I vecchi nella solitudine dei vecchi

Mi è capitata in queste ultime settimane di addentrarmi nella profonda provincia italiana, su e giù per piccoli paesi alcuni molto antichi e severi, altri molto antichi e macilenti, altri antichi e ormai quasi disfatti, altri ancora recenti ma già sporchi grigi incrinati come avessero avuto la peste. Mi colpiva, eravamo nel centro Italia, la mancanza di vitalità dei luoghi, la lentezza dei gesti della gente, la scarsa «tenuta» dei giovani che vedevo seduti da qualche parte senza alcuna voglia particolare; e la assenza di bambini. Le pietre sgrommavano umidità, i bei monumenti li sentivo che gemevano «stiamo morendo».

Se eravamo su un cucuzzolo di monte – per lo più questi paesi-paesoni lì stanno – il mondo circostante, in basso, sembrava annegato dentro un mare. L’acqua neanche vibrava. Pacciugava nella melma. Ma anche sopra questa impressione convalidata dai fatti e addirittura disastrosa, avendo sempre insistito a guardare, a osservare, quelli che mi hanno colpito sono stati i vecchi. Quanti vecchi dio bono! Ci sono che vivono nel gelo della vita e aspettano. Non vecchi soltanto, ma vecchissimi; magri, forse anche incattiviti perché disperati. Hanno ottanta, novanta anni e tutti – con piccoli occhi accesi che guardano lontano – stanno seduti dietro i vetri di piccole finestre, nelle case strette, tra le stradicciole che si inerpicano intorno al centro del paese o abbandonate nella periferia che si perde verso la montagna. Sono soli, e lo sanno. Sono abbandonati, e lo sentono. Credo che sopravvivono con asprezza proprio dentro questa lucidità residua che li fa disperati ma anche li sostiene. Il fatto è che nessuno li vuole; nessuno li accudisce; nessuno li ama; e che vengono sopportati dentro un continuo stridere di denti.

Assistere un vecchio oggi è un’impresa quasi impossibile.

Tutti i grandi fuori di casa; tutti i ragazzi a scuola; poi la stanchezza serale: gli innumerevoli bisogni del mondo; la televisione; gli urti tra le persone.

Il vecchio è lì che guarda, che assiste senza parlare, che dice con la sua ombra ci sono anch’io. Nelle città, qualche piccola soluzione magari c’è: l’ospedale, l’assistente sociale, i quartieri, una inquilina meno vecchia e paziente, il movimento continuo della strada. Ma in questo deserto fatto di solitudine rabbrividente dentro giorni interminabili, immobili vicino alla finestra, dietro al vetro, i vecchi hanno una mela neanche sbucciata, il pane, il bicchiere di latte, il vaso da notte ai piedi. Qualche volta un gatto che miagola.

Così diventano un poco astrusi, dispettosi. Attraverso i vetri socchiusi lanciano piccoli sassi innocui al passeggiatore solitario. Che può essere il diavolo. Infatti, chi lo ha mai visto? Alle volte è solo mollica di pane. Ma il segnale vuol dire va via, oppure vieni un momento da me. E sui muri delle strade lì accanto gli avvisi funebri annunciano il trapasso di questo o di quella a 89 anni, a 96, a 87, a 99 anni. Solo un ragazzo ha 16 anni, ma è morto per incidente stradale. Questa secchezza senza più vitalità si sente perfino nell’aria che verso sera comincia a spegnersi e inghiotte i visi di questi vecchi che non riescono neanche a morire.

 

 

 

“La Palmaverde”, il manifesto, 16 maggio 1982.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 16 maggio 1982
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