La Festività del 17 marzo

Intervista a Roberto Roversi

a cura di Eleonora Capelli

 

Qual è stato l’aspetto davvero unificante del Risorgimento?

Quel tempo e quelle azioni non hanno unificato un bel niente. Tutto è rimasto, sostanzialmente, come prima. Tanto è vero che le popolazioni meridionali per sopravvivere hanno dovuto emigrare tragicamente come prima. Direi che quei decenni miracolosamente esaltanti dal ’40 al ’70 sono stati gestiti, e in mano, a non molti uomini di ferro e donne di ferro fra gente disperata o distratta, legno. Che non abbia unificato niente lo possiamo, credo, constatare freddamente anche oggi. Noi siamo galli in un pollaio.

 

Quale lezione se ne può trarre per l’attualità?

Per l’attuale? L’ennesima lezione sempre da noi disattesa. E cioè che bisogna (bisognerebbe) sempre fare i conti con la propria storia (glorie e tragedie). Non l’abbiamo mai fatto. Erano passati pochi anni e oltre all’immigrazione già cercavamo, sparando contro i primi scioperi per il costo della farina e del pane, una possibile vincita al lotto in terra d’Africa (con disastrose sconfitte). No, la verità è che dovremmo “conoscerci” per poter agire operosamente come unità nazionale, badando ai problemi reali e lasciando i pifferi alle rane. Perché la sostanza umana c’è ma va dispersa. Io ho visto che cosa sa e riesce a fare il nostro popolo durante la guerra (intanto). È la testa che delira troppo spesso, purtroppo.

 

Se ha seguito le polemiche che hanno accompagnato la decisione di istituire la Festività del 17 marzo, che giudizio ne dà? Ha senso una giornata di festa nazionale? A suo parere, cosa andrebbe davvero celebrato?

Smettere di sgomitare e tornare a essere, come (ripeto) accade nei periodi di reale emergenza, operativi e seri, fuori da marce marcette e trombette. Si potrebbe consacrarla, andando a una colazione sull’erba se fosse bel tempo (duci, per gli anni venturi) se la data fosse nel cuore, nella memoria, nella cultura degli italiani. Ma chi conosce Curtatone e Montanara, chi “Eran trecento, erano giovani e forti e sono morti”? Chi Solferino e San Martino? Chi Pisacane? Chi Cavour? Chi il Confortatorio di Mantova? Certo, c’è Garibaldi che salva capra e cavoli. Ma lui era un eroe. E gli eroi non servono molto alla fine. Creano solo illusioni. L’ha detto Brecht.

 

 

«la Repubblica», 16 marzo 2011

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Eleonora Capelli
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: la Repubblica
  • Anno di pubblicazione: 16 marzo 2011
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