Il pesce e il pescatore

In un volume dedicato a Lucio Dalla (uno dei tanti volumi) pubblicato nel lontano 1977 dall’editore Savelli nella collana «La chitarra, il pianoforte e il potere» e che raccoglie interventi di vari «così detti intellettuali», ma anche di Dario Fo e di Giovanna Marini, si leggono quattro paginette finali, anzi conclusive, di un Dalla sbrigativo annoiato irritato e pungentissimo; tali che restano ancora, a mio parere, molto interessanti, a distanza di un quarto di secolo, per approfondire (per quanto è mai possibile, mentre il tempo passa via rapido) psicologia, sostanza operativa, direzione riflessiva, fame di sapere e potere, di un protagonista, certamente, dello spettacolo musicale italiano, e non solo; di un protagonista, aggiungerei, non limitato o confinato esclusivamente nel campo della musica leggera; della canzonetta. Dato che Dalla è persona complessa più che complicata; meritevole, aggiungo, di essere seguita, in parole dette e fatti musicali conclusi, nel corso ormai di tanti decenni operativi.

Diceva, o scriveva, dunque Dalla in quelle pagine, ripeto, del 1977:

 

A differenza di un libro, la canzone (qualsiasi canzone) è come un sasso: la getti, non nascondi la mano e, se l’ami, le corri subito dietro. Correrle dietro significa cantarla e ancora cantarla, ma anche andare a vedere chi, tra il tuo pubblico, la canta, e perché la canta o – se è muto di cuore e di occhi (poverino) – perché la canta ascoltandola (c’è chi fa così e anche così può essere bello). È proprio nell’essere solo a correre dietro alle mie canzoni che per strada è nata la mia solitudine professionale, ed è sempre per strada che ho scoperto da tempo che a parlare, discutere e pontificare sulle canzoni sono sempre quelli che meno le usano e meno se le scambiano, che meno se le mettono in testa al posto del cappello e ai piedi al posto delle scarpe; insomma, sono quelli che non le ascoltano o comunque non ne sentono il bisogno.

 

Ben detto, ma certamente non vero, oppure vero solo in parte o non vero fino in fondo; ma anche in questa replica conclusiva, ripeto, impera una ironia irritata, direi anche impietosa, che è una dura costante, dietro il sorriso amabile, di questo interessantissimo artista.

Il quale continuava, poi concludo, dicendo (o scrivendo) che invece lui di canzoni ne aveva estremo bisogno, e non solo perché le canzoni sono il suo lavoro e di queste vive, ma anche perché le usa e usa quelle degli altri, senza ragionarci troppo sopra, prendendo quel tanto o quel poco che c’è in una canzone; e senza per questo sentirsi un ritardato. L’argomento canzone essendo diventato una palestra per diverse categorie di persone, dai mitomani agli artisti delusi agli intellettuali sottoccupati ai politici deliranti che parlano con la mano sinistra chiusa a pugno e la destra con la spada della verità. Prova ne è che in molti interventi, eccettuati Fo e la Marini (addetti ai lavori, compagni e militanti da anni), è costante, e politicamente inquinante, la grave disinformazione sull’argomento canzone, sui suoi spazi reali, sulla sua storia e sul suo peso politico all’interno della nostra società; società che tra cambiamenti e mutazioni sta trasformando anche la canzone.

Certamente; ma riconoscimento, dovuto, di una esplosione in corso di tutti gli strumenti tecnologici e linguistici della comunicazione, e la cui prepotenza si cercava da più parti (anche da parte dei così detti e maledetti intellettuali) con stimolante partecipazione di intendere, decifrare, ridefinire e ricollocare; fino ad arrivare da parte di qualcuno alla utopica ma provocatoria convinzione e affermazione che anche con una canzone si poteva cercare di partecipare alla giusta ed equa trasformazione del mondo; con giusta necessaria ironia ma anche con giusta necessaria e motivata insistenza (il processo faticoso e denso in atto, richiedeva anche, fra tantissime cose, canzoni buone giuste e vere).

