Cerchiamo

Cerchiamo, come sempre, e come alle volte non ci riesce per troppo carico sentimentale (o troppa rabbia accumulata nel frattempo); cerchiamo, come sempre si dovrebbe e si deve, di pestare sulle cose effettive traslocando dalle riflessioni più generali; indispensabili anch’esse, ma con il rischio di accumularsi ripetitive – in un Paese quale è il nostro, dove tutto (o quasi tutto) accade per essere poi rapidamente rimosso nella discarica impietosa della storia di questi ultimi cinquant’anni. Io non credo, non lo credo davvero, che altri Paesi siano “migliori” del nostro; ma hanno maggiore compostezza nel capire l’ordine delle normali magagne, più rispettosa convinzione nelle strutture sociali di base e una memoria storica non ancora completamente usurata, livellata dallo sfascio dell’indifferenza, della trasandatezza, della strafottente ignoranza generale.

Tutti qua hanno il telefonino, ma non leggono un libro; tutti hanno l’auto, ma non leggono i giornali; tutti guardano la televisione, ma non conoscono neanche un poco le vicende del proprio quartiere (né si preoccupano mai di farlo). I politici si esaltano quando, apprestando un avvenimento culturale o una nuova mostra in un museo, la gente accorre. Ma sono poche formiche, anche se sembrano tante, nella grande massa degli indifferenti e degli sprovveduti. Siamo facili agli umori, alle lacrime coccodrillesche, alle improvvisazioni e ai sussulti sentimentali ed emozionali, ma tutto dura tanto poco da non lasciare mai alcuna traccia.

Il culto della nostra storia (culto inteso come frequentazione non episodica né marginale) non è in atto; il risorgimento, più di cento anni, rappresenta un vuoto di vulcano spento; a parte l’immagine di Garibaldi a cavallo, tutto è dentro a una nebbia perniciosa, uomini, fatti, parole, accadimenti. Non un solo film, se non pochi un tempo e propagandistici e risibili, è mai stato realizzato con convinzione e partecipazione “epica” da artisti veri, partendo magari da alcuni libri che tanti altri Paesi di autentica cultura terrebbero in conto di medicine per la sanità delle nuove generazioni. Fuori da ogni retorica. Non c’è un film sulla nostra seconda guerra mondiale; e sulla prima, il soldato rappresentato da Gasmann o da Sordi è il soldato incialtronato, tanto da morire senza neanche sapere perché. Il solo periodo, seguente all’8 settembre, ha un film capolavoro cioè Paisà di Rossellini, perché raccontato con quel lucido sentimento epico che è partecipazione senza retorica e senza altri condimenti aggiuntivi.

Questa annotazione, forse prolissa, per arrivare a toccare con alcune parole i fatti, congiunti, accaduti in questi giorni ultimi (scrivo domenica 18 marzo).

Un comico, non di grande vena, solito ad attestarsi su smaccate e sboccate volgarità anche in passato, dopo aver suscitato maretta con una puntata di un suo spettacolo televisivo, mostrandosi coprofago, ha portato in discussione, nella sua trasmissione serale, un libretto (un libro) appositamente curato e sostenuto dal partito di Di Pietro (il senatore edex magistrato) su Berlusconi; sulle malefatte finanziarie di Berlusconi. È esploso un bordello, intorno al quale si sono avventati, o scatenati cominciando un ballo, censori, moralisti, integralisti, liberisti, tutori della libertà di opinione. Una canea indecente e frastornante, in una mescolanza di personaggi la più ossessiva. Scadente, invadente, e meno rassicurante.

Si affermava, in detto libro o libello di documenti, a dir dei compilatori, ufficiali, che la fortuna di Berlusconi era stata avviata col sussidio di capitale malavitoso, o almeno di oscura provenienza. E lo si invitava dunque a rispondere chiarire e precisare. In altre parole, discolparsi, a soffiar via la polvere che veniva sollevata, insieme a parecchi scheletri nell’armadio. Ma ho fastidio per questa comparsata periodica, di untori e di protagonisti ripeto. Moralisti da fine mese.

La domanda invece, unica e chiara, che sempre mi assilla e mi tormenta, è la seguente: come è mai possibile, anzi, meglio, dove andare nel più profondo a scavare le ragioni, perché queste imputazioni pubbliche vengono rivolte da quasi vent’anni restando sempre senza risposte – non dico da Berlusconi, che naturalmente ha tutto l’interesse e tutti i vantaggi ad essere elusivo e ironicamente generico oppure inesatto – ma dalle sole parti che avrebbero dovuto già avere gli strumenti, il mandato, l’obbligo di indagare giudicare condannare; cioè magistratura e parlamento della Repubblica italiana? La magistratura avvia, rimanda, ritarda e fino ad ora alle conclusioni dovute o assolve o comunque chiude l’inchiesta; mentre altre cento restano in piedi per conclusioni rimandate a chissà quando e chissà come. In parlamento, la sinistra che oggi inveisce, ha largheggiato nel vezzeggiarlo (Berlusconi), invitarlo in cento modi, soprassedendo in molte occasioni a scendere nei particolari.

