Sopra le cose non davanti alle cose

Sono certamente un guardatore molto modesto ma almeno attento, con deduzioni del tutto personali; d’altra parte come tanti, che però sono più bravi e sottili a guardare. Dico questo, per il consueto scrupolo a trascrivere qualche nota anche in merito a questa occasione molto interessante di lettura. Dato che è davvero stimolante la quantità di suggestioni che riesco a ricavare dal rapporto diretto con questi ampi fogli parlanti; inesaustamente parlanti.

Anche perché i segni di ogni genere, oggi, hanno per lo più un triste cammino e tendono a disperdersi in un grande cimiteromare di vocibisbigli o addirittura in una deflagrazione che sembra generale e invece non è (si salva sempre qualcosa). Scompaiono, ma davvero, in progressione lenta ma ormai inesorabile, anche le grandi lingue non centrali della cultura; intanto. L’olandese, per esempio, come abbiamo appena letto, per autodistruzione dei propri parlanti, che si bruciano lingua e labbra; ed è come vedere in video la demolizione programmata di un grattacielo, che si affloscia (sembra) sopra la propria anima spaurita e ormai spenta. E fa soltanto polvere, come un pianto secco della memoria. Ad ogni modo l’aria sarà presto schiarita e a terra non resteranno che pietre accartocciate.

Ecco, vorrei dire che Pierre Alechinsky (l’opera sua che conosco) a me sembra che compia sulla telacarta (quindi anche in video o in diretta, quasi ferendosi le mani nell’uso di tutto ciò che può produrre segno) l’operazione opposta contraria. Di radunare, cioè, le pietre, i pannelli, i marmi, le travi; di richiamare la polvere risucchiandola dal cielo che è all’orizzonte; e via via sovrapponendo cosa a cosa ricomporre di nuovo l’edificio prima consumato (distrutto); il grattacielo perduto.

A confermare che niente viene demolito o perduto per sempre; che la realtà della vita o dei sentimenti o la forza delle cose pensate in testa non si cancellano una volta soltanto ma corrono a ricomporsi come un qualche fiume sottoterra in qualche altro angolo del mondo (anche solo del nostro mondo privato); e che basta una voglia vera per ricostruirle, per ricomporle direi meglio, dal loro soffocato dolore.

Che può essere dolore anche soltanto di assenza, di mancanza non di manomissione. Per dare forza di volontà a una morte soltanto apparente.

L’arte parte dunque da un’apparente disfatta non tanto per ricongiungersi alla vita ma per ricomporsi e riconoscersi nella vita (in una vita così tormentata e difficile, che ha bisogno non di grandezza ma di volontà fantastica, nella pazienza cauta e insistente dei sentimenti, per sottrarsi alla storia che logora travolge e inquina); per riconoscersi, ripeto, nel moto (direi nel mito) vero della vita, che è splendida speranza sempre rinnovata da un dubbio sempre rinnovato.

Alechinsky con poco, con niente (con quasi niente) sembra affondare di continuo una mano, solo un pugno, dentro a una terra smossa, dentro a una tomba antica appena liberata alla luce; e con un gesto non tragico e impaziente ma invece ripetuto con sottile costanza (che è anche violenza contro il falso pudore e grigiore) radunare e ravvicinare piccoli reperti frammenti schegge di cose e di ossa per ridisegnare la sostanza di un vaso, di un corpo; la verità, comunque, di una vita che sembrava consumata per sempre e che si riavvia nel segno di una ironia gioiosa e amorevolissima anche quando sembra interferita da barbagli di una cupezza improvvisa.

Perché l’artista è sempre al centro e al margine di ogni cosa; e di ogni giorno. Intraprendente e sospettoso. Di ogni cosa che si può vedere e fissare in qualche modo, da una vita all’altra. Da una significazione dilacerata a un’altra quasi irrigidita sotto la sferza della ragioneamore.

Mi confermano a ciò altre osservazioni. Come l’artista lavora (e procede), ad esempio; non di fronte ma di sopra alla sua tavola aperta, al suo foglio disteso. Stare sopra e non di fronte è guardare dall’alto; quindi non osservarlo ma giudicarlo subito, intero. Un atto della ragione (una inquietudine costante) della ragione non della fantasia; è sostanziale cartesiana ricerca di una fermezza, non libero moto di ombreparole, di sentimenti impalliditi.

Così lavorando, Alechinsky propone una sua presenza continua e la responsabilità della sua pittura che è inesorabilmente implacabilmente liberamente sempre in moto, sempre decisa indecisa, sempre imprevedibile dentro a dubbi concreti che esplodono in fuochi rivitalizzanti. Quindi un segno rinnovato ogni giorno. Un colloquio continuo, sotto ogni forma, con il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Carta canta, di Pierre Alechinsky
  • Editore: Stamparte editrice
  • Anno di pubblicazione: 1992
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