Proprio come il sasso nella metafora di Dalla, ma immaginandolo da Intifada e non già da solitario scorridore sull’acqua, o fra le braccia di un pubblico pagante. Ma, ecco, sono beghe che sembrano, e tanti sentono, lontanissime; anche se tuttora volano in aria sassi per cercare di rifare questo orribile, o indecente per avidità e supponenza, mondo occidentale.

 

Dalla si può intanto, e subito, riconoscere come detentore di una grande vibralità mentale, culturalmente molto coinvolgente; una rara sensibilità per fiutare e catturare le innovazioni, che il nostro tempo ossessivamente propone, e per inserirle nella propria trama operativa; per comunicare tutto al pubblico non passivo a cui si rivolge; a cui intende rivolgersi. Non passivo, perché si aspetta da Dalla non tanto qualcosa di nuovo ma qualche non banale sorpresa. Un pubblico che si compone e si scompone a ogni occasione; un pubblico svariato. Non è il pubblico di Vasco Rossi, non quello di Gianni Morandi, ma le frange articolate dell’uno e dell’altro magari, poi altri provenienti da tante direzioni diverse. Un richiamo che si distende sulla pianura. Infatti Dalla, ripeto, è quasi inesorabilmente fornitore, in ogni occasione, di meraviglie; come un vorticoso Fregoli della canzone. Ballicchia con un cappello in testa e scuotendosi un poco ed è subito credibile, riesce godibile; canta sommesso o canta spiegato, con acuti tenorili («Con la voce posso fare ciò che voglio», ha appena detto in questi giorni, «la voce per me è veramente uno strumento»), suona il clarino («Con Chet Baker, per esempio, feci un tour di un anno… Suonai con Danny Richmond, il batterista di Mingus, suonai con Eric Dolphy, suonai con Mingus stesso. Ho anche avuto modo di suonare con Bud Powell; non dormivo mai, in quel periodo. Il mio mito in assoluto è Keith Jarrett, poi Coltrane e Davis. Ho suonato anche con Petrucciani, mi sono molto divertito… Il jazz mi ha molto influenzato. Essendo io musicista e non solo cantante, il mio canto è molto legato alla strumentalità»).

Dov’è dunque mediocre, o anche solo normale, Dalla; che essendo umano avrà pure qualche momento, qualche zona d’ombra; qualche trapasso di scontatissimo disorientamento? Fra ormai quasi quotidiane celebrazioni?

 

Ora, a proposito del suo rapporto col pubblico, ha appena detto che poco dopo gli inizi della sua «carriera», per una serie di diverse circostanze, scoprì l’aspetto divertente, ludico e anche appagante del grande pubblico. Ludico, dunque; divertimento reciproco, beneficio da dare e da ricevere, un simposio di simpatia; che gli consentono, o gli suggeriscono, ogni genere, ogni modalità di legittime o improvvisate sconsacrazioni.

 

Poi per me non esiste una musica esclusiva. Io credo in una musica totale dove tutto viene rappresentato all’interno di sé. Non sarò mai un integralista.

 

Questo, fuori di dubbio, è il momento dei grandi rumori, direi dei rumori totali (quelli che non concedono tregua, che bombardano); e il proliferare dei suoni tumultuosi ha derattizzato il silenzio e ha detronizzato l’orecchio per ascoltare; il quale dunque, per ascoltare, deve essere anche suonato. In altre parole, non può restare passivo ma invece in ogni modo partecipe. Deducendo quindi con lucidità, anche al seguito ormai di una lunga esperienza e di un lungo esercizio di lavoro, Dalla non si nega più ad alcuna esperienza nuova, pesante e pensante. A Verona, il 24 giugno 2001 «con Franco D’Andrea torno al jazz, il pop è solo lavoro».

Non dico la mutevolezza o l’incostanza di Dalla, ma l’ubiquità intelligente e fuori da ogni linea d’ombra; un’aggressività attenta che gli consente ogni consecutiva e rapida, alle volte molto rapida, mutazione. Mutazione, non trasformazione. Passaggi rinnovati, come salire su gradini freschi di marmo. E questo si può andare a riscontrare, credo bene, esaminando la progressione del suo lavoro discografico e del suo lavoro testuale, il Dalla autore. Il Dalla superatore, vincitore direi, dei traumi magari anche segreti della «solitudine professionale» (1977).

