il territorio mediante lo sviluppo di un’armatura di servizi; aggiungere alla proprietà pubblica una parte sempre più ampia del territorio comunale. Perché questo ritorni, e perché resti, ai cittadini.

 

 

2. I SERVIZI SOCIALI

 

Bologna non ha mai voluto proporsi come un comune antagonista allo stato. Al contrario, si muove proprio come partecipe dello stato. Nello stesso tempo chiede che ci sia un quadro di riferimento nazionale diverso. In questa richiesta entra l’ipotesi che ha condizionato fin dal principio l’insieme delle opere pubbliche realizzate: non fare un po’ di tutto, nel bene e nel male, come molti Comuni piccoli o grossi; ma scegliere.

E riferire le scelte a problemi individuati all’interno di una visione globale, poi giudicati e discussi pubblicamente.

La campagna, in questo contesto, non appare e non è un luogo ormai spento in attesa d’essere aggredito dalla speculazione edilizia, che avanza secondo direttrici concordate dal capitale.

Attraverso le cooperative, le leghe, i centri di raccolta e conservazione dei prodotti, la campagna è ancora protagonista. Rinnovandosi, è produttrice di beni e di lavoro; è stretta in un rapporto non subalterno con la città. E riorganizza la propria storia e la propria cultura.

Da parte sua la città resta collegata con questi problemi ed è coinvolta per la loro soluzione. Scegliendo un’economia integrata fra industria e agricoltura, Bologna conferma una intelligenza generale sulle cose e una indipendenza di giudizio aperta al futuro.

Il macello comunale, realizzato dopo un lungo dibattito pubblico e messo subito in funzione, ha potuto migliorare alcuni servizi e ha cominciato a correggere alcuni errori individuati nella pratica.

E man mano ottiene anche il consenso degli operatori economici, i quali in principio opponevano una resistenza sostenuta dalle abitudini e dalla convinzione d’essere emarginati dal centro cittadino.

Il macello comunale, la borsa del grano, il palazzo degli affari, l’ente fiere di Bologna sono quattro complessi al servizio di questa economia integrata.

La borsa del grano raccoglie la parte maggiore delle operazioni riguardanti l’economia agraria della provincia, oltre a quelle avviate o concluse nel corso del mercato settimanale.

Il palazzo degli affari, attuato dalla camera di commercio, è il centro dell’attività economica in generale e degli interessi sollecitati dalla fiera di Bologna (la quale ormai ha un ampio rilievo internazionale) e delle mostre specifiche in atto durante l’anno.

Vicino al grande complesso della fiera, che si rinnova e cresce secondo la necessità, è ormai pronto il palazzo per la galleria d’arte moderna. Questa, integralmente riorganizzata, adempirà in modo sempre più rigoroso e continuo alle funzioni di importante servizio culturale per tutti.

La cooperativa del latte di Granarolo e la Felsinea latte sono un centro organizzato per la raccolta e la distribuzione. Questo è ancora un caso tipico di gestione aperta, senza condizionamenti partitici e preclusioni ideologiche. Nel collegio sindacale sono presenti l’unione e la lega delle cooperative, l’alleanza dei contadini, i coltivatori diretti. Questo programma generale, e le scelte territoriali, permettono di individuare una serie di servizi nuovi che sono ormai in atto.

Il centergross, tra San Donato e Bentivoglio, vicino alle arterie di scorrimento veloce, consorzia circa centocinquanta grossisti. Sarà completato entro il 1977 ed è un grande punto decentrato di raccolta e di smistamento delle merci non alimentari.

La scelta delle direttrici di sviluppo lungo l’asse Bologna-Ferrara o Bologna-Modena contiene precise indicazioni e vincoli nella programmazione urbanistica. Gli obiettivi tracciati consentono una tempestiva realizzazione dei servizi. E le “opere pubbliche” non sono le solite “opere di regime” ma un complesso conseguente che definisce e completa questa politica.

Un altro insediamento importante, di quarantasei aziende artigiane e piccole industrie, è a Castel Maggiore. Aggiungendo queste alle cinquantaquattro in attività al “Bargellino” di Calderara, si forma un complesso con oltre duemila dipendenti.

