Il discorso

Testo scritto per Gian Maria Volonté

 

[Entra nello studio, avvia il registratore, comincia a parlare].

 

1. Voglio stare sulle cose e badare ai particolari. Non a tutti, solo ai più importanti. Non voglio annoiare ma voglio premere sulla gente.

Con questo discorso devo rovesciare lo parola come un camion che solleva il cassone e butta giù la ghiaia. La ghiaia può coprire un uomo. Quanti sono stati sotterrati così negli ultimi anni? Ma questo è da sviluppare al momento opportuno.

Il fatto è che noi politici non possiamo calcolare tutto, né metterci a contare le cose una par una. Ripeto: i particolari sono importanti ma solo i particolari che la gente può capire senza troppe spiegazioni. Invece è un mio difetto voler spiegare ogni dettaglio, per paura d’essere frainteso. Poi capita che sforzandomi di precisare le code appena dette finisco per essere ancora più oscuro.

Vorrei riuscire a convincermi che questa volta devo seguire la strada della verità. Dico meglio: la strada di questa verità. Così mi auguro di essere ascoltato dalla gente, mentre adesso la gente non ascolta quasi più.

Non sono le parole una per una ad annoiare, anche se come vedremo hanno bisogno dell’officina. Annoiano le vecchie idee dentro a queste parole. Le vecchie conclusioni. Le vecchie premesse. Annoiano anche me, quando le ascolto da un altro. In questo modo si finisce per non seguire più niente. Il nostro orecchio si perde. Nessun filo logico che non sia – come posso dire? – da grandi magazzini. Le cose che facciamo, soprattutto lo cose che diciamo sembrano destinate a essere svendute in blocco.

 

In questa casa ci siamo io, la Nora, Vittorio, la mamma, Carla, Kriss. A parte Kriss, gli altri voglio fare in modo di interessarli sto’ discorso, mentre lo compongo. Così anch’io potrò ascoltarmi.

 

2. Starò sulle cose e baderò ai particolari. Per questo chiedo attenzione. Vi chiedo un po’ del vostro tempo. Voglio parlarvi. Davo farlo. È necessario che ascoltiate. I miei argomenti li prendo da chi mi ha preceduto. Li conoscete. Però alcuni particolari straordinari glieli aggiungo io, dato che li ho cercati e trovati. Ma non credo che a un momento della nostra vita, in un momento molto importante della nostra vita, possiamo continuare a mentire a noi stessi. Non ci credo più.

Perciò nell’ambito delle nostre specifiche competenze di uomini politici, di uomini costretti a mentire con tutta la violenza del caso, ritengo di richiamarmi al dovere, anzi no, al piacere di dire una verità; e voi di ascoltarla. Una verità in merito alla situazione attuale, molto complicata. Cercherò di proporvela e voi, dopo le prime paure, vi convincerete che è utile.

 

3. A questo punto è urgente una dieta terminologica, cioè una verifica dei termini del linguaggio. Bisogna rimettere sul tavolo le dieci parole chiave e ricontrollare il loro significato. La parole oggi sono come grondaie piene di ruggine, non tengono l’acqua. Quali parole? Ho detto: le più importanti. Ma tutte le parole oggi sono una gelatina di suoni. Prendiamone pure alcune. Libertà, ad esempio. Libertà vera, libertà sola, libertà unica e cara, libertà difficile. Libertà impossibile. Piccola libertà. Libertà consumata. Nuova libertà. Libertà e democrazia. Libertà e socialismo. Libertà e comunismo, se adesso non ci fosse Lenin. Dunque libertà, poi democrazia, socialismo, comunismo, fascismo. Poi il mio, il tuo, il suo partito. Poi io stesso. Cosa siamo? Adesso cosa siamo? Cosa siamo diventati? Eravamo meglio? Peggio? Non voglio rispondere per il momento.

Dunque: libertà, democrazia, socialismo, comunismo, fascismo, cristianesimo, cattolicesimo. Il Papa. La giovinezza dell’uomo. Oppure la morte. La morte dell’uomo. In Russia il rapporto, il rapporto…

[Si alza, prende un opuscolo dallo scaffale, cerca una pagina].

 

Ecco, è qua… Il rapporto Ilicev sullo stato dell’ateismo in Russia, in cui si ritrova questo tema [legge]: “La contraddizione dell’uomo con la sua morte non è superata. Il sistema ha molto da offrire a chi è giovane, ma a chi sta per incontrare la sua morte non ha più niente da dire”.

[Cammina pensando. Si rimette a leggere il suo foglio].

Naturalmente il sistema comunista ha molto da offrire a chi è giovane, sotto l’aspetto delle formule e delle parole. Ma è vero che uno dei problemi di fondo è questo, per capire le cose che seguono e mi interessano. Il comunismo non ha mai fatto i conti con la morte. Con la morte coma problema, non con la morte come occasione di morte. Come problema generale dell’uomo. Per i cattolici questo problema è tutto, per i comunisti questo problema è inesistente. I cattolici sono in questo caso spirito e trasparenza; i comunisti restano legati a filo doppio a questa terra e non hanno pensato di alzare gli occhi al cielo… Qua mi andrebbe bene citare Schaff.

[Cerca il libro, trova la pagina].

Si potrebbe intendere il problema della morte come un problema collettivo, quindi da affrontare – e risolvere, se si può – socialmente. Non come un problema privato dell’uomo. [Legge]: “Il marxismo insegna che il problema dell’individuo può essere risolto solo su un più vasto piano sociale e che la conoscenza delle leggi che reggono la vita sociale è condizione indispensabile par risolvere questo problema”. [Alza gli occhi]. In altre parole, ci chiediamo che valore ha la vita. [Riprende a leggere]: “La morte resta comunque il principale stimolo a meditare sul senso della vita”.

 

4. Se consideriamo questo dato, cioè che sulla morte si è parlato troppo poco, allora vediamo quanti problemi nuovi e difficili, e per molti aspetti anche affascinanti, ci vengono proposti. La morte è una realtà e dobbiamo avere la pazienza e la tranquillità necessarie per visitarla non come si visita un museo ma come si visita una casa che abbiamo deciso di abitare. Non è lei che ci aspetta, siamo noi che l’aspettiamo. Ma la nostra lucidità e il nostro coraggio di approfondire le cose ci aiutano anche a rovesciare questa attesa e a dimenticarla.

La bellezza del problema sta in questo, che noi l’aspettiamo e contemporaneamente la dimentichiamo. I due momenti si mescolano e producono un brivido dei sentimenti che rappresenta il fascino profondo della vita. Aspettiamo la morte o abbiamo desiderio di lei; dimentichiamo la morte e ne abbiamo nostalgia. Contemporaneamente, con una serenità struggente, noi viviamo. Continuiamo a vivere. Desideriamo vivere. Vogliamo vivere. È una sovrapposizione di tensioni intime sempre in atto, che vibrano come una corda. Noi camminiamo su questo filo e sotto abbiamo il vuoto. Ma questo filo non si spezza fino che non decidiamo di tagliarlo. È la nostra volontà di morire che chiama la morte. Un poeta ha detto: morte vita la morte nella vita, vita morte la vita nella morte.

È da questo nodo, più adatto a un filosofo che a un politico; oppure a un teologo… È da questo nodo che si può partire. Perché la morte è nostra, certamente, e noi l’aspettiamo. Ma questo problema diventa diverso, forse più ambiguo, se la morte che noi desideriamo di morire ci è data con la violenza da un altro, che con questo atto ci sorprende.

Quanto della morte vera resta in questa morte falsa? Noi moriamo veramente o questa morte è solo una sofferenza della morte e si limita a lasciarci senza vita, tradendo il nostro desiderio di morte? Può morire un uomo che è ucciso? un uomo che da ucciso subisce solo la violenza di un atto e non la tenerezza che è dentro a una morte desiderata e aspettata?

Credo che questa violenza sia portata, o compiuta, non tanto per procurare morte ma per togliere vita, quindi che sia una violenza esclusivamente contro la vita. Una violenza contro natura. Dunque una violenza infame nella sua inutilità, nella sua atrocità.

Se questa morte non ha nulla della morte giusta allora va punita come un atto di ingiustizia. Come una nuova Sodoma non produce altro che illusioni. Macerie. Questa morte non per l’uomo ma contro l’uomo assomiglia a una città distrutta e sepolta dalla sabbia. O a una nave sommersa.

 

5. La morte di Socrate è una morte violenta ma è anche una morte desiderata. Oltretutto, nel suo splendore, è una morte raccontata. Ha un’armonia così piena che sembra immergersi nell’oro fuso. Non resta che luce.

Ma quand’ero ragazzo cosa è stata per me la morte violenta dei conti Tubertini? Lui uccise lei, il figlio poi si uccise. Oppure lei uccise lui, il figlio poi si uccise. Credo che questa sia la versione esatta.

Il palazzo, dopo alcuni giorni, sembrava gelido come d’inverno, mentre eravamo in luglio. Gli altri, fra cui mio padre e mia madre, camminavano nel salone di sopra. Io sedevo sui gradini di uno scalone di marmo, avevo in mano un gessetto rosso, di pasta grassa e molto viva. Disegnavo vicino ai miei piedi facce piccole e tonde, tutte uguali, in fila; poi mi ricordo che le coprivo subito con la mano. Su parecchi gradini avevo disegnate sempre le stesse facce, un ovale e due punti per gli occhi, un segno per la bocca, le orecchie, tre capelli ritti in testa, le spalle appena indicate.

Le voci dall’alto, una sensazione di freddo immobile – ce l’ho anche adesso dietro le spalle – questo segno ripetuto con rabbia; lo zio Rigo che parlava in inglese a voce alta; io disegnavo la faccia del conte Tubertini e la cancellavo via via con il palmo della mano. Come facevo, se non l’avevo mai incontrato? Sapevo che si era ucciso.

Avevo chiesto a mia madre: cosa vuoi dire si è ucciso? Vuoi dire che è morto. E io posso uccidermi? Tu potrai morire quando sarai vecchio, mi aveva risposto.

Quindi la morte la identificavo con una persona tutta bianca; per questo le facce del conte Tubertini erano sdentate e con tre capelli in testa a significare vecchiaia.

Avevo fatto la stessa domanda a mia nonna: io posso uccidermi? Mi aveva risposto: morirai quando sarà il tuo tempo. E quando sarà il mio tempo? Lo sa dio.

Perciò dello morte avevo un’idea confusa, paurosa, legata a certe scadenze, ad alcune date, ad alcune persone: alla vecchiaia vista come un tempo incerto e inquieto; e al buon dio visto come un vecchio che stava sempre seduto perché doveva morire.

Cancellando il rosso dei disegni con le mani non solo mi ero sporcato ma molti scalini erano imbrattati da una colata che sembrava sangue impolverato e dava l’impressione di scendere adagio, come un fiume con poca acqua. Adesso mi sembra che tutto lo scalone fosse inondato di rosso.

L’urlo di mia madre dalla balaustra, le altre persone unite lassù nere nere, il rumore dei passi che scendevano. Rimasi immobile con la mano premuta sull’ultimo disegno. Non volevo che lo vedessero dato che non avevo potuto cancellarlo, perché in quel momento mi sentivo impaurito. Impaurito in modo feroce. Dopo quell’urlo e mentre sentivo che scendeva, anch’io avrei ucciso mia madre così come il conte Tubertini aveva ucciso la moglie. O viceversa. Per me la violenza della morte si è trasferita fin da allora nella violenza di un rosso sbrodolato nella mano e nella approssimazione delle risposte di mia madre e di mia nonna che rimandavano ogni cosa all’infinito. A un destino molto misterioso. Approssimativo.

È questa la ragione per cui riesco a pensare alla mia morte soltanto se guardo a un cielo con le stelle. Il suo splendore così esiguo è il solo che può darmi brividi di un’angoscia tanto precisa. Defilato da quel ciclo, da tutto quel cielo, non ho simili pensieri né il peso relativo.

 

6. Questo passaggio d’umore mi ha sempre fatto pensare d’essere poco sensibile, refrattario ai grandi problemi e alle grandi idee; quindi grossolano. E grossolano può essere, almeno in parte. Perché devo confessare che mi ha sempre affascinato la realtà più che la fantasia. La realtà che viene chiamata nuda e cruda mi sembra una pasta da manipolare, con possibilità infinite di adattamento, di modificazioni; e mi fa sentire un protagonista, partecipe di qualche cosa. La fantasia è sfuggente, inquieta, indecifrabile; insomma non mi dà fiducia. O forse sono io che sbaglio e traviso perché non ho fantasia. Questa mancanza potrebbe limitare anche il mio discorso, che vorrei riuscisse importante. D’altra parte non è neanche da escludere che proprio la mancanza di fantasia possa avviare il mio realismo a essere ancora più attento dentro le cose. Dovrebbe aiutarmi a non aver paura.

Perché proprio il problema della paura dentro le cose è da precisare, almeno in questi appunti preliminari, per mettermi in moto. La paura della realtà è, come ho detto, la paura verso tutte le cose. Anzi, è più di questa paura. Noi non vogliamo affrontare lo cose per paura della verità che c’è dentro; di una verità che può essere angosciosa o addirittura terribile. Quindi è paura delle conseguenze di una verità che, una volta trovata, non si può non divulgare. Ecco perché la verità non è un termine astratto ma una realtà di elementi che feriscono, incidono, inquinano e possono uccidere o fare uccidere.

Vedo che ritorno al tema della morte. Alla morte come violenza, in conseguenza di una verità che non si deve divulgare. Alla morte violenta come causa di una verità violenta.

È un circolo da cui non si esce. Io almeno non ci riesco. Direi che la conclusione sta nel trovare e nel provare la semplicità della ragione. Proprio così: la semplicità, che ci costringe a evitare la violenza in questi due atti: quando si cerca e poi quando si distribuisce la verità. Perché la verità per essere tale, cioè utile, davo essere comunicata. Senza questa comunicazione non c’è verità. La verità soltanto cercata e trovata non è ancora una verità necessaria.

È una verità uccisa con la violenza del silenzio. È niente altro che silenzio. Mentre quando c’è una verità che deve essere detta non bisogna stancarsi di dirla. La vera verità è parlata.

 

7. Dividerò il mio discorso in parti, ma prima voglio contribuire a chiarire altre parole specifiche, utili all’elenco dei dati che intendo sottoporvi. Tre termini soprattutto: comunismo, socialismo, violenza. Sono termini che si aizzano come cani. Ma non sono tre parole, sono due. Perché dico comunismo-socialismo invece di comunismo e socialismo? Perché non sono diversi nella sostanza anche se si offendono e si scontrano incazzati come fratelli nemici. Questo naturalmente, come sempre, fa il giuoco di tutti gli altri mentre non aiuta loro stessi a uscire dal vortice delle bolle di sapone. Tali effetti mi sembrano i discorsi sui valori assoluti. Intanto in questi due anni la situazione si è scollata molto in fretta e in profondità.

Ciascuno tira a suo modo e sembra non volere compari. È a torso nudo, quasi che voglia fare la cura del sole. Questo desiderio di autonomia è certamente molto interessante. Però le cose restano difficili e nessuno riesce a trovare il bandolo per scioglierle e superarle. Non ci riesce nessuno. È da questa impossibilità che nasce quel senso di vuoto disperato che travolge tanti.

Ecco un altro termine che entra in giucco. La disperazione, in politica, nasce quasi sempre dalla impossibilità di fare. Fare, nel nostro caso, vuol dire cercare la verità delle cose per capirle e per modificarle alla radice, quando si può. Si è disperati quando tutto questo è impossibile; non quando non si vuole. La mancanza di volontà non genera disperazione. Questa arriva addosso quando c’è la volontà ma non si trova né l’occasione né il modo di fare e cercare. Anzi, quando non c’è il modo. Perché se c’è l’occasione si trova anche la volontà e la disperazione si allontana.

Per molte ragioni, invece, tutti partecipiamo prima o dopo a questo ballo di stanchezza. Restiamo lì imballati, nessuno riesce a muoverci nemmeno col segno della croce. E la nave su cui stanno le cose del mondo si allontana.

È proprio vero che i politici non hanno santi in paradiso a che ciascuno deve sbrigarsela da solo. Il politico non può contare sugli altri, perché gli altri sanno di non potere contare su di lui. Allora è tutto uno scaricarsi e glissarsi. Ad ogni modo questo rientra ancora nelle formule di un balletto sociale. Aprire e chiudere di tende. C’è Goldoni e la sua eccezionale armonia a dare ordine alle scene. Si apre una porta entro io, contemporaneamente si chiude una porta esci tu. In scena non ci sono mai più di tre o quattro persone. Parlano parlano mentre un signore in silenzio si muove alle loro spalle.

 

8. Il socialismo o il comunismo è volere la giustizia, una certa forma d giustizia; ma è volere l’eguaglianza con la violenza? Questo non è più vero da tempo. Tutti quelli in buona fede ne sono convinti. Anche gli avversari. Socialismo o comunismo ai giorni nostri è soltanto un modo non più impossibile di governare. E non c’entra la violenza. È uno dei modi che tiene conto di quelli che fino ad oggi sono stati trattenuti ai bordi della piscina. Ma lo parlavo della violenza. La violenza è sollecitata da una singola volontà o da una aggregazione. Alle volte basta un uomo, alle volte occorre il numero, la gente per esercitare violenza. La folla anche quando è lì quieta è sempre violenta. Per esempio, la folla a Monza, all’autodromo, il giorno in cui morì Patterson. Faceva paura. Ma bisogna ripetere ancora una volta che questa è violenza d’antan. La vera violenza, oggi, è più fredda, quindi è più cupa, soprattutto è più micidiale. Non è la violenza di tanti contro uno, ma di uno o di pochi contro tanti. O contro tutti. È paragonabile al gelo su un corpo nudo. Non produce odio, produce terrore, un terrore sacro, quindi immotivato nella sua realtà. Come se ciascuno di noi raccogliesse per caso da terra un messaggio di morte nel quale leggesse segnato contrassegnato e maledetto il proprio nome. Si porrebbe la domanda: oggi sono scampato ma domani? Nessuno mi odia in modo particolare, nonostante questo posso morire. Posso essere coinvolto nella mia morte. Oggi, domani? In treno, in aereo, per la strada, a scuola, al bar, nel mio letto?

