La poesia, il critico e la bistecca

A me sembra che la presentazione di questo volumetto sia stata fatta da Veneziani con intelligenza ed esattezza; quindi farò un discorso molto breve e andando per le generali; magari con partenza da un piccolo e abbastanza innocuo dibattito (tuttavia, proprio per le circostanze, significativo degli umori generali) che è, in atto sull’argomento rituale e sacrale della poesia.

Non della poesia che si scrive in rosso (segno di rabbia) ma della poesia che si sottoscrive in rosso; col lapis rosso, così: questo è bello, questo è brutto, questo è grande, questo è sommo, questo è immenso eccetera. E che si stampa in nero su bianco. Insomma, della grande poesia, quella che sdilinquisce.

Il dibattito ha vari propellenti, di mistura diversa. Ne ricorderò solo alcuni e intanto, fra i testi meno vicini, un articolo di mesi fa in un settimanale di Milano in cui si ironizzava direttamente e senza argomentazioni ma solo con irritazione sui testi raccolti nel volumetto «…che idea morire di marzo» in cui erano state appena raccolte poesie, lettere e ricordi su Fausto e Jaio i due ragazzi assassinati.

La sostanza dell’argomentazione (che riprenderò anche avanti, svolgendola per quanto mi compete) era su per giù la seguente: i testi inseriti nel libro sono brutti, sono quasi tutti brutti, anzi tutti sono bruiti; poi sono inutili, quasi tutti inutili; esprimono sentimenti troppo immediati per diventare significativi; il linguaggio non è autonomo dalla norma ufficiale, è scarsamente e banalmente ripetitivo del linguaggio sia televisivo sia culturale-ufficiale, quindi è un linguaggio sciatto, già scorporato.

In altre parole: non ci si sforza a inventare nulla e a dire nulla di nuovo; i sentimenti sono quelli che sono e che conosciamo: di rabbia generica, di compianto immediato; la lingua è quella che è, sgrammaticata, becera, sfaticata, sciorinata sul modello gergale istituzionalizzato da giornali, radio-tele, cinema e altro. Ancora: questi ragazzi pensano soffrono e penano al grado più basso di significazione a cui li hanno relegati – con molta astuzia e prevalente violenza mimetizzata – le strutture del potere effettivo. Confesso che ho aggiunto all’analisi sopraindicata qualche parola in più e qualche passaggio critico appena più motivato, per spiegarla e per riassumerla con un po’ più di attenzione e di rigore. Ma il succo era ed è nella conclusione, che ho data tale e quale.

Passiamo in un campo contiguo. Mi riferisco a un intervento, calcolato e argomentato, pubblicato su una rivista di antico e consolidato prestigio militante quale è da tempo Quaderni piacentini. Nel fascicolo 66/67 ho letto un articolo – o piuttosto una nota che vuole essere pungente sulla via delle enunciazioni – di Enzesberger, poeta e critico in cima alla scala dei valori nella Rft. E a buon ragione.

In due parole dice le cose seguenti: la figlia della mia macellaia, che mi vende di solito bistecche molto tenere, ha avuto da svolgere in classe un tema su una mia poesia. Poesia che le è sembrata subito difficile, da intendere e da approfondire. Tanto che la povera bambina ha preso quattro. Perché mai – è la domanda ironica e incazzata della macellaia – il signor poeta a cui vendo bistecche di primo taglio e scelta, da parte sua non sa fornire ai ragazzi, quindi anche alla mia bambina, una poesia che si possa cuocere e masticare con altrettanta facilità? Senza farsi saltare via i denti? Perché la poesia deve essere difficile e involuta?

Enzesberger prosegue e allarga il tiro con il conseguente riferimento a un saggio di Susan Sontag del 1964 sull’interpretazione, anzi Contro l’interpretazione, della poesia. Questo è il succo: la poesia non va interpretata, essa stessa è interpretazione della realtà da parte dell’autore; la poesia è un ordine chiuso di segni, ha una fragilità sostanziale e al contrario una perseveranza di fondo che può sembrare durezza tanto che si rende disponibile a tutti fuorché a coloro che si ostinano a sfrugugliarla col proposito di coglierne il significato ultimo ed estremo.

