Un appunto

La città in cui si muove Ceccarini è la città metafisica dimezzata struggente e senza faccia che abbiamo appena intravvista (perché subito dopo divorata, distrutta e bombardata, annichilita quasi dal vento di una ragione stravolta) in alcuni quadri, in disegni, in certe proposte scenografiche di anni ruggenti (piuttosto a est che a ovest). Lì dentro, fra le impossibili strutture che si reggono in uno sbilenco stupendo perché ogni calcolo è stato ribaltato e riinventato, ombre rigide, dai contorni precisi, mezze figure in piedi si muovono non come schemi di morti o sagome di vivi ma come tracce di pensieri che si dispongono a inseguire, ogni volta è possibile, la più lucida, la più difficile, la più veloce delle verità. In tale paesaggio astratto non c’è nulla di invecchiato, di allegorico-retorico; nulla che sia esplicitamente e semplicemente iconografico, anche se in una disposizione pertinente e duttile del termine; c’è invece il brivido di una violenta e determinante elettricità culturale che è nell’aria, una tensione di cervelli, uno srotolarsi di domande non precipitose ma formulate con rigore, molto aggiornate. Questa città metafisica, che richiama per l’occasione la scenografia o una scenografia del concreto, è certamente rigida nelle sue strutture anche se distorte ma ha una sua malleabilità, una duttilità, probabile nel senso che la sentiamo non solo condizionante ma anche condizionata, se la nostra ipotesi di quelle ombre lanciate alla conquista di una qualche verità, di una qualche certezza può sembrare convincente. Ne consegue che noi l’abitiamo – meglio, la visitiamo, la percorriamo – con una curiosità che in qualche modo si rinnova ad ogni passo o è rinnovata automaticamente proprio per l’impatto ambientale, che rappresenta una «violenza» conoscitiva.

A convalida, mi sembrerebbe subito da indicare la figura del silenzio quale protagonista; o uno dei protagonisti. Non è un silenzio vuoto, un suono appena percepito e soltanto fremito strano della memoria; non è una cassa di percussione o di registrazioni stanche; al contrario: è una comunicazione continua, in cui scattano anche assonanze e consonanze usate o promosse per integrare e completare in ogni direzione il discorso. In quel vuoto apparente noi non esistiamo inerti e non esitiamo aspettando; non mettiamo in moto, ingranando la solita marcia, la ruota della memoria; piuttosto decidiamo d’essere più circospetti, di disporci a un’attesa più cauta, più attenta, acuiamo «tutti» i nostri sensi e perveniamo infine a percepire segnali esigui (all’apparenza), strani (secondo l’esperienza), ma che finiscono per metterci in una nuova-diversa disposizione nel rapporto con il mondo esterno, quindi con la città distorta, la città di tuttestrutture, la città sopradescritta. Così si realizza un impatto positivo e determinante. Noi non dobbiamo riempire un vuoto un silenzio in una città della memoria o in una città quadro, dunque in una città ricostruita e riconquistata dalla cultura vecchia (che vale quanto il montare e incollare pupazzi ritagliati da libri su una fotografia); ma con una certa precipitazione, con una angustia attiva, ci disponiamo a esercitare le nostre idee e le nostre domande in un ambiente urbano che s’adegua alla nostra ricerca, alla nostra scelta metodologica, al conseguente linguaggio. In questa situazione che pare ecologicamente asettica, non disturbata dal livore del passato (non perché il passato sia rifiutato ma perché è confluito e inglobato nella vitalità del presente, senza altre scorie), non c’è presenza di storia, vale a dire di «cose già fatte» – dunque non c’è neppure un tempo o un luogo adibito a mausoleo del sentimento. Anche la donna, che c’è, è un manichino, neppure disposto in attitudine subalterna o sentimentalmente equivoca; è un’altra «probabilità» che può e deve diventare concreta, cioè viva, di volta in volta dopo che l’ordine delle domande sia ristabilito (sia pure un ordine apparente, continuamente manipolato); e la persona diventa viva e ferita perché può collocarsi o ricollocarsi in tal modo dentro a ogni questione; vale a dire che anch’essa vive o torna a vivere solo in virtù delle domande, se se le pone; e non per i sentimenti «tradizionali» che andrebbe a esprimere, secondo la norma. Anche per la donna, dunque, la forza della propria vitalità, o la ripresa della vitalità, si verifica e si convalida con o dopo ogni discesa nell’inferno secco del dubbio. L’ipotesi cartesiana rende questa donna e così anche ogni altro personaggio indicato dal libro, concreto; lo connota di una insoddisfazione fatta tutta di cose, ponendo la secchezza e il rigore della scienza (tabella ordinata di domande-risposte sempre attuale e via via aggiornata) come prevalente cartina di tornasole. Questa precisa «contestazione», non ambivalente, si accentua con una tensione sempre precipitosa ma egualmente sempre precisa; potrei dire meglio: violenta, nel senso che non è tanto sostenuta dall’impegno di cambiare cercando il nuovo ad ogni costo ma dal rifiuto sistematico dell’utilizzazione pragmatica di una tradizione culturale scaduta o interamente strumentalizzata dall’odioso e ubiquo potere politico; in ogni senso.

