I tre gabbiani

(Lettera inviata privatamente ad Antonioni nel corso della preparazione del film, sulla base di una lettura del racconto non ancora sceneggiato).

 

1. Finita la lettura, alla domanda conclusiva che sopravviene, per cercare di afferrare un primo rapido filo: qual è il succo del presente racconto? oppure: qual è il suo centro? credo di potere rispondere intanto con alcune negazioni. Cioè: non è un triangolo (una storia «diretta» di tre amori; di tre possibili o impossibili amori); non è un elenco drammatico di solitudini individuali che si cercano; non è il racconto ideologicamente onnicomprensivo di alcuni prototipi estrapolati dalla società di questi giorni; non è neanche un’autobiografia (sia pure un momento autobiografico) di una persona fra altre persone; non è un racconto esistenziale, sia pure nella direzione alta della novellistica occidentale. Inoltre non ha una morale e lascia perfino dubitare se si conclude nel negativo o se raccoglie dentro una qualche speranza di campare (per chi la cerca, naturalmente).

Con le annotate premesse, che accantonano dal mio punto di vista una serie articolata di riferimenti rituali, il campo è lasciato aperto a questa affermazione:

 

2. Mi pare che sia, e debba essere, il viaggio, in vagone letto, dentro a un girone dantesco; meglio ancora: dentro al quinto canto dell’amore, dove ci stanno non tanto gli amori compiuti quanto gli amori non consumati. Quelli del cuore, ma anche quelli della mente delusa e straziata; o inquieta e incerta – come vedremo.

Dunque è un viaggio fatto per conoscere, non per amare; per conquistare qualcosa, non per cederla; per sopraffare, non per ascoltare. È un viaggio di conquista o di una violenza almeno tentata; l’esame lucido e contratto, cioè ridotto all’essenziale, di una prepotenza istituzionale (che ha per veicolo la ragione) sulla giovane e imprevedibile prepotenza delle generazioni emergenti (che ha per veicolo le trame difficili e sconosciute dei nuovi sentimenti).

Una volta, nel mare aperto che era sul serio misterioso, c’era almeno un Moby Dick da inseguire perseguitare fiocinare abbattere, per dare fiato all’albero delle nostre rimozioni – che si inventa quotidiane sventure. Sicché giravi giravi giravi sperando di vedere da lontano il suo soffiare; e sapendo che bastava aspettare perché questo accadesse. Oggi il mare è soltanto lercio, pauroso, deserto e già tutto navigato. Può uccidere per noia, può incantare per disperazione. Ma i suoi mostri sono scomparsi, fiocinati dall’uomo fino all’ultimo esemplare. Infatti l’ultima balena bianca piange, arenata, contro le scogliere della Cornovaglia. I mostri del mare non si possono neanche più cercare; così come quelli della vita. Si può solo temere la loro ombra, dentro alla nostra memoria. È solo ricordando che puoi ricordarti di morire. È a questo punto, di fronte a questa possibilità o impossibilità di raggiungere qualche sorpresa, che sembra esplodere nel privato, o nel sociale, una pazzia lucida ma furiosa, tutta introiettata, la quale mette fuori giuoco anche la morte. Perché l’uomo di oggi è obbligato (non ho detto condannato) a vivere.

Lo spettacolo «assoluto» del presente racconto è dunque radunato senza soluzione di continuità dentro a «questa» società, che si proietta metaforicamente come un oceano aperto, contenitore di tutte le grida e di tutte le domande; quindi anche della voce di tre gabbiani che volano, si cercano, si perdono. La terra, con la sua consistenza solida o almeno come approdo da un volo, sembra lontana. La luce che avvolge persone e cose è il lume grigio del mare quando ha paura della notte. Non c’è neanche il vento; il suo suono.

 

3. Niccolò, Mavi, Ida sono tre gabbiani che volano (in quel modo) ma sono anche tre petroliere ferme, a distanza, su questo mare.