 

Dal 1964 (anno della prima canzone) al 1977, Dalla lavora e conclude prevalentemente in compagnia, in una collaborazione diretta; ed è poi soprattutto cantante. Il 1964 è quindi il momento dell’esordio ufficiale, con una canzone conclusa insieme a Gino Paoli.

Non è una canzone, subito, da poco. Amore e morte, dentro un episodio che arriva al dramma trascinandosi dietro una sorta di tenerezza risentita e quasi una sbalordita incertezza. Mi arrischio a stendere queste poche precise parole riassuntive e specifiche, pur temendo i riscontri magari amabilmente irritati dell’autore che, come ha più volte detto o scritto, non ama, non desidera proprio, non ha interesse a essere frastornato da intemperanze riassuntive, le quali alla fine risultano essere solo fuorvianti sofisticherie. Ma ecco l’avvio della canzone appena citata, Non sono matto o la capra Elisabetta:

 

Fu di maggio su quel ponte

il fiume aveva i tuoi occhi c’era Luigi

c’erano i miei guai

allora presi un sasso e in due ore lo ammazzai.

 

È una canzone collocata sulla porta d’avvio, ma ha già il segno della movimentata insofferenza umana e artistica di Dalla, sempre proteso in dinamica tensione a fare e disfare, ascoltare e anticipare.

Dopo e nel complesso di quell’ampio arco di tempo, a mio parere, Dalla centra tre canzoni esemplari, direi pietre miliari iniziali del suo lungo cammino, con la collaborazione di Baldazzi, Bardotti, Reverberi per Il cielo; della Pallottino per 4/3/1943; e di Baldazzi e Bardotti per Itaca.

Fin da adesso, all’inizio, poi quasi sempre per la lunga serie delle sue canzoni, per Dalla ogni avvio stabilisce precisa tende a chiarire e dà un supporto strutturale di saldezza allo svolgimento testuale. E se vogliamo, per un momento, questi inizi possiamo anche avvicinarli e confrontarli, per avere, se possibile, una conferma a questa convinzione.

 

Il cielo.

Il cielo

la terra finisce e là comincia il cielo

lo guardo

ed anche stasera fa pensare a te.

 

Una concretezza visiva; leggendo (o ascoltando) sono già (subito) coinvolto da una minuta proliferazione di dati narrativi che inducono immediatamente a una aspettazione. Come se l’artista, cantando, narrasse; oppure, se vogliamo rovesciare il lemma, narrasse cantando; promettendo o annunciando qualcosa ancora a seguire. Intanto, suggerisce solo dei dati iniziali e lì li dispone.

4/3/1943. Questa canzone, con gli otto versi di avvio che sono subito una emozionante enunciazione di dati, è di certo un capolavoro, una storia di verità struggente e reale narrata con epica semplicità; e per me, con Caruso, uno dei due piloni portanti del grande cavalcavia che collega tutto il lavoro di Dalla fino a oggi.

 

Dice che era un bell’uomo

e veniva veniva dal mare

parlava un’altra lingua

però sapeva amare

e quel giorno lui prese a una madre,

sopra un bel prato,

l’ora più dolce

prima di essere ammazzato.

 

Il testo, asciutto ed esemplare, sussiste anche in piena autonomia, ma rovesciato dentro il tremito musicale, poi, ricuperato dalla voce (la voce di Dalla), emoziona ancora con la sua inesorabile progressione – specie se presentato al di fuori di sagre e sagrette o sagrettone televisive – dicendo una storia che sembra (che può) risalire alle origini del mondo e quindi non avere confini né di luoghi né di tempo né di cuori. La data è come fosse stampata non su un marmo ma sulla pelle, per non essere più dimenticata.