È chiaro che parlo della violenza politica, così astrusa e indecifrabile nella sua apparenza. Parlo della violenza dura, immediata; troppo schematica per offrire appigli sicuri. Non della violenza codificata dagli psicologi, quella che ciascuno patisce e consuma come oggetto del proprio delirio; perché questa violenza è una trama che incombe come la ragnatela dell’uomo ombra e può anche strozzare. D’altra parte non sarebbe il mio compito. Parlo della violenza che vediamo, di cui avremo subito dopo la cronaca dettagliata sui giornali o alla televisione.

Dico cronaca dettagliata; non ho detto cronaca completa né cronaca esatta.

È un fatto indiscutibile che questa violenza intercambiabile e senza connotati sicuri è la violenza ufficiale con cui dobbiamo non solo convivere ma con cui dobbiamo fare i conti. Questo non vuol dire che ci dobbiamo rassegnare ma nemmeno che dobbiamo contrastarla in ogni modo, rifiutandola. Comunque prendiamo atto che ci sta di fronte.

 

9. Qual è l’occasione di questa violenza? Alcuni si riferiscono a una crisi dei valori. Cosa sono i valori? In termini spiccioli e senza astrazione, sono la patria, la famiglia, la virtù, l’amicizia. Sono anche l’anima e l’immortalità par alcuni; per altri la realtà di questa terra, le cose che si fanno. I valori, con altro termine, sono i principî. Se hai uno di questi valori ci resti attaccato e sembra di non avere più paura. Come un credente, che non ha bisogno di altri sofismi per essere tranquillo di fronte alla propria morte. La fede toglie ogni angustia. E per questa angustia intendo la paura spicciola. Ma della fede, che non è un principio né un valore, parlerò più avanti. A me preme ritornare sulla violenza come crisi dei valori.

Secondo molti siamo a questo punto perché non sappiamo a che santo votarci. È stato distrutto tutto del mondo antico, quindi, dicono, anche i valori. E siccome nelle peggiori ovvietà c’è qualcosa di vero, la distruzione dei valori può essere o potrebbe essere una causa. Non c’è più la famiglia, con i riferimenti al padre e alla madre; non c’è più la bandiera che fa riferimento alla patria; in molti casi non c’è più la icona, che fa riferimento alla credenza di un dio.

Dicono: senza questi appigli che affondano nei secoli, l’uomo e la donna possono sembrare mosche che volano contro il muro cercando la finestra. Puntano alla libertà e non la trovano. Cercano di scappare, non ci riescono. Mentre la finestra è lì vicino, basta muoversi. Invece si scontrano con i vetri chiusi cercando un cielo che non c’è, perché è lontano e irraggiungibile.

Ad ogni modo cerchiamo di guardare controluce gli antichi valori che sarebbero stati dispersi. Comincio dalla famiglia. Anzi no, comincio dalla bandiera, dalla patria. Per mettere le carte in tavola, almeno ai fini della verità, sia pura nei termini semplici che mi servono per questo discorso, farò un riferimento personale e in quattro parole voglio dare la storia biografica della mia generazione. Che, se non sbaglio, è quella che impera in questo momento. Inoltre aggiungerei che mi dispiace di non essere stato un signore della guerra, un portatore di spade e di ori; insomma un guerriero vincente. Posso essere utile soltanto come testimonio. Sono un semplice portatore di notizie, non un portatore di messaggi. Ma dirli che bastano le notizie a fare avanzare il discorso. Perché dentro a queste notizie si può ripigliare il filo sulla violenza, sulla giustizia, sulla verità. E su altri problemi ancora.

Per prima cosa ripeto che porto la mia testimonianza senza avere particolari privilegi. I dati non sono straordinari semmai tipici, quindi non mi concedo nemmeno il conforto di una divertita primogenitura. C’è chi ha vissuto più a fondo di me; con più intelligenza; con più passione; con più angoscia. Io ho avuto e ho cercato di avere amore. Mi tengo il merito d’essere sopravvissuto in un’epoca che aveva propensione a uccidere; e ho il vantaggio d’essere stato evitato a un certo momento dalla morte o dalla sfortuna. Potrei rallegrarmi, ma non riesco a capire il senso e il significato della felicità. Sento la felicità come colpa. Come un valore da evitare. Ma tornerò sopra anche a questo.

Mi domando perché sto complicando le cose; perché mi coinvolgo in prima persona dentro ai fatti e dentro ai pensieri accaduti. Non è paura ma sono perplesso, perché non vorrei che servisse a poco o servisse a far dirottare il filo verso secche imprevedibili. Forse questo scrupolo contiene qualcosa di vero ma preferisco procedere in questo modo, perché son so dove andrò a finire. Ho comunque bisogno, me lo sento addosso, di mettere dentro alle cose che scrivo e che detto anche la parte più attiva di me, sia buona o cattiva, perché la conclusione… può essere micidiale.

 

10. La storia delle idee è molto più breve della storia dell’uomo. Noi viviamo più a lungo delle nostre idee. Queste sono soli calanti, eclissi precipitose cha ci lasciano in crisi, tanto che non riusciamo nemmeno a ricordarle bene queste occasioni di paure o di autentico terrore. Basterebbe, a salvarci, che smettessimo di pensare e di fare; che restassimo semplicemente in attesa. Forse. Ma in attesa di cosa, se non di un atto o di un fatto compiuto dall’uomo? Anche un atto compiuto da un uomo nemico, ammesso che esista ancora un nemico in questo mondo uniforme almeno nella sua parte ufficiale. Nella parte cioè dove vediamo distesa nel sole. Invece tutto si complica quando affondiamo la mano e cerchiamo di pescare al buio. Io ad ogni modo ci provo, per necessità, a mettermi a confronto con due o tre momenti della nostra vita: per ricordare alcune date nonché i fatti che fissano i limiti della mia.

Sono nato là, sono vissuto qui. Per le cose generali che sono quelle interessanti per tutti, posso dire d’essere venuto al mondo al principio di una dittatura e che ero giovane ma non ancora completamente maturo quando la dittatura è saltata dentro a una guerra civile. Perciò non potendo scegliere sono stato spettatore spaventato e incerto mentre la guerra risaliva il mio paese e spianava la terra come la lava di un vulcano. Quando tutto finì non provai neanche il conforto di un po’ di felicità o il senso di liberazione dal male che sembrava inebriare gli altri, in quanto il male vero e proprio non l’avevo patito. L’avevo solo sfiorato.

Mentre i più anziani godevano e si ristoravano con ogni pretesto, io cercavo di identificarmi in qualcosa di concreto. E la libertà per me non era concreta. Concreta era stata la dittatura, con la sua violenza definita ed esplicita in ogni momento. Nella libertà, almeno in questa libertà che vedevo corrermi sotto gli occhi come un nastro colorato in movimento, c’era una approssimazione che mi impediva di raccogliere qualche riferimento preciso. Si rideva, si cantava, si poteva fare ciò che ognuno voleva o che facevano gli altri. Sembrava che essere felici, spensierati, fosse un dovere. Chi non partecipava alla festa era guardato con sospetto. Soprattutto, mi sembrava di capire; dico mi sembrava di capire perché, ripeto, tutto per me era confuso e complicato; che la vita, nella sostanza delle cose, non fosse molto cambiata. Naturalmente erano impressioni di un giovane immaturo.

 

11. In quel periodo mi innamorai. Mia moglie è torinese, io sono mantovano. Suo padre era un medico, il mio era un piccolo proprietario di terra abbastanza aperto alla lettura e cultore di tradizioni popolari. Mi sposai subito, con tenerezza debbo dire e con una soddisfazione che dura nonostante gli anni. Ma così facendo congelai i miei dubbi e le private incertezze, buttandoli come sassi dentro alle scelte della mia vita pratica. Scelte che dovetti compiere subito, a seguito del mio matrimonio. Scelsi di cercare un lavoro e lo trovai, e di lavorare continuando a studiare. Raggiunsi la laurea e con la laurea un miglioramento nelle condizioni generali: prima un avanzamento nel lavoro poi addirittura un cambiamento sostanziale. Mi realizzavo dentro a una convinzione sempre più solida e in apparenza tranquilla. Invece evitavo lo scontro con la realtà. Vivevo nel mondo, credevo di capirlo ma non cercavo di capirlo. Questo era il punto. Non avevo in proposito alcuna vera curiosità; avevo solo delle necessità. L’inquietudine dei primi anni della giovinezza ristagnava nel mio inconscio come un pantano. Non avevo più avuto alcuna voglia o alcuna sollecitazione per cercare di vincerla. Al quel punto della mia vita, dopo il matrimonio e dopo che nacque mia figlia, ero troppo preso dalle necessità di ordine pratico per cambiare registro o per avere spinte al riguardo.

Che cosa mi convinse a entrare in politica? Me lo chiedo adesso per la prima volta, perché quando ci sei dentro e la ruota comincia a girare non te lo domandi più; non è un problema in quel momento. Ci sei dentro e basta. Se puoi ci resti. Ma il passaggio dalla vita privata a quella pubblica è sempre motivato da una spinta affettiva di ordine pratico o di ordine psicologico. Il desiderio di vincere la timidezza, ad esempio; di arricchire in qualche modo e alla svelta – ci sono casi evidenti; di avere un potere reale, oppure la semplice vanità che è la più pura di tutte le arti. La maggior parte dei miei colleghi, infatti, hanno compiuto la loro opzione politica per questa vanità. Sia che si accontentino di poco oppure che desiderino tutto, imboccano la via che risuona ai loro orecchi di osanna non soltanto verbali. Se non sembrasse una stupidaggine da rotocalco direi, rimuginando me stesso, che la mia ragione è stata la paura di invecchiare. Di invecchiare in modo costante e uniforme. Senza scosse. Come una palla che rotola da un muro all’altro e procede dritta ma senza speranza.

Stavo bene con mia moglie, ci sto ancora bene. Amavo mia figlia. L’amo ancora. Eppure non mi accontentavo di ciò che avevo intorno. Non mi bastava l’ordine della giornata. Il passaggio a questa realtà cruda e disumana che è la realtà della politica è stato incentivato proprio da questo. Subito dopo mi sono psicologicamente rilassato. Non ho avuto più paura di vivere. Si sono sbloccate anche le paratie stagne dell’indifferenza, dentro alle quali avevo inzeppate senza documentarle le domande piene di problemi a cui non avevo risposto. Così – ripeto – ho congelato i miei dubbi e le private incertezze: nel momento della piena giovinezza. Mi sono rilassato e in questo senso non ho avuto più paura. Da quelli che mi conoscevano bene mi è stato anche ripetuto che ero migliorato. Nel senso che cominciavo a interessarmi alle cose; quindi mi interessavo di più, rispetto al passato, alla gente.

 

12. Tuttavia l’abitudine di un certo sofisticato egoismo mi restava attaccata e agivo sì in varie direzioni però sempre condizionato da interessi mentali prevalentemente privati. Interessi esistenziali. Questo non comportava grosse difficoltà in quanto, è un punto a cui volevo arrivare, mi stavo accorgendo che molti altri più o meno della mia età – gente che si stava affermando o che stava emergendo con prepotenza – non soltanto aveva gli stessi problemi ma seguiva la stessa strada, con gli stessi passi, all’interno della professione. Questo lavorare direttamente nella realtà, ben attento e legato al mio ordine mentale diviso fra l’egoismo e la curiosità, mi ha consentito un lungo periodo di attivismo con risultati professionalmente interessanti. Insomma stavo diventando un dirigente, nell’opinione degli osservatori e dei colleghi, abbastanza duro e abbastanza intransigente per rassicurare ma abbastanza comprensivo e persuasivo per poterci collaborare insieme con intelligenza. Quella dell’intelligenza era una lode che ricevevo frequentemente. Una lode o una constatazione?

È chiaro che per questa strada si può andare avanti all’infinito. Passo dopo passo uno, prima di finire la vita, diventa ministro. Ma poi? Dopo, intendo? Beh, uno può diventare presidente. Sì, il presidente. E poi? Uno decide che tutto è finito, tira i remi in barca e aspetta la morte. O ricomincia daccapo.

Sono abbastanza vecchio per essere considerato saggio ma non ancora tanto vecchio da poter essere considerato e da considerarmi fuori dal giuoco. Per questo sono ancora per qualche anno inamovibile nella routine del potere ufficiale. Che è così poco attraente nei suoi ingranaggi. E adesso, dopo tanto tempo, ho deciso di usarlo; spero che mi ascolterete. Cosa intendo quando dico di usare il potere ufficiale? Cercherò di spiegarlo con questo intervento.

 

13. Nel senso della mia vitalità e per quanto si riferisce alla mia capacità e alla mia volontà di vivere per agire dentro le cose, questo potere ricevuto, in parte difeso e che ho saputo un poco aumentare, per me è importante. Cosa intendo inoltre quando parlo di agire dentro le cose? Intendo il proposito, svolto come un progetto molto deciso e preciso, di intaccare la crosta uniforme delle convenzioni; in altre parole, di intaccare l’abitudine, ogni abitudine, quando serve a mascherare la prepotenza calcolata. Perché non si deve dimenticare che bisogna sempre proporsi di rinnovare e migliorare le cose, la vita; poco o molto che sia. Ma questo bisogno, se dura come impegno e come una necessità dentro di noi, è già un segno di vitalità e di un cambiamento in atto dentro di noi, e di una passione che ci serve da propellente per sperare di metterci in orbita. Dove? Dentro la realtà. Dentro, badate, non sopra. La realtà, se scattano queste nuove tensioni che possono cambiare la vita di un uomo e modificarla dal profondo, diventa la pentola dell’alchimista, non una entità astratta e nemica.

Le mie possono sembrare parole buttate lì per cercare di convincere chi ascolta della bontà di ciò che proponiamo. Ma non vende merce; distinguo soltanto alcuni esempi generali con alcuni aneddoti personali mescolati dentro. Bisogna anche dire che fino a un certo punto; diciamo, fino a circa dieci anni fa, l’insieme dei dettagli che facevano la storia e l’insieme degli elementi che facevano la cultura erano ancora abbastanza individuabili secondo schemi normali. Quei valori a cui ho fatto cenno prima: la patria, la famiglia, la bandiera eccetera; e tutti i termini che rimandavano a valori politici: comunismo, socialismo, fascismo, popolarismo eccetera; significavano in concreto un insieme di fatti definiti, subito individuabili. La violenza – un altro termine esplicito e molto contraddetto – si manifestava come una forza tradizionale. Feroce, infuriata magari caotica ma nomale. Era ancora la violenza dell’ottocento, quella che puniva soltanto. Chiaro che da dieci anni tutto è cambiato.

Ma io mi sono cambiato prima. Molto prima del sessantotto, che sembra una pietra di confine, ho subito i contraccolpi che mi hanno portato a cambiar pelle poco per volta e a dedicarmi alla politica attiva. Non sono stato investito da nessuna spinta prepotente, che fosse un prodotto del tempo. Cambiavo per me, perché la mia vita mi portava a cambiare. La vita, come esperienza totale delle cose. Non per particolare intelligenza, allora, ma per necessità diretta e anche faticosa; posso dirlo senza orgoglio. Eppure se questo fatto non mi rende più grande, mi rende come uomo pubblico meno condizionato dagli avvenimenti seguenti e dai problemi di questi anni farraginosi.

 

14. Dieci anni fa, in concreto si è sviluppata un’azione non di rottura ma di capovolgimento della situazione ufficiale abbastanza significativa, abbastanza nuova e in profondità. Fino a intaccare le cose. Questa azione si sviluppò in mezzo a un frastuono di vetri rotti, tanto da complicare la comprensione di molti problemi in quanto la rottura di un vetro poteva sembrare, per un momento, la rottura di una intera casa o di un muro maestro. Quando ritornò la calma, una calma apparente che non è durata molto, ci accorgemmo che in giro non c’era soltanto cenere ma c’erano anche frammenti di vetro; e c’era in corso una sostanziale modificazione di rotta. L’ago magnetico era stato squilibrato. Si identificavano alcuni nuovi riferimenti. Forse sarebbe utile individuare in dettaglio alcuni di questi elementi, per capire gli episodi e i fatti seguenti. Fra l’altro credo che sia giusto farlo in quanto si sono spese parole a non finire intorno a questo argomento e si sono scritte pagine e pagine ma senza molto frutto, se si toglie il piacere individuale di dare un giudizio – e non esprimere soltanto un’opinione – in merito a un momento così importante della nostra storia. Una storia che sembra di ieri mentre è ancora tutta di oggi.

Se riesco a spiegare dall’interno che cosa era quel mio lavoro, impegnativo, prima che lo lasciassi per dedicarmi a tempo pieno alla politica, posso in un certo modo offrire qualche elemento per intendere gli atti e le scelte delle parti politiche negli anni seguenti di fronte a problemi molto gravi, che richiedevano soluzioni, oltre a chiavi di interpretazione, precise ma soprattutto nuove rispetto alla media precedente.