In entrambi i casi la programmazione ha coinvolto tutto il processo di insediamento: dal terreno alla costruzione dei capannoni, ai servizi, alle abitazioni. L’istituzione dei comitati comprensoriali è destinata a riportare ordine nella politica di programmazione del territorio, promuovendo il momento del coordinamento e della direzione complessiva.

Nel piano in atto per un risanamento completo della rete distributiva, il Conor (consorzio orto – floro – frutticolo) e i centri Coop di vendita possono essere indicati come esempi.

Il Conor riunisce un folto gruppo di operatori del settore e introduce le tecniche più nuove di distribuzione per contenere i prezzi di gestione e al dettaglio; i centri Coop, come questo di San Donato, offrono un servizio competitivo (e alternativo) con i grandi complessi di vendita capitalistici. Nei due esempi, organizzazione associata dei dettaglianti e momento cooperativo dei consumatori, si saldano in una struttura tecnologicamente avanzata.

Come i vari esempi hanno dimostrato, l’obiettivo della città è di scegliere nella programmazione, perché ogni opera fatta sia un’aggiunta necessaria ai servizi sociali e un vuoto coperto nell’insieme delle richieste, che sono tante e spesso urgenti (e perché sia una promozione per una vita comunitaria sempre più civile nella sua novità).

L’inceneritore è un complesso all’avanguardia per un servizio e un problema che l’amministrazione comunale ha individuato con un anticipo di molti anni. La città può disporre, così, di un centro di raccolta e di incenerimento dei rifiuti che ha pochi uguali in Europa.

Per l’acqua e il metano i continui lavori di ammodernamento e allargamento della rete al centro o in periferia permettono di soddisfare ogni domanda.

Ma la previsione del futuro, con un aumento della richiesta e una diminuzione eventuale delle disponibilità, ha consigliato di programmare investimenti produttivi ormai conclusi. E di impostare in dettaglio il progetto dell’acquedotto del Reno che, una volta realizzato, consentirà di servire con acqua potabile fino al 2015 non solo la città e i trentasei comuni del comprensorio ma anche i sette comuni della montagna.

Intanto sono in corso i lavori di costruzione del serbatoio seminterrato del centro principale di distribuzione di San Lazzaro che dovrà essere collegato per mezzo della tangenziale idrica ai centri di Vallescura e di Casalecchio. In un’epoca spesso faraonica nelle realizzazioni e nella sua grande tristezza, è utile seguire il lavoro svolto da una città che si amministra pensando di fare. E volendo fare le cose.

 

 

3. IL QUARTIERE

 

Dal quadro generale delle cose fatte a Bologna (dopo lotte, errori ma anche dopo ricerche, verifiche, dubbi, dibattiti) si ha l’immagine di una città che respira con fiato grande.

Abbiamo detto: gli errori degli uomini.

Ma possiamo anche ricordare, subito, la felicità, l’ansia di fare e volere, di progredire, di non fermarsi.

Quartiere Barca, uno dei diciotto di Bologna. La tangenziale a tre corsie per il traffico a scorrimento veloce, che collega con altri svincoli e nodi.

I nuovi insediamenti cooperativi, in cui il verde è di nuovo usato come una componente urbanistica essenziale; e in cui fin dalla progettazione è compresa un’area, anche all’interno dei palazzi, da adibire al tempo libero. Creare spazio intorno all’uomo, secondo le esigenze, rientra nell’impegno sociale dei quartieri. In contrapposizione ai nuovi insediamenti vediamo il pesante aggregato degli anni ’50, battezzato “il Treno”: che resta una testimonianza negativa.

In periferia, come nel Quartiere Barca, i nuovi insediamenti consentono di accogliere e sistemare in ambienti moderni tutti i servizi occorrenti alla comunità.

I poliambulatori sono punti di appoggio per la medicina preventiva e per le cure geriatriche; e sono centri promozionali di iniziative sanitarie di base. L’assistenza di personale specializzato anche a domicilio consente di sviluppare il programma complessivo che si propone il recupero psicofisico degli anziani.