Quindi non c’è facilità nella poesia, e la facilità non deve essere richiesta. Neanche si deve chiedere e richiedere che essa sia più disposta a essere interpretata, a lasciarsi interpretare per un solo pertugio, vale a dire a lasciarsi collocare nel suo scranno abituale di marmo – non come corpo vivo e sfuggente ma come un granito immobile. E questo è da tempo un discorso utile e ormai condiviso da quanti non hanno le orecchie foderate o interessi locali; un discorso che porta a conclusioni utili e generali. Semmai dispiace. Io annoto qua in margine, che nel divagare argomentato delle tre cartelline stese da Enzesberger si finisca per saltare dalla padella nella brace, quando – dopo essere arrivato a una conclusione che riteniamo ormai ovvia ma che è sempre utile ripetere – con una indifferenza tanto più compiaciuta nella sostanza quanto sembra genuina a fior di pelle, l’autore si richiama all’elenchino breve (sono nove in tutto, da Brecht a Enzesberger) dei poeti notabili ovvero dei notabili poeti stilato ad uso di scolari e professori addirittura dal Ministero della pubblica istruzione – o quello che là è il contraltare del nostro. Confermando esplicitamente, con questa non troppo necessaria notazione, che dopo tanto battere e ribattere, spaccare e ricucire, chi s’agita nel grande mare di questa comunicazione in versi finisce prima o dopo per approdare sulla spiaggia lottizzata dell’ufficialità, del prestigio, della norma, della classifica, dell’antologia, del monumento, dell’accademia postuma. Del lauro sulla zucca. E se non ce l’ha ancora se lo cerca. Con pace di tutti. Ivi compresi i lettori.

Questo si lega a quanto segue. In contemporanea (o quasi) al fascicolo della rivista, su un quotidiano romano usciva un articolo patetico-divertente che proponeva i seguenti lemmi in ordine a un discorso sulla poesia da svolgersi ai nostri giorni sappiamo e confermiamo che in ogni secolo non si danno più di tre o quattro grandi poeti per nazione – al modo, aggiungo io, che non si danno più di due o tre trottatori sotto l’1.16 al chilometro per ogni allevamento che si rispetti. Qua da noi, fin da ora il cesto è già pieno. Ci sono dentro Ungaretti, Gozzano, Montale, Saba. Un posto all’Olimpo dunque non c’è più. Pace per tutti; ma è inutile spintonare e berciare e pregare, non si entra. Meglio è mettersi il cuore in pace e cambiare mestiere, se uno si è scelto sbagliando quello di poeta. Però l’articolo a questo punto non conclude a un pessimismo totale. C’è una apertura, che rischiara. Insinua che ci sono poeti, per ragione anagrafica, i quali possono sperare di arrivare fino al duemila. Di là dal fossato comincia un secolo nuovo e si può avviare una zuffa nuova. Il campo è aperto, preparare i bastoni.

Questi fortunati che possono continuare a sperare e disporsi in battaglia sono, oltre a me (scriveva l’articolista-poeta) i seguenti; e giù a fare nome e cognome con numero di telefono come mi pare di ricordare, per una chiamata diretta nel caso si rendesse libero un posticino prima del tempo. Che so, per la scoperta di malloppi compatti ma deludenti e contraddittori nei cassetti di uno dei quattro appena nominati; tali da invogliare le assatanate scuole di filologia a rovesciarsi sui testi per ristabilire cesure, interpunzioni, omissioni e cancellature al fine di ridarci sì testi formalmente ineccepibili ma tali da sconvolgere non solo le classifiche di merito ma addirittura l’Olimpo. Qualche volta questo è accaduto e può accadere. Debbo anche dire che ho seguito, per un po’, il dibattito accesosi dopo questo articolo. E dibattito c’è stato. Chi li teneva? Squinternato, velleitario, nevrotizzato come se si svolgesse sulla zattera della Medusa.

Ho creduto di notare impulsi di cannibalismo implicito (non esplicito, e solo per paura della legge). Chi era nell’elenco ringraziava e gratificava: chi non c’era pregava, ingiuriava, malediceva, piangeva. Nessuno voleva neanche per un momento rinunciare alla speranza di un acro di terra nel cimitero di questo paradiso dei poeti. La conclusione? Per me è questa: di nuovo, dai trentenni corporativi e accademizzati, tutti (quasi tutti) lustrino e frustino in mano; più ancora che in passato – mentre sembrava un malanno al tramonto – l’atto della poesia e la conseguente distribuzione per via di stampa ufficiale sono intesi come unica e vera salvazione. Non come un atto e un fatto di comunicazione normale (per quanto efficace) ma un atto rituale, che non si esercita nella festa e come un giuoco ma è proteso soltanto a esorcizzare la morte. A porre e disporre lo uomo dentro alla sua improbabile e comunque faticosa immortalità.