Il mio era un ufficio sindacale. Un posto che quando ci entrai era abbastanza importante poi via via diventò, a causa dagli eventi più che per merito mio, importante. Parecchio importante. Diciamo che era un posto quasi di vertice. Sopra la mia testa i capi erano pochi. Quando uno è collocato in queste sedie ha una scelta sola: interpretare con intelligenza l’umore ufficiale, cercando d’altra parte di non dimostrarsi né troppo manovrabile né troppo pronto al consenso. Anzi, una dose non dico di autonomia ma di dissenso articolato è bene accetta; nei casi in cui venga a mancare è perfino sollecitata. Per tatticismo naturalmente. Altrimenti vieni definito abbastanza in fretta un personaggio scorbutico, faticoso; non addetto a compiti impegnativi e a impegni direttivi. O, come dicono, manageriali. In quei posti si fanno le cose che sono concordate; e si può portare senza intralci il proprio contributo. Che molto spesso si limita a mettere in discussione i piccoli dettagli marginali; oppure, e anche questo intervento è tanto più gradito se fatto al tempo giusto, a suggerire alcune aggiunte. Ho detto aggiunte, non modifiche. Per le aggiunte c’è sempre un margine, anche minimo: comunque si trova il tempo di discuterle. Danno la sensazione di essere il risultato di discorsi fruttuosi, impegnati. Le modifiche al contrario sono viste come la peste, in ogni occasione. Perché il più delle volte se si togli anche una sola parola crolla tutto il castello di frasi messo insieme dopo giorni di discussioni.

Sta il fatto che per i primi quattro anni mi trovai bene. Avevo autonomia in un settore che svolgeva un compito preciso: l’addestramento professionale. Ma quando si trattò di passare dalla teoria alla pratica e di avviare qualche atto concreto che servisse a confermare non solo a parole una scelta politica che sembrava efficace, cominciarono prima le perplessità, i dubbi che scavano, poi i contrasti e cosa ancora più nevrotizzante, i sabotaggi impliciti. Fu in quel periodo che mi convinsi, con un maggiore peso di dati e di elementi in mano, dell’impossibilità di fare riforme organiche nel settore anche più limitato della vita pubblica e sociale italiana; se prima non si riesce per convinzione generale e con un consenso prevalente a organizzare il sistema di potere, quindi il sistema di governo, in un modo diverso. E modo diverso non vuoi dire che si debba fare per forza una rivoluzione dentro la cose; ma che si debbano almeno accantonare gli uomini marci o più renitenti; questo sì. Sarebbe una necessità immediata; ma contro questa sbatte qualsiasi progetto di novità sociale. È appena il caso di dire che ai primi tempi di un lavoro attivo perché mosso dalla speranza di riuscire a fare qualcosa di serio, e di riuscire a farlo veramente, seguirono giorni di sospensione rabbiosa, di arresti improvvisi, di dubbi, di contrasti con gli altri; contrasti prima mediati poi più aperti e diretti. Una tattica precisa e cauta, quasi da guerriglia. Fino a che mi accorsi di un progressivo vuoto che si disponeva intorno a me. Tutto sembrava come prima: i saluti con gli altri, i sorrisi con gli altri, le informazioni che mi venivano passate burocraticamente. La vita procedeva al modo solito. Però il telefono non suonava, nessuno mi chiamava. La mancanza di quel suono a lungo andare rischiò di trasformarsi per me in un trauma. Sentivo il suono provenire de tutte le stanze contigue, perché credo di proposito tenevano le porte spalancate; sentivo i colloqui, le lunghe discussioni, percepivo con una sottigliezza ormai da specialista il clic del microfono riappeso. Alle riunioni di vertice ero sempre meno convocato, fino a che mi dimenticarono completamente. Arrivò il giorno in cui non ebbi più niente da fare. Con un garbo eccezionale e con una lentezza che avrebbe meravigliato perfino un illusionista mi erano state tolte, direi quasi sottratte, tutte le pratiche ed erano stati bocciati uno dopo l’altro e con ragioni argomentate oltre il consentito, i miei progetti a venire. Quelli che avevo da tempo inoltrati come proposte di lavoro a lungo considerate e valutate. Mi trovai senza fogli sul tavolo; neppure il giornale che mi era inviato d’ufficio. Niente più posta.

Furono giorni amari. Mi rendevo conto di ogni cosa, anche del più piccolo dettaglio; ma posso dire che non riuscivo a soffrire, come fossi un uomo ferito tanto profondamente da non percepire più neanche un sintomo di male. Ero piuttosto gonfio di rabbia, ma rivolta contro me stesso non contro gli altri. Voglio dire che non l’avevo contro i colleghi, il partito, l’organizzazione. Sentivo che la causa di quello che mi capitava era nel manico; era un mio difetto di metodo, in una situazione particolare di emergenza. Quindi in definitiva era un difetto politico; una mancanza politica. Dovevo cercare di correggermi in fretta, invece di perdere il tempo a mugugnare contro l’ingiustizia degli uomini e la fragilità dei rapporti umani. Se avessi voluto continuare nella direzione intrapresa in precedenza – sicuramente la più giusta e la più corretta perché la più nuova. – mi sarei bruciato, sarei uscito dal giro; anzi, sarei stato buttato fuori con un colpo secco. Non mi sarebbero rimasti neanche gli occhi per piangere. Senza venire meno ai principi e al desiderio di agire in un solo modo e per fini determinati, dovevo cercare di ricuperare peso all’interno della mia istituzione di lavoro; se ci fossi riuscito – ma non era detto – avrei dovuto puntare subito a collocarmi altrove. A defilarmi, compiendo alcune azioni giuste che mi portassero a trasferirmi in un luogo diverso dal precedente ma ugualmente importante. Magari in un centro di lavoro all’apparenza più prestigioso, anche se meno aggressivo nella sostanza e più innocuo in quanto al potere effettivo. Comunque dovevo procedere per gradi. Per chi lavora pubblicamente, nelle istituzioni politiche che sono sotto l’occhio delle telecamere, è vero che tutto sembra difficile in un modo terribile; anche la più piccola cosa. Ma è altrettanto vero che basta la cautela di sapersi non tanto offrire quanto proporre nel momento giusto e con un programma – anche minimo – che si possa realizzare, che dia tanto la garanzia di potersi realizzare a tempi brevi quanto di poter durare e di procurare qualche consenso. Per uno della mia condizione il programma consisteva in questo: fare in modo, usando tattica previsione e intelligenza, che i più vicini ricomincino ad avere bisogno di te. Poi seguiranno i più lontani, quelli che contano. Bastano poche cose al principio. Non sono tanto i bisogni ma quelle che chiamo e continuo a chiamare le necessità. Queste sono simili, ma più complicate, serie e urgenti, dei bisogni; adesso tanto strombazzati. E non solo nello vita privata, ma anche nella vita sociale, per il proprio lavoro. Se non riusciamo a soddisfare le necessità l’uomo può anche morire. O muore addirittura. In ogni caso è perduto, almeno nei suoi rapporti con gli altri. Queste necessità vanno individuate circoscritte e accontentate (adesso si dice: appagate) sia pensando, sia facendo, con la teoria e con la pratica; e nessuno può immaginare quanta gente attiva e responsabile sia all’opera per questo lavoro di ricucitura e di consenso. Fanno e disfanno le cose, soddisfano nel limite del possibile le domande, anticipano in qualche modo anche i principali desideri. Naturalmente per far questo occorre anche una giusta disposizione degli astri; però il desiderio di fare bene e di anticipare permane. Si dispongono lì pronte a operare. Sono tante forze miracolose che la squallida routine quotidiana finirà purtroppo con gli anni a spuntare, reprimere, avvilire.

 

15. In dodici mesi avevo ricuperato il favore di quei pochi che contano e stabiliscono il destino di un uomo; avevo ripreso a essere consultato; ero invitato ai vertici; partecipavo a tutte le riunioni e m’avevano ridato la segretaria. Il telefono squillava. Così quando proposi di passare alla Camera mi accontentarono. Non tanto per una giubilazione ma perché in quel periodo cominciava un lavoro di dettaglio, molto specifico, sui problemi emergenti, con un proliferare di commissioni e sottocommissioni e il partito aveva bisogno non soltanto di uomini rappresentativi ma di specialisti da utilizzare a tempo pieno. Io andavo benissimo in quel momento; perché avevo acquistata molta esperienza professionale e perché avevo raggiunto una maturità nella gestione dei miei rapporti con gli altri da essere interpretata, l’ho già detto, come autentica capacità politica. Mi fermo su questo dato. Cos’è la saggezza – o la capacità – per un uomo che si consuma sul palcoscenico del quotidiano, ogni giorno che passa? È solo un po’ di esperienza radunata dalla pratica, sotto cui si nasconde una ironia che può perfino diventare volgare, anche se annacquata dietro il solito sorriso? È la capacità di non lasciarsi angosciare dai fatti che accadono e ci comprimono, perché abbiamo raggiunto una capacità di approfondimento e di visione del mondo più articolata e più generale? È indifferenza mimetizzata, cioè una durezza di scorza che si acquista immergendosi nel mare della politica? È volontà di sopravvivere dentro forze contrastanti? È la volontà quasi maniacale di giustizia e di progresso che ci perseguita?

 

16. Risponderei semplicemente che la capacità di esprimere saggezza sta in queste cose, piccole o grandi, messe insieme. E mescolate insieme. Un entusiasmo che non si può né si deve lasciare cadere è mischiato a tanta utile ironia. Un po’ di rabbia è mescolata alla sopportazione e a un poco di speranza. Questo per quanto si riferisce alle cose e alle occasioni. Mentre il giudizio sugli uomini porta a un’altra conclusione che non può essere se non tollerante e negativa. Perché l’uomo – lo sappiamo – non sarà mai diverso dalle sue stesse passioni. Può cambiare o modificare l’ordine dei bisogni. Però c’è un fatto importante da tener presente ed è che l’uomo, anche se in generale non riesce mai a realizzare il progetto molto responsabile e deciso di modificarsi sopportando ogni fatica, alle volte sembra propenso a modificare alcuni aspetti della propria condizione; mostrandosi sensibile ai richiami della amministrazione della giustizia – per esempio – o del corretto uso della gestione pubblica. Questi temi che vengono spesso dibattuti e divulgati in pubblico con tavole rotonde a cui partecipano un po’ tutti assicurano prestigio, attenzione; magari consenso. E questo l’ho detto. Devo aggiungere, in parziale contraddizione con quanto ho affermato poco fa, che col passare del tempo mi accorsi che al di fuori della competenza professionale ero stato, come dire? consegnato al parlamento anche per essere ammansito dentro alla pancia di questa balena; e intanto per essere smammato lontano dai miei precedenti colleghi. La verità era che io l’avevo chiesto, questo trasferimento da un lavoro al banco di deputato; ma loro, sì loro me l’avevano fatto chiedere. Un po’ per volta mi avevano costretto a farlo. Me ne accorsi dopo. Confortati dal mio ingenuo e mal calcolato consenso, mi avevano infilato in un contenitore assolutamente inoffensivo. Ero stato depositato soltanto in un centro di orologeria e di ragioneria. Il parlamento così massiccio e così frequentato, è un ripostiglio di elettrodomestici, messi lì in parcheggio e che possono essere richiesti solo per alcune pulizie annuali o per determinate occasioni. Occasioni di prestigio, mai di effettiva utilità. La politica vera si fa altrove; le decisioni si prendono altrove e lì non arrivano; non arrivano neppure i suoni delle cose se non con la forma di ordini del giorno da sottoscrivere a tamburo battente e per spettacolo pubblico. Il governo, i partiti agiscono da tutt’altra parte, sotto vestiti diversi. Le segreterie dei partiti, naturalmente dei partiti che contano, sono marchingegni che si segnalano per una ritualistica differenziata come l’anticamera del re Sole. Fra gli elettori, i deputati, i militanti, chi può avvicinare il gran capo e i suoi ministri? Dopo che uno è stato eletto e gli par d’essere cresciuto di autorità, si accorge a poco a poco che passeggia sul tappeto di Aladino, un luogo soffice e mobile che offre qualche banale soddisfazione, ma che è troppo alto da terra; il panorama che fa vedere è ampio ampio ma lontano lontano. Di lassù, si ha l’impressione di vedere tutto, di sapere tutto ma non si riesce a toccare niente. Appena allunghi il collo o il braccio, quello che hai puntato è dietro le spalle e scompare in un baleno. Non c’è nessun riferimento preciso, non c’è alcuna possibilità di riflessione prolungata o di intervento diretto. Dal momento dell’entrata in questo luogo di supposto potere, sognato magari da una vita intera, quel che viene a mancare e ferisce nel vivo è il contatto con la realtà e con le cose che accadono. Molti credono di accantonare questa frustrazione, nata dall’impossibilità di fare anche la più piccola e la più innocua fra le cose possibili e di potere intervenire nella sostanza delle cose; accantonano questa frustrazione con una forma di arroganza generalizzata e con l’esercizio di questa stessa arroganza, la sola che sia consentita. È l’esibizione, è la consumazione non coatta né forzosa ma ansiosa di privilegi. In quanto la maggior parte di questi uomini ha bisogno di manifestare i privilegi consumandoli. Con una rabbia piena di voglia e come un esercizio necessario, più ancora che come un esercizio consentito. Così si trasformano e si uniformano; diventano grevi e svogliati, paciocconi o magri come una candela ma indifferenti, pieni di smanie e di strani fervori, di fragilità del tutto imprevedibili, di cupe approssimazioni, di voglie altrettanto rapide. Sono anche feroci in questa smania di ritrovarsi sui luoghi che ospitano il teatro in cui si svolge la loro quotidiana rappresentazione. Quelli che puntano a crescere, seguono la sauna e i massaggi, irradiano i raggi sul viso, vestono il grigio omogeneo, dimagriscono e continuano a dimagrire fino ad assumere in questa magrezza nuova e assurda musi da cavalli, musi prolungati scavati, i cui dentoni bianchi escono da gingive che trasudano rosso di ciliege. C’è un ministro in carica che è un esempio visualizzato di questo quadro del Giorgione.

Mi sono trovato fra loro e ho dovuto subito fare i conti e prendere qualche contromisura. Il luogo bisogna riconoscerlo è solenne; la stessa solennità un poco torbida che c’è nei musei del nostro risorgimento, che hanno le bandiere dei combattimenti messe in un angolo, dove stanno polverose e sfilacciate. Al contrario lì l’umidità non c’è perché la ricerca di ogni confort e di ogni possibile soddisfazione è inseguita con lo sperpero, con le minuzie calcolate o con l’accavallarsi di costose inutilità. Eppure non c’è niente di vero niente di vivo niente di utile nella sostanza, a cominciare dagli uomini. La forza della vita e la verità della vita sono fuori, lontane. Lontane da questi specchi e da questi tappeti con l’odore di spray e di naftalina. La vita da lì è lontana. L’ho provato anch’io questo senso di provvisorio, di progressivo distacco dalla realtà e dall’esperienza della mia vita per entrare in un tunnel dove l’aria è rarefatta e condizionata. È come muoversi in un limbo senza accorgersene e procedere all’indietro con un moto lentissimo uniforme; con un impercettibile senso d’ansia per eventuali ostacoli ma senza percepire veramente anche le più piccole sensazioni di movimento o di distacco dalle solite cose; quando tutto diventa sfumato, quasi irreale o addirittura irreale, e non è più possibile correre ai ripari; mentre d’altra parte sembra di essersi abituati al piacere molto equivoco di questo viaggio all’inferno. A parte i capi, che sono generali astuti anche se non sempre previdenti per battaglie che si direbbero impossibili non solo da vincere ma anche da combattere, gli altri restano quasi sempre relegati al rango di truppa appiedata, a cui si chiedono prestazioni rapide, dietro il compenso dei piccoli favori o dei piccoli riconoscimenti o dietro il convincimento dei piccoli ricatti. A noi ci viene chiesto – anzi, addirittura imposto – di essere vassalli senza armatura e senza lingua, la cui sola forza deve essere il silenzio che approva e la pazienza che sa aspettare.

 

17. Questa premessa potrà sembrare infarcita di dettagli troppo privati per interessare il pubblico ma l’ho fatta di proposito perché mi era necessaria. Era necessaria a mettere in moto una serie di riferimenti, senza la conoscenza dei quali mi sarei sentito, più avanti, indebolito nella volontà di fare o nel mio proposito di verità. Che voglio consumare; consumarlo tutto, molto in fretta; e di una verità, dicevo, che è giustizia. Ma di questo ho cominciato a parlare. Adesso entro nel mio discorso e mi dispongo, lo posso dire? a recitarlo. Una recita che è una rappresentazione dal vivo. Posso rifarmi allo squillo del telefono, anzi al silenzio del telefono nella mia stanza pulita nuova ma vuota di carte, nel momento della disgrazia.

È sorprendente come l’assenza, la persistenza o la modificazione dei suoni giuochi un ruolo alle volte definitivo nella vicenda delle cose umane e nella vita di un uomo. Un suono è un suono, tanti suoni formano cento suoni ai quali ci abituiamo o ci sottraiamo con fastidio ma con moti naturali. Questo perché i segnali entrano come componenti fisici nelle nostre abitudini. Mentre l’abitudine non ci aiuta affatto, anzi si adegua in fretta a respingerli, quando questi segnali aumentano o tendono a aumentare per condizioni obiettive di sviluppo sociale, per nostra scelta o per il trasferimento della nostra attività da un luogo a un altro. Se per esempio passiamo dalla campagna alla città o viceversa, modifichiamo in fretta la nostra resistenza o la nostra insofferenza ai suoni, al frastuono, al silenzio.

Accade il contrario quando i suoni tendono a modificarsi, ad attenuarsi, addirittura a cessare per cause precise, magari motivate ma che sfuggono alle norme sopra indicate. Ad esempio: quando in questo silenzio, o in questo frastuono, entra direttamente la mano oppure la volontà di un uomo che si ostina ad agire contro di te. Quando lavoro, se il telefono squilla – e squilla spesso, certi giorni squilla sempre – posso mandare al diavolo i miei simili, ma in fondo questo squillare è un ritmo necessario, addirittura consistente, è un momento della mia giornata. Ma quando ti accorgi che i suoni e ogni altro richiamo cominciano a rallentarsi e a diminuire in concatenazione con un tuo declino di prestigio sul posto di lavoro; e arrivi ad ascoltare – proprio così – arrivi ad ascoltare un silenzio completo; allora, lo dico per esperienza diretta, si tocca uno dei punti più bassi della parabola; è un momento terribile, difficile da amministrare e soprattutto da sopportare.

