Non il fuoco non la vampa. Ma…

Non il fuoco non la vampa. Ma l’esile fiammifero per far esplodere il fuoco.

Non il ramo, il tronco, l’albero intero o decapitato. Ma una scaglia esigua. Contorta, rugosa, raccattata – scampata alla tempesta del tempo – ai piedi dell’albero insigne, sotto foglie antiche e presuntuose.

Non la casa, una parete, una porta integra, un lucido letto, una trave pesante. Ma un chiodo rugginoso protagonista della tragedia del mondo. Un chiodo ripiegato come un insetto risecchito. Da buttare. E invece, qua, raccolto rispettato rimesso nel suo minuscolo pertugio di cielo. Per rivivere e, con forza rinnovata, dire le cose e cantare.

Ci sono (così li vedo li sento), passando da un gruppo raccordato all’altro, fremiti continui di una ricercata salvazione (brividi a fior di pelle); di una ricostituzione (ricomposizione); di una puntigliosa esplorazione di un mondo mille volte conquistato e mille volte perduto; e percorso e sfruttato ma mai rispettato e pazientemente atteso; un mondo di cui l’antica vitalità era stata affossata in una memoria senza gratitudine; dunque, vilipesa stravolta dimenticata fra la polvere della storia.

L’autore, con una garbatissima raffinata e talvolta struggente leggerezza, solleva (risolleva) la pietra del mondo; e ci mette di fronte, ricomponendoli, a questi frammenti di una realtà più forte del tempo; ferita ma sopravvissuta, come vincitrice, alla generale violenza (una violenza che tutto divora e tende ad annientare). Quindi non volgare, ma che prosegue, anche così disposta, a ricercare l’aspirazione all’ordine estremo. Quello che nessuna violenza dell’uomo potrà alla fine mai turbare.

È una drammatica proposta senza grida. È una speranza alimentata da una vivacissima luce interna.

Non che i tempi antichi (i tempi dei chiodi non ancora battuti, dei chiodi non ancora conficcati, non ancora ricurvi e anneriti) non fossero, al pari del nostro, macchiati di altrettanta atroce e insistita violenza (o indifferenza). Ma allora, il chiodo, questo chiodo, questi chiodi, questi ferretti vibranti, il falegname, il muratore, prima di conficcarli, di ribatterli, spesso o sempre (lo) (li) serravano fra le labbra in attesa dell’uso. Quasi (lo) (li) assaporavano, gli davano quasi fiato e voce mescolando al proprio fiato, alla propria voce. Lo corrispondevano quasi con il cuore, raccomandando: “Infìlati qui, chiodo, servimi bene, io ti lascio per secoli in una nicchia che ti preserva. Resta come una montagna e non come fragile terra che frana. Ti lascio, non ti abbandono. È come ti firmassi con il sangue”.

È così, per me, che i chiodi (i ferretti) di Gabriele Lalatta Costerbosa sembrano Lazzari redivivi e splendere di sorpresa trovandosi riportati ancora una volta alla luce, e poi salvati dalla troppa luce che acceca. Ricomposti e ordinati dopo il lungo travaglio del servizio svolto e il lungo scorrere dei secoli.

Chiodi (ferretti) vibranti e sorpresi, per essere stati riportati a una nuova vita. A una non sperata libertà.

Chiodi portatori di un messaggio certamente sottile, profondo, e che ferisce.

Ma non solo i chiodi, molto altro ancora (formiche laboriose sferzanti e parlanti) è in questo raduno rappresentato. Ripeto, preservato. Ma che sia minuto, esiguo e che si possa adattare al lucido perseverante ossessivo impegno, dell’autore, di svuotare il mare: colpo su colpo con un cucchiaio.

È una fulgida utopia, che diventa arte che parla.

 

(Testi di Bruno Munari, Robert Melançon, Roberto Roversi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Gabriel. Sculture da Camera
  • Editore: L'Artiere edizioni Italia
  • Anno di pubblicazione: 2000
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