Fra impegno civile e fantasia

1. Ci sono notificazioni, avvisi, bandi bellissimi, nei secoli passati. Bandi di guerra e di morte.

Bandi e avvisi per le grandi pestilenze o per inseguire i grandi criminali.

Ma anche notificazioni sulle rose o sulle vipere, sui giorni di preghiera o di digiuno. Bandi sul carnevale.

Bandi, avvisi, notificazioni scritti, sì, con la giusta severità che il proponente si imponeva ma anche con misura, con garbo. In bella lingua, dunque, e in bello stile.

Ammonivano ma contemporaneamente lusingavano l’immaginazione o i sentimenti col vibrare del periodo ben costruito, col cercare un suono alto. E spesso la costruzione del periodo ubbidiva alle rigorose necessità tipografiche.

Sotto gli occhi ho alcuni esempi da sempre.

L’addio del generale Bonaparte al Popolo Cisalpino (per le Stampe del Genio Democratico, anno 6 Repubblicano): “Se il Popolo Romano avesse parimenti usato della sua forza, come ne fece il Popolo Francese, le Aquile Romane sarebbero tuttavia sul Campidoglio, e diciotto secoli di schiavitù e di Tirannia non avrebbero disonorata l’umana specie… Io vi lascio fra pochi giorni. Gli ordini del mio governo ed un pericolo imminente, che incontrerebbe la Repubblica Cisalpina, soli mi richiamerebbero tra voi. Ma in qualunque luogo dove mi chiami il servigio della mia Patria, io prenderò sempre una viva sollecitudine alla felicità, ed alla gloria della vostra Repubblica. Bonaparte”.

O un AVVISO anonimo, datato con inchiostro a mano 28 giugno 1796, che ammonisce: “Per il buon ordine ed a scanso di sinistre conseguenze, resta avvisato ciascuno, il quale di notte vada per le Strade di Città, che nel caso passi vicino a qualche Sentinella Francese si tenga dalla parte opposta per quanto può, e qualunque volta senta qualche voce, o grido della Sentinella, risponda con prontezza = AMICI =”.

O un BANDO del 10 aprile 1660 SOPRA LE ROSE:

“Volendo l’Emin.mo e Rev.mo Sig. Card. Geronimo Farnese meritissimo de latere Legato di Bologna, e suo contado mantenere l’abbondanza delle ROSE di tutte le sorti per uso della Medicina, e che nessuno possa farne incetta per rivendere, o estrahere fuori del Contado di Bologna, in pregiudicio del Pubblico, e de’ Speciali di questa città ecc.”.

2. Erano bandi legati alle vicende di un uomo o di una città o di una nazione; bandi per milizie in guerra e bandi civili.

Di questa caterva di pubblici segnali, che hanno contrassegnato e accompagnato o preparato le vicende della storia moderna, pochi (pochissimi) si sono interessati a fondo, non per riesumarli per curiosità, ma per studiarli come comunicazione diretta – e proprio con riferimento non tanto alle occasioni, ma ai segni ogni volta prescelti, o ai segni costanti.

Credo che questo excursus potrebbe concludersi con risultati di grande interesse, di molta novità; e con qualche sorpresa, se teniamo conto del persistente uso del mezzo.

Infatti le nostre città, i nostri paesi, le strade più utili e frequentate, fra il continuo ruotare dei manifesti pubblicitari coloratissimi e disegnatissimi (cincischiati ormai fino alla esasperazione), vedono affiorare tanti fogli solo tipografici, con cui le pubbliche autorità, i pubblici amministratori e i vari enti o istituti preavvisano di qualche precisa scadenza o di qualche dovere i beneamati concittadini; indicando ciò che bisogna o non bisogna fare, con una prolissità di dettato e una piattezza linguistico-burocratica deprimente e, sembrerebbe almeno per il momento, inarrestabile.