La mia non è una argomentazione generica o soltanto estrosa in ordine a problemi che devono concludersi verso risoluzioni importanti. Semmai è un’argomentazione che va sviluppata; anzi, che va esemplificata, con il proposito di non perdere né far perdere nessun dettaglio. Neanche quello che sembra essere un dettaglio insignificante.

 

18. Dunque: il telefono prima suonava poi da questo momento, da questa mattina non suona più. Ieri molti chiamavano, oggi nessuno chiama. È cessato qualcosa perché è accaduto qualcosa. Magari in concomitanza con una discussione che non ricordo; in concomitanza con l’ammonizione arrivata all’improvviso; o legata a quell’avvertimento in apparenza amichevole ma nella sostanza ultimativo. Per queste cause che si possono anche legare ti accorgi che è accaduto questo fatto imprevedibile: il tuo telefono non suona più. La stanza e il tavolo sono tirati a lucido ma sopra non c’è neppure una carta. La porta non solo della tua stanza ma di tutte le stanze vicine è aperta. Vedi gli altri che si muovono, ti sei immerso nell’immobilità come nell’acqua. Senti lo squillo degli altri telefoni nel momento stesso in cui guardi il tuo che è lì silenzioso. Senti le voci che si esprimono in domande e in risposte; tu taci. Senti anche il fascino di una conversazione banale, il chiacchierare fra colleghi; mentre tu puoi solo pensare, perché non hai a chi rivolgerti. Non puoi essere informato, non puoi informare. La comunicazione in entrambi i casi è stata interrotta. Potresti accendere una sigaretta; ma la stanza, di proposito io dico, è cosi asettica nella sua esattezza di dettagli tecnologici che hai timore di sporcare, di far fumo, di seminare la cenere. Hai paura di toccare, di sfiorare, di appannare. Potresti alzarti come hai fatto mille volte negli anni passati fino a pochi giorni fa, ma non puoi. Sei psicologicamente vincolato a questo silenzio che ti avverte e ammonisce. Questo silenzio è una voce che continua a parlarti all’orecchio, riferendoti notizie parziali mescolate a dubbi continui e a un borbottio indefinito, frastornante.

Decidi che andrai a protestare; a chiedere la ragione di questo silenzio, di questa esclusione che è la controfaccia di un declassamento voluto e preparato dagli altri. Decidi di farlo; dentro di te gridi che lo farai, stai già facendolo; ma non ti alzi. Non ci riesci. Guardi allora il telefono perché pensi di telefonare. Lo farai tu se gli altri non lo fanno. Almeno questo gesto deve riuscirti. Guardi ma non ti muovi. Guardi e sei quasi sicuro che il telefono non suona perché l’hanno staccato. Quello è lo scheletro di qualcosa, non la sua voce e il suo orecchio.

Questo insieme di piccoli elementi, polverume di cose e di fatti, può sembrare troppo inconsistente per essere significativo in maniera determinante; ma io sostengo che se è guardato con attenzione può offrire un malloppo di dati per scandagliare sia l’uomo singolo sia l’uomo associato. Insomma, l’uomo sul posto di lavoro. Credo che si possa capire, intanto, come i suoni agiscono con autonomia e autorevolezza, all’interno di un sistema di rapporti. I passi sul corridoio ammorbiditi da una moquette di cinque centimetri. Passi felpati. L’aprirsi delle porte. Un’azione, questa, senza rumore. Puro moto dell’aria, vento appena soffiato che non si vede e non si sente. Può essere solo pensato, legandolo alla considerazione che un uomo sta entrando. Dove? Poi lo spacco improvviso della luce contro il vano della porta. Neppure questo si vede. Ma si può pensare. Tutto insomma è pensato e ingozzato dalla nostra memoria che è avida come un’oca e che finisce per diventare famelica.

 

19. Sei lì dentro al tuo studio-caserma-bunker e passi il tempo a leggere testi battuti con macchine do scrivere elettriche simili a stampatrici tanto la battuta è nitida e senza uno sbaffo, oppure con le mani sugli occhi trasferisci le tue capacità nella fantasia del reale. Non immagini nulla; vedi, pensando, le cose che accadono. Le vedi come stanno accadendo; senza essere un visionario. Niente è prima, niente è dopo. Solo alcune cose, alcuni atti nel momento che stanno avvenendo. Le scarpe sul tappeto, il suono di un telefono lontano, la voce che parla ed è chiara, ma senza che si possa capire il senso del discorso; l’aprirsi di una finestra, il chiudersi di una porta. Alle volte anche un bisbiglio di più voci.

Quando capita questo è come un allarme. La visione si annebbia, la curiosità prevale fino a spingere ad alzarsi, arrivare alla porta, aprirla, guardare fuori sporgendo appena gli occhi. La luce dei corridoi non è luce di cielo ma esce dal muro, con getti che non si vedono, sciogliendosi intorno come acqua che non scroscia ma scivola. È una luce verdognola, lattiginosa; sembra di berla più che guardarla. Pesa addosso e macchia, invece di aiutarti a vedere e a vivere.

Io stesso ho immaginato parecchie volte che dentro alle stanze di quel luogo orribilmente significativo capitassero anche episodi banali, perfino volgari. Da far concludere che dopotutto l’ideologia del lavoro lì dentro non regnava sovrana. Pensavo che gli uomini potessero insidiare le donne oppure che donne e uomini di comune accordo si stendessero sui divani, sulle poltrone, sui tappeti. Che sedessero in circolo a parlare delle loro cose private, solo per lasciare passare il tempo. Che alcuni si portassero del lavoro da casa per smaltirlo senza preoccupazione. Davo per scontato che nella prima ora tutti leggessero il giornale, Quando c’erano le partite di calcio importanti, nel corso dello settimana, poiché non tutti si potevano dare ammalati, la voce dei transistors riempiva le stanze. Così concludevo che anche quello era un normale luogo di lavoro; con molte persone, ma niente di eccezionale. Non importava che fosse un luogo dove il lavoro non era capitalistico ma politico. Politico in un modo diretto, vale a dire sindacale. Ma lasciamo andare.

La conclusione, e può essere da parte mia una conclusione nevrotica, è che dopo cinque anni avevo acquistato una grande capacità di adeguamento e di sopportazione ai suoni e ai colori, se questi erano collegati al mio lavoro. Contemporaneamente avevo acuito una sensibilità tagliente per le conseguenze di queste fantasie visive e auditive. Resto perciò convinto, anche al di fuori di qualsiasi contesto, che colori e suoni così individuati formano un elemento caratterizzante della psicologia di chi lavora; tanto più della psicologia di un dirigente. Ma anche il dirigente dopotutto, non governa suoni e forme, li subisce. Crede di servirsene per aggredire, invece è aggredito da questi. Li propone li dispone e si trova, stravolto, come imprigionato nella ragnatela di segni. C’è una ambiguità straordinaria e una sofferenza specifica in questo rapporto dell’uomo con i suoni e i colori che dovrebbero verificare e stabilire soltanto il suo potere di fare. Mentre nella realtà significano vanità o approssimazione di questo fare. Che sembra rigido mentre è improvvisato e pieghevole come una canna.

 

20a. Ma questi elementi favorevoli o contrari mica si trovano lì, sul posto di lavoro. Quale che sia il livello e la sua importanza, in direzione o giù in magazzino, nella fabbrica o nell’ascensore. È nell’insieme del mondo tutto intero che si svolge il quotidiano disastro ecologico. Ma anche nell’uomo tutto intero, che è di vetro soffiato e contiene soltanto una porzione di vino. Le stesse cose, in diversa disposizione, potrebbero capitare in casa, nella vita privata. A me capitavano anche a casa. Naturalmente le difficoltà e i contrasti erano disposti in un modo diverso. Più eccentrici e mimetizzati. Li coglievo agendo di seconda mano e soltanto decidendo di farlo. Infatti in quel periodo non potevo che essere nervoso in una maniera caotica. Me ne accorgevo da solo. Non mi controllavo, perché non ci riuscivo; e mentre lì in casa un grosso contrattempo poteva lasciarmi indifferente, spesse volte bastava niente per mandarmi in bestia. Le mie eccitazioni si sovrapponevano e servivano a produrre un’aria che non potrei dire insopportabile – neppure mia moglie in quel momento le ha mai definite così – ma eccitabile; un’elettricità indotta che finiva per contagiare anche gli altri, magari controvoglia; e riusciva a farli a pezzi. Mai sentito in passato e in seguito mio moglie urlare; sì, urlare. In quei mesi lo faceva, quando capitava; senza alcun scrupolo, senza vergogna dei vicini, che certamente ascoltavano o potevano ascoltare. Anche questa è stata una esperienza mortificante e faticosa che non sono riuscito a cavarmi dalle spalle e che mi ha portato a interessarmi più direttamente agli ultimi avvenimenti capitati nel nostro paese; sui quali vorrei portare un contributo di chiarezza non tanto distensivo quanto risolutivo.

Avessi solo delle idee da offrire nessuno mi ascolterebbe, tanto meno i colleghi, presi dai loro problemi e dalla terribile onda di riflusso di questi fatti; invece ho cose concrete, alcuni episodi importanti e sconosciuti da indicare, soprattutto ho dei nomi da fare. Questo rende il mio intervento eccitante ma pericoloso. Eccitante e molto pericoloso. So anche questo. E può spiegare o almeno suggerire la ragione di questo insistere su mie vicende private; troppo strette par essere esemplari, lo so; ma ritornandoci sopra mi vengono stimoli a consolidare il mio impegno dentro agli avvenimenti che stanno accadendo.

 

20b. Mia moglie, che è una donna decisa ma mite e con cui è stato sempre possibile parlare dei problemi personali anche nei momenti di maggiore tensione, in quel periodo era quasi uscita di testa. Quando non c’ero viveva e agiva normalmente, quando tornavo a casa o quando eravamo insieme la tensione fra noi – non motivata da una ragione specifica – cresceva rendendo l’atmosfera incandescente. Mi sentivo bruciare perfino le mani. Il cuore batteva e aspettavo una sua frase perché ero certo che sarebbe stata l’esca per una sfuriata.

Senza saperlo in modo chiaro, era forse il solo modo perché mi liberassi dall’incubo professionale; e per non impazzire. Mi sono accorto di questo e fino a che punto fossero stati inquinati la nostra vita e i nostri sentimenti quando scopersi che si imbottiva di tranquillanti non soltanto per dormire ma durante il giorno. Non l’aveva mai fatto. La situazione creatasi era dolorosa e pericolosa, perché poteva concludersi con la fine del nostro rapporto; con conseguenze esistenziali che ho sempre temuto. Ritenevo che senza mia moglie la mia vita sarebbe cambiata in peggio e mi sarei disunito o addirittura mi sarei distrutto. Avrei perduto un perno equilibrante. Eppure mi rendevo conto in quel momento di non avere sufficiente chiarezza e autorità verso me stesso per richiamarmi a un maggiore controllo che registrasse i miei rapporti con lei. Io e solo io li avevo portati al limite del collasso.

Per non incrinare questo ultimo reticolo che ci teneva uniti, restavamo seduti in silenzio, con la televisione spenta e mia moglie singhiozzava tenendosi una mano sugli occhi. Avrei potuto parlare; avrei potuto farle qualche domanda, invitarla a spiegarsi; ma ero sicuro che non avrebbe risposto, che non sarebbe servito a niente. Per riuscire a recuperare un po’ di ordine fra noi, avrei dovuto rimettermi in sesto dimostrando, anche senza parlare, d’avere ripreso il vecchio equilibrio. Infatti la frase ripetuta da mia moglie, all’inizio della crisi, era questa: non sei più quello di prima.

 

21. Già, non ero più quello di prima. Ero cambiato. Forse il cambiamento era stato profondo, lacerante. Questo però non lo sentivo in modo chiaro; ma fisicamente stavo malissimo. Nessuno mi poteva confortare. Non parliamo di mia figlia, distratta dai suoi cento impegni. Era al suo primo lavoro, tutta eccitata. In altro momento mi avrebbe fatto tenerezza, adesso mi irritava. Lei lo sentiva e glissava, abbozzando un mezzo sorriso. Si preoccupava di sua madre. Sentivo che le due donne erano coalizzate non tanto contro di me ma a difendersi da ne – che ritenevano incattivito in modo irragionevole.

Una sera con addosso una esasperazione che non riuscivo a calmare (avevo deciso che finché mi fosse stato possibile non avrei cercato di risolvere i miei problemi con l’aiuto dei tranquillanti, forse per un residuo di moralismo campagnolo) sono uscito per camminare. Non lo facevo da un paio di anni. Passeggiare è un’abitudine che non si dovrebbe perdere e invece si sta perdendo; anch’io l’avevo ormai perduta. Ai nostri giorni si corre o si cammina. Passeggiare, invece, è andare adagio a osservare qualcosa in dettaglio, col piacere di indugiare. Anche solo i piccioni, o la neve che cade.

In quel periodo non c’era ancora la neve e io guardavo i piccioni addormentati sulle traverse dei portici; soprattutto guardavo la gente, varia di età e di colori, che s’avviava in gruppi verso il centro. Fu la sera che capitarono tutti quei guai, quando fu ucciso un uomo. Non ero sul posto ma lì vicino; ebbi la sensazione della gravità di quello che capitava perché vidi alcuni giovani schizzare via infangati e addirittura con del sangue addosso. Sporchi, contusi. Uno di questi, meno stravolto degli altri, sono riuscito a sottrarlo alla polizia. Stavano per agguantarlo, mentre in quel momento era fermo vicino a me e non faceva niente altro che guardare, quando allungando la mano e toccandogli la spalla dissi calmo calmo ai due agenti: è mio figlio. La frase era assolutamente innocua ma era stata detta con tanta tranquillità e contemporaneamente con tanta decisione che uno dei due agenti, quello che stava per fermarlo, mi guardò e trattenne il braccio. Sembrò una scena al rallentatore. Si allontanarono, staccandosi dal ragazzo, molto adagio. Lui mi guardò, non disse niente. Sembrava sorpreso ma anche sospettoso per quella dichiarazione che non si aspettava. Era possibile che non mi avesse visto, perché ero alle sue spalle.

 

22. Quando mi avviai mi seguì. Ci allontanammo dal luogo degli scontri, perché l’aria bruciava per i lacrimogeni. Prendiamo un caffè, gli dissi. Dopo, il ragazzo cominciò a parlare. Ricordo che mi colpì il modo di questo discorso, perché sembrava il resoconto di un viaggio fatto da un uomo anziano. Raccontava i fatti della sua vita come se fossero eventi memorabili toccati ad altri. Usava un tono epico, molto circoscritto e molto efficace. Restammo insieme più di un’ora poi ci lasciammo.

Eppure l’incontro fu molto importante; per due motivi. Il primo, perché mi scaricò dell’aggressività che mi ingolfava in quel momento lasciandomi non tanto vuoto ma direi liberato; liberato da un peso che mi opprimeva; e questo mi rese quasi felice. Il secondo, perché quel ragazzo mi disse una frase che, proprio perché si mescolava a mie rogne che non ero riuscito ad accantonare, mi aiutò a riflettere sulle cose, con più capacità di individuare i dettagli. Fu un aiuto sul piano della conoscenza, del modo di vedere più che sul modo di essere. Un aiuto che potrei definire ideologico. Modificò il mio baricentro rispetto alla realtà.

È una frase che sento ancora, così come si ricorda con tenerezza un aforisma antico. Poi la svilupperò, inserendola in questo contesto. Ricordo che tornai a casa e senza dire niente andai a dormire. Il giorno dopo stesi un piano d’azione a cui mi tenni stretto nei giorni seguenti e che mi aiutò a sciogliere almeno in parte i contrattempi che mi condizionavano. Anche mia moglie finì per dirmi: hai un’altra aria. Qualche giorno dopo riprendemmo perfino a fare l’amore.

 

23. Quel ragazzo mi aveva aiutato con semplicità, dentro a una situazione due volte sconvolgente: la mia personale e quella più generale cha si riferiva alla situazione politica e dell’ordine pubblico. Mi aveva molto aiutato a liberarmi dalle strettoie psicologiche per appoggiarmi, direi per affidarmi di nuovo al mare e alla novità dei problemi, dei pensieri. A uomini come me, abituati ad un ritmo ordinato delle idee – che si cercano e si allineano con rigore ma non corrono mai il rischio di sovrapporsi; e quando lo fanno producono un casino, come nel mio caso – dà il capogiro la violenta libertà di interpretazione che le classi più giovani hanno del mondo d’oggi. Non si fermano di fronte a nessuna difficoltà, sembra che non abbiano paura di niente. Nessuna paura di aggredire i problemi, quando i problemi sono distesi lì davanti come leoni in un circo, indecisi se lasciarsi affrontare. I problemi immediati, quelli politici, i più direttamente legati alle cose. È diverso quando le circostanze isolano questi ragazzi poco per volta e li costringono a guardarsi intorno, grattando via l’aggressività che per loro è sempre una difesa e li mettono di fronte alla solitudine della vita.

Il ragazzo m’aveva mostrato la possibilità di collegare abbastanza naturalmente alcuni fatti e alcuni avvenimenti che potevano sembrare non solo distaccati ma opposti e per varii motivi. M’aveva detto d’essere comunista e di fumare. La droga per lui non era ancora un problema di sopravvivenza e di vita ma era subito diventata un problema ideologico. Un problema da impostare con sottigliezza, perché le risposte potrebbero essere mille e tutte sfumate. Risposte non politiche ma canoniche.