Così la poesia assume il ruolo di contrapposto benefico e insinuante dell’anima. Continua a essere un ancoraggio vitale e palpabile alla sopravvivenza e un conforto immediato in ordine alla rimozione dalle inibizioni conseguenti, al fallimento esistenziale – solo che da essa o tramite essa ci pervenga un pubblico riconoscimento. Infatti molte volte e in vari casi meglio è più che il lettuccio dell’analista basta una recensione di una firma importante a debellare una incipiente nevrosi.

Per le ragioni appena accennate (che ho ricapitolato in modo succinto, sfiorandole appena con l’ironia ma senza troppa irriverenza, dato che ciascuno come è naturale soffre i propri mali) bisognerebbe concludere che il discorso sulla poesia e le conclusioni finali intorno ad essa non sono molto cambiati in questi anni – nonostante i pubblici proponimenti e i ripetuti tonfi di battaglie e di botte. Ciascuno aspirerebbe ancora alla sua accademia e al suo applauso in campidoglio. Mentre le cose importanti restano lì, inseguite da una prorompente ovvietà che tende solo a ripeterle, non a cambiarle. Tanto che le generazioni si inseguono e saltano ma gli abiti restano sempre scuri e di gala; quasi che tutte le brave persone aspettino da un momento all’altro il telegramma che le inviti a partire per ritirare quel premio, o un premio qualsiasi; il premio. In previsione di ciò e per non perdere eventualmente altro tempo, dormono vestiti con quel panno e quel colore.

Invece? Invece intorno a noi, caratterizzante in un modo semplice e nuovo (e perciò fatica ad aprirsi la strada) c’è questo gran parlare, raccontare e raccontarsi, cantare, interrogarsi  e sognare; che non è cicaleccio o vanità o stupido sproloquio (come vorrebbe o crederebbe qualche testa d’uovo ironizzante) ma premura disinteresse amore. Ecco i tre dirompenti elementi che affiorano. C’è il segno di una rabbia grossa e di un sentimento d’amore, una ricerca d’amore, che ha colori suoni racconti imprevedibili e certamente fuori da ogni precedente binario; e che con molta semplicità ma dall’interno indicherei così: Raccontare il proprio corpo (ritrovato) non più con la tristezza dell’immigrato che si rassegna a venderlo o di colui che sarà sempre destinato a sopportarlo e mai a conoscerlo o a parteciparlo – cioè a donarlo, senza costrizione; raccontarlo come un viaggio in amerika; e raccontare il dolore, il dolore come un affronto alla tenerezza della vita e come un affondo in apnea dentro al proprio cuore – sforzo che può uccidere ma può anche salvare; dire tutto e sempre tutto, come se la vita nel giro di una giornata sia la mappa di Magellano per navigare ai confini della terra; non accontentarsi più di nulla nel sapere, nella voglia di ricapitolare e ricatalogare la norma ormai risecchita e di ascoltare sempre e per intero lo svolgersi della nostra esistenza con lo stesso candore furioso e la stessa sorpresa con cui si ascolta dentro a una grande conchiglia il rumore del mare. Amare ed essere amati nella forma prescelta, sotto qualsiasi cielo. Pregare, se si vuole, cercando dio per perderlo subito dopo e per continuare a cercarlo, in una «festa» continua. Non avere più paura della morte, anzi sentirla vicina e accarezzarla con la sua pelliccia di gatto, perché la morte è vita. È la vita stessa, è tutta la vita. Infine sapere che quando sei lì e cerchi, preso dentro a un brivido di paura, se allunghi una mano trovi una mano che stringe la tua e ti scalda. C’è il bisogno di credere che tutto questo ci sia e possa essere vero, e quando manca o non si trova la speranza si rivolta in una disperazione che però non è mai una rinuncia totale, perché sotto questo graffiarsi anima e pelle resiste la voglia di vivere fra gli altri.

Ai tre elementi che ho appena esemplificati aggiungerei la necessità, diventata prevalente, e quasi vitale, di distribuire questi testi non tanto per farsi leggere ma per farsi ascoltare; di distribuirli come pezzi di comunicazione libera (cavo questa e alcune altre citazioni da un contesto molto acuto e militante) i quali confermano la tendenza nuova e crescente dei compagni giovani a scrivere e a scriversi. A scrivere per scriversi.