Cominciamo da Niccolò, che mi sembra un poco, appena un poco, a mezz’aria e quindi, in partenza, impreciso (indeciso). Proporrei che si capisse subito che è un autore importante, reduce da un grande successo di critica, il quale ha il bisogno – un bisogno quasi ossessivo e possessivo – di preparare una nuova opera dentro alla quale sente di dover convogliare almeno alcuni aspetti della nuova realtà – dopo averla riconosciuta con fatica e magari anche solo in parte. Insomma, deve riuscire a fare i conti con quei problemi di fondo, stravolti e contorti e per qualche aspetto perfino infernali, così ambigui e sfuggenti, degli anni che corrono. Deve approntarsi, cercando di rinnovarli, i propri strumenti culturali e linguistici; perché diventino idonei a un discorso del tutto rovesciato nel suo rapporto con la verità istituzionale (così sconnessa) e con la realtà emergente.

Per riciclarsi in generale, e per cominciare a prepararsi, ha bisogno di guardarsi intorno, con insistenza e con una puntigliosa e avida profondità; perciò deve rifuggire o rifiutare l’ottica tradizionale, anche se è acuta (essendo, in ultima analisi, l’ottica della sua vecchia cultura); per inseguire l’ottica irritante, contrastante, qualche volta perfino ripugnante, delle nuove generazioni; da cui non si può prescindere e che porta a identificare, almeno a delimitare, i problemi, gli elementi e i numerosi segmenti della cultura emergente – che non ha ancora una sua specificazione evidente e almeno in parte rassicurante; e che sembra trascinarci alla deriva con violenza, senza concedere nessun preavviso di una qualche speranza.

Questo rischio va corso e questo viaggio affrontato per cominciare o ricominciare a capire. E questo tentativo di scelta è lo specifico «straordinario» del personaggio. Per ricominciare a capire qualcosa del mondo Niccolò sente d’avere bisogno d’aiuto. Questo aiuto lo cerca senza però mostrare la fretta di trovare qualcosa (ha questa lucidità nella determinazione, e questa cura astuta – in un certo senso soprattutto spietata – di nascondere le ragioni e i modi di questa sua «investigazione»). Tale tensione intellettuale, dentro la mortificazione di non doverla esprimere, di non poterla esibire, rende la sua situazione più drammatica, molto più drammatica che se egli scaricasse fuori, magari anche con violenza, il grumo delle sue ambiguità, incertezze, fissazioni; e delle sue necessità.

Niccolò è l’uomo che fa e non dice; che cerca annusa insegue ma non può parlare troppo, nella direzione voluta; e non per astuzia ma per una interna disperazione; perché non saprebbe bene quale codice usare per la comunicazione. Ogni volta che ha tentato, o tenta, sente come una frustata che il suo linguaggio è vecchio di mille anni. E il suo respiro si fa secco.

 

4. Niccolò crede di riuscire ad avere il primo affondo, nella direzione indicata e per le ragioni esposte, attraverso Mavi. Crede che Mavi possa essere il tramite, un possibile tramite a un aggancio, a un primo aggancio con questo mondo. Crede spera vuole (cerca) solo questo; per il momento non sa altro.