Si era chiesto, a un livello riflessivo molto motivato e con una pacatezza che a me sembrava lucida, come legare (ricordo che non ha mai pronunciato il verbo giustificare)… come legare a un problema privato, quello della sua decisione di fumare, che rifletteva una scelta libera e non una sottomissione, il problema più generale che si richiamava a una terribile realtà: il problema della droga che uccide, opprime, ricatta. Della droga come flagello medievale, voluto dagli uomini. In altre parole, per capire meglio dentro alle cose: come rapportare il semplice al complesso e il privato al generale, uscendo fuori dal sentiero del moralismo isterico? Quale altro giudizio di valore politico poteva sostituirlo? Era necessario provvedere e questa sostituzione? I valori personali erano scaduti altrettanto rapidamente che i valori pubblici? era ancora utile, ai fini della chiarezza, servirsi di valori morali? E richiamarsi alla giustizia, all’onestà, al bisogno di fratellanza?

Ecco una frase che mi colpì: bisogno di fratellanza. Tanto letteraria nella sostanza e fuori uso quanto moderna e ancora molto utile se cavata fuori all’improvviso, con una semplicità felicissima, dal contesto di un discorso che era un fuoco di esemplificazioni.

 

24. Mi convincevo della distanza fra i miei problemi e i problemi di questi giovani, che non erano giovani per età ma perché avevano strumenti diversi con cui aprivano le porte delle cose; mentre sentivo come una necessità e come una verità irrinunciabile che questo modo diverso di guardare i problemi doveva essere condiviso anche da uno come me; se era vero che a distanza di nemmeno trecento metri si sparava e cha un uomo sarebbe stato ucciso. Lì si scontravano le teste, addirittura; e non era semplicemente une ideologia che doveva prevalere. La lotta era più dura e quindi più difficile.

Il contesto di quella conversazione era nuovo per me. Mi sorprendeva la naturalezza con cui parlava di cose gravi; una naturalezza che non era indifferenza, anzi era una partecipazione personale tanto approfondita e vissuta con intensità da diventare costante e generale. Un autentico dramma esistenziale.

In quel periodo smaniavo, mi commiseravo, stavo mandando in frantumi una vita composta di legami solidi, anche se faticosi; mi rivoltavo di dentro sbraitando fino a cadere in una specie di delirio, inutile in ogni senso; e tutto questo per portarmi fuori dai binari soliti, riprendere a camminare per cercare problemi e anche contrasti nuovi. In questa smania che non controllavo, era proprio la paura della novità, dell’avventura; di una novità imposta con tutti i mezzi e con la conseguente incertezza del domani, a rendermi confuso. Il ragazzo col quale avevo parlato, al contrario, sembrava venire da un altro mondo.

Lo avevo ascoltato pensando che nonostante l’età doveva essere in fondo più maturo, più saggio di me; che avesse macinato direttamente molte più cose. La guerra? Non l’avevo fatta, l’avevano fatta gli altri. Io l’avevo solo conosciuta. E mi era sembrata un mezzo giuoco e una mezza violenza. Invece questo ragazzo, e gli altri ragazzi come lui, e poco prima di lui o dopo di lui, la guerra non l’avevano nemmeno conosciuta; ma conoscevano direttamente e ogni giorno una forma ancora peggiore di violenza, partecipandola e subendola, la violenza che oltre a essere ripetuta come un rituale mascherato non si spera di vedere finire e non si sa come farla finire. Negli anni passati si è sperato che la violenza si spegnesse perché non riuscivamo a fermarla, stringendola nelle mani come si fa con un panno inzuppato; ma questa speranza è durata poco ed è ormai caduta. Oggi, chi lo vuole, spera in un modo diverso. Infatti niente, per il momento, è destinato a finire.

 

25. Questa è la frase che mi colpì alla fine del racconto svolto da quel ragazzo con voce calma, anzi addirittura bassa, quasi parlasse a sé solo. Infatti era solo. Altrimenti come avrebbe parlato in quel modo con uno sconosciuto? Ma io mi chiedevo: se niente finisce si può ugualmente sperare di fare qualcosa? Mi rispondevo: sì, posso sperare che la speranza non diventi niente. Dobbiamo spingere in questo senso e per questo progetto. La speranza può essere allargata ai gruppi ma in ogni caso non è più come un tempo, quando tutto ciò che era o apparteneva al privato si doveva socializzare. Adesso ognuno si tiene il suo, e se lo tiene abbastanza stretto come per difesa, però quando i sentimenti premono e spingono ad uscire dalla prigione esistenziale per manifestarsi e cercare, allora si accende o può accendersi qualcosa che assomiglia a un semaforo. Un semaforo politico. Si apre col verde e possiamo unirci in corteo, si blocca sul rosso e dobbiamo ritirarci in casa. D’altra parte la casa non è più un rifugio o un luogo di riflessioni private; è la casa-caserma di battaglie che mentre sembrano private sono pubbliche, di effusioni che si scontrano col fuoco dei sentimenti in movimento, alcuni anche indecifrabili; è un luogo di raduno di pensieri messi insieme a fatica e da ripulire, come si fa col riso; è la verifica quasi ossessiva che nonostante tutto siamo vivi e viviamo; è anche il ripostiglio della lotta faticosa e qualche volta disperata con la solitudine cha vuole entrare dentro, o con la morte che batte contro i vetri o contro la porta.

Cominciavo a capire. Intorno le strade sembravano una bolgia. Mi accorgevo del tragico rituale di questi scontri, in cui una violenza innocente-feroce viene sopraffatta da una violenza astuta e matura. In questi momenti vediamo come i segnali ciano sempre identici, solo ingranditi dalle occasioni; e come il rituale della rappresentazione non sfugga a un copione preordinato. Uguale al canovaccio dei vecchi comici dell’arte; niente altro che un filo narrativo su cui innestare secondo l’estro le divagazioni dell’attore protagonista.

Anche lo scontro in piazza ha questo ritmo apparentemente ottuso, di cosa saputa e vissuta; eppure ogni volta è recitato col proposito di inserirci delle improvvisazioni nei punti sottolineati con la matita rossa; quindi nei momenti indicati. Lì deve accadere qualcosa e lì accade qualcosa. Quasi sempre. D’altra parte c’è chi obietta che nel senso di una programmazione così precisa questo potrebbe non essere vero; che i gestori del potere potrebbero affidarsi a qualche santo in paradiso che li aiuti a sbrogliare la tela.

 

26. Mi rendo conto che questi discorsi sono stati fatti mille volte e che non c’è molto per cercare nuovi orientamenti o appigli diversi. Ciascuno pensa con una certa approssimazione e secondo alcune idee che ad ogni modo servono, perché la finezza non aiuta, specialmente quando in piazza si spara. Magari possiamo domandarci come mai tanto spesso si spara, si uccide; e le conseguenze hanno uno svolgimento calcolato e non sembrano affatto dettate o da un incidente disgraziato o dalle circostanze, come scrivono i giornali. Certo, nel fatto tragico si può calcolare l’avventatezza dei giovani e la scarsa preparazione professionale di molti poliziotti, che sono altrettanto giovani. Questo è stato detto.

Però negli scontri di piazza di questi anni c’è sempre stato un punto di frizione da cui appare una tecnica collaudata non solo per l’accensione della violenza ma soprattutto nella progressione di questa violenza verso termini prestabiliti; prestabiliti almeno con approssimazione.

Quindi dentro a questa sarabanda di fuoco e di dispetti ci deve essere un calcolo. Qualcosa al di sopra dei contendenti, indicato come il filo conduttore del ballo. Chi sarà mai? Non un personaggio soltanto, un piccolo gruppo isolato, per quanto aggressivo. Le minoranze non fanno storia, fanno solo leggenda.

Deve essere una forza di grande rilevanza sociale, capace di organizzarsi nell’anonimato più rigoroso. Come mai non si riesce a distinguerla e identificarla? E come mai possiamo indicarla con una approssimazione ideologica ormai in via di esaurimento, quindi scarsamente significante? Noi diciamo ancora: il capitalismo, il potere, la norma, le multinazionali, l’anarchismo, il terrorismo eccetera. E i nomi, gli indirizzi? Non è possibile assegnargli una collocazione più esatta?

 

27. Ad ogni modo questi problemi, con le relative domande, adesso riesco a legarli meglio alla mia esperienza generale, alla mia cultura che va corretta; li lego meglio anche all’esperienza del mio precedente lavoro sindacale. Dove abbastanza bene funzionava ogni lotta o progetto o programma di lotta quando era finalizzato o almeno legato a obiettivi evidenti, circostanziati; a obiettivi precisi. Mentre sembrava scivolare via e sbriciolarsi quando questi obiettivi tendevano a diventare generali. Quindi ad allargarsi. Infatti le conclusioni elaborate al vertice nazionale finivano per essere contraddette all’interno delle singole aziende. Dove i problemi sono molto più precisi e particolari – come affermavano i delegati di base.

Ma per riprendere il discorso più generale. Forse i nomi e gli indirizzi a cui alludevo non si fanno perché non si possono fare, e non si possono fare perché i nomi e gli indirizzi sono cambiati o cambiano spesso. Perché il quadro sociale di riferimento, in questi anni, non solo si è modificato ma si è stravolto. Dico: si è stravolto; non: è stato stravolto. Perché i vecchi personaggi oggetto delle nostre invettive, della nostra rabbia sociale e delle nostre ire quotidiane o sono scomparsi o sono decrepiti o sono addirittura defunti e i nuovi padroni della guerra giuocano in un modo diverso, a sorpresa; con tonalità di colori e di suoni apparentemente astratte, più sofisticate; e tendono con malizia non a condurre il giuoco ma a mescolarsi ai giocatori con astuzia calcolata. Questa ironia – o questa astuzia – è una forma nuova di coraggio aggressivo, sia pure orribile. Noi ci affanniamo a correre avanti e indietro sbandierando fuoco e fiamme; loro, impattati sotto un’ombra, sono attenti a condurre un giuoco legato a interessi macroscopici, senza mai scoprirsi. Vediamo ancora una volta che tutto ci resta fra le mani; sfumato, indecifrabile, policromo. La mafia, la droga, il sottogoverno, la finanza, la banca, la borsa. Non si perde la testa? La volontà di lottare e di ottenere qualcosa non salta via come un tappo? Dove vivono questi signori che non si prendono? Chi sono? Ho letto di gruppi dislocati nelle isole del Pacifico, completamente attrezzate e isolate; dove la violenza della tecnologia si unisce alla vacanza e al sole. Sulla carta esistono ancora le capitali del mondo ma ci accorgiamo ogni momento che i centri del potere economico si sono decentrati e sono stati divisi in tanto piccole entità che sfuggono ad ogni indagine ma restano legate strettamente fra loro. Non più ufficialmente identificabili mentre il loro potere, unitario, si rafforza e dura.

Il plus-valore è ormai uno scioglilingua ad uso dei bambini. In giuoco v’è il valore totale; il valore assoluto, opprimente; che prende tutto e tutti e non lascia niente. Il valore completo della cosa; non più la semplice eccedenza. Si comincia a parlare, a guadagnare, a programmare, e a servire in termini fantascientifici. Mentre la classe operaia – ancora legata all’antico carro dello sciopero o della manifestazione di piazza, dichiarata sempre possente dagli stessi giornali del governo, con una concordia pericolosa – è divisa nelle sacche dei singoli paesi, senza essersi mai posto l’impegno di un vero collegamento internazionale. La classe operaia è legata alla fabbrica nella quale lavora e la fabbrica è la vecchia piazza delle zuffe medievali che non si sfogano fuori dalle mura. Da qui il fallimento evidente, in termini di metodo, delle speranze che all’inizio del secolo e fino agli anni cinquanta sembravano realizzabili, per la felicità di tutti. La felicità non c’è stata. La speranza, come ho detto, è per il momento una farina che sporca soltanto le mani.

 

28. Eppure è necessario partire, come parto io, dalla convinzione che una qualche felicità è possibile. O che è possibile qualcosa di simile, da sovrapporsi e sostituirsi alla felicità; se la così detta felicità è una richiesta che sembra troppo forte e poco confacente per i tempi che corrono. Perché senza questa speranza molti altri propositi cadrebbero. È un punto, che però contraddico subito con quanto segue. Ricordo come una frustata la risposta di Mandel’štam alla moglie che l’interrogava, nella Russia di Stalin, in una delle tetre camere d’affitto o di circostanza in cui si rifugiavano sera dopo sera. “Potremo mai essere felici, un giorno?” chiedeva la donna sotto il peso di una fatica esistenziale estenuante. Il poeta rispondeva, con una tenerezza che la verità delle parole rendeva completa: “Perché dovremmo essere felici?”. Ogni volta cha sento questa voce alzarsi dalla pagina del libro un brivido di terrore e di entusiasmo mi corre per la schiena. Dentro di me vengono mortificati tanti spasimi inutili, pieni di boria, che si riferiscono al privato; contemporaneamente mi esalta una speranza nelle cose che rende possibile ogni progetto riguardo al futuro. Invece la speranza a cui alludeva con giusta e intensa fatica la moglie, quella moglie, era la speranza dei sentimenti; che tendono ad appagarsi per distendersi e adattarsi nel cuore. Mandel’štam rifiutando questa speranza per sé la rivolgeva a tutte le cose. La nostra fatica, credo che volesse dire questo, è dedicata a capire – per aiutare a risolverla una volta per tutte – la difficoltà generale della vita. Non la mia vita soltanto; non la tua; ma la vita di tutti gli altri.

 

29. Anch’io sento di poter partecipare a questa conclusione che può sembrare sconvolgente, se vista dentro a un momento storico grandioso ma tragico. In quel periodo la fame incombeva, morivano a mucchi; ancora abbiamo sotto gli occhi le fotografie dei bambini trasformati in piccole belve per rubare ogni cosa, al fine di sopravvivere. La Russia era sotto una cappa di neve; i fiumi gelati; le betulle dentro alle forme di ghiaccio non erano intaccate dai venti, E su tutto, lo spettacolo degli uomini: eroismi delazioni omertà, piccole o grandi paure, orgoglio e divismo, autentiche provocazioni. La voce arrabbiata degli uomini riusciva a coprire e a nascondere la voce della natura. Così anche le quattro parole di risposta si alzavano e si inserivano nei vortici d’aria che le buttavano in giro. Non restavano una risposta privata, una risposta rubata. Erano risposte di una vita che non si rassegnava e che cercava collegamenti oltre i piccoli legami dalla storia; voglio dire nelle idee.

Quindi la felicità non è data, quando la libertà non c’è. Felicità è libertà, libertà è verità. E questa verità è una profonda libertà. L’intreccio degli argomenti appare flessibile ma resistente. Nessuno riesce a scioglierlo. Ad esempio: contraddice, con una formulazione diretta, l’affermazione oggi molto gridata ma molto gretta, come ho già ricordato, che il privato è politico.

Messa in questi termini la questione non regge. Il privato è politico? Andrebbe bene, in quanto la mia insoddisfazione privata, di cui non do ragguaglio esplicito ma solo una referenza di massima, chiede e richiede con urgenza di essere soddisfatta oppure raccolta e vezzeggiata. Dicono: senz’altri termini è questo che la società mi deve e lo esigo. Personalmente ritengo che simile argomentazione non regge all’urto neppure in astratto; neanche come affermazione polemica. Non regge in quanto manifesta senza mezzi termini un’arroganza che chiamerei dissociata, non collegata con gli altri; che non solo non lievita per peso politico ma è vecchia perfino come segnale di avvertimento. Come semplice segnale.

A mio parere il privato va catalogato come un valore da restaurare. Al privato va assegnato non il laboratorio linguistico ma l’officina della pratica politica, per sottoporlo a revisione completa. Un check-up molto sofisticato e dettagliato. È la nostra parte pubblica, al contrario, che va rilanciata non solo come formula ma come un’effettiva forza d’urto con la quale si possano incrinare le strutture defilate del potere effettivo. All’interno di questo potere, che è autentico – per accorgersene basta sbatterci contro – ci stanno gli effettivi distributori della felicità dei singoli. La distribuzione di questa felicità, chiamiamola così, si avvia attraverso una selezione di prestazioni e una tabella rimunerativa.

Quindi la felicità in questione è un falso valore che non ci appartiene, manipolato e distribuito dagli altri. È un valore da rifiutare, da non desiderare neppure sotto il segno di una passeggera ironia. Ciò a conferma della straordinaria attualità della risposta di Mandel’štam, che la rende utilizzabile anche ai nostri giorni.

La userei argomentando in questo modo, per completare non per contraddire quello che ho detto prima: la felicità è un appagamento immediato e violento dei sentimenti, che dentro a quel vento si sentono rinfrancati. Ma non è uno stato di grazia perpetuo; può, anzi capita, che ci sia sottratta. All’improvviso. Per essere sinceri: la felicità è una illusione la cui ricerca ci costringe a compromessi pesanti, concreti; perciò è doppiamente equivoca o pericolosa. È negativa due volte. Una negazione che può essere sistemata in parte solo attraverso piccoli sofismi staccati da ogni aggancio con la realtà.

 

30. Il poeta russo continua a insegnarci – se qualcosa può essere insegnato in un campo come questo irto di contraddizioni – la necessità di partecipare direttamente alla tragedia della storia; e a convincerci, perché in qualche modo ci rassegniamo, che la tragedia, intesa come tante situazioni che si scontrano, non smette di essere in atto e ci coinvolge. Direi di più: ci vuole ancora protagonisti. Protagonisti, intendo, nel contesto sociale, non come individualità da divinizzare.

Se questo può essere vero, se si può in linea di massima ritenerlo vero, è necessario procedere a una revisione di alcuni concetti che sono serviti fino ad oggi come fili conduttori. Se la felicita è un falso scopo allora risultano falsi scopi anche gli adempimenti per conseguire questa felicità. Gli adempimenti, par spiegarci, sono l’insieme delle operazioni o degli atti di violenza sociale, di arroganza, di accettazione dello scontro; avviati per prevalere, per ottenere i mezzi e per conseguire le soddisfazioni o proprio gli appagamenti che ho indicato sopra. In altre parole: per ottenere i quattrini necessari al nostro standard di vita.