In ogni caso il criterio di beneficenza e di paternalismo è finalmente accantonato. Il comune, oltre a concedere a quanti hanno una pensione inferiore alle sessantaquattromila lire mensili, l’uso gratuito dei mezzi pubblici di trasporto (che sono stati rammodernati e ampliati così da renderli più celeri e da collegare ogni zona) contribuisce in casi specifici a integrare le spese d’affitto; o fornisce le vacanze al mare (come qui a Pinarella) o nella collina e montagna circostanti.

II trasporto gratuito è anche fornito agli studenti e a tutti i cittadini nelle fasce orarie della prima mattina e del pomeriggio. Queste e altre iniziative sociali sono state decise dopo un’intesa stabilita dal comune con i sindacati unitari dei lavoratori.

Con la collaborazione fra il comune e altri enti di assistenza ospedaliera sono già in programma nuove strutture sanitarie, come le case di riposo protette; mentre è recente l’avvio dell’Hospital Day presso l’ospedale Malpighi.

Il primo “ospedale di giorno” in Italia, che accoglie gli anziani bisognosi di assistenza ma per i quali non è necessario il ricovero in corsia.

Il quartiere è la base della vita politica e amministrativa della città; pertanto è al quartiere che sono di fatto affidate le operazioni pilota che segnano il processo di sviluppo e le correzioni delle strutture: come la riorganizzazione del sistema distributivo.

Nel quartiere Lame il centro commerciale “Marco Polo” è uno degli esempi più interessanti e nuovi sia per quanto si riferisce alla distribuzione al pubblico sia per la forma cooperativa realizzata all’interno fra commercianti ed esercenti, che consente a ciascun associato una gestione autonoma del settore di vendita. Disponendo questi centri di quartiere su un piano autonomo e di concorrenza merceologica rispetto ai grandi empori speculativi, si favorisce un giusto equilibrio dei prezzi e si offrono contemporaneamente servizi adeguati.

Un altro risvolto dei bisogni sociali del quartiere è la richiesta di luoghi e di spazi per la vita associativa, specialmente dei giovani.

Per soddisfarla, anche nei quartieri periferici, è in atto il recupero dei vecchi edifici.

Questi, dopo il necessario restauro vengono adattati per il tempo libero o per i bisogni scolastici.

Si ottiene così di abbassare i costi di acquisto e di guadagnare tempo, per rispondere alla continua necessità di vani per i servizi comunitari. Il quartiere è il protagonista della politica di decentramento impostata in pratica dall’amministrazione comunale con la prima delibera del ’63. Nell’autorità e nella qualità dell’impegno assunte dai quartieri ha trovato conferma il proposito di rendere la partecipazione popolare sempre più incidente nella realtà dei fatti e delle scelte.

Il quartiere rappresenta il mezzo diretto per bloccare l’emarginazione coatta delle classi popolari (o comunque di tutte le categorie a basso reddito) dai centri conquistati dalla speculazione immobiliare e fondiaria, avviando un modo diverso di governare la città a tutti i livelli.

La scuola è il problema prioritario del comune; il centro del suo intervento.

A Bologna un quarto del bilancio comunale è speso per la scuola e per gli impegni collaterali; e tre bambini su quattro vanno alla scuola materna; mentre si preparano decine di asili nido in aggiunta ai tanti già in funzione. Problema della scuola e impegno nella scuola vogliono dire organizzare e razionalizzare i servizi scolastici di base, preparare in modo attento e tempestivo gli altri servizi che possono rendersi indispensabili in futuro; allestire delle strutture e delle infrastrutture; soprattutto fare scelte per una cultura o scegliere un modo di fare cultura.

La ricerca di sicurezza sociale è alla base della pratica amministrativa; ma sono i quartieri, è la partecipazione popolare che la connotano.

Il quartiere (e qui siamo al Mazzini) organizza mense interaziendali per gli operai delle industrie e i piccoli artigiani. L’aspetto politicamente e socialmente nuovo dell’organizzazione di questo servizio è d’averlo inserito all’interno del quartiere, come un servizio sociale e non più soltanto aziendale o di solidarietà generica.