Se è così, allora mi sembra che nel racconto il letto e lo scopare – ad esempio – come luogo e funzione determinati siano mortificati dentro a una normale ovvietà; in altre parole mi arrivano come i termini (molto parziali nella loro significazione) di rapporti etero-diretti di puro stampo ottocentesco. E questo in generale, oggi; e non solo dentro a questo racconto. Il letto, nella sua evidenza metaforica o nella sua realtà (quella cioè di essere quel letto su cui si sta abbracciati) si è ormai aperto completamente e completamente disfatto; e nessuno lo può più riordinare. È in grande confusione e in totale smarrimento; è popolato da cento voci, come l’agorà dei sofisti nell’ora del mercato pieno; non tollera più la solitudine dei gemiti individuali ma è l’incontro di battaglie in cui si affrontano guerrieri spietati; lì dentro si sono tornati a nascondere anche gli dèi di Omero, che guardano più spaventati che divertiti. E questo accade anche nelle casette sui monti. Quando ci entri, in quel letto, non sai più se ritornerai in terra vivo; o se sarai ucciso; o se dovrai uccidere qualcuno. È ormai il luogo di tutte le possibili combustioni o delle tragedie più sofisticate; in cui inoltrarsi come in una foresta, dentro alla quale Niccolò, usufruendo della perfidia acuminata della sua ragione, cerca ogni volta di cavare anche i più fragili frammenti di notizia sulle cose del mondo. Io credo che non possa concedersi o permettersi altro. A lui non interessa tanto di fare l’amore, – anche se, naturalmente, lo fa, – quanto di osservare guardare ascoltare percepire speculare sprofondare e raccogliere (frenandosi addirittura, anche in quei momenti, quasi per annotare un rapido appunto sul taccuino). Per osservare l’ombra di tutti i desideri, il suono e il risvolto di tutte le parole. Ogni moto. Attento fino allo spasimo a quegli splendidi e struggenti squarci di verità (anche privata) che si aprono quando un cuore nudo è contro un cuore nudo e li combatte. In ogni rapporto, c’è sempre di mezzo l’intercapedine invisibile ma infrangibile di uno spietato interesse privato.

Niccolò non può abbandonarsi mai, attento fino quasi a soffrire fisicamente. Questa attenzione mai squilibrata; o semmai soltanto incrinata da impercettibili moti di cedimento subito controllati (moti naturali, in lui, di cedimento alle emozioni o alle tentazioni del privato); è il suo dato caratterizzante. Cosicché io lo definirei un analista dei sentimenti in una situazione d’emergenza; un analista al limite del dramma per urgenza nelle scadenze e per la tensione intellettuale.

 

5.Mavi appare subito una donna che ha parecchi problemi, alcuni molto aggrumati e dolorosi, con insistenza; problemi dunque che la drammatizzano ma che nel racconto restano rivolti all’interno, come dire? introiettati; mentre a me sembrerebbe inevitabile una esplosione esterna, sia pure controllata e parziale, legata a un moto del cuore, a uno scambio di voci, a un momento narrativo specificatamente aggressivo, approfondito.

Mavi è un giovane squalo in avaria. È ferito da un arpione, sanguina da un fianco; ma sceglie – più che fuggire, più che allontanarsi dal suo inseguitore – di nascondersi in luoghi vicini, di defilarsi soltanto un poco; coinvolgendo nel dolore per la ferita ricevuta e patita una insaziabile persistente curiosità (quasi da piccolo inferno, tanto è attenta ai dettagli per il pericolo che l’ha coinvolta). Aggiungo: sulla pelle, quasi appiccicata addosso, Mavi ha l’ossessione di una bellezza disperata e inutile; ma alla quale non può sottrarsi. Se vuol vivere non può che vivere con essa; solo con la morte può sperare di spegnere questo faticoso splendore. Essa sente (più che sapere con l’ordine della ragione) che oggi la bellezza non può non essere (appunto) che disperata e inutile; non perché è fragile e fuggevole, secondo la iconologia tradizionale che la esaltava, ma perché ha una sola collocazione, un solo uso; altrimenti non ha posto. (Quindi non dà pace, è un peso non sopportabile dentro a questo mondo in movimento). Infatti la bellezza è un elemento subito identificabile, mercificabile, mercificato; non c’è speranza di sottrarsi a una lucida pronta e completa manomissione, per chi si porta in viso o addosso il peso di questa maledizione (tale e quale il segno biblico della peste, che condannava ed isolava senza alcuna speranza di salvezza o di commiserazione).

