Notizia su Roberto Roversi

Ne ho molte, di “notizie”, intorno a questo scrittore bolognese oggi trentacinquenne; da varie lettere sue, e dell’amico suo Francesco Leonetti; e io all’importanza delle “notizie” ci credo come quasi a quella delle “idee” (tanto da non poter soffrire chi le falsifica anche se solo dicendosi fiorentino mentre è nato a Pontassieve); e le molte o poche che ho inclino sempre a darle tutte.

Roversi mi ha informato della sua famiglia prima che di se stesso. Mi ha scritto al riguardo:

 

Mio padre medico radiologo, estroverso, pieno di temperamento, fantastico, impulsivo. Mia madre affettuosa, calma, riflessiva, tiene i crucci segreti; aveva silenzi che duravano mesi; suo padre era lombardo. Entrambi appartenevano a una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa, e con “qualche dovere”. L’altro mio nonno, che ho conosciuto, invecchiò e morì seduto davanti al portone di casa, sotto il portico, nella via principale di Pieve di Cento: circondata, un tempo, dal verde della canapa, verso Ferrara…

Ma i “personaggi” della nostra famiglia, i favolosi gentlemen, coloro che passarono lasciando (ancora) tutti sbigottiti, furono i due fratelli Smeraldi. Io conobbi Rigo, zio a mio padre. Fece fortuna nelle miniere di diamante del Transvaal, fu molto “amico” dei boeri, sfuggì agli inglesi dentro un sacco di carbone, con un pugno di sudate gemme nella tasca dei calzoni. Commerciò in canapa con l’Ammiragliato inglese, rappresentò in Italia le prime automobili Ford, poi la Lancia, importò cavalli trottatori dall’America (Peter Fellow, Olly Boy (anche Naomi Guy madre a Mistero). Durante le settimane “rosse” del ’21, in Emilia, quando i ricchi svendevano e fuggivano, comprò con quell’oro una villa vicino a Bologna con grande parco (c’era un lago nel mezzo); molta terra, molta canapa, molta uva, e alberi centenari. Fu lui a regalarmi il primo denaro perché “lo facessi fruttare”, a insegnarmi che time is money, che occorre agire, dedicarsi ai business, “e non stare a padrone”. Ma fu anche lui a pagarmi la stampa del primo fascicolo di versi (arrossendo di piacere), a regalarmi i primi libri. Morì all’improvviso, un pomeriggio dell’aprile ’42…

 

Qui conviene, venendo a lui stesso, che sentiamo anzitutto il Leonetti, questo discendente un po’ carducciano di Tommaso Campanella che non può mai parlare di qualcuno o qualcosa se non per darne la “posizione”, e in congiuntura, o in contrasto, con la sua propria. Così abbiamo subito una certa prospettiva intellettuale di quello che è Roversi.

 

Le vicende della sua vita pratica, – Leonetti dice – hanno un po’ complicato la natura di Roversi; o è stato, piuttosto, il bisogno, in recenti anni, di fronteggiare duramente in se stesso le delusioni storiche, pubbliche. I più lo conoscono di una energia e tolleranza gradita; cioè pare oggettivo verso altrui. È condiscendenza esterna, con chi non gli interessa. In cuor suo è, per temperamento, per ideologia assai ferma, chiuso a relazioni, solitario e legato a pochi. Con le persone che gli interessano, in fondo, è irto di difficoltà, e di misuratissimi interventi. Questo carattere difficile, per dir così, non ansioso di comunicazione, ma di scelta, si connette alla ragione prima del suo lavoro di scrittore. Ha stabilito di non esprimere, o dichiarare, l’angoscia o la sensibilità tormentata; si è avviato a una nuova poesia contando che fosse già reale, in lui stesso, il suo ideale morale dove non c’è posto per quegli “stati” che pure contagiano le sue emozioni come quelle di altrui: ha inteso insomma di instaurare altro, invece che governare i suoi modi di essere. Era lecito, in anni più bui del nostro lavoro, il sospetto privato di Pasolini che Roversi e io, i distaccati di tutta la giovane letteratura che egli conosceva già bene, fossimo due decadenti “réfoulés”. In realtà era lui Pasolini che una trasformazione spirituale rispetto al Novecento la compiva con una esasperazione dei motivi del decadentismo (unita a una volontà di partecipazione agli eventi storici)… Noi eravamo impegnati in modo più sotterraneo. Io dichiaravo l’angoscia e cercavo di farmene sciolto, saldo, con istituzionalismo e storicità contro resistenza; e a tali stati angosciosi o semplicemente faticosi trovai riparo, molto tempo, nell’amicizia di Roversi fermo come una torre, tanto che mi poté poi sembrare esser stato psicologicamente uno stalinista…