Fu questa canzone, se non sbaglio, il primo grande e giusto successo di Dalla, il quale così si apriva a spallate e con fatica la strada nell’universo dei suoni (dei sogni).

Itaca, infine.

 

Capitano

che hai negli occhi

il tuo nobile destino

pensi mai al marinaio

a cui manca pane e vino?

Capitano

che hai trovato

principesse in ogni porto

pensi mai al rematore

che sua moglie crede morto?

 

Noto che l’aggettivazione, all’inizio di queste tre canzoni, è di una sobrietà rigorosa, essendo tutti e tre i testi accentrati e disposti a stabilire l’ordine e il rigore di una narrazione profonda. La prima canzone, nei versi indicati, non ha aggettivi; tre ne ha la seconda, di una semplicità appena sfiorante (bell’, bel, dolce); uno ne ha la terza (nobile) e non è elencato certo per indorare. La sostanza del racconto, prima di tutto, deve incontrare o deve scontrarsi con la realtà che è in atto; realtà di persone, di passioni mal trattenute, di addolorate nostalgie e, altrove, risate severe.

Comunque, come già detto, in questo periodo prima del suo lavoro direttamente «operativo», Dalla ha già consegnato alla comunicazione cantata il resoconto calibrato e sottile di un percorso narrativo che sarà approfondito, variamente stravolto ma mai contraddetto; ha consegnato la traccia ormai rilevante dei propri pensieri, dei proponimenti e, direi, delle «qualificazioni», cioè il probabile tracciare dei prossimi impegni che, ripeto, fin da ora e con costanza in seguito, saranno sfiorati o contrassegnati da una inquietudine non provocata dall’incertezza nel fare ma da una contratta, direi avida insaziabilità di ricerca, di viaggio, di ritorno o partenza – che gli è amica indivisibile.

 

Continuando a sottolineare leggendo o ascoltando (e lo so bene, con annotazioni naturalmente discutibili), a conclusione di un impegno ultradecennale di un lavoro che gli aveva proposto varie fatiche ma anche, come ho detto, validi risarcimenti, Dalla – fuoriuscendo anche nelle canzoni dal periplo della maledetta ideologia – sentiva ormai l’obbligo, oltre che il forte bisogno, di cominciare a riflettere (a pensare sulle cose e sulle occasioni delle cose da narrare o da afferrare) direttamente. Come uscire dal pozzo di una infastidita minuta insistente angoscia; da un antro di ombre da cui allontanarsi; a quel punto, e nonostante l’approdo di svariati successi (ora non più bastevoli), come una liberazione.

Ed è lì, a spalancare la porta sull’orizzonte del proprio mondo interamente conquistato, Come è profondo il mare.

La canzone è un respiro prolungato buttato fuori dal petto, non per assaporare l’aria che sfugge ma per aprire il cuore; uno scuotimento di tutte le membra, come (lo dico con rispetto) il giovane cane appena bagnato dalla pioggia (un temporale estivo), che entrato in casa, quasi ancora sull’uscio, tutto si scuote con forza gioiosa. È la libertà di dire quel che contava dire, tutto enumerando; in una enunciazione precipitosa, quasi affannosa; di cantare quel che, senza dover niente a nessuno, si aveva cuore e voglia di cantare. Un gioioso vomito esistenziale, quasi feroce; una bandiera sventolata; tanto che la canzone, si vede leggendo, si ascolta nel canto, è interminabile; perché è come la spiegata sottoscrizione della nuova via intrapresa e di ciò che non si doveva, non si poteva più fare.

D’altra parte la canzone – se è corretto intenderla nel modo temporale e approfondito qua indicato – non poteva proprio concludersi rapida e sciolta, ma stretta e avvinta come un appiglio cercato e trovato; da non più abbandonare. E proponendosi come lo spartiacque determinante fra il lavoro già fatto e il lavoro da fare. Un orizzonte aperto. Lo spartiacque? Direi, lì a indicare e segnare, con quel rifluire di lemmi agglutinati, quasi da canto gregoriano, la ritrovata spinta e la rinnovata voglia di mettersi in marcia dopo una sosta inquieta.