Oggi la bellezza è perseguitata e inseguita, affrontata e afferrata in ogni condizione; consumata in ogni luogo, distrutta con furia per la logica e inesorabile necessità del sistema. Non trova rifugio neanche nell’ambito dell’amicizia, dell’amore tradizionale, della famiglia fino a poco tempo fa tutela spesso feroce e spietata (e serra ad aria pressurizzata) di tutto dò che affondava e poi lentamente sfioriva e si consumava nel regno della donna e dei suoi terribili affetti.

Mavi è troppo bella; perciò è inquieta, fantasiosa, incerta, ansiosa (più che nevrotica) come un cane all’erta. Sente che deve sempre allontanarsi da qualcosa, mentre vorrebbe fermarsi e desidererebbe prendere fiato, con tenerezza. Sente che deve muoversi senza lasciare traccia, se vuole sfuggire all’aggressione del momento. Se si ferma, sa che sarà subito ripresa nel giro ossessivo delle tentazioni (tempestose o innocue secondo le occasioni) del mondo, e non avrà più possibilità di scampo dentro la vita; sarà senz’altro perduta e legata in modo irreversibile a qualcosa o a qualcuno. Solo una «esplosione» esistenziale violenta e decisiva, affondata dentro ai sentimenti (o, meglio, dentro alla curiosità dei sentimenti) potrebbe salvarla (come in seguito potrebbe non dico salvare Ida, ma almeno convincerla rassicurarla e intenerirla nella ricerca di un ordine dentro le cose nuove); quindi un nuovo rapporto con l’uomo; e magari proprio con questo uomo che è Niccolò. Un rapporto che non dovrebbe ricalcare i binari usuali; non consumato dalla cultura e non sfilacciato da una abitudine poco rassicurante; ma provocante e inquieto proprio come un territorio che si scopre un poco per volta. Ripeto: un affondo completo nei mari poco esplorati dei sentimenti.

A Niccolò, prima da Mavi (a suo modo e secondo le sue necessità) poi come vedremo da Ida (ugualmente a suo modo e secondo necessità) viene rivolta la richiesta di un servizio sentimentale di nuovo tipo. Al quale l’uomo non sa adeguarsi o non sa inchinarsi. Questo servizio Niccolò non solo non vuole offrirlo, perché è alla ricerca di altra preda per sé e ha una fame tutta privata, egoistica; ma anche se volesse, ripeto, non saprebbe come e cosa fare. C’è un gap incomponibile fra le due donne e questo uomo, sia pure all’interno di due diversi rapporti. È Niccolò ad essere alla cerca di soddisfazioni diversificate ma troppo egoistiche e generiche. Quindi questa ricerca è toccata da troppa arroganza (dentro a una apparente umiltà o naturalezza di comportamento e di richieste); è troppo tecnica e inflessibile, per liberargli intorno un qualsiasi segno o un qualsiasi attimo di tenerezza disarmata.

Tutto ciò può legarsi alla conclusione finale di Mavi, quando dice a Niccolò: «Mi fai paura». La frase coglie molto bene, e definisce bene, sia la tormentata inerzia della donna sia la fame deleteria dell’uomo – che ha denti solo per ferire. La vicenda, fra i due, si svolge nel tentativo di avvicinarsi (secondo le motivazioni già enunciate e che ho cercato di estrapolare dal contesto) e nella presa di coscienza di una impossibilità motivata e precisa di riuscirci. Quindi senza una via d’uscita; drammatica al limite della tensione esistenziale, perché coinvolge la chiave di lettura di questo mondo.

Mavi mi richiama, a questo punto, e sia pure in una identificazione che direi «capovolta», la Nadja di Breton («Chi è lei?» E Nadja senza esitare: «Sono l’anima errante»). È la stessa Nadja che poco più avanti dice: «Chi ero? Sono passati dei secoli. E tu, allora, chi eri?» Quindi il racconto prosegue: «Passiamo di nuovo lungo la cancellata quando tutto a un tratto Nadja si rifiuta d’andare avanti. C’è, a destra, più in basso, una finestra verso il fossato, dalla quale non le riesce più di staccare gli occhi. Davanti a questa finestra che sembra sbarrata, bisogna assolutamente restare in attesa, lei lo sa. È di là che tutto può venire. È là che tutto comincia. Si stringe con entrambe le mani alla cancellata perché io non possa trascinarla via. Non risponde quasi più alle mie domande».

