Nota

Quest’opra di Davide Argnani la vedo, perché la sento e la leggo, come il luogo conquistato e difeso in cui si può sciogliere il nodo di ogni paura sulla perdita – soprattutto per piccole viltà continuate o per sostanziale ignavia – della memoria storica: “Paura che queste/cose vadano/dimenticare”. E non tanto, o non solo, la memoria delle occasioni quotidiane che tendono spesso a sottrarci ogni tensione verso il futuro; ma la somma davvero grandiosa, o paurosa e quindi opprimente, degli avvenimenti di vertice di questo intero secolo (il ’900, ndr) che ormai va spegnendosi. Un secolo che oltre a omogeneizzare con una fretta impestata paesi e popoli, continenti e civiltà, ha nello stesso tempo prodotto la più spietata violenza collettiva mai largita al genere umano, col preventivo di una possibile, non troppo rimandabile, estinzione.

È perciò indispensabile convincersi della necessità di una presenza attiva, costante, su questi problemi generali e su queste probabilità catastrofiche obiettivamente ravvicinate; e, insieme, di mantenere all’erta una volontà di fare che non può restare privata ma deve essere di continuo alimentata da prelievi morali, da decisioni progettuali, da vigilanza culturale. Tutto questo, allo scopo di collaborare con quanti cercano di avviare sia pure dentro a inesorabili contrattempi qualche atto pratico decisivo, qualche scelta decorosa e generosa. Qualcosa, insomma, che non sia in fretta deperibile; ma, al contrario, risulti abbastanza resistente: tanto da alimentare una speranza sana che uno scontro su questi problemi di sopravvivenza possa non solo prolungare decisioni disastrose ma risultare alla fine anche efficace in assoluto.

In questo senso si colloca dunque la generosa vitale speranza di una buona lotta che non si può rimandare di fare.

E la paura (questa paura, che altro non è, come ho detto, se non la preoccupazione di perdere ogni legame esemplificativo con gli orrori del passato) si traduce quindi, nel testo di Argnani, in una presa di coscienza che induce ad operare, a stare all’erta. Appunto, a non dimenticare.

D’altra parte che essa sia ormai, più che una convinzione, quasi un’ossessione utilissima e giustificata si può verificarlo nei vari passaggi del testo fino alle ultime pagine: “Viviamo senza memoria/la fatica di questi giorni”. E la insistenza convinta di emettere ad ogni momento segnali di richiamo per attizzare, o attivare, un’attenzione non alternante, non svagata, su questi giorni assai complessi e faticosi che rinchiudono la nostra vita, è certamente un dato significativo di questo testo. Che cerca di esporre, ammucchiate in un’unica ara, le costanti follie dei tempi che corrono; le rapide dimenticanze; e il parziale sfracello delle generazioni attuali, disperse dietro o dentro l’arrogante narcisismo delle tecnologie e incapaci di trovare il giusto fiato o il precario equilibrio per una vita appena un poco più umana; più dedicata all’uomo; più partecipata nell’attesa; e meno disposta a cedere alla convinzione – che ormai attiva come una tentazione – che la solitudine sia la salvezza del mondo; e che il sottrarre sé dagli altri non sia più un egoismo che si paga con la disperazione (che può solo travolgere).

Mentre, per aiuto e come un sollievo di sostanza, in queste pagine è scritto:

diciamolo pure

la vita è

dove vanno gli uomini.

Il libro così costruito dietro un progresso di annotazioni, di confronti con le cose che accadono, e di verifica, richiede mi pare una lettura impietosa, senza pause; sollecitando in eguale misura consensi o dissensi, come una forbice di fuoco divaricata; e proponendo un risultato complessivo da condividere per la sostanza con qualche emozione o da eludere con qualche irritazione. Ma è un rischio non solo da calcolare ma reso necessario, inevitabile; dato che la poesia sembra non debba essere mai, come è lecito credere, neutrale.

Anche se questa pur modesta constatazione è trascritta qua in calce perché resti tra noi – data la sua precipitosa inattualità. Appoggiandosi a queste pagine. Sulle quali eventuali obiezioni specifiche sono ovviamente lasciate al beneplacito, libero e attento, di ogni singolo lettore; che è solo da sperare sia anche lui non neutrale.

 

(Questa nota fa parte della presentazione al libro di poesie La casa delle parole, che Roversi scrisse in occasione della prima edizione Ellemme, Roma 1988).

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Storie di filo spinato, di Luciano Foglietta e Davide Argnani
  • Editore: Società Editrice «Il Ponte Vecchio»
  • Anno di pubblicazione: 2009
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