Gli anni, basti qua appena un rapidissimo cenno, erano quelli inquieti, e anche inquinati, da ferro e fuoco; e ognuno era giusto che si presentasse, agendo e quindi anche cantando nello specifico, secondo il proprio proposito di mordere o di subire il mondo (quindi vitalità e resistenza, lucida follia esistenziale o savia e cauta aspettazione).

 

Come è profondo il mare, ripeto, è un testo importante, decisivo per Dalla e per la canzone italiana (come Piazza grande, ad esempio).

È un testo importante e di forte «scuotimento» emozionale tuttora; dice tante cose (forse, per la concitazione incalzante, anche troppe) ma le dice rovesciandole su un tavolo o all’aria aperta, per cantarle – e per enumerarle. Sono le cose, in quel periodo che era ancora – ripeto – di ferro e di fuoco, temute osservate patite ma un po’ da lontano, non sulla e dalla strada ma quasi da una finestra, con la curiosità inquieta di poterle osservare ed enumerare con animo più selettivo e rigoroso, invece di essere coinvolti in una partecipazione più complicata e violenta. Per me, al fondo, c’è anche il brivido enunciativo di una tormentata ironia.

Dice forse meglio, contraddicendomi, Baldazzi quando scrive: «Il primo dato che si desume da questi versi è proprio la naturalezza, la felicità dell’invenzione» che a mio parere, invece, assumerei per le canzoni subito seguenti: Treno a vela, Il cucciolo Alfredo, Corso Buenos Aires, nelle quali è già esplicita, già aperta la via di scorrimento verso approdi più aperti, più in luce, raggiunti quasi zufolando (in sottofondo).

Però, ritorno sopra; Come è profondo il mare è una somma di emozioni, anzi è il borderò di tante private e profonde emozioni di Dalla; e comunque oggi si voglia ascoltare e interpretare la canzone, il risultato è fuori dalla norma. Un empito di suoni voce parole che si trasferisce, senza altre mediazioni, all’ascoltatore, al partecipe; all’altro.

 

«Siamo noi, siamo tanti, ci nascondiamo di notte…»

«Siamo galli neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri…»

«Babbo, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire…»

«Con la forza di un riscatto l’uomo diventò qualcuno…»

«Poi da solo l’urlo diventò un tamburo…»

«Poi una storia di catene, bastonate, chirurgia sperimentale…»

«Poi non si sa come qualcuno, un mistico, forse un aviatore…»

«Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti…»

«È chiaro che il pensiero fa paura e dà fastidio…»

«Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche…»

Così stanno bruciando uccidendo umiliando piegando il mare.

 

In quello stesso periodo, in una intervista, Dalla ha detto:

Io amo la realtà anche quando è orribile. Amare la realtà significa presentarla attraverso meccanismi accessibili. Significa trovare in ogni momento quel barlume di ottimismo che ti aiuta ad andare avanti pur continuando a osservare, a tenere gli occhi bene aperti sul mondo. Vedere il lato buono in ogni cosa è una conquista che costa fatica.

 

È proprio divincolandosi dalle varie e opposte necessità che coesistono nella preparazione, nella invenzione, nella riflessione e nella conclusione operativa di una canzone, che Dalla (a mio parere) avvia allestimento e definizione, su basi molto rassodate, del proprio futuro. In una successione di opere apprezzate, molto apprezzate, applaudite, applauditissime. Fino al 1986, l’anno del secondo capolavoro, Caruso; una canzone che contiene la forza travolgente, l’intima contenuta violenza mescolate con una tenerezza indicibile (altrimenti) alla nostalgia del ricordo; di un ricordo.

 

Dal 1977 al 1986; dieci anni di canzoni (e di testi) che si possono raccogliere in una fitta catalogazione, e in una progressiva trama di consensi, spesso di autentici successi e pubbliche celebrazioni. Tanto da adombrare questo lungo periodo esistenziale e di lavoro come un percorso fascinoso e interminabile ma in pianura, senza più ardui intoppi.