Dalla beneficenza ottocentesca ai servizi sociali direttamente gestiti.

Dallo sport come spettacolo allo sport come elemento di salute e tempo libero.

Al centro polisportivo di Borgo Panigale i servizi e le strutture permettono di svolgere molte attività: dal nuoto al tennis, al pattinaggio, al calcio, all’atletica. Qui il monumentale è sostituito dal funzionale. L’agonismo speculativo, in ogni senso, è sostituito dallo sport fatto. Si propone dunque l’ideologia dello sport finalmente praticato; di un’attività messa a disposizione di tutti.

Il quartiere è il microcosmo politico che esprime esemplarmente le nuove esigenze alternative, e che risponde (cercando di organizzarle) alle nuove domande della comunità. Il consiglio di quartiere è il momento della partecipazione diretta, del governo diverso della città.

 

(Interventi in presa diretta del consiglio di quartiere Mazzini (settembre 1974). All’ordine del giorno l’apertura della biblioteca del centro sociale di quartiere. Parlano il consigliere Lucarini, responsabile del settore culturale e il consigliere Longo).

Lucarini: La riunione di venerdì sera tenuta al “centro sociale Fratelli Cervi”, ha avuto come tema della discussione l’inaugurazione della biblioteca.

All’avvenuta conclusione dei lavori, sono già stati catalogati duemila libri, esiste già lo schedario, esistono gli arredi.

La commissione cultura propone:

1) che la biblioteca inizi a funzionare alla data del primo ottobre in concomitanza con la apertura della scuola, quindi anche con un periodo di assestamento per il personale, per prendere conoscenza dell’ambiente;

2) come orario iniziale del tutto sperimentale: dalle 14 alle 20, sabato incluso;

3) la necessità della presenza, all’interno della biblioteca di un bibliotecario e di un operatore culturale proprio perché esiste all’interno del quartiere un problema di giusto rapporto con le scuole, un rapporto continuativo soprattutto con quelle dove si stanno facendo esperienze del tempo pieno. Longo: Siamo d’accordo che l’inaugurazione della biblioteca avvenga non con una manifestazione singola, il primo ottobre, ma con tutta una serie di iniziative che si protraggano nel tempo (anche in ottobre, in novembre e forse oltre) in case del popolo, parrocchie e nei diversi luoghi dove si riunisce la gente del nostro quartiere, con conferenze, dibattiti, proiezioni con video-tapes ed altro.

 

 

4. IL CUORE DELLA CITTÀ

 

Bologna scende in piazza non soltanto per applaudire ma per verificare, prevedere, partecipare. Piazza Maggiore è sempre stato il luogo per una ricapitolazione e una verifica pronta del risultato di tutte le lotte. Questa grande piazza ancora oggi accoglie l’appuntamento politico più immediato e vitale della comunità.

Lì si scontrano le idee; lì si hanno le prime conferme.

È vero che tutta la storia di Bologna richiama a questa abitudine che è ormai una necessità popolare; anche negli ultimi cento anni, segnati da tante lotte per conquistare il diritto di vivere e di contare. Il diritto di dirigere. La città è sempre stata in primo piano nell’impegno di avviare e custodire ogni spinta al progresso; punto di riferimento e di difesa dei diritti di libertà nei violenti e spesso sanguinosi contrasti di classe. Anche nel ’45 Bologna è stata partecipe del grande lavoro comune che ha impegnato con la fatica di sempre il popolo italiano; e si è presentata con la forza e il prestigio della lotta vittoriosa appena terminata.

Ricordiamo i grandi scioperi della fine dell’ottocento e dei primi anni di questo secolo fino al fascismo. Gli scioperi del secondo dopoguerra, quando, dopo tempi sanguinosi e orribili, combattuti col coraggio e col dolore della decisione spietata, la città si disponeva a rimettersi in moto per contare e pesare nel compito politico della ricostruzione. Ciò che era stato fatto e concluso, tutti i sacrifici, non si disponevano come un passato ma scorrevano ancora come un sangue giovane che spingeva a fare.

Così le pietre di Sabbiuno e le pietre della Certosa; o più semplicemente: così Sabbiuno e la Certosa sono luoghi di vero approdo per la riflessione e la volontà che si rinnova.