Ho detto «freddezza» della ragione; aggiungerei: freddezza meccanica, condizionata da tensioni anomale proprio nell’istante stesso in cui la ragione si pone «quelle» domande o cerca di impostare «quei» problemi. Il mistero fugge al mistero, perché in nessun modo si danno echi d’opera (vale a dire, comunque, ricerca d’effetti) nel retroterra e nella terra di Ceccarini. Qua si vuole sul serio rinunciare a tutto e ricominciare da capo. Non tanto a scrivere da capo, ma a interrogarsi da capo. Le domande sono continue; non le domande retoriche (anche se squisitamente retoriche della poesia); non le domande di generica ampiezza sulla sorte dell’uomo; ma le domande meno adatte a entusiasmare per quanto arano il fondo del nostro tempo e che sono legate a una realtà che vede coinvolti tutti gli uomini, cioè l’intera società entro cui si vive e che ci condiziona nei rapporti ma i cui rapporti si cercano (si devono cercare) in quanto sono i fili che reggono la vita. Non sono quindi le domande tradizionali del plasmon benefico o della quieta ciliegia. In questo schema (se è sufficientemente esatto); o se si vuole, in questo tracciato «conoscitivo» anche la morte è un fatto o un atto destinato a invecchiare. Non segna spartiacque e non chiede indulgente. Ne consegue ad esempio con riferimento a questi testi che anche l’aggettivazione, poco commossa, è ideologicamente argomentativa non mai (o quasi) qualificante-descrittiva. Aggiungo, come ulteriore precisazione, che sarebbe magari da apporsi all’inizio, che se il silenzio ecc. è un protagonista (naturalmente non il solo ecc.) la voce (umana) è invece declassata, vale a dire è ricordata o rappresentata (!) nella sua incongruenza o empietà. È una voce che declama soltanto e anche in questo dualismo rovesciato, che rappresenta una diversa prospettiva, sta uno dei punti caratteristici del libro. Il quale merita d’essere letto per intero, nel suo susseguirsi di sussulti e tensioni acri precipitosi dolorosamente intenti e protesi, in quanto disposti in un campo semantico divergente dalla norma. Nel prato ampio del potere culturale che tutto amministra si preferisce, come è giusto d’altra parte e abbastanza scontato, il certo certissimo o il dolce dolcissimo o il tenero tenerissimo o il duro durissimo ecc. mentre Ceccarini sceglie la difficoltà sul serio pericolosa di rimettere tutto, dico tutto, sempre in discussione. Tenendo nel mentre fede ad alcuni principi.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Sotto lo sguardo di Zeiss (Poesie 1968-1972), di Silvano Ceccarini
  • Editore: Argalìa Editore
  • Anno di pubblicazione: 1973
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