Vorrei ricordare, per inciso, l’avvertimento “rilevante” affisso sugli automezzi di un pubblico trasporto comunale, con cui si ammoniva l’utenza della necessità di procurarsi un titolo di viaggio (un biglietto) prima di salire sul mezzo e di obliterarlo (stampigliarlo) nell’apposita macchinetta per invalidarlo (annullarlo).

Gli inquinamenti che nel dopoguerra hanno prima prosciugato poi livellato la nostra lingua, hanno certo uniformato i nostri segnali ufficiali, sottraendo sempre spessore semantico e, direi, tipicità ma senza mai sostituirli se non con formulette standardizzate: così che oggi il nostro occhio, per strada, quando cerca di leggere o è costretto a leggere (non tanto a vedere), si trova come imbrigliato dentro a un reticolo di piccole ovvietà uniformemente realizzato, che produce una comunicazione stressante, scarsa di convinzione, precaria e arrogante – dato che è spesso legata a termini ultimativi.

È una sfilza di parole incalcinate.

Così che oggi nessuno ha voglia di staccare uno di questi manifesti e di conservarlo. Non può entrare, non riesce a entrare nell’archivio della memoria.

3. In giro, però, non ci sono solo amministratori frettolosi o indifferenti alla lingua d’uso. Né ci sono soltanto uomini pubblici che parlano per dare aria alla bocca, ripetitivi e annoianti.

Leggiamo e ascoltiamo ancora, per fortuna, personaggi oscuri o grandi della nostra società e di questo momento che ci inducono a qualche sorpresa, a nuove e utili fantasie; insomma, a interessarci e a non disperare. Anzi, a ben sperare.

Fra questi, e fra i primi, ci metterei Tonino Guerra; di cui qui darò qualche ragguaglio dei manifesti, che sono una festa del cuore e degli occhi. Si guardano con piacere e soprattutto si leggono con emozione, per il dono rassicurante di un rapporto di nuovo vitale, e ravvicinato, con la parola.

Poiché intervengo in una occasione ufficiale, predisposta per Tonino Guerra, queste conclusioni potrebbero essere prese per quelle, inevitabili e senza critica, di un amico.

Invece mi limito e mi impegno, con determinazione, a cavar fuori umori reali da questi grandi fogli che ho distesi davanti agli occhi come lenzuoli notturni o come ampi segni in movimento che vanno decifrati lentamente.

In effetti, mi sembrano libri d’ore da centellinare poco per volta, ascoltandone i suoni nel volgere delle pagine, nel loro frusciare; ma anche percependone i sottili intrecci, inglobati con arte e pazienza, che predispongono una ragnatela di vene comunicative, simili a canali stretti e brevi di una città d’acqua.

Vediamoli in dettaglio e poi in conclusione.

4. L’uomo, invecchiando, matura. Non sempre, naturalmente, ma capita.

Può capitare spesso che l’uomo non più giovane sia meglio della sua propria e passata gioventù.

Tuttavia è anche vero, bisogna dirlo, che la gioventù, a volte, è stata meglio o può essere meglio della propria scontata e invecchiata vecchiaia. Questa bonaria constatazione, che filosofi illustri hanno saputo arricchire o potrebbero arricchire di autorevolezza e di argomentazioni, si propone come un riferimento iniziale a questa mia nota; che di Tonino Guerra intende, appunto, rileggere i manifesti pubblicati dall’editore Maggioli a partire dal luglio 1984 (mentre in contemporanea a queste “grida” in pubblico stava completando il suo nuovo libro/poema La capanna).

Dentro ad essi, a stabilire una correzione di tendenza nelle formulazioni categoriche o schematiche espresse dai moralisti, Guerra appare in una libera, in una attiva maturità che si rinvigorisce partecipando.

Non troppo saggio, ma neppure troppo giovane; con malizie adulte subito raccolte e scabrose rapide stanchezze; ma anche con una voglia di partecipare con gli altri, di controllare se stesso e, insieme, di continuare a vivere ascoltando il mondo – che, dopotutto, incanta.