Scriversi, vale a dire una comunicazione che richiede e per lo più ottiene una risposta. Ma sono altrettanto importanti, a mio parere, anche queste due affermazioni: ha scritto la gente che non sarebbe riuscita a dire queste cose in un’assemblea e abbiamo avuto l’impressione che molti abbiano provato per la prima volta a scrivere qualcosa.

Tutto ciò si assomma per costituire la prospettiva divergente, anomala, dentro alla quale si collocano questi momenti certamente originali di comunicazione diretta. In essi c’è un dato subito in evidenza, che non li esalta né li deprime, ma che è lì e noi lo notiamo: il discorso, come si svolge e si articola nei suoi vari elementi, è sempre in presa diretta, a spina accesa, senza mediazioni o tramiti culturali «privilegiati», senza alcun freno o alcun «sospetto» formale. È un parlato mescolato, immediato, disinteressato, rapido, legato a successioni di fatti fortemente scanditi e individuati, in cui l’oggetto è prevalente sul segno; il quale, al contrario, sembra spesso raccattato per terra, trovato per caso, preso in prestito da qualcosa d’altro. L’indifferenza formale; anzi, l’insofferenza formale è assoluta. Tanto da diventare quasi un giuoco o una perfidia. Un clic carico di malizia o di disperazione che non ha un confine. Ma anche necessario per sfuggire (o cercare di sfuggire) alle secche di una istituzionalizzazione rovesciata; quella che non concede niente a nessuno e tutto ingloba; cioè il naïf a tutti i costi, l’ingenuità volgare e approssimativa che può piacere ai borghesi e che intanto li convince a divertirsi per ironizzare e che in certe antologie – sofisticate o curiose – finisce relegato in appendice, per concedersi una chiusura stravagante.

Quello che conta essenzialmente (dico essenzialmente non soprattutto) in questi contesti carichi di un rancore e di una generosità inventiva che spesso lasciano senza fiato, è la novità della liberazione sentimentale. Con questi testi, che per fortuna non inseguono la classifica dei punteggi critici, si comincia forse per la prima volta dal rinascimento (intanto in graffiti primordiali perché siamo all’inizio dell’era e dentro caverne) a ridisegnare la mappa antropologica dell’uomo che si avvia al duemila. Una nuova mappa. È come entrare non nello studio tutto luci e cromo di un medico famoso o di un illustre pittore ma nell’antro di un alchimista. C’è polvere, fumo, fuoco, caos apparente e anche orgasmo ed eccitazione; ma i discorsi lasciano intendere che gli esperimenti in atto sono paurosi, nuovi, imprevedibili; e sulla pelle dell’uomo.

Anche qua dentro, dentro al libro, le poesie che si consumano più in fretta (come è stato detto) sono le politiche, che si dilungano ancora a cercare se stesse dietro a foglie di realtà. Le più sorprendenti sono quelle scritte addosso alla propria vita (una vita che si proietta in luci diverse da quelle usuali); al proprio dolore (un dolore partecipante ma non divisibile, quindi da capire e non da compatire; come comunicazione di un sentimento stravolto e non come merce di scambio); alla propria solitudine (che sembra, ed è anche individuale, debole, fragile, isolata – accosciata in un angolo; ma che però scava al fondo dell’individuo, lo coinvolge in un modo straziante al silenzio degli altri, stride per farsi ascoltare – non grida – ed è sconvolgente tanto è reale); Infine c’è il martellante sentimento della morte. Come una nube.

Ecco sul tavolo, così riempiti, i quadretti di questo giuoco esistenziale, che ci trascina sull’ultima spiaggia. Lo straordinario è che questo non è un punto d’arrivo (di là c’è il mare) ma di partenza. Bisogna ancora partire, ancora cercare.

Tolgo alcuni spunti per proporli a una riflessione rapida e conclusiva e li riconsegno al lettore, che sarà sul punto di chiudere il libro, con la stessa partecipazione diretta, con lo stesso rispetto con cui le ho cercate per appropriarmene:

 

Vi risponderemo

né con l’odio né con la violenza

ma solo con l’amore

 

il mio riso diventa delirio.

 

Nuvolina che passi per

il cielo

lo vedi il mondo bello

le casine sono dorate

su cantate cantate

cantate.

 

Il mio discorso, come si vede, qua è naturalmente finito.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Dal fondo. La poesia dei marginali, di AA.VV.
  • Editore: Savelli
  • Anno di pubblicazione: 1978
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