Se ci abituiamo a macchine di lusso, a case grandi, difficilmente ci rassegneremo a perderle e faremo quasi tutto o tutto per mantenerle. Come faremo di tutto per ottenerle sa accetteremo il giuoco sociale che mette sul tavolo questi beni come scopi non solo immediati ma necessari alla nostra vita.

Molti giovani, in questo senso, ci aiutano a cambiare rotta. L’avevano già indicato i neri americani, circa vent’anni fa. I loro slogans erano: non consumiamo, non comperiamo, riduciamo non solo i desideri ma soprattutto i bisogni per mettere in crisi il capitale. Era una proposta affascinante ma grezza; frammentaria; tanto che il capitalismus riuscì a ricuperare in fretta la situazione. Tuttavia la proposta aveva in sé una novità teorica che richiedeva di essere elaborata. Da metodo di lotta contingente doveva diventare metodo di vita, un comportamento morale. Così tutto diventerebbe, potrebbe diventare più normale, forse più facile, certamente più efficiente.

Ma gli operai? Riducendo il consumo non si rischia di produrre solo disoccupazione e violenza? Un aumento inevitabile di violenza dentro la società? È stato risposto anche a questa obiezione: non consumare, non comperare non vuol dire produrre miseria ma, semmai, costringere a una diversa diffusione delle merci e a un programma nuovo della produzione. Non ci sarà più imposto cosa vogliamo ma sarà la libera richiesta e anche un intelligente arbitrio a suggerire cosa e come produrre. Addirittura è probabile che si consumerà di più e in continuazione; certo si consumerà meglio.

Così, non tanto la mancanza, ma il rifiuto della felicità che ci viene distribuita consentirà l’uso di una felicità nuova, più nuova; anche più generale. Una felicità, cioè, direttamente gestita. E tale da non provare alcuna vergogna a goderla. Questi sembrano giuochi della mente, dentro a una economia di mercato. Ma sono giuochi pericolosi e difficili, in cui un vincitore non c’è; in quanto la corda tesa fra le varie argomentazioni sopporta soltanto preziosi equilibrismi.

 

31. Come si vede i modi di discutere sui vecchi valori d’uso e sulla necessità di sostituirli o seppellirli sono vari e anche interessanti. Per me hanno un fascino molto stimolante. Servono a dare alla nostra vita una dimensione più approfondita e nella sostanza anche più lucida. Comunque il metodo di approccio alla realtà è cambiato, è più flessibile, meno rigido ma contemporaneamente più compatto, più pronto a percepire e ad aiutarci nel risolvere i problemi. A risolvere, almeno, alcuni particolari dei problemi. Ma nonostante questi discorsi, i vecchi valori d’uso, immutabili e pigri, rimangono inchiodati nella pratica e resistono senza molte interferenze anche nei pensieri e nelle azioni degli uomini politici; salvo pochi. Perché? E in che modo si possono cogliere queste contraddizioni? Per esempio, negli atteggiamenti di autorevoli esponenti dei partiti nei giorni precedenti e nei giorni seguenti gli ultimi fatti? Fatti che sono stati compiuti offendendo la ragione oltre che il sentimento libero della vita. L’atrocità è tanta che più che farci male ci offendono.

Una personalità autorevole, quasi carismatica, è stata uccisa nel centro di una città con due colpi di pistola; l’assassino è un uomo, giovane dicono, che agisce a viso scoperto e che può – proprio per la rapidità di questa azione che sorprende il pubblico – allontanarsi a piedi. Questo è il primo dato che esce dalla norma. Ma si possono enunciare almeno altre dieci anomalie in questa vicenda che ha aperto una crepa nella nostra vita sociale.

Una volta delineate per linee generali le ragioni che mi spingono a cercare una verità che si vuole coprire, soprattutto dai poteri ufficiali che agiscono con scarso vigore per motivi che vedremo, è importante riuscire a orientarsi dentro le vicende del nostro paese. Un paese che più di una volta ha dato occasione di sorpresa, di malumori, di perplessità ai forestieri e non solo a questi, per le sfumature lambiccate e al limite incomprensibili che segnano le sue decisioni. E naturalmente, come conseguenza, segnano le opere compiute. D’altra parte neanche per noi, che ci siamo nati e ci abitiamo, è facile ricucire sia pure in forma sommaria il quadro dei problemi, alcuni dei quali rimangono da lungo tempo esplosivi.

Il potere politico in generale è molto preoccupato per il peggiorare della situazione dell’ordine pubblico, arrivato al livello di guardia. Per questo appetto, anch’io mi associo nella diagnosi negativa dalla situazione. Ma per capire e spiegare è necessario risalire alle ragioni obiettive che hanno permesso il progredire di questo malessere che ha coinvolto ogni categoria sociale.

 

32. In bus, in treno, per strada si ascoltano impressioni e reazioni preoccupate, acide. È uno sgomento rabbioso, pieno anche di fatica, specialmente riguardo l’avvenire. Tanto che sull’argomento del futuro non conosco ottimisti. D’altra parte un ottimismo critico su cosa potrebbe puntare? Forse sulla speranza di fare qualcosa nonostante tutto, anche contro il muro di questa situazione di emergenza. Qualcosa che aiuti a modificare la situazione, poi a cambiarla.

Ma come ho cercato di dire in precedenza, la speranza non tocca la volontà; tocca i sentimenti. È il desiderio di sperare che alimenta la speranza, non è la speranza che per realizzarsi deve volgersi sulle cose. Queste non sopportano rallentamenti: o sono fatte o non lo sono. Quindi la speranza in questo momento storico, in questo vulcano socio-politico, è una presunzione, soltanto una presunzione che non riesce né a collocarsi né a definirsi. Non è, perché non può essere, una situazione accompagnata dal beneficio dell’entusiasmo.

Inoltre la speranza, anche nei suoi termini un poco astratti e fuori moda, non potrebbe collocarsi se non dentro a momenti storici che la tollerano. Perché ci sono altri periodi che non la possono accogliere in quanto ormai sono messi di fronte a situazioni chiuse, concluse; nelle quali si tira in ballo, per uno scontro finale, la volontà.

In questo caso, sperare, o non si può o non è più necessario; o non serve. Perché mancano gli immediati riferimenti pratici. E perché nei nostri tempi d’emergenza lo spazio disponibile è riservato alla volontà; volontà di fare, di agire subito, sulla pietra della concretezza. Volontà che assicura una immediatezza di effetti, buoni o cattivi ma tangibili. La volontà propone e fa. La speranza si guarda sperare e illumina un suo futuro troppo lontano per essere funzionale alle cose sperate. Basta guardarsi intorno e si vede che la speranza è un valore aggiunto neanche più contrattato dai giovani, i quali riescono sempre a usare tutto e a rinnovare anche le costumanze più invecchiate. Perciò la mancanza di speranza non è un difetto di questo tempo ma una sua necessità. Aggiungo: la sua necessità inevitabile. La volontà che la sostituisce, soffocandola, produce senza intermittenze frizioni contro le cose reali; questo porta la tensione sociale a gradi inauditi di sofferenza e di drammaticità. Così la volontà di fare, che è la necessità immediata di avviare le cose volute, si realizza producendo violenza.

 

33. Ecco un arco ristretto e forse anche circospetto di argomentazioni o di problemi, che in ogni caso mi sembrano significativi. Potrei cominciare a fissarli sull’ipotetico schema che comincio a tracciare.

Progredendo con frasi brevi, bene argomentate, e non con enunciazioni categoriche, vorrei che si riuscisse non a semplificare ma ad approfondire con qualche vantaggio la diagnosi della situazione presente. Perché sono convinto che se non abbiamo la pazienza di pescare o di cercare i dettagli sviscerandoli uno per uno, riusciremo a capire molto poco delle cose che capitano. Dobbiamo saper leggere i segni e ascoltare con pazienza i segnali; tanto è vero che al giorno d’oggi, per ciascuno di noi, sarebbero necessari quattro occhi e quattro orecchi per riuscire a vedere intendere e ricucire tutto con un po’ di approssimazione.

Per esempio: il tempo, cioè il giorno e l’ora scelti per questa esecuzione sommaria. È il giorno precedente a un avvenimento forse decisivo, alla cui conclusione la personalità in oggetto aveva contribuito in maniera determinante. L’ora, è l’ora del giorno più utile per una rapida propagazione della notizia e per la diffusione di un terrore immediato nella strada.

Così si raggiungono due scopi interscambiabili senza troppe preoccupazioni. Primo: perché la gente sarà portata a radunarsi in ondate successive sul luogo del delitto, per curiosità, par pietà istintiva o anche solo per desiderio di uno spettacolo. E questo potrà durare fino allo sera. Secondo: perché la gente si allontanerà trascinandosi dietro il filo rosso dell’indignazione, della paura, della pietà, dell’incertezza. S’alzerà un’ondata sentimentale che durerà a lungo prima di spegnersi nel cuore della notte. E si potrà ottenere altrettanto spazio dai mezzi di comunicazione, che saranno investiti dai fatti e dovranno distribuire una quantità tale di notizie e di dettagli da ingorgare o saturare i canali di distribuzione.

Con questa cautela e con questa intelligenza è disposto l’intrigo. Il quale calcola anche l’opportunità di uccidere un solo uomo o più uomini – secondo l’ordine dello spettacolo. Qua l’uomo da uccidere era solo, era disarmato, non era protetto; perciò l’obiettivo era di sparare soltanto al singolo. Ma l’esecuzione in pubblico ha sempre una implicita motivazione; oltre ad averne, com’è naturale, anche parecchie esplicite.

 

34. Per la motivazione implicita il personaggio in questione rappresentava il perno di una operazione politica che tendeva a diminuire – in un momento di particolare emergenza – il potere della destra economica; per cercare una distribuzione più omogenea della ricchezza nazionale. Il perno di una operazione di socialdemocrazia diretta che richiamava, ovviamente senza copiarla, quella nordica. Fin dall’inizio di questo travagliato momento politico molti ritenevano che neanche la possibilità riformistica sarebbe stata lasciata a un popolo che periodicamente è ricacciato indietro da crisi di restaurazione. Crisi dosate con astuzia. Molti temevano che questa volontà in negativo si concretizzasse in azioni cruente. Però nessuno poteva immaginare che sarebbe stato scelto un crimine pubblico, il quale avrebbe soppresso un protagonista ma avrebbe anche catalogato in un modo immediato esecutori e mandanti.

Eppure questo assassinio è stato compiuto. È stato eseguito come un’operazione di mafia; senza ferocia, con fredda professionalità. Lo scopo è stato ottenuto. Segno che il delitto paga. Che ancora una volta è il tramite più diretto per raggiungere scopi determinati. Inoltre è il segnale dell’indifferenza per l’uso diretto della forza a cui è arrivato, nel corso dell’attuale processo di ristrutturazione, il potere effettivo; anche quando si deve raggiungere il delitto.

Questa indifferenza conferma che la pratica della violenza è normalmente accettata e semmai discussa soltanto per i dettagli e per i risultati conclusivi. Ma l’uso della violenza diretta comporta anche degli aspetti sfavorevoli per chi la pratica; questi vanno valutati, per riuscire a orientarsi.

Il primo aspetto negativo lo chiamerei metodologico, lasciando da parte ogni risentimento sentimentale che sarebbe fuori causa. È questo: tanta violenza potrebbe alla fine uccidere la violenza stessa; cioè potrebbe renderla inutile per i suoi stessi scopi, in quanto la violenza continuata abitua la gente alla violenza senza meravigliarla o disgustarla più. Finisce per rassegnarla, con una apatia che non potrò essere corretta da niente. Come in guerra o durante la guerra. L’uomo e la donna si induriscono fino a diventare impermeabili.

L’indifferenza che così viene ribattuta come un chiodo è simile allo strato di grasso spalmato sulla pelle del nuotatore di fondo, quando attraversa un lungo tratto di mare. Ma è anche il pericolo considerato con più attenzione dagli stessi gestori di questa violenza. Naturalmente è un problema in atto, che lascia ancora possibilità di manovra; gli spazi però tendono a restringersi.

Quando fu rapito l’onorevole Moro, per produrre l’effetto voluto; direi meglio: per produrre lo sconquasso voluto vennero uccisi a freddo cinque agenti della scorta. Lo spettacolo così fu completo, con cinque assassini e un sequestro; e l’operazione servì a dare un rilievo internazionale all’episodio, a dilatare l’interesse intorno ad esso. A dilatarlo e a conservarlo, Perché in questo caso gli autori potevano puntare su vari piani di informazione: il piano politico, il piano dei sentimenti, infine quello sdrucciolevole ma rilevante della pietà popolare. Potevano contare sulla partecipazione di tutti, in un modo o nell’altro; dietro l’onda di un’emozione e per un fatto che, nella sostanza, era soltanto politico; quindi si riferiva al potere quasi segreto. Al potere che non si vede, che in una diversa occasione, difficilmente avrebbe smosso la fantasia e l’attenzione della gente per lungo tempo.

 

35. Chiamare a una partecipazione generale sui fatti e mantenere vive le emozioni è una scelta di metodo; una scelta difficile. D’altra parte in nessun caso, se si vuole ottenere certi risultati, se ne potrebbe fare a meno. La clandestinità non è più possibile; non è neanche più tollerata; non dà frutti in alcun modo. Perché toglierebbe spazio all’uso dei canali della comunicazione, riducendoli a margini esigui, di nessuna utilità politica. Mentre coloro che operano in piena aria godono di straordinarie concessioni in merito alle libere scelte e alla continuità di gestione. Mi accorgo a questo punto di parlare, e di continuare a parlare, in termini generali. Usando soprattutto termini generali. Dico: la gente, la massa, il popolo, tutti, nessuno. Sono troppo generico o abbastanza metaforico. Ma l’uomo dove è andato a finire? Dove si nasconde? Non è forse per pietà di un uomo che mi propongo di buttare in piazza una manciata di dati esplosivi? La pietà non è un sentimento che ha, in termini essenziali e ben definiti, risvolti politici? D’altra parte, se questa mia pietà per un uomo è giusta e si può definire in chiave politica, quindi per uso di tutti, allora l’uomo in generale, oggi, cos’è? È possibile identificarlo e sottrarlo al massacro del branco? In quel branco non è ancora possibile isolare il capo, intruppato anche se alla testa, che inveisce comanda impone sia contro gli aggressori sia contro i trasgressori?

Mi ricordo dell’affermazione o, se si vuole, della domanda di uno storico insigne nel suo saggio sulla morte in occidente: lo scopo di ogni indagine socio-economica non avrebbe dovuto essere proprio quello di cercare, al di sotto delle apparenze giudicate insignificanti, le motivazioni profonde? Anche il grande Huizinga scriveva: per la conoscenza della civiltà di un’epoca l’illusione stessa in cui hanno vissuto i suoi contemporanei ha il valore di una verità.

 

36. Credo tanto a queste conclusioni e alla importanza di queste domande che fin dal principio mi sono arrischiato a condividerle; cercando, quando mi veniva la voglia e quando occorreva di approfondire, i punti particolari della mia indagine verbale. Dico ricerca verbale, piuttosto che discorso. Perché la mia è proprio la richiesta verbale della verità, di una verità concreta in merito a un fatto specifico. Specifico e delittuoso.

Ho concluso poco, ma mi sono aiutato a chiarire il significato di altri termini che si usano spesso e in fretta; di termini che potrei ancora definire parole/valore. Sono questi – desidero ripeterli –: pazienza, violenza, potere, morte, verità, libertà, giustizia. Questo fiume di parole parole parole – termini che arrivano a coprire le cose come corazze – dovrebbe portarci a delineare meglio l’attuale geografia sentimentale e culturale dell’uomo. L’uomo, il singolo uomo, come terreno di caccia. L’uomo come impatto violento contro di sé per aiutarsi a scoprirsi; l’uomo come memoria; l’uomo come storia; l’uomo come giovinezza e anche, l’abbiamo già considerato, l’uomo come stanchezza; l’uomo come morte. L’uomo come morte dell’uomo. Mi pare un punto eccezionale. Non la morte come morte dell’uomo ma viceversa, a canali rovesciati. In questo modo non solo si contraddice e anzi si capovolge con chiarezza il vecchio rapporto ma si instaura un sistema di indagine morale assolutamente nuovo. Alla domanda secolare: perché devo morire? oggi sostituiamo la seguente, che ha mille implicazioni: come devo morire? Così tocchiamo non il risvolto dei sentimenti, che è sempre edificante, ma un punto di riferimento certamente nuovo ma soprattutto dinamico; quindi un metodo. Come devo e come posso morire, oggi? Di pugnale? deriso? accoppato? annegato? avvelenato? stretto nella calca, anonimo e indifferente, quindi un morto stritolato? Tutto sta, ripeto, a sciogliere il nodo di questa domanda che è poi un problema generale. E si riferisce in sostanza all’uomo. L’uomo, cos’è? Cos’è diventato? Ecco che siamo più avanti nell’incertezza e nella curiosità dalla ragione, molto più avanti della sua lucida tranquillità. L’inquietudine fa aggio sulla certezza. O sulle certezze.

Non ci domandiamo ormai più, come capitava da secoli, l’uomo chi è. Ma, ripeto, quello che è diventato oggi. Si vedono molte barbe; sono del Sessantotto? fino a poco fa sembrava, ed era in effetti così. Adesso anche questo segnale comunica altro. Non è meglio definito. Si è spappolato.

Avere la barba non è più indice di grandezza, o indice di gradimento. La barba ce l’ha anche la polizia, voglio dire il poliziotto che si infiltra; la barba ce l’hanno i professori della clinica universitaria, ancora giovani. I preti dell’Est. I giuocatori di calcio in serie A. Sono barbe nere. Barbe significanti, perché sono giovani barbe. Ma non comunicano affatto date, avvenimenti né suoni particolari. Sono barbe che vengono dal mare. Tragicamente silenziose; anzi, direi che sono silenziose in modo capzioso. Hanno scelto loro di non comunicare con la storia precisa dei fatti, di essere elusive, imprecise, metafore vaghe. Hanno scelto loro di comunicare l’approssimativo, con fredda discrezione. Non si propongono altro che di manipolare o mistificare ogni messaggio che abbia qualche precisione.