Nel 1984, in un articolo su «Il Corriere della Sera», parlando di Dylan, Dalla concludeva:

Ha fatto altri dischi bellissimi, ma privi di quella lucida lama di coltello che è l’inquietudine. Si ha l’impressione, ascoltandolo, che possa fare tutto, che sappia fare tutto, che ormai riesca con la malizia dell’intelligenza a prevedere tutto. La guerra, il mondo, la fine del mondo… Io una volta di più dico a me stesso che, pur non essendo niente, senza rimpianti e senza voltarmi, io vedo un mondo dove il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, vivono insieme, dove l’inevitabile può essere evitato e l’impossibile vicino è a portata di mano come il campanello di una delle nostre case… Immaginavo le canzoni scivolare dentro e fuori la radio… Mi divertiva pensare che le mie canzoni capitavano in mani così diverse, magari di gente di Bolzano e di Crotone… Per far questo ho cercato di annientarmi, di decodificare quel poco d’ufficiale che m’era rimasto… Per esser come loro, per capire le loro felicità e le loro delusioni…

 

Poi nel 1999, alla fine, con riferimento all’uscita del nuovo album Ciao, ha detto:

 

Io non so più qual è il mio lavoro: sicuramente non è quello di fare il cantante e basta, anche se sono orgoglioso di fare il cantante…

 

A questo punto, verso la conclusione e per non fermarsi su altre considerazioni, che in ogni modo non verrebbero aggiunte per modificare la lettura fin qui proposta; e dato atto a Dalla dei grandi successi e di alcune riflessioni fra le tante da lui enunciate negli anni (oltre all’insistenza, più recente, sulla volontà, sul bisogno di rinnovarsi e di confrontarsi con le infinite realtà della strada e degli uomini); a questo punto, verrebbe solo da sottolineare che sembra abbia perso la dimestichezza, o anche solo un qualche rapporto, con il brivido dell’errore. Non il timore per l’errore ma l’errore reale, che per un momento ferisce, che immette per un rapido passaggio il veleno nel sangue. Detto più semplicemente: per un momento, e adesso, gli manca addosso, nel fare, l’ombra o il gelo millimetrato di un rigore, un calcio di rigore, mancato. Ad esempio, come il rigore di Baggio, nella finale del campionato del mondo. Era sotto gli occhi di tutti, campione acclamato, ed è franato sui carboni di fuoco di un calcio di rigore. Poi tutto passa, si scorda e quel che più conta, quell’uomo con la maglia azzurra è tornato uomo fra uomini, non è più un dio alto sulla luce. Non è più il transatlantico che procede con le luci accese sul mare notturno. Sbagliare un rigore non è la fine del mondo; Baggio, con gli occhi umidi, è tornato più bravo di prima. Occorre, ogni tanto, stringere di nuovo e più forte, nella mano che si era allentata, la diversa verità che avanza, la vita che avanza, che vuol procedere inquieta.

Dopo, o insieme, ancora cinquant’anni di applausi, consensi, a non finire. Anzi, cento anni. Dopo quel rigore, quella palla all’incrocio dei pali, quel soffio che appena li sfiora.

 

P.S. Aggiungo in calce, dopo avere ascoltato qualcosa del suo prossimo lavoro:

 

Poi, vedilo lì Dalla, che più che calciatore si fa pesce; il Dalla che guizza in acqua, che balza sulla riva e sembra neanche appeso a un filo, che boccheggia e ansima cercando con gli occhi, avido di vedere il mondo… pesce di mare o di lago che anche sull’erba non sta tranquillo un momento… guarda, dice «Ti amo, pesciolino» e rivola nei flutti, ricordando bene tutto quello che ha visto nel rapido tragitto…

Ecco perché spesso si ha l’impressione che piuttosto sia lui, pesce, a pescare il pescatore. Approda, si ributta, mai stanco, mai stanco, mai stanco. Questo si!

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: E forse fu per gioco, o forse per amore, a cura di Valentina Pattavina
  • Editore: Einaudi
  • Anno di pubblicazione: 2001
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