In una semplicità senza contorni stabiliscono la presenza e la giovinezza, non il ricordo, di uomini morti che sono sempre vivi per insegnare. Da questi luoghi sopravviene un sentimento forte che è stimolo continuo a volere il mondo migliore e diverso. Profondamente cambiato.

Gli anni seguono agli anni; azioni e vicende della storia della città, e della sua vita, si scontrano, si mescolano; e vanno cercate.

Alcune date restano memorabili e sono ricordate come esemplari:

— la cerimonia, che fu un’autentica festa popolare, per l’insediamento della prima giunta elettiva dopo il ’45, con a capo Giuseppe Dozza, il grande sindaco della Liberazione;

— i giorni della lotta prolungata contro la legge truffa nel ’53;

— gli scioperi nelle campagne per la giusta causa;

— la lotta contro ogni ingiustizia, che è sempre feroce; contro la ferocia del potere, quindi contro la guerra nel Vietnam;

— il primo consiglio regionale (anche questa una bella giornata e una bella vittoria delle forze popolari);

— e poi sempre la partecipazione pronta e decisa nella sostanza, per tutte le lotte del lavoro.

Testimonia ancora una volta l’impegno comune della città l’adesione di tutte le forze democratiche allo scontro prolungato e molto duro dei lavoratori della Ducati.

L’internazionalismo di Bologna è la naturale esplosione di sentimenti di accordo, o di interesse, suscitati dalla pratica politica. A Bologna non vengono come in un museo ma come in un posto dove la gente è viva. Vengono da ogni parte; come, fra i tanti, i cubani e coreani. O come gli studenti stranieri, sono più di seimila, che restano qui a studiare; e si trasformano da ospiti in amici.

Ma non è detto che questa dura pazienza e questa serenità virile anche nella lotta debbano persistere intatte.

Nell’ora dei grandi appuntamenti con la storia il volto di Bologna si indurisce. Come nei giorni dell’attentato al treno Italicus, quando occorreva essere forti ancora; e ancora una volta senza paura.

 

9 Agosto 1974. Parla, all’interno della Chiesa di S. Petronio, durante la cerimonia funebre per le vittime della strage di San Benedetto Val di Sambro l’Arcivescovo di Bologna, Card. Poma.

Card. Poma: “II tragico avvenimento accaduto non lontano dalla nostra città non può non farci dimenticare le tragedie che hanno insanguinato altre comunità della nostra Italia. Noi ci chiediamo il perché di una simile strage mentre cerchiamo nella parola del Signore un’ispirazione profonda che valga a sollevarci nella rinascita di una vera speranza”.

Anche quel giorno la città intera, con la sua voce, ha parlato.

(Prende la parola — unico oratore della cerimonia — il sindaco di Bologna, prof. Renato Zangheri).

Zangheri: “Su queste bare non diciamo vane parole (…) L’omaggio di Bologna viene dal cuore di una città che è antifascista senza incertezze, civile e nemica della violenza e della sopraffazione: è un segno di lutto e di compianto intimamente sentito; è anche, vuole essere, atto di condanna ferma degli esecutori del delitto, dei mandanti, delle centrali interne e internazionali che reggono le fila di una mostruosa strategia della tensione e del crimine (…) Vi è solo un nemico della democrazia, sia pure coperto di mutevoli vesti e pronto ad usare tecniche diverse. Questo nemico è il fascismo (…) Al raggiungimento di questo obiettivo, che viene prima e sopra ogni altro, Bologna e l’Emilia-Romagna offrono, signor Presidente della Repubblica, il loro contributo di mobilitazione e di iniziativa. Se la trama nera volesse stringere da vicino questa città e questa regione, troverà adeguata risposta. Qui la democrazia affonda nella vita stessa e nella storia, non si riduce a riti formali; qui il popolo conosce tutte le asprezze e tutta la nobiltà di una lotta che sa essere suprema”.

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: testi per film e documentari
  • Testata: Testo per il film documentario di Carlo di Carlo
  • Anno di pubblicazione: 1975
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