Ecco, il progressivo affievolimento, il progressivo allontanamento di Mavi (quasi una piccola ma pericolosa fuga tutta ritmata) mi sembrano legati a una occasione, anzi a una situazione simile; così profonda, totale, personale. Segnata da una metaforicità al limite della sopravvivenza o della follia; o del completo annientamento dentro al massacro grigio della vita. Perché come Nadja, anche Mavi «non è mai perfettamente inconoscibile, né perfettamente conoscibile: essa è solo riconoscibile».

 

6. A questo punto aggiungo che, se non è troppo sbagliato il mio punto di vista, bisognerebbe almeno ritoccare qualcosa in due momenti del racconto.

Dopo l’arrivo nella casa di campagna (la notte della nebbia) e prima della discesa all’inferno (il volo freddo dei pipistrelli); magari davanti a un fuoco che stenta ad accendersi in quella casa deserta (la legna è troppo dura? è troppo bagnata?); anzi, mentre sono chinati a cercare di accenderlo, questo fuoco; credo che Mavi e Niccolò debbano avere uno scambio di parole – rapido ma quasi conclusivo. Ad esempio (scrivo in modo approssimativo solo per spiegarmi meglio):

 

NICCOLÒ     Ti voglio bene.

MAVI            Non credo che sia possibile.

NICCOLÒ     Perché?

MAVI            Non lo credo possibile.

NICCOLÒ     Perché?

MAVI            Tu prendi soltanto. Prendi; e magari con un po’ di tenerezza, magari

                       con un po’ di vergogna. Ma prendi. Come un uccello da preda, cerchi solo

                       di sfamarti. Per sopravvivere.

 

Questo aggiungerebbe peso, e un peso specifico, alla decisione di allontanarsi (anzi, di sparire) e preciserebbe un giudizio complessivo e gridato (molto esplicito) su Niccolò – che così si vede scoperto. Niccolò, l’uomo ferito, appesantito, anche un poco mortificato dal peso di una fama che non gli lascia più tregua e spazio; e che lo costringe ad arraffare per sopravvivere e per muoversi, per lavorare, per rispondere alle richieste; per saper rispondere. E in questa costrizione ossessiva si trova invischiato vilipeso ferito. Aggiungerei, anche un poco corrotto. Ma avendo assoluto e immediato bisogno degli altri per cercare di appianare la sua angoscia delle idee, non esita a perseguitarli (senza volerlo riconoscere); a strizzarli come pezze (senza volerlo riconoscere); a martirizzarli (senza volerlo riconoscere). Insomma, prende tutto strappandolo con i denti, pezzetto per pezzetto. Anche semplici lembi di vestiti (che sono poi piccole parvenze di verità). Ruba, si appropria, striscia, incanta, vorrebbe anche regalare. Invade ogni terreno di caccia. E intanto, al contrario, ha perso anche il ricordo di come si può compiere qualche sacrificio, sia pure insignificante in apparenza, per gli altri.

La sua è la ferocia maestra; la ferocia neutra, grigia, inflessibile che imperversa oggi nel mondo sotto tutti i travestimenti. Un mondo che nelle sue istituzioni di base, sclerotizzate ma sempre in evidenza, è accanitamente difeso da una popolazione di lupi legati agli alberi delle regole tradizionali. E perciò destinate all’estinzione; ma dopo una tragedia.