Di questi manifesti, anche se sono esposti qui a San Marino, per mia suggestione e per una ricapitolazione, mi consento di trascrivere gli incipit.

AVVISO 1: Carissimi contadini e possidenti, vi prego di non abbattere i grandi ciliegi…

AVVISO 2: Gente della valle del Marecchia, inventiamo una nuova tradizione…

AVVISO 3: È ora che le colline e la campagna attorno a Cesena siano chiamate: i Giardini Romagnoli…

AVVISO 4: I grattacieli orizzontali che allevano polli…

AVVISO 5: Sui mobili di stanze sparse in tutto il mondo…

AVVISO 6: A nome di una piccola schiera di poeti, ringrazio…

AVVISO 7: In tutta la riviera non c’è una camera d’albergo…

AVVISO 8: Insegnanti e professori, è inutile aspettare che i ragazzi…

AVVISO 9: Meglio insegnare a un ragazzo dove mettere le luci nella casa…

AVVISO 10: Non ama il proprio paese chi lascia la casa nuova color cemento…

AVVISO 11: Bambini, andate a dire agli abeti che vadano in montagna…

AVVISO 12: Chi è che bussa?

5. Come si può vedere dagli avvii, e come si potrà controllare meglio sui testi completi, sono avvisi che seguono un discorso coordinato e partecipato con “passione”; e manifestano in dettaglio la disposizione non arrogante ma di volta in volta di vera e intensa fantasia, e di umore che respira sulle parole, dell’ultimo tempo di Guerra; un autore che ridistribuisce non per sé ma per gli altri la quantità di materiale tesaurizzato negli anni.

Per questo è maturo e giovane nello stesso tempo, pure essendo dentro l’età del tempo e subendone i contraccolpi, senza però lasciarsi trascinare. E un primo dato a conferma di questa sua particolare attenzione può essere fornito dalla natura, sempre goduta o sofferta con l’uomo o con la donna dentro. Talvolta dentro drammaticamente.

Nell’ancora inedito poema d’amore La capanna,scritto in dialetto di Santarcangelo, le verifiche in tale senso sono continue.

All’inizio: “Era una montagna di assi / che coprivano quaranta camere, / chiuse in alto da latte, cancelli arrugginiti, / lamiere, coppi che vuotavano / l’acqua giù nelle grondaie / e buttavano i fulmini / dentro i mastelli o sulla sabbia / che colava fino ai canneti. / Qui era venuto a passare l’inverno / un uomo sui cinquant’anni / che non voleva vedere nessuno. / Si è poi saputo che si chiamava Omero”.

Appena più avanti, ancora dentro all’agglutinarsi dei dati che vengono radunati: “… c’erano i chiodi / per tutte le trecce di cipolla, di aglio / per le foglie di tabacco, le pannocchie, le gabbie / dei contadini che andavano a caccia, specialmente di Bigiola / che aveva i merli, i passeri, / la gazza: e gli piacevano i lumachini bianchi / che raccoglieva vicino al mare / quando c’erano i cespugli spinosi / e le siepi di cannuccia”.

Bigiola, Omero… ad ogni pagina, ripeto, c’è un uomo o c’è una donna. Non persone del ricordo ma vive.

Persone che sono ancora lì impegnate nella vita, proprio mentre il grande scenario dei secoli si sta sgretolando e scompare sotto i nostri occhi aprendo un mondo nuovo.

La vera poesia di Guerra, a mio parere, è collocata in un bilico doloroso e avventuroso, fra il raccontare e il partecipare; fra il guardare e il condannare; fra la sottile ironia e la piccola tragedia – che va seguita mentre si consuma.

Non è una poesia pietosa, ma scalfita dentro a risentimenti amari. È una poesia che inquieta, senza mai allargarsi nell’enfasi.

