Una nota

Questo è un testo che è detto a voce piana e tesa, non recitato, in un silenzio un po’ stravolto e in un luogo, in un ambiente vasto e quasi disadorno che tuttavia, al seguito della voce, si riempie di sbalzi di luce. Un primo immediato richiamo dopo l’inizio dell’ascolto (non ho detto della lettura) è stato all’Ulisse classico che seduto davanti al fuoco e talvolta lacrimando narra le sue vicende ai nobili Feaci e al loro re e alla loro regina; e così mentre procede a dire (e sembra, e forse è, che parli solo a se stesso) in un angolo, a parte, l’indovino cieco ascolta e in cuor suo dubita e commenta. Così è, per mia lettura (o ascolto).

C’è, qua dentro, qualcosa di lucido e riflettente, che si insinua a interferire, ma non a sovrapporsi, nel testo; come un mosaico disteso sul pavimento, su cui si può camminare ma con il rispetto della suggestione e senza mai distogliere lo sguardo; con l’impressione, che è un brivido, di vederci riflettere il proprio volto e forse anche un frammento della propria vita.

Sono coinvolto, da pagina a pagina, per ribadire il mio assunto, da questo costante rapporto, come un vincolo, fra frammenti di luce, palpiti di luce che si insinuano e s’arrotolano fra le righe o i versi (comunque fra quasi ogni singola parola, incastonata come un tassello) e la tensione costante della parola-voce, che dicendo procede in una solitudine che di continuo ricrea o coinvolge (talvolta volutamente) stravolge la vita.

E così, sembra a me di ascoltare (o di leggere) una lucente e alternativamente oscurante metafora di amore e morte; dell’amore e della morte; incastonata in un anello prezioso da portare al dito; a un dito; non per ricordo ma per (ripeto) riguardarlo con il cauto timore che perda la sua luce, che è per noi, e così ci è suggerito debba essere per ben capire, vincolante.

Ogni pagina, ancora, per sussistere e respirare (direi, impregnarsi d’aria oppure di luce) deve coprirsi come della nebbia leggera che si protende sulla terra, su certe terre, prima di sera, quando la luce del giorno è stanca di errare e tende a scendere sui prati per distendersi e riposare o dormire. Così, in questo arco che si completa, si ha conclusivamente il sentimento riflessivo che sia stato reso vero ciò che poteva (e non doveva) essere solo fantasia.

Altri leggeranno, come si deve, altrimenti, disponendo le pagine a parlare su diversi tracciati. Ma io aggiungo, appunto per disporre le pagine dopo averle ben considerate, che il testo è accompagnato, dalla prima all’ultima, dal fiato inenarrabile dell’oblio. Quella nebbia leggera, serale, quasi musicale, di rinnovate emozioni.

Quel fiato dei sentimenti che scende sulla pagina per quasi cibarsene e cancellarla al fine di dare nuova esaltazione e nuova luce alla pagina che segue. Sicché noi possiamo, ripeto, camminarci sopra, con sempre nuova meraviglia, ascoltando la voce che ci porta lontano.

 

e la terra una era con il cielo.

 

Congiungendosi

si respiravano

e tutto, pur senz’essere concluso in una cosa,

era.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

Letto 1464 volte Ultima modifica il Mercoledì, 06 Febbraio 2013 14:45