Il segreto è l’ambiguità

“Luisa Rossi sa bene quel che fa, regala un giorno a me, ride poi se ne va”. Nel libro di Antoni sui Beatles pubblicato dal Formichiere alla fine c’è una intervista con Gianni Celati che è fra le cose più spiritose e intelligenti che ho potuto leggere di recente. e naturalmente anche fra le più precise nella loro apparente frivolezza. Suggerisco di leggerla e di leggere tutto il libro; intanto io ne cavo per questa occasione tre riferimenti che servono da buona introduzione al mio discorso, insieme ai tre versi di una canzone di Battisti.

1) Le parole, tutto quel silenzio introno alle parole; 2) Ecco: la comunicazione è un venir fuori dalla nebbia; è una delle cose centrali dei Beatles; come ci si metta in comunicazione; come ci si trova, ci si aspetta; 3) Il problema non è mica di arrivare ad afferrare la cosa giusta e vera, è di imparare a muoversi fra gli effetti.

Queste frasi si adattano all’argomento che è Lucio Battisti, cantante con connotazioni notevoli, visto il successo permanente di quasi tutti i suoi dischi. Ha una voce flebile tutta voltata all’agro-dolce, quasi scipita; eppure la sua comunicazione cantata conferma un professionismo che in Italia solo Gaber credo gli possa opporre. Rigoroso fino allo sfizio ma senza alcuna concessione alla ricerca vera e al movimento delle idee cantate, eppure sempre abbastanza pronto ad usare segnali nuovi non appena si siano resi indispensabili. Il rapporto uomo-donna; meglio: il rapporto o disaccordo Lui e Luisa Rossi è il centro persistente del suo discorso; e nel corso degli oltre dieci LP confezionati a partire dal 1969 la sceneggiatura di base è in prevalenza un rincorrersi e rincorrere i gradevoli o sgradevoli bisticci amorosi: composti dentro a un molliccio dei sentimenti calibrato con grande intelligenza.

Allora come spiegare, con l’ausilio di strumenti così semplificati, la resistenza nel successo di questo cantante? Per l’uso sapiente – direi – dell’amalgama, cioè il dosaggio di voce parole musica suono arrangiamento sospiri pause paure resistenza nel lavoro. Così le canzoni di Battisti cantante con una tenerezza molto regolare, dentro a una calcolata monotonia, riescono a convincere di proporre messaggi non trascurabili; e che il corpo della canzone è più resistente, più utile della sua apparente frammentarietà. Riciclato di volta in volta non dall’ideologia, non da particolari premure culturali ma da un’attenzione quasi ossessiva degli umori pubblici, Battisti è un cantante che può durare cent’anni. La sua flebilità gli impedisce di consumarsi, il suo rigore lo rende impermeabile alle mode rapide e generiche. Defilato, si fa vivo solo coi dischi. Non è dunque un personaggio ma una voce.

Una voce che inserisce con metodo il silenzio fra le parole. Creando turbamenti laddove potrebbe esserci solo approssimazione. Dentro il frastuono odierno mormora con insistenza, sorridendoci sul cuore. Dice: Cammina piano / perché nel mio silenzio / anche un sorriso può fare rumore. Canta una canzone che in una varietà di piccoli e continuati lamenti ricorda il dramma dell’amore; proposto con una tenerezza inquieta. In questo dramma l’uomo è colui che chiede invoca prega dice propone; insomma è subalterno. Mentre la donna è quella, fra i due, che può sempre partire e ritornare. Può ritardare. O decidere di stare. Perché è più forte e libera di volere. L’effettivo merito di Battisti, in questo gioco tradizionale dei sentimenti, è quello di non apparire né Re né Bertoldo; ma un campagnolo che, imparando l’inglese, si è un poco sofisticato; e che identificando nelle pene d’amore le pene della vita, riesce a muoversi fra gli effetti e fra i suoi silenzi.

 

 

l’Unità, venerdì 4 aprile 1980.

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 4 aprile 1980
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