6. Questo Guerra è ben presente nei suoi fogli, questa volta destinati a una legittima conservazione. Li muove – e ci sento dentro – un empito d’invettiva; brevissime ma alte furie; un’insistenza pungente. Quasi a dire e a ripetere: questa cosa non va proprio. Oppure: queste cose non vanno. O ancora: tutte le cose, qua e in questo momento, sembrano non andare. È la romagnolità di Guerra che garantisce il buon uso di questo atteggiamento, derivato e motivato da una propensione non dichiarata ma implicita al mugugno acuto d’umore. Una propensione più ad affrontare e ad aggredire le cose, che ad accarezzarle o ad aspettarle.

Se è vero, questo mi sembra una fortuna; perché man mano riesce a ricapitolare gli umori, a prevenire e coordinare il grado della sua partecipazione al rito della comunicazione.

La sua è una penna che raschia. Come dice l’Isolina, un personaggio del suo nuovo poema, quasi uno “stancarsi le braccia, sudare”. Proprio la fatica “fisica” di scrivere; il peso e l’impegno che si risentono come un piccolo affanno di vita, costante, per dovere procedere a questa necessità della scrittura e di partecipare – non volendo sottrarsi.

Un dovere più che un “giuoco”, sia pure un vero giuoco legato al personale, al privato.

Esplodono continue invenzioni della fantasia, che si traducono in un testo scarnificato con acutezza (I grattacieli orizzontali che allevano polli) in cui una situazione generale è folgorata con ironia e rappresentata in poche parole.

Se questi sono gli elementi persuasivi che, ripeto, riesco a cogliere come termini costanti di giudizio e di fruizione, la serie dei manifesti “scritti in breve” sembrano una preparazione oppure si collocano come una ghirlanda mariana intorno al grande manifesto dei “7 Messaggi”, degno senz’altro di essere raffrontato e mischiato coi manifesti di una volta.

“Signor Sindaco, questa è la piazza di sempre, insomma questi sono i muri”. “Signor Sindaco, quando nel dopoguerra il merci impolverato mi ha lasciato alla stazione e io a piedi…”.

“Signor Sindaco, l’altro giorno ho fatto dei piccoli sogni uno dopo l’altro”. “Signor Sindaco, è ora che tu cominci ad ascoltare le voci”. “Signor Sindaco, “dal centro di questa piazza che io continuo a misurare il mio spazio”. “Signor Sindaco, su questa piazza pascolò un leone scappato al Circo Orfei” . “Caro Sindaco, ho visto questa piazza nell’agosto del ’44 piena di buoi che i tedeschi…”.

Una sequenza di brevi messaggi decisamente motivati e precisati dentro a una forte vibrazione stilistica. Per usare le parole di Guerra, una voce che esce dai meccanismi riempie i silenzi. Dai meccanismi dei sentimenti, della memoria inquieta e della vita che scorre. È una voce, come dicevo anche all’inizio, che raccoglie dati dell’esperienza e li setaccia alla ricerca di qualche piccolo frammento di verità.

7. Di Guerra mi ha sempre attirato e coinvolto la capacità di fare di un ago una spada, di una strada un archivio colorato di continue meraviglie, di un torrente un fiume, e di uomini figure piene e vive che guardano il cielo ma anche che afferrano un fucile.

Sa riprodurre l’infinitamente piccolo e trasferire l’infinitamente grande dentro a termini accettabili; perché la sua meraviglia è di continuo alimentata e corretta dai piccoli sospetti, che lo tengono all’erta.

Capita che, spesso, mi richiama alla mente Courier, isolato nella sua campagna, ma splendido traduttore dei greci antichi e prosatore; applicato, essendo in lite col suo vicino per una questione di transito in un podere, a stendere suppliche e invettive alle autorità giudiziarie. Suppliche e invettive entrate di filato nella letteratura francese.

Anche Tonino Guerra ha trascritto per noi, limpidamente, le suppliche che ci premono o i risentimenti che ci angustiano mentre guardiamo il mondo o ci viviamo dentro.

Non credo che dobbiamo ringraziarlo, ma continuare a leggerlo.

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Tonino Guerra
  • Editore: Maggioli
  • Anno di pubblicazione: 1985
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