Quel gangster anni ’30 non è Fred Buscaglione

Non era una macchietta ma un estroso prodotto di una fantasia viva ed ironica – Fu un idolo dei juke-box

 

Quando Fred Buscaglione morì all’alba del febbraio 1960 schiantandosi con l’auto contro un camion carico di ghiaia, i giornali portarono la notizia intitolandola: “Scompare l’idolo dei Juke-box”. Mentre nel 1959 quando Fred Buscaglione esplose nell’Italia del miracolo economico (che correva dietro ad una ebbrezza abbastanza dissennata e provinciale) i complessi in voga furoreggiavano impigriti dietro una melodia lavorata in superficie, spesso ricalcata e solo alle volte incrinata da qualche ricerca nuova. Voglio dire che in quei quattro anni, da noi, era accaduto almeno un profondo cambiamento: la canzone non era più fischiata o solo ballata ma era ascoltata.

Buscaglione buttò in pubblico o sul pubblico una canzone tutta raccontata e concentrata, in cui immetteva piccole minuzie da commedia dell’arte. Il racconto, infatti, era consumato rapidamente; e anche le canzoni si svolgevano con una fretta tormentata e poggiavano sempre, o quasi sempre, su uno spunto da capitalismo avanzato e non da civiltà contadina ancora prevalente nell’Italia di allora. Ogni episodio era un sentimento d’amore non di uomo-donna ma di femmina-maschio, e sembrava dovesse prolungarsi oltre il canto; sembrava dovesse avere un seguito che l’ascoltatore poteva immaginare e svolgere, volendo.

Infatti, a mio parere, un pregio di queste canzoni era il compimento di una tristezza non detta, ma lanciata, lasciata fra le righe; tanto che si proponeva quasi una dissociazione fra il personaggio e la sua ombra. Il personaggio era un piccolo borghese che si fingeva duro con il cappelluccio da gangster, i baffetti stretti come lame e i capelli tirati a lucido in una faccia gonfiata dall’alcol e sopra un vestito a righe degli anni Trenta; l’ombra, dietro, si muoveva cauta, in una realtà più diretta e più precisa, divisa fra la fatica di fare (anche il lavoro duro di cantare) e un’ironia in cui si avvolgeva interamente, magari contro se stessa.

In realtà Buscaglione non cantava alla TV o non recitava in un film o nei night clubs ma in una piazza; anche se con approssimazione esprimeva sempre una richiesta, una verità popolare.

Non era una macchietta; ma uno di quei prodotti estrosi della fantasia, che la gente bruciava come legna nelle lunghe sere dei paesi. Le sue canzoni più famose avevano un cliché quasi simile: l’avvio proponeva il tema e il luogo con suoni e rumori (in Teresa non sparare i titoli dei giornali e la voce radiofonica; l’ululare della sirena in Che notte; il sottofondo di campanelli, un fischio e una voce, in Che bambola; ancora la sirena della polizia in Ciao Joe); seguiva poi uno svolgimento rapido, un racconto tutto sulle cose, un accompagnamento essenziale, ed una conclusione con appena poche note (a parte Frankie and Johnny, in cui il modo “caldo e rabbioso” di improvvisare di Buscaglione prende spazio e ci convince).

Con una lingua registrata sul gangsterismo made USA, (ma con quel tanto di ironia compensativa che le impediva di coagulare) questo lavoro cantato di Buscaglione che ho passato una intera sera a riascoltare si conferma – qua da noi – un poco più avanzato del suo tempo e non ancora inghiottito dai tempi nuovi. Tanto è vero che ce lo ritroviamo intorno.

 

 

l’Unità, 8 giugno 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 8 giugno 1980
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