Epoca ed eventi

Ai vecchi, che non siano celebri o venerati, oppure celebri e venerati – perché, allora, gli si permette tutto, anche l’abuso costante di lasciarsi adulare – è consentito su richiesta, come unico vincolo che ancora li possa collegare (e non dico legare) al mondo nuovo che si sta facendo, il contributo di una qualche memoria, che non sia vessatoria né meravigliosa ma reale; e che non si concluda sul tono di “ah, come erano belli quei tempi, i miei tempi; belli giusti diversi per la nostra gioventù”.

Ecco dunque che, avendo sotto gli occhi i cinque fogli con l’elenco dei volumi esposti nell’aula Carducci dell’Università, posso avviare una privata pellicola mentale a colori con riferimento ai volumi stessi, anzi, più direttamente, alle copertine dei volumi; e una correlata pellicola filmica in bianco e nero, sempre mentale, attinente ad alcuni fatti episodi proponimenti del tempo di cui si conserva qualche memoria; con i primi entusiasmi o sorprese di letture poetiche da parte di amici e compagni, verso la fine degli anni ’30 e nei primi anni ’40. Dopo, per varie stagioni e per precise ragioni, sarà una “gentile signora” a menare la danza. Voglio dire che vari volumi esposti in questo luogo carducciano memorabile – dove ho ascoltato parecchie lezioni non più dimenticate di Carlo Calcaterra – si leggevano allora; e così si può andare, per l’occasione, come sulla barca del Cavalcanti, dal Carducci verdino agli ultimi verbo-visuali, completando e ricordando un bell’arco di tempo e di lavoro. Più di un secolo di poesia e, in alcuni casi, di buona poesia, con cime di alta poesia.

Intanto, come annotazione di una curiosità, intorno a queste modeste forme editoriali in esposizione, si potrebbe tentare una classifica non di valori testuali ma di rarità di mercato. Tanto più che oggi la disputa accanita, fra i raccoglitori delle prime edizioni novecentesche italiane, ha fatto lievitare i prezzi a quote non immaginabili solo pochi decenni fa.

Il Campana di Marradi sembrerebbe surclassare ogni altro contendente. Ma rientrando nell’ordine di una valutazione realistica e fredda, il Pascoli delle Myricae nella prima edizione del 1891 – qua presente solo in seconda edizione – potrebbe rappresentare il primo osso nella disputa fra collezionisti.

Campana distribuiva lacerava buttava scagliava dimenticava strappava il suo modestissimo volumetto in 16°; il Pascoli del ’91 ha una linda agilissima sobrietà da animaletto in agguato. In tanti anni ne ho veduto un solo esemplare nel ’50, nella raccolta quasi impenetrabile di un accanito e attentissimo studioso del secondo Ottocento italiano. È mio parere che sia anche più raro del Pinocchio nella prima edizione fiorentina del Paggi, 1883.

Rarissimi: le Rime carducciane, libriccino minuto che fa tenerezza, come un cucciolo disperso; e, per entrare nel Novecento, il Delfini del ’32 e i quattro Govoni, ormai spariti anche dai più rigorosi cataloghi di vendita.

Si saltano i decenni, eppure a vederli così ravvicinati questi volumetti suscitano sempre un tumulto di buone emozioni. Un libro non può mai lasciare indifferenti, si sa; ma questi risultano tanto più avvincenti o sollecitanti, come spinta alla lettura o alla rilettura, perché alcuni sono pietre miliari nel percorso drammatico e accidentato della nostra poesia, affollato da indispensabili formiche industriose. E aggiungerei che si può ricavare di seguito l’impressione di quanto sia scorretta la bocciatura solenne elargita da più parti accademiche, in questa tornata di settimane piovose, della letteratura e della poesia italiana di questo secolo (salvo l’esiguo gruppetto dei notabili già santificati). A contrasto, sfiorando con gli occhi anche solo parte delle suddette copertine, si partecipa di un lavoro fertile, intenso nell’insistenza, teso a fare e a concludere, alimentato da autori e da opere che, troppo spesso, hanno dovuto aprirsi la strada col machete, senza il supporto – in molti periodi – di una critica ufficiale seriamente partecipe anche se liberamente e vitalmente conflittuante.