Ed è solo nei periodi molto prossimi alle elezioni, come è già accaduto varie volte, che si scatena la canea delle invettive, delle accuse, degli svelamenti, delle magagne velenose. Passato il momento, e vada come deve andare, tutto tornerà come prima, proponendo qualche strillo solo in determinate occasioni subito consumate.

Mentre un problema “offensivo” per la società intera dovrebbe essere affrontato e risolto realisticamente per beneficio morale di tutti – soprattutto degli elettori, che sono continuamente mortificati e offesi da una classe politica di mediatori e venditori di lamette in piazza. Si aggiunga, al quadro mortificante, e per aggiungere squallore a squallore, che i moralisti della rete televisiva propostasi come moralizzatrice, sono pagatissimi ex salariati di Berlusconi; Freccero a Parigi (Rete 5) e Santoro a Mediaset. Freccero, dirigente del 2° canale, tuona: “Io faccio la televisione e non prendo ordini da nessuno” (“La Repubblica” del 18 marzo) mentre reciprocamente i capoccia della RAITV si mandano telegrammi di congratulazioni per gli ascolti ottenuti nell’occasione, gonfiandosi come tacchini. Io ho seguito quelle trasmissioni con amaro fastidio, perché non c’era alcuna ricerca di verità, ma solo contrasto politico immediato. Nulla che aprisse cuore e mente a sperare in qualche cosa e ad ascoltare qualche buona notizia. Ma forse è inutile questa speranza, perché il momento politico è squallido, la sinistra è in una barca con un buco al fondo, i singoli personaggi parlano parole che sono di vento. Ma alla fine, cosa poi aspettarsi? Il periodo del potere DC, ormai completamente rimosso, pieno di scandali e stragi era forse migliore? Sì, un poco, perché un manipolo di uomini veri e alcuni politici erano sulla strada a dirigere il traffico. Adesso, Berlusconi? Lo interrogheremo fino a cento anni, mentre lui risponderà, come vuole, stringendo in mano il suo potere – e ne abbiamo appena avuto l’esempio, a conferma ieri, del senatore Andreotti chiamato in tribunale a rispondere di collusione approfondita con la mafia (a Palermo) e di essere il mandante di un omicidio (a Perugia), ma rimasto tranquillo e beato in Senato a partecipare alle sedute, a intervenire nei dibattiti, a partecipare a convegni, a inaugurare mostre, blandito e ossequiato dalla stampa. La stampa, si badi bene, che qua da noi non ha mai processato se stessa. Si arroga soltanto il sacrosanto diritto di spargere notizie (e processare gli altri). Le quali sono benefiche, necessarie, inevitabili (ripeto) solo se seminate con metodica continuità fino a ottenere il buon risultato, e non soltanto tre giorni prima e non già tre giorni dopo l’occasione ufficiale di un’elezione. Basterà uno dei tanti festival sanremesi della nostra vita pubblica a far dimenticare Berlusconi, i suoi miliardi iniziali, le sue società off-shore, i suoi paradisi, e ad attenuare e diluire la spenta supponenza dei gestori della mediocre comunicazione nostrana.

Ancora una volta fa un male del diavolo a constatare il vuoto spento e affumicato che c’è nel vulcano sgretolato della sinistra comunista italiana – tutto silenzio o stridule grida.

 

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Un buon contributo per capire realisticamente la situazione non solo nostra ma generale (un guazzabuglio ormai quasi indistricabile, mal sostenuto da pezze incollate sul momento – come già detto) è dato, per esempio, dalle due colonne a firma Alfredo Recanatesi di lunedì 19 marzo sulla “Stampa” di Torino: “Un sospetto politico per le borse in caduta”. Le quali, almeno o intanto, potrebbero indurci a distogliere il nostro sia pure timido interesse dalle diatribe grevi insulse mantenute in piedi a calci dai due opposti schieramenti. Tanto simili, ormai, da disperdersi entrambi nelle nebbie dell’indifferenza…

 

 

 

Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 5, marzo 2001.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Il giuoco d’assalto
  • Anno di pubblicazione: n. 5, marzo 2001
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