 

7. Mavi, in questo contesto, è (totalmente) la giovinezza nuova che si mostra col segno di una bellezza vecchia (voglio dire: con i segni di un linguaggio del tutto inserito dentro alle norme dei breviari di estetica classici). Una bellezza che lei patisce, sopporta (come ho già detto); da cui è offesa e perseguitata ma da cui non riesce a difendersi se non fuggendo; oppure, per chiedere tregua, semplicemente esibendola; oppure usandola con rabbia calcolata e dentro a una progressione drammatica che la porta ad essere ferita, a restare sola. Appunto: in una solitudine da squalo arpionato, sanguinante.

Mavi è un personaggio complesso, in movimento ambiguo, molto vero. Tutto raccolto dentro a una inevitabile ma struggente compattezza formale.

Ma il secondo punto che chiede un ritocco si trova alla fine della sua storia, quando siede vicina a Niccolò, senza saperlo, sulle scale di casa. Anziché lasciarsi per sempre dentro a un vuoto di segni, cioè senza alcun segnale conclusivo (l’interferenza del silenzio, in questa situazione, mi sembrerebbe una scelta troppo ovviamente metaforica e quindi ritardante e scontata) dovrebbe accadere – per fare il solito esempio del tutto strumentale – che a Niccolò cade in terra l’accendino stretto in mano e che il rumore, naturalmente, faccia alzare gli occhi a Mavi. Rapido scontro di sguardi; poi la porta di casa è finalmente aperta e Mavi mentre si alza e si avvia dovrebbe fare un qualche cenno di silenzio (di non parlare; di non volere più parlare e guardare). Un leggerissimo segnale con gli occhi, con la mano, con la bocca, con la spalla. L’interruzione definitiva di comunicazione fra due cuori che pensano. Una fine che assomiglia un poco allo scomparire nella morte.

Infatti Mavi (l’incontro con Mavi) è una occasione per Niccolò ma anche una necessità. E lei non può essere lasciata se non nel silenzio «controllato», in un silenzio che parla; cioè nel rifiuto di sapere, conoscere, comunicare. Ma un rifiuto consapevole; un rifiuto che si vuole. Patito fino in fondo e molto simile a una incrinatura, una lacerazione del cuore.

 

8. Ida è (così vuole essere, mi pare) la giovinezza che non ha più legami col passato; non ha memoria storica; non ha più curiosità della storia; o non ne ha più nostalgia. Senza troppa famiglia; senza troppa cultura (non per una ignoranza cercata; piuttosto perché le cose che stanno accadendo non sono ancora codificate e nelle grammatiche che sembrano rassicuranti c’è dentro solo una scienza antica). La cultura è sostituita dalla curiosità.

Senza una bellezza che la vincola, quindi senza più il marchio di essere, di dovere essere questa donna. Senza più la tentazione di offrirsi e la necessità di essere scelta. Quindi non più la donna, secondo la mentalità renitente di Niccolò («con chi scopi, adesso?») da portare a letto; ma che sceglie lei, decide lei, si incuriosisce lei, e non concede nulla. Non ha più nemmeno i residui filamentosi di ricchezza, stato sociale, educazione trilingue, bellezza sofisticata che legano Mavi a una situazione esplicitamente abbastanza tradizionale. Anzi, Ida è proprio la netta contrapposizione dentro a uno stesso contenitore. La sua esistenza si muove in una fatica continuata ma accettata e sempre ribattuta con la fantasia.

Ida è donna «nuova» non perché ha rifiutato dentro a una lotta il mondo vecchio; ma perché ha raccolto con una inquietudine non tragica ma critica dentro ai pensieri le novità di questo mondo; e via via continua ad accoglierle; e quindi non può più avere i connotati tradizionali, i marchi ritualistici della donna che deve avere la bellezza come segno che la distingue e il sesso come offerta determinante nel suo contratto sodale; al modo che gli indiani debbono avere una penna infilzata fra i capelli. Ida non è più, finalmente, una donna da copertina. Per ottenere questo omaggio o questo consenso, in piena contraddizione con l’uso, dovrebbe non tanto spogliarsi ma vestirsi; avere addosso una divisa; forse sparare (come la brigatista; e non direi la ragazza del brigatista). Ida è completamente diversa anche nella tranquilla e disarmante normalità del suo lavoro; nell’uso della sua nudità (che non è affatto una emergenza rispetto al suo essere vestita). È diversa, perché difende con lucidità, e con una tranquillità che però è molto vigile, una sua volontà di ordine personale che via via sta conquistando; ordine sentimentale e ordine esistenziale – e questo, dentro al riconosciuto e perciò rifiutato grande disordine del mondo. Che c’è, è un dato di fatto ma non si traduce in giudizio morale né in una ossessione.