Un esempio: Giuseppe Guglielmi – qua, per fortuna, presente – è conosciuto da cinquanta lettori (lui che è, davvero, il Gadda in poesia di questi ultimi cinquant’anni); o il gran fiume della poesia verbo-visuale, rimasto fuori da ogni porto, o da ogni porta dei vari banchetti celebrativi e ricapitolanti. Mi scuso, e non dimentico il mandato di radunare alcune briciole su Bologna al tempo delle Poesie a Casarsa.

Poche cose. Una città poco per volta preda della guerra; con un passaggio strisciante dall’inquieta indifferenza al coinvolgimento drammatico. Anche i giovani, quelli che frequentavo – avendo come professori dal liceo all’università, fra gli altri, Antonio Rinaldi, Gaetano Arcangeli, Roberto Longhi, Alberto Mocchino, Carlo Galavotti, Carlo Calcaterra – leggevano molta poesia, magari la scrivevano, tra una esaltazione privata e lo sconforto che sentivano crescere per il tempo sempre più duro – prima di doverlo masticare fino in fondo.

Ma nella pratica, se può servire una breve esemplificazione, riferisco di un bombardamento aereo sulla città, che mi sorprese mentre su una scala, nella libreria Cappelli, perlustravo lo scaffale più alto alla ricerca di qualche libretto buono e atteso. Per la fretta di scendere sdrucciolando con le mani sul legno, sbucciai la pelle a sangue ma stringevo fra i denti, mentre cominciavano a cadere le bombe, Frontiera di Sereni, nell’edizione di Corrente. Erano un po’ queste le nostre situazioni di approccio alla lettura; a conferma, dentro di noi, nonostante l’insania del tempo, di una insistenza e di una furia di voler leggere e di volere conoscere a tutti i costi, attraverso la poesia comunque consumata, le ragioni della violenza che ci circondava.

Un bisogno, attraverso quella fatica e quella sorpresa, di ripulirsi e rinforzarsi con il mezzo della parola, scoperta conservata difesa elargita; un fuoco giusto che non feriva a morte come gli altri fuochi ma che concedeva un po’ di lume per le notti che sembravano non finire mai.

La voglia di capire e di intendere, e di partecipare, come è nei giovani da che mondo è mondo, in quel momento filtrava per noi soprattutto attraverso questi libri di poesia. O dai libri di poesia. Libri maledetti, libri amati, libri divorati. Alcuni, come uccelli migratori, sono proprio in quest’aula.

Potrei aggiungere d’essere stato testimone della nascita e della conclusione editoriale delle due plaquettes di Leonetti e di Pasolini. Ma appena uscite dall’officina tipografica Tamari, sede in piazza Calderini, con la sigla editoriale del libraio antiquario Mario Landi – bottega tutta di legno in un interno di piazza San Domenico – la piccola compagnia si disperse e ciascuno camminò verso il proprio destino diventando uomo. Tenendo in ogni frangente, nel taschino della camicia, come un talismano, un opuscolo di poesia. Scelto fra i più cari e i più leggeri. In tempo di guerra; in guerra.

Così, risulterebbe oggi forse un confronto curioso veder decidere, fra i giovani, quale testo porterebbero nel taschino dalla parte del cuore, in un momento della vita, fra polvere e marce; o magari nella prossima guerra dei mondi; non potendo caricarsi di videocassette, cassette, CD con relativo armamentario. Quale, insieme al pacchetto delle sigarette, per necessario conforto? Anche solo da tastare, con la mano, ogni tanto, fra fuoco; o silenzio. Non è questa la vita?

 

Un interminabile amore. La regione della poesia. Mostra di prime edizioni di poeti emiliano-romagnoli del ’900, BUP, 1996.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Un interminabile amore. La regione della poesia
  • Editore: BUP
  • Anno di pubblicazione: 1996
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