Faccio un altro esempio: le bluse, le giacche a vento, certi mantellucci per le donne, tutti sciammanati e schiccherati, le gabbane, le sottane alla zingara, i sandali di legno, le scarpe di gomma. Anche questi oggetti sono dei deterrenti della comunicazione sociale: si propagano da un clan, determinano segnali continui e omogenei di riconoscimento o di identificazione che potrei in questa sede esemplificare così: io sono questo e voglio essere questo. Questo mio elemento scioglilo in un bicchiere come un’aspirina frizzante. Leggerai sull’acqua la mia paternità e il mio sogno.

Solo che tutto ciò poteva essere vero in passato, anche in un passato molto prossimo ma non è più vero oggi. Oggi la confusione si è sovrapposta alla legittimità dell’identificazione. Il segnale non ha più referenze precise ma ne ha una sola, di proposito molto imprecisa. Svia, vuol sviare; in una parola, tende a fregarti. Per questa ragione l’incertezza nei riguardi della comunicazione è assoluta.

 

37. Ancora un esempio, questa volta memorabile. Il papa Paolo VI è morto. Il nuovo papa Giovanni Paolo I è morto. All’improvviso. A quell’ora del mattino pochi lo sanno, molto pochi. La mia città, che non è Roma, ignora la notizia. Non ha ascoltato la radio. Certamente non tutti; perché alcuni la sanno. Il mio giornalaio, che conosco da tempo, è pieno di umori sottili, ed è abituato a sfiorare con un’ironia molto acuta le cose; inoltre come dilettante fotografo ritrae gli alberi morti come fossero sculture di pietra, voglio dire con una ferocia piena di entusiasmo e di curiosità. Nel suo chiosco le sue fotografie appese sembrano il resoconto di una battaglia appena finita, con i corpi dei soldati uccisi fra il fieno. Bene. Il giornalaio dice: anche questo papa doveva morire. Lo dice sorridendo e mi guarda. Lo ascolto, perché io non so che il papa è morto e aspetto la continuazione della storia. Ma il giornalaio ripete con un sorriso quieto che il papa è morto. Un cliente che mi è vicino prende anche lui a volo lo scherzo e dice che l’avranno avvelenato. Il giornalaio ha smesso di sorridere. Si sforza di darci la primizia di una notizia sorprendente; noi lo respingiamo. Lui è serio, nella sua tristezza piena di ironia; noi siamo sciocchi, nella nostra ironia che non ha tristezza. Quindi non solo non ha verità, ma non la vuole, non la cerca. Così la comunicazione diretta e abbastanza immediata di una notizia importante, fuori dall’ordinario, non si realizza; rimane interrotta. E senza l’informazione di questa morte, che respingiamo, restiamo nella nostra ignoranza; mentre il giornalaio resta nella sua conoscenza, che non può esserci comunicata.

Come può accadere una cosa simile in un tempo in cui, sembrerebbe, tutti sanno ogni cosa di tutti? In un momento in cui niente, nelle linee generali, resta precluso? e il vero problema è rovesciato, cioè è il problema dell’ingorgo programmato della comunicazione? Dare tutte le notizie contemporaneamente equivale infatti a non darne neanche una, le notizie si accavallano, si sovrappongono, si mescolano friggendo, non producono che gemiti e brividi; quasi un mormorare rabbioso difficile tanto da decifrare che da integrare.

 

38. Chi ha il giuoco in mano conosce l’uso di ciò e ha modo di ridere, rassicurato. Ma il giornalaio? E qual è il senso di questa piccola storia? Mi domando la ragione del rifiuto a voler ascoltare come possibile questa notizia. Il punto vero è che non l’ho accettata neanche un istante come una probabilità di verità; l’ho cancellata immediatamente; poi l’ho ripresa soltanto quando ho pensato a uno scherzo. Questo dimostra ancora una volta, in un episodio privato, che l’uomo contemporaneo è tutto da conoscerò nei suoi limiti patologici o biologici; limiti di incredulità, di reticenza oppure di resistenza nell’arbitrio e nella tradizione; mentre è calato dentro a strutture sociali e culturali che al contrario sembrano non soltanto incrinate ma addirittura sconvolte dal rinnovamento in corso. Infatti quando capita qualche occasione straordinaria, ci accorgiamo che restiamo presi dentro ai pregiudizi abituali. Come un rumoroso gregge di pecore.

C’è, a mio parere, una indolenza culturale tradizionale in questo rifiuto di ascoltare e di sapere aspettare. Nel rifiuto tutto sentimentale, per niente razionale, di fare aderire anche per semplice curiosità l’imprevisto… come dire? alla pazienza di ascoltare. Perché non ci sembra ancora possibile che una cosa appena compiuta possa essere discussa di nuovo o, peggio, possa essere buttata via e cancellata. In quanto i dati tradizionali proposti da questa cultura arcaica, che ci resta addosso come un’ombra (è tanto leggera che a noi sembra invece di averla già scaraventata lontana), ricordano che il tempo è lento, si svolge a stagioni, a mesi; e tali e quali devono risultare le occasioni e i fatti legati alla nostra vita.

La morte di un giovane è intollerante in quanto è la morte di un giovane; non ci fa pietà ma ci meraviglia; offende perché si scontra con l’esperienza normale, che ogni giorno ci racconta come il giovane debba vivere e il vecchio morire. Così fatichiamo ad accogliere la notizia di una morte che non entra nei termini di una vita consumata regolarmente. Questa notizia prima la palpiamo e la manipoliamo, come una mela, per saggiare e odorare se è matura. Una mela raccolta sotto l’albero, non staccata dall’albero. Il vecchio è bene che muoia – dicono – è il suo tempo. Il compianto è definito, il rituale è antico, i pensieri restano intatti; niente è sconvolto. La morte di un vecchio scuote il vento della memoria. La morte di un giovane, che si può solo raccontare ma non si può ricordare, suscita umori rabbie pianti che non sappiamo contro chi sfogare.

Ma la morte di un papa? Una morte così regale? La morte di un papa è la morte di un uomo importante e produce due ordini di pensieri (oppure si può affermare che induce a due ordini di sentimenti): a scegliere i numeri per il lotto, con la ingegnosità dei napoletani, che si scatenano in alchimie raffinate e fantastiche, o a cercare di prevedere direttamente chi sarà il successore. Il papa morto è sempre una metafora sovrapposta a un’altra metafora.

 

39. La metafora della morte – in quanto il papa non muore in terra ma va a popolare il regno dei cieli – è la metafora della nuova potenza e della nuova umiltà, che tendono a esprimersi col quadro tutto dipinto del nuovo pastore. Questo è sempre così vero, nella incredibile varietà di sfaccettature e di atteggiamenti, da lasciare l’amaro in bocca. Perché in quelle situazioni ogni cosa avviene tramite segnali al limite dell’assurdo, ma che sono comunque segnali carichi di una terribile carica espressiva; quali il fumo nero o il fumo chiaro, la tiara che deve essere soltanto bianca bianca senza altre frange, il rituale misurato e musicale dei movimenti, l’ordine con cui i prelati agiscono in spazi ristretti dentro a enormi vuoti; tutto di fronte al mondo. Un occhio che perfora.

Questo comunque sottintende la ricezione e l’accettazione della morte del papa come una morte che è realmente accaduta. E che può essere immagazzinata dalla nostra memoria insieme a tutti i piccoli dettagli della nostra vita.

Ho ancora davanti agli occhi quel mezzo sorriso disperato e impotente del giornalaio che cercava di avvertirmi con parole che nell’occasione erano inutili. Voglio dire: parole inutili per convincermi ad ascoltarle. Il papa è morto. La notizia gira. Tutto il mondo comincia a sentirla, tutto il mondo si ferma ad ascoltare. La notizia è sorprendente ma è vera; io non la ritenevo una notizia possibile perché si scontrava con la certezza ovvia che il papa, essendo un papa nuovo non potesse morire. Che non potesse morire in questo momento. Come non può scadere in fretta una cosa che l’abitudine ha riconosciuto destinata a durare per il tempo necessario.

 

40. Con questo esempio volevo dire che ormai non riusciamo ad accettare neanche la morte, se ci arriva con vesti diverse. La rifiutiamo non per paura ma perché intacca l’ordine e l’abitudine dei nostri pensieri e della nostra disperazione. Che esigono un certo ordine. La nostra è una disperazione abbastanza permanente, dovuta a solitudine. La rimozione è affidata a strani complicati segnali della nostra memoria e del nostro cuore. Sono segnali che non riusciamo quasi mai a decifrare; e che soltanto in qualche occasione riusciamo a individuare.

Ma dicevo che la disperazione è dovuta a solitudine; quasi sempre. Una solitudine di due tipi: per mancanza di un contatto con la gente e per mancanza di un rapporto con le idee. Dico meglio: per mancanza di fiducia nelle idee.

Di strane architetture della conoscenza ai nostri giorni ce ne sono parecchie in giro; ma neppure una dura per tutto un giorno. Si reggono male sulle gambe, si afflosciano come un castello di carte. La fragilità di tutto nel senso della durata, anche delle cose che all’inizio promettono di resistere almeno per un poco, è la caratteristica del nostro tempo. D’altra parte mai, negli anni passati, è stato permesso a tanta gente di provare e sperimentare tutto, come capita oggi.

Oggi se vuoi fare qualcosa puoi subito cominciare a fare, avviarti; ma poco dopo, se non ti affidi alle norme, ti bloccano con scuse fredde e convincenti. Ti fermano e ti sviano. Succede anche in politica, che è un campo minato. Ogni volta che uno appoggia il piede per terra rischia di saltare in aria. Tutti sono divisi in gruppi grandi o piccoli, in semigruppi, sottogruppi e così via; la vicinanza è data esclusivamente dalla convenienza, dai piccoli rancori, dai piccoli favori; mai da convergenza di programmi, da amicizie culturali, da affinità ideologica, dalla volontà di battersi per migliorare le cose.

 

41. Anche gli uomini che contano, quelli più rappresentativi, non sfuggono a queste categorie. Si seccano dentro come gli alberi sotto lo smog e gli amici, i collaboratori o i parenti cominciano ad avere riscontro di questo processo di inaridimento dal pallore del volto – bianco grigio, bianco cenere, con sfumature levigate di verde sotto gli occhi – e da una lentezza gestuale che li rende simili ad animali schiantati da una lunga prigionia.

Dentro a questi occhi velati da una patina gelatinosa non si legge disperazione o rabbia ma la voglia ansiosa di dormire; la voglia di sonno. Il sonno non come riposo a lungo rimandato, ma come un luogo in cui rintanarsi per scappare da legami di vita che conducono alla noia senza speranza o a un immobilismo spesso tragico. Vediamo insomma sulla loro faccia una mescolanza indescrivibile di paura, stanchezza, rabbia consumata a metà e follia che sta crescendo; quasi una tromba d’aria che si prepara. Cosa accadrà? Dove si scaricherà?

L’animale fra le sbarre di uno zoo o di un circo è simile al politico incallito. Entrambi sono sottoposti alle nebbie di una malinconia persistente che non si riesce a contenere; anzi, che si allarga come il cratere di un vulcano in eruzione. Può esplodere in un disastro o può uniformarsi in una glaciazione. Può essere spessa come cemento oppure trasparente come un cristallo. In ogni caso si deve alimentare di pazienza. Dato che per l’animale in gabbia o per il politico che sta crescendo, aspettare è sostitutivo di vivere.

Staccati da questi rapporti condizionanti della vita quotidiana, l’animale ingabbiato e il politico tendono a qualcosa che non è ancora definito ma soltanto sognato. Sognato, non immaginato. Nulla che abbia dei contorni, niente di specifico, di palpabile; che sia fra noi. La libertà, per gli animali, è un vento, un suono, un’acqua, il sapore di qualcosa. Un leone che si lecca le labbra è libero. Sapore, odore. Una mescolanza che non riesce e inebriare e a scuotere ma è presente come un incubo in questo divagare dei sentimenti e della memoria.

 

42. Invece in questi politici non c’è un anelito segreto a qualcosa di libero e di lontano, nel senso normale delle cose. Il loro punto di riferimento è una progressione costante nel cuore del potere. Anche quando il potere si può riassumere, per parecchi di loro, nel potere locale, nel potere cittadino, municipale; nell’autorità conquistata e sudata dentro a un piccolo centro che poi li ha sbattuti a Montecitorio. Per altri invece può rivolgersi nei luoghi dove questo potere è più pressante e imponente, più fantasmagorico; sia pure nella indeterminazione delle sue apparenze.

Infatti noi parliamo sempre di un potere, o del potere – termine a cui ho fatto riferimento più volte nel corso di questo discorso – ma non riusciamo a identificarlo con correttezza in una realtà che sia visibile, consistente; e questo perché mancano gli strumenti. Per esempio: un capo di governo ha il potere effettivo di fare o disfare? No; direi che ha solo qualche potere. Allora il potere di fare e disfare l’hanno i capi dei partiti? I magistrati? I banchieri? Gli industriali? La chiesa con i cardinali? L’esercito con i generali? La marina con le barche? L’aviazione? I medici? Gli agglomerati eversivi? Sembra che nessuno abbia questo potere fino in fondo. In altre parole: sembra che nessuno possa gestirlo completamente da solo, senza la collaborazione, la partecipazione, il consenso degli altri.

Perciò si potrebbe dire: il potere è un ammasso di forze, anche contrastanti, che mescolandosi per gestirlo diventano dure e intaccabili; in funzione di un maggior potere personale che consenta di portarne via agli avversari; siano nemici convinti o soltanto concorrenti.

A questo punto la democrazia potrebbe apparire una pia illusione; potrebbe sembrare la disperazione di un potere che vuole crescere e la speranza del popolo che non si vede ancora cresciuto. Credo che la democrazia tornerebbe ad essere un bene reale e non una parola nel vento se fosse la speranza dal potere e la disperazione del popolo.

 

43. Dico anche questo, rifacendomi a precedenti utopie che il tempo corrente rende sempre meno sfuggenti e più realistiche del pensabile: il potere reale appartiene a uomini o a gruppi che in autonomia di decisioni e di tempo possono, se vogliono, riscrivere la propria storia passata per adattarla a ciò che vogliono e si propongono in questo momento. Dunque il potere reale, si potrebbe dire, appartiene a quegli uomini che possono adattare i segnali.

Poter modificare la conoscenza delle cose accadute con una serie di modificazioni che passano sotto il segno della novità culturale è, a mio avviso, l’apice di una gestione assoluta del potere. Che può anche non essere – e in effetti molte volte non è – totalitario; con quel peculiare e immediato disprezzo per le novità delle idee che il totalitarismo mette sempre in campo. Invece può essere un potere accattivante all’apparenza, con dolcissimi modi. Un potere che modifica con garbo e recrimina con convinzione; che giuoca a dare falsi sollievi. E un tale giucco, straziante, trova sollievo e forza. Paternalistico, calcolatore, con una pietà frigida che si adatta a tutto e a niente. In questa varietà di elementi, che alcuni potrebbero definire pirotecnici, ci si muove con la sensazione di sfiorare più la commedia che la tragedia; più la breve malattia che la morte; più un piccolo museo degli orrori che il vero lager dell’infamia. Si lascia che ciascuno di noi giudichi alle volte da solo e alle volte in balia dei venti, tanto che ogni conclusione finisce per uniformarsi; e le varianti, se ci sono, vengono contestate e punite. Addirittura vengono cancellate.

Fuori dalla norma c’è il campo dell’emarginazione, che sembrava spopolato o in via di spopolamento; e questo per una illusione ottica, non perché le cose fossero migliorate. Bene, questo campo torna a inzepparsi di voci, di lamenti, di rabbia.

Dato che manca il riferimento più probabile per una lettura omogenea o dispiegata della realtà – che al contrario è tanto contorta da rendere impossibile alla maggior parte delle persone di raccapezzarsi. E che manca qualsiasi punto di riferimento al vertice – nel senso che non potendosi garantire la vera libertà, si propone di volta in volta una parte della sua ombra, sfilacciata come una canna bagnata. E i politici, per aver scelto di essere politici e di vivere sulla improvvisazione delle parole, debbono fingere che quella ombra si palpa e suona canta balla e si può anche mangiare.

Questo obbligo alla finzione dei sentimenti rappresenta l’offesa più dolorosa che il lavoro politico fa all’uomo politico. Si possono, alle volte anche si debbono, fingere le idee; applaudirle quasi fossero ancora al palo di partenza, allenate e pronte a battersi per un record; mentre l’uomo che sta dietro, lo starter di questa corsa al massacro, sa che il record non può esserci perché queste idee sono debilitate dalle manomissioni, poco allenate alla corsa, con scarso mordente a dichiararsi. Sa che le notizie hanno raggiunto anche i cronometristi e i giudici disposti sulla linea d’arrivo. Ma non si può in alcun modo e per nessun risultato, di questo sono convinto, fingere in pubblico lacrime vere mentre di dentro uno se ne frega.

Questa manfrina non è teatro, non è spettacolo, non è neppure un processo ironico sulle cose. È mediocrità, vigliaccheria; autentica vigliaccheria. Arrivo a dire che può compiersi soltanto per denaro. Molto denaro.

 

44. C’è un altro aspetto da codificare, in questa corsa sugli altipiani del potere ufficiale. Indipendentemente che sia usato in questo o in quel modo e rappresenti la conclusione di percorsi diversi, fatti recenti hanno dimostrato che il potere in quanto tale ha una sua violenza ambigua indecifrabile ma insopprimibile, con cui riesce a sopraffare gli stessi uomini che sono arrivati al vertice, quindi non dovrebbero sottostare più ad esso ma dirigere e imporlo.