 

9. Ida è questo personaggio (con tanta giusta tenerezza e tanta rigorosa semplicità) perché sa, e non ha bisogno di ripeterlo, che il disordine attuale è in ogni modo e in ogni occasione e in ogni dettaglio gestito e prolungato dal potere reale; e che per ottenere l’ordine necessario, dentro al quale ricostruire o custodire la propria vita, bisogna non solo conquistarselo rinunciando alle offerte e alle offese; ma poi difenderlo con tutta la fatica e l’insistenza possibili. È la grande scelta, in atto oggi, della politica trascinata e trasferita nell’ambito rigoroso del privato. Quindi non una rinuncia alla lotta ma un aumento, se si vuole, nell’intensità dentro ad essa e una diversa disposizione. La crescita di un metodo nuovo (di vita e di comportamento) dentro nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi bisogni. I giovani stanno soffiando sui vulcani. Attenti alla prossima lava.

Il cuore di Ida è una piazza d’armi; più affascinante, in movimento, inquieto; più vigile e pericoloso delle scelte antiquate e soltanto atroci di chi, uscendo da caverne ammuffite, sceglie soltanto il gesto inutile di sparare. Questo tipo di violenza, nella sua efficienza reale, si è consumata e spenta con la Comune.

Perciò non solo l’assenza ma il determinato rifiuto di qualsiasi requisito tradizionale femminile è il segno della maturità di una lotta in atto ma è anche il segno della conquista già raggiunta, almeno nella sua generalità, di una diversa visione del mondo.

Ida è una ragazza che non ha più paura dei sentimenti. Anzi, li cerca, li alleva, li cura, li difende, li ama, li vuole, li sovrappone; con una tenerezza meticolosa; con la tenerezza di chi stringe fra le braccia, in un momento d’abbandono e contemporaneamente, un bimbetto e un gattino.

Racchiusa, raccolta, quasi difesa in una normalità che contrasta con il colore, con il fulgore (tutto ingemmato) di Mavi, Ida è non solo un personaggio «straordinario», ma – ripeto – è un personaggio «drammatico». Propone, con uno sforzo non esibito ma tutto al fondo, la ricerca di un equilibrio sempre sottile, molto raffinato, dentro le cose e fra le persone; propone la ricerca di una tenerezza «totale» (per niente scipita ma molto mossa e commossa) che vorrebbe essere sempre e tutta goduta; e queste ricerche corrispondono alle generali richieste inseguite e alimentate, in ogni occasione, dai giovani oggi.

La nuova generazione ricomincia a dire (senza sorridere, senza arrossire dentro all’ovvietà, ma come una comunicazione che è necessaria quindi non si può evitare) perfino la frase ti amo. Questa generazione, aprendosi la strada fra le attuali contraddizioni acuminate come spade disposte in ogni luogo, si muove alla ricerca dei buoni sentimenti, di azioni generose. Ha bisogno di archetipi non ricostruiti o ricevuti ma trovati sul campo; non da venerare ma da accompagnare. Anzi, da cui farsi accompagnare. Non vuole più condottieri o maestri infami; vuole amici. Magari amici da rispettare. Perciò escluderei l’eccitazione sessuale anche dentro la clandestinità (di cui, giustamente dal suo punto di vista, parla Niccolò; che, lo ripeto, vede ancora nel letto l’arena del maschio e non il luogo in cui si può anche dormire in pace col gatto).

 

10. Ida è un poco scentrata, nei suoi connotati anagrafici – che vorrei appena un poco più espliciti e modificati; più accentrati; e si sperde (quel tanto, un fiato) nella conclusione. Nella motivazione, non nella scena tutta disposta che mi piace molto. A parte Venezia. Proporrei questa controindicazione: essa è separata da un marito coetaneo e inquieto (più di lei alla ricerca) ed ha un bimbetto di pochi anni (o magari di pochi mesi) che si tiene vicino vicino, senza preoccupazione. Lo affiderà al padre o ai nonni solo quando partirà con Niccolò (una partenza senza problemi). Questo è un comportamento naturale in una situazione normale; però contribuisce a determinare nel senso giusto il personaggio, a dargli una realtà tutta dentro alle cose e agli affetti, che invece adesso ancora non ha.

Ida è una Madonna senza Giuseppe, ma col suo Gesù fra le braccia; che invece di fuggire cerca, invece di piangere aspetta; che non ha tenerezza di santa ma un amore inquieto, turbato, tutto moderno; che non guarda il cielo ma la terra; non è ansiosa ma curiosa; che si adatta nella speranza sulle cose e non sugli angeli; che legge prima di dormire; che lavora senza rabbia; e che sa, e questo la interessa, che deve difendere economicamente il figlio invece di essere difesa. Un piccolo angelo in battaglia.

Il suo amore per Niccolò è, semplicemente, amore (proprio ciò che Niccolò non vuole, non può avere; che deve sfuggire). Voglio dire che, semplicemente, lo ama; in quel momento. Certo: amore è stare insieme; ma è anche pensare il modo di potere stare insieme. Amore è andare a letto ma è anche camminare fuori dal letto; è viaggiare ma è anche ritornare; è sorridere ma è anche piangere; è partorire ma è anche allevare. Può essere anche morire. È non avere misteri; è dare e non volere ricevere niente in cambio. Perciò mi sembra molto vero che Ida rifiuti la chiave della casa di Niccolò; e che Niccolò con una arroganza indifferente che è tipica, le dica «comprati ciò che vuoi»; e che Ida quasi senza badargli risponda che non vuole niente. Che non ha bisogno di niente.

Ida lascia Niccolò; o, meglio, si stacca da Niccolò quasi all’improvviso (quindi non fugge, non si sottrae come Mavi – che è un personaggio tutto bucato come la superficie della luna) proprio perché l’amore è anche dolore senza ragione, ed è lei sola a sopportarlo e a sentirlo. Perché Niccolò non soffre con lei; e non produce amore come lei. Ida lo lascia piangendo, in apparenza in un modo melodrammatico ma in realtà, e in questa occasione, in un modo «stupendamente» autentico, come se soffrisse per una lacerazione dolorosa e a pelle viva. Lo lascia, in conclusione, per le stesse ragioni di Mavi, anche se i modi del distacco sono diversi. Ripeto: entrambe lasciano Niccolò per colpa di Niccolò (freddo, pericoloso arpionatore; reso quasi sfinito dall’abitudine); perché lui è ancora, o è soltanto, uomo-uomo. Non solo perché non sa amare, ma perché non produce amore. Perché l’una teme e l’altra rifugge la sua arroganza, la sua avidità tutta di testa. Niccolò sembra a loro, ed è, un cacciatore di teste. Come tutti gli uomini d’oggi non vuole dare né concedere speranza. Perché avendola perduta, la ricerca con affanno per sé.

 

Con alcuni approfondimenti e alcune registrazioni dentro alla storia e dentro ai tre personaggi, credo che i vari momenti del racconto, che adesso possono sembrare ancora «occasioni», possano diventare «situazioni» reali. La storia, nella sua struttura così organizzata, è ben disposta a recepirli.

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Identificazione di una donna, di Michelangelo Antonioni
  • Editore: Einaudi
  • Anno di pubblicazione: 1983
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