 

Ma non è dai passanti della specie di Leonetti che si può riuscire a sapere come si sia svolto un “incidente”. Non serve cercare l’evidenza di un fatto nelle parole dei Groethuysen; bisogna cercarla in quelle dei Michelet. E il Roversi, tra tanto calpestio alla Groethuysen di cui oggi rimbomba il terreno della nostra cultura, è uno dei pochissimi giovani che abbiano le utili capacità sbrigative (e insomma la razionalità visiva) di un Michelet. Torniamo a lui.

 

La guerra mi portò, rovinosamente, lontano, – racconta. – Ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione, e consapevole. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; patii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste, che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita…

 

A proposito, qui vorrei notare come proprio i più preoccupati di storia e storicità, questi Roversi, o questi Leonetti, non abbiano ancora osato scriver nulla del nodo di storia (la guerra, la resistenza, il dopoguerra) in cui si son trovati legati con tutti. È per il fatto che ne hanno dei “ricordi”, e non vogliono correre alcun rischio di vedersi intrise di “memoria” (dell’umidità crepuscolare della memoria) le parole delle loro “sperimentazioni”? Certo che il rischio dell’evocativo-storico e dei più ripugnanti, e non so dar loro completamente torto… Ma portiamo a termine questa raccolta di notizie.

Aggiungo da Roversi, in linea diretta:

 

Per cinque anni fui contabile in una piccola fabbrica di schermi per raggi X, lasciando un ricordo non felice, d’umore scontroso e chiuso; in seguito, lavorando con altra insegnante, e io con pseudonimo, compilai parecchie antologie scolastiche per un ottimo editore (ebbero successo). Infine, un lavoro iniziato per caso cominciò a interessarmi, a prender forma, a mostrarsi vitale e libero… Mi piacque improvvisamente ed eccomi qui. Adesso mi permette di vivere con quel povero decoro che mi è essenziale, e d’essere libero; di rigirare le mie carte senza che un muso di cane mi fissi con occhio risentito e mi allunghi la paga, con un sospiro, alla fine di ogni mese.

 

E da Leonetti che, tangenzialmente, può anche fornire, alle volte, delle precisazioni non speculative:

 

In modo deciso e scontroso, che lo definisce, Roversi ha risolto, appena uscito dall’Università, il problema pratico: né l’insegnamento né l’impiego, né già un decoro borghese di libero professionista che lo avrebbe incastrato in qualche albo della buona società. E anzi, per reazione all’immagine del poeta inetto ai negozi, fece con se stesso la scommessa di combinare affari. Aprì una bottega di libri, e così volle guadagnarsi il pane; con l’intento anche (assurdo e bello in un mondo di giovani arrivisti del dopoguerra) di scrivere senza chiedere a nessuno, anzi stampandosi da sé… Ma né lui né io abbiamo, purtroppo, imparato a scrivere come Rétif de la Bretonne che in una piccola tipografia propria componeva direttamente i suoi racconti con le pinzette da pigliare i caratteri, sicuro e paziente, e senza intoppi…

 

Quella bottega di libri, oggi con vetrine su una stradetta satellite di via Rizzoli, dopo anni e anni che si nascose in un ammezzato, ha un’importanza che va oltre il sodalizio Roversi-Leonetti, perché ha dato vita, dal 1954, alla rivista “Officina”, e in vita l’ha tenuta, come base anche di Pasolini e Romanò, fino al ’58. Roversi sorvola, al riguardo. E così sorvola sulle poesie ch’è andato scrivendo. Sorvola sul romanzo Caccia all’uomo (storico, intorno al regno del giacobino Murat nell’Italia borbonica) che Mondadori gli ha pubblicato quest’anno. Egli insiste invece a dire che sa di “non aver dietro niente” di cui vantarsi; e che ha avuto e continua ad avere solo “pazienza”.

 

Conosco i pericoli di una simile disposizione, – dice in più – ma preferisco pagarli e “far ridere gli amici” piuttosto che essere altro e sforzarmi a cercare una diversa misura entro cui placare i timori… Uso la povera, buona, vecchia lingua italiana, con la quale “credo” si possa ancora dire tutto, semplicemente. Sono un borghese “consapevole” della fine di un mondo e di tutta una spietata ideologia; ma appunto per questo convinto che oggi sia tutto da fare, da “rifare”… lavoro che ci aspetta al di là di personali ambizioni, lavoro di fatica, di molto sacrificio: mentre tanta verità manca ancora al nostro calendario…

 

Vi sono dei vuoti evidenti tra queste sue righe. Ma nessuno che abbia addosso da molto tempo l’occhio arguto di un amico può essere sicuro delle proprie reticenze. Leonetti riempie:

 

Si è dato in Roversi come aggravante il fatto che una zona anteriore della sua attività letteraria è rimasta sotto il segno di un equivoco, di una incomprensione altrui dell’intenzione, e di una propria non abbastanza lucida prospettiva. Le sue prime poesie note mostravano una composizione espressiva delle sue ragioni ed emozioni che si poneva, per il lettore che non vi sentisse tuttavia altra dinamica, in toni e termini di idillio, e con un esercizio di finezza sulla paratassi e sulla metafora. Bisognava conoscere le precedenti fatiche, insoddisfatte, per intendere questo momento come una pausa, un’acquisizione formale che interrompeva il meglio in corso di esperimento; o anche un suo parziale cedimento nella tensione della volontà e della mente con la sensibilità che non poteva non essere anche “novecentescamente” sottile, e che nella poesia non può tacere. Qualcosa di simile accadeva a me col puntare sui modi estrosi e satirici. E del resto amici eccellenti consigliavano quelle vie; come tu, Vittorini, hai detto a me, all’incirca, che mordo le cose quando scherzo o schernisco e invece risulto flaccido addirittura quando vorrei essere completo. Giudizio alla mia presunzione dispettosissimo, e si può capire: noi, senza poter aderire alla società conformista, né all’opposizione solo stoica, ci sforzavamo per un verso o per l’altro a un istituzionalismo, a una razionalità presente, dove gli stretti valori esistenziali, intesi come i soli “autentici” e condotti già nella via centrale della lirica della parola del Novecento, fossero superati e compresi, senza però star paghi alle soluzioni marginali…

 

Riempi e riempi (mentre Roversi non parla più d’altro che di letture, dei discorsi di Cavour, di Čechov, di Hölderlin e di Goethe, di cui dice che lo sbalordisce la modernità e l’adorabile indifferenza, da uomo che “sa”, non decadente, non stanca) e Leonetti che si trova a poter tirare, finora, le somme. Lasciamo dunque che concluda lui:

 

Certo che mentre non c’è alle viste di meglio, possiamo restare sotto diverse accuse, quali ci professa anche in loco (in Bologna) l’amico Scalia, sociologo, possibile teorizzatore principe della significazione nelle lettere, e insieme così nemico dell’idealismo da tacciare dubbiosamente di idealistico tutto ciò che si cerca dentro l’attività dell’arte e non della sociologia: per un pulcellaggio della letteratura, ancora, forse necessario ancora perché la letteratura poetica si faccia veramente significazione, invece che evasività introspettiva o realismo superficiale.

E. V.

 

 

il menabò di letteratura, 2, Giulio Einaudi editore, 1960.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Elio Vittorini
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: il menabò
  • Editore: Einaudi
  • Anno di pubblicazione: 1960
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