Un esempio: ancora quel papa morto dopo un pontificato durato poche ore, ucciso dal male del secolo, l’infarto. Un male sociale, dicono, il male dei super sfruttati o dei superdotati nel senso manageriale. Infatti non è scritto in alcun luogo che il potere o la ricchezza si raggiungono senza essere sottoposti a un bombardamento di emozioni e di soprassalti psicologici da schiantare un sasso. Questo è vero. È anche vero che i capi, i veri capi, cercano di avere diagnosi periodiche e segrete sulla loro salute, sottoponendosi a continue verifiche che tendono a prevedere e a tranquillizzare. Tuttavia le conoscenze mediche, nonostante gli slogans, sono ancora abbastanza approssimative e non sempre le conclusioni danno affidamento. Lo affermano gli stessi scienziati.

C’è un margine di incertezze che molte volte si popola di episodi allucinanti. Sarebbe il caso di riportarli a galla e di descriverli ma non è mio compito e tiro avanti. Dicevo che la morte del papa in quel modo ha cominciato ad aprire una serie di interrogativi, in riferimento non solo all’autonomia ma alla capacità di durata che i gestori di questo potere possono assicurare. L’elezione di un papa, come avvenimento di alta teatralità, è sconvolgente e coinvolgente nello stesso tempo, specie dopo l’avvento della tivù a colori. A mio parere è forse il più grande spettacolo popolare disponibile nel nostro secolo – almeno per gli anni che ci restano.

La chiesa nel suo rituale millenario ha toccato vertici ineguagliabili di sapienza registica e di invenzione calcolata dei particolari per raccontare le proprie vicende e la propria storia. Ma se all’inizio attingeva a piene mani nella fede e nella memoria delle cose passate per distribuire i pani della sapienza e della potenza, oggi può usare con modernissima spregiudicatezza la cronaca; può scendere ai dettagli della cronaca per raccogliere un consenso più immediato attraverso un linguaggio rapido ed efficace. Basta guardare al progresso raggiunto dalla chiesa nel campo della comunicazione di massa, e considerare che ancora all’inizio degli anni Cinquanta parlava latino. In poco tempo, dimostrando un’agilità imprevedibile ai profani e una capacità di risoluzioni e di adattamento alle circostanze da lasciare di stucco, ha compiuto un autentico miracolo.

Sì, potremmo parlare di un rinnovamento conclusosi tanto rapidamente da sembrare miracoloso; e il miracolo è una lingua nuova, per comunicare immediatamente con tutti; questo senza ricevere e senza dare traumi: con una violenza dolcissima, insinuante. I suoi canali di comunicazione non si sono bloccati né inceppati; al contrario, si sono allargati, coinvolgendo altri ascoltatori interessati o soltanto curiosi. Ascoltatori o spettatori. L’elezione del papa dal brevissimo pontificato è stata raccontata con immagini televisive di grande suggestione; ma ripeto ancora una volta che difficilmente si riuscirà a eguagliare in uno spettacolo di massa, la semplicità del funerale di Paolo VI.

Ogni cosa era disposta con lo spasimo della ragione: l’allineamento dei cardinali in colori da Cinquecento pieno; la piazza in una controluce che sembrava posarsi sulle cose sfiorandole; gli spazi aperti che in ogni momento sembrava tendessero a restringersi intorno alle persone, suggerendo il sentimento di un movimento che non riusciva a consumarsi. La bara appoggiata a terra, sola, e sopra il Vangelo. E sul Vangelo la conclusione straordinaria della speranza della vita e della morte, la ripetizione di tutto: infatti un vento di uguale intermittenza, quasi mosso dal volo di un piccione o dal respiro di un cuore, smuoveva le pagine una per una; le sollevava adagio, le scuoteva; le voltava. Sembrava che un angelo, seduto sul legno, cantasse le parole bisbigliando mentre si lasciava inondare dal tramonto.

Mi chiedo cosa si potrà aggiungere negli anni a venire alla completezza di quelle quattro ore di spettacolo sacro in piazza. Dopo questo potremo dire che bisognerà ricominciare da capo a fare le cose. Ricominciare da capo vuol dire, secondo me, che bisogna trovare un altro linguaggio. E siamo già nel duemila.

 

45. Inventare, cioè costituire o costruire con un insieme di norme un nuovo linguaggio, è la conferma di necessità sconvolgenti per il futuro. Sconvolgenti nella loro complessità e nella loro novità. Ma altrettanto difficile riuscirà trovare regole diverse anche per i detentori del potere reale; per i signori della guerra.

Si è visto che un uomo solo non potrà più reggere il potere, senza l’accompagnamento effettivo e non solo formale degli altri. Si è visto che il potere prossimo venturo sarà un potere di gruppo; un potere senza identificazione, senza nome. L’infarto che per la prima volta nella storia millenaria della chiesa ha ucciso dopo pochi giorni un papa non ancora vecchio, lo conferma. E documenta anche in questo campo che la prima esemplificazione, per la complessità del problema, ci è proposta ancora una volta da una antica istituzione che nel suo progredire dentro a mille contraddizioni sembra la cittadella dei miracoli pratici e immediati.

Riusciremo anche noi ad adeguarci? Quanto è più calcolato, pesante, preoccupato – nel senso di una durezza goffa e di una pomposità che resta appena abbozzata – il personaggio di un altro potente in terra, Breznev; molto ammalato, sempre tutelato e irrigidito in una meccanicità corporale che sembra arrugginita. Il riferimento porta su strade divergenti, per ridursi alla fine a considerazioni calate dentro alle cose immediate e non affidate alla novità delle idee e delle persone.

Il potere politico, in quanto a invenzioni e a intuizioni nuove, si è lasciato sopravvanzare e distanziare notevolmente dal potere religioso. Con realismo dobbiamo prenderne atto per considerare la situazione in generale e per cercare di non sciupare le novità indicateci dal tempo con l’approccio a una cultura e a una fantasia inadeguata. Non possiamo permetterci di sbagliare, per non precipitare. Per non sbagliare dobbiamo avere il coraggio di pensare, di guardare, di parlare, di giudicare senza pregiudizi. Ecco dunque la ragione di questo intervento.

Se riesco a leggere e a raccontare la situazione, tanto in generale che in dettaglio, con un briciolo di spregiudicatezza intelligente; se fornisco qualche elemento molto preciso e molto concreto e concludo addirittura facendo due o tre nomi importanti – l’equivalente, cioè, di buttare un tizzone ardente in un pagliaio; bene, quella accesa e avviata è una reazione a catena che può produrre anche un terremoto. Liberando spazio e cuori, la verità profonda e particolare – che appartiene al singolo – aggiungerebbe finalmente al bisogno della verità generale, richiesta da tutti, anche il proposito di raggiungerla sul serio da parte di coloro che hanno in mano il potere.

So bene che così facendo io blocco la nostra cronaca su un precipizio che non lascia vedere il fondo. Ma la morte tragica di un collega è il riferimento più concreto e anche più urgente alla necessità che queste cose siano dette e alla svelta. Per questo ho domandato di essere ascoltato e di essere aiutato a parlare.

 

46. Guardiamo in giro. Consideriamo la situazione. Mai un consorzio civile in questo secolo è apparso più scollato del nostro, in questi ultimi anni. In questi ultimi dieci anni. Come fate a resistere? ci chiedono all’estero. Sono anche sorpresi. In realtà la situazione interna, più che scollata, come appare in superficie, è molto complessa e per alcuni aspetti anche interessante. Oltre a essere preoccupante, quando affondiamo l’analisi dentro le strutture e ci accorgiamo di alcune verità profonde, non appariscenti a una prima occhiata.

Sembra che ci sia il caos e invece abbiamo una libertà maggiore di quanto noi stessi riteniamo. Libertà condita di licenza, mescolata all’approssimazione, certo; ma pur sempre una libertà. Diciamo che non c’è altrove, così svestita. Altrove, dove la libertà ha corso, è più ordinata, più regolare, più annoiata o più subdola; quindi non è una libertà nuda. Qua da noi c’è un frastuono assordante, spesso anche opprimente; ma dentro ci si infiltrano le varie libertà necessarie; che sono, ma soltanto qualche volta, anche libertà godute.

È evidente che procedo per approssimazioni; ma né riduttive né troppo semplificate. Ho lo scrupolo di cogliere e circoscrivere il cuore del problema. Dunque questa libertà non è concessa dall’alto ma è difesa dal basso. In ogni momento è contestata e grattata via da chi sta in alto mentre è difesa, con molta determinazione, dal popolo; meno trasandato di quanto si dice, soprattutto nei riferimenti dei fatti della politica. Bene; è da questo tira e molla che nasce il trambusto del nostro paese. Il quale ha, da secoli; da almeno due secoli, una base straordinariamente attiva e vigile – nel senso della vitalità – e una testa famelica e sconsiderata nella sua avidità che è arrogante.

I governi di questo paese del sole sono sempre stati deprimenti; basterebbe ricordare il pio Giolitti, che amministrava per la borghesia lacrimando come il coccodrillo della favola sulle spalle del popolo mentre lo sferzava. La sua solidità di nordista tutto d’un pezzo – applaudita nei testi scolastici, a destra e a sinistra – è ripugnante; tantomeno è da glorificare o da celebrare. Lo stesso capita ai giorni nostri. Il popolo cresce in voglie? allora va mazziato. Cresce un poco per volta, da vent’anni? va mazziato da venti anni. Certo, da ogni parte, si consumano vagoni di parole per lodare il popolo, promettere al popolo, lisciare il pelo al popolo. Ma quando si dovrebbe concludere, le parole non contano più e i fatti sono sotto gli occhi: e così le leggi, mille volte promesse e mille volte rimandate. Al limite, quando non è più possibile aspettare, bombe rapimenti sparatorie droga ricatti. Sembrano racconti del Cinquecento, descritti dalla penna di Stendhal. Sono mille i killer che hanno vestiti diversi per ogni occasione. Ma volendo sarebbero facilmente identificabili. Così l’appuntamento con la storia – nel senso di una reale promozione sociale – è di volta in volta rimandato.

 

47. Il popolo si avvicina al potere ma lo intravede appena perché è subito rimandato in un angolo. Non è ancora il tuo tempo, gli dicono. Non dai ancora affidamento, gli dicono. Affidamento a chi? Al ladro che ruba dirigendo l’industria di stato? al professore che ruba sulle tasse? al banchiere che semina nel campo fatato i suoi zecchini d’oro per Pinocchio? Tutti, invece, sono pronti e concordi per ammonire promettere insegnare sorridere. Al popolo. Il panorama, in questo senso, è molto irritante. I giovani sono incazzati; i vecchi, avendo il mondo sulle spalle, cominciano a sentire il peso degli anni. Vediamo poi in questa società aperta, nel senso dell’ospitalità concessa agli altri, un va e vieni di personaggi di ogni risma provenienti dall’estero che fanno del nostro paese, di Roma e Milano in particolare, la sede per ogni traffico o per ogni delitto. La droga, lo spionaggio, il traffico d’armi, la tratta delle donne, i rapimenti. Sono cinque le piaghe d’Italia in questo momento. E non c’è modo di poterle curare. Se qualcuno ci prova è fatto fuori, dopo il primo ammonimento.

Eppure bisognerà, cominciare a riannodare i fili di una indagine penale che leghi questi fatti e questi atti criminosi a persone specifiche o a gruppi specifici; perché altrimenti non miglioreremo; anzi, la situazione peggiorerà e la libertà che c’è, anche se mescolata al delitto, si spegnerà del tutto e diventerà vergogna e prepotenza.

Come si può aggiustare questo stato di cose? Credo d’averlo indicato, indirettamente e magari con troppe deviazioni, anche se con deviazioni necessarie, nel corso di questo intervento; segnando i punti fermi su cui bloccare la discesa verso il caos del nostro paese; e nello stesso tempo indicando anche le crepe, le frane. Un punto fermo è il seguente, a mio parere: la necessità, non più rimandabile, che i partiti e i politici comincino ad operare fuori dal giuoco delle relazioni ufficiali; fuori dalla norma, resa glaciale da una abitudine di troppi anni e che si compone di approssimazioni, di reticenze, di rimandi, di mazze parole, di allusioni. Per il popolo, di una presa per il culo.

È così che ci troviamo scoperti e disarmati, noi politici, quando decidiamo di passare in qualche modo all’attacco; o quantomeno, di affrontare la realtà. La qual cosa vorrebbe dire: quando decidiamo finalmente di fare ciò che dovremmo sempre fare e che abbiamo dimenticato di fare. Infatti, in quel caso, disturbiamo un po’ tutti; li sgomentiamo; li terrorizziamo. Dato che siamo ormai abituati al piccolo cabotaggio, al breve sonno, a muoverci secondo le regole concordate. Chi disturba, prima è zittito poi è scalciato, alla fine è abbattuto.

L’uccisione del nostro grande collega è dipesa da ciò? Certamente, anche se non credo che sia stata una esecuzione per mandato generale. Sarebbe sciocco pensarlo. D’altra parte non credo che si potrebbe anche volendo, con una situazione composita come quella che ci sovrasta. Allora da chi?

Usando un termine giornalistico direi: da certi settori del potere politico e del potere economico, intrecciati. Con l’aiuto dei soldati di ventura che bazzicano sotto diverse bandiere sul suolo italiano.

Personalmente non mi faccio scrupoli ad essere sommario, in questi giudizi e mentre mi avvio alla conclusione. Gli esecutori sono di bassa lega, i mandanti potrebbero anche essere i soliti, mezze figure con diverse maschere. In un rapporto così diretto e senza inciampi, a chi si vuole punire può capitare di tutto. Il nostro collega poteva essere rapito e quindi liberato. Poteva essere ricattato, sparato alle gambe, diffamato. No, è stato pedinato sorvegliato e ucciso.

L’esecuzione ha stabilito qualcosa di più che una semplice punizione contro un solo responsabile. Ha voluto rendere pubblico, sotto forma di un esempio micidiale, una minaccia per tutti coloro che non stanno dentro alle norme. Tutti possono parlare, bla bla, ma cercare dentro alle cose per vedere se c’è un po’ di verità, no. Questo no. I fatti non possono né devono seguire le parole. Alle parole è permesso tutto, tranne che fare i nomi. Dunque, finché restano parole, parole che volano nel vento.

 

48. Uscì di casa alle 8 e 30 del mattino, salì sull’auto con autista, era senza scorta. Si fermò in una libreria appena aperta, di cui non ero cliente, per acquistare un’opera recente. Per l’esattezza, il Dio crocefisso di Moltmann. Risalì in macchina, l’autista si avviò verso il Ministero. Quella mattina era in programma una riunione per decidere in merito alla riduzione del tasso di sconto; poi alla Camera all’ordine del giorno era sognato il dibattito sulla fiducia al governo. Se il governo cadeva si andava alle nuove elezioni. Questo era temuto e non voluto.

Il collega era deciso ad andare fino in fondo; quindi avrebbe indicato pubblicamente, per l’occasione, come complici dentro al governo, alcuno persone importanti, direttamente responsabili dell’assassinio di due ex-deputati che erano stati uccisi per aver deciso di opporsi a una speculazione edilizia senza precedenti nel lungomare di… Speculazione che alcuni ministri non solo caldeggiavano ma alla quale, era noto, partecipavano in diretta.

Il fatto in sé non usciva da una normalità repellente, a cui da trent’anni di un certo potere ci eravamo quasi abituati, senza però stancarci. Invece usciva dalla norma che i ministri in causa fossero fra i più accaniti fautori del mantenimento dello status quo; e che al mantenimento di questo schieramento politico fosse interessata, molto interessata una grossa fetta del potere economico. Insomma, non si doveva muovere foglia senza che costoro volessero. In quel momento, se le acque si fossero agitate, era la rovina politica e finanziaria sicura per parecchia gente che contava. D’altra parte, che ci fosse un uomo autorevole deciso a fare dei nomi era un pericolo; era un pericolo straordinario e addirittura orribile. Perciò l’assassinio.

 

49. L’opinione pubblica abituata a uno stillicidio quotidiano di sparatorie di ogni genere e di morti di ogni genere non ci avrebbe badato più del solito se questa volta – come ho fatto notare all’inizio del mio intervento – la regia del delitto non avesse fatto calcolo proprio sulla necessità di sorprendere e impaurire. Quasi che un po’ di violenza dovesse toccare a ciascuno perché colpevole di essersi fatto qualche illusione su un cambiamento reale delle cose. Questa volta doveva risultare un coinvolgimento nevrotico collettivo, per ragioni tattiche determinate. Così è stato, in parte. E per un po’ di tempo.

Poi qualcuno ha cominciato a riflettere, a convincersi che non si poteva più tacere. Che tacere significava a propria volta morire. Il silenzio sarebbe stato un colpo di pistola in fronte. Perciò morte par morte, era più giusto e direi più economico parlare. Infatti per un uomo politico la giustizia è unita all’utilità, quasi sempre. Naturalmente una utilità pubblica. Quando si decide di fare qualcosa in pubblico è per tutti che si fa o si cerca di fare. Altrimenti si traffica in privato soltanto per se stessi. Salendo sul podio per parlare, in queste occasioni, è come salire sulla ghigliottina. Ma perdere la testa e meglio o almeno è più facile che smarrire le idee, la dignità; oppure buttarle via. Se il politico opera al servizio di tutti, come dovrebbe essere, è a tutti che deve rivolgersi e rendere conto.

In questa occasione, a conclusione di un discorso che ha svariato per molti rivoli ma senza divagare, l’uomo pubblico potrà fare a voce alta, scandendo le sillabe, alcuni nomi precisi. A voce alta, perché anche i sordi sentano. Scandendo le parole, per non dare adito ad errori, sempre possibili quando i nomi non vengono sillabati.

Colleghi, signori e signore, i tre mandanti dell’assassinio siedono in quest’aula e sono lì, due al banco del governo, uno in terza fila, bianco di capelli. Sono le eccellenze…

 

(Alla digitalizzazione del testo ha collaborato Stefano Cerè)

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: testi teatrali
